DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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Meru (5) Breve Storia

Adattato da una relazione di p. Valentino Ghilardi

Questa storia sintetica dei primi anni delle missioni del Meru fu scritta nel 1950 da p. Valentino Ghilardi (1905-1961). Lo sviluppo delle missioni del Meru è avvenuto alla chetichella, pagato con tanta sofferenza e dedizione e ha trovato la sua completezza nella creazione della Diocesi di Meru (1953). Da allora la dozzina di missioni che costituivano la nuova diocesi, ha fatto un balzo gigantesco raggiungendo in pochi anni e occupando praticamente a raggiera tutto il Meru, con 45 parrocchie e 730.000 cristiani (dati del 2005).

Da notare come in questa relazione p. Ghilardi usi un linguaggio e termini tipici del suo tempo e scriva i nomi locali secondo lo stile italiano proprio dei missionari prima che gli inglesi imponessero la loro sillabazione. Essi scrivevano come si pronunciava secondo la fonetica latina. In più la sillabazione corretta dei nomi era complicata dal fatto che la lingua locale non era scritta ma solo orale e soggetta a grosse variazioni da clan a clan, da collina a collina.
I dati del 2005 sono dal «Kenya Catholic Directory 2006», Nairobi 2006.

1911, gli inizi
Fu a questo paese, selvaggio e assai basso nell’ordine morale, che giunsero nel dicembre del 1911 quattro padri missionari della Consolata, lo zelo dei quali aveva fatto superare tutte le difficoltà e paure, ché i Meru eran descritti come i più selvaggi e crudeli di tutta l’Africa.
In un primo tempo si fermarono a Thigga nel Mwembe, ove pensavano di aprire una missione. Invece abbandonarono il luogo, forse perché trovarono molta malaria o per mancanza di acqua, e si divisero in due gruppi: p. Luigi Olivero e p. Giovanni Balbo proseguirono il loro cammino, mentre p. Toselli senior e p. Giuseppe Aimo salirono sull’altipiano e si fermarono a Egoji, ove, dopo difficoltà non poche e molto parlamentare, poterono intendersi coi notabili del paese per stabilirvi una stazione di missione.
P. Balbo e p. Olivero giunsero a Keeja nel basso Imenti ove trovarono quanto faceva per loro.
I quattro pionieri eran partiti da Nyere il giorno dell’Immacolata, e il giorno di Natale ebbero la gioia di celebrare, sia pure sotto una tenda, la prima messa nel luogo delle due erigende missioni.
Si posero con lena al lavoro, tant’è che solo dopo poche settimane era pronta l’abitazione dei Padri e una minuscola chiesa. Nel febbraio seguente il vicario apostolico mons. Filippo Perlo [il Vicario apostolico di Nyeri da cui dipendeva tutta l’area attorno al Monte Kenya] e il cofondatore Can. Giacomo Camisassa, accompagnati da sr. Carola e sr. Anania delle Suore Vicenzine, visitarono le due missioni che furono trovate adatte [vedi storia e foto in queste stesse pagine].

Metodo
Metodo di apostolato [era il] solito, quello cioè già adottato nel Kikuyu i primi tempi: visite ai villaggi con istruzioni spicciole, cure degli ammalati, mentre pure non si trascuravano le costruzioni in casa.

1913, Espansione
Ma lo zelo, come il fuoco, non rimane stazionario: o si spegne o si dilata. Ed è quindi con meraviglia, dato lo stato selvaggio del paese, che noi vediamo i nostri cercare nuova espansione nell’ancora più selvaggio Jombene. Nel febbraio 1913, p. Toselli d’accordo con S.E. Mons. Vicario, fissa il luogo della nuova missione di Tigania e nell’agosto 1913, la prima casa è fatta.
P. Aimo e p. Rosso non stettero inoperosi e non risparmiarono la fatica. Essi stessi cominciarono a squadrare le durissime pietre vulcaniche che pavimentano gran parte della regione e a mano preparare assi nella vicina foresta del monte Jombene. Il materiale era pronto: pietra su pietra cementate di fango, asse vicino a asse, fatiche giornaliere iniziate all’alba e terminate solo per l’oscurità; ma la chiesina venne su bella e massiccia come la montagna del Jombene. Nella notte santa del 1914, scrisse p. Aimo, «l’Onnipotente fattosi povero fanciullo scende per la prima volta nella povera chiesetta di Tigania». Nel dicembre 1913 pp. Olivero e Domenico Vignoli fondano la nuova missione di Egembe (ora chiamata Amung’enti [scritto anche Igembe o Ighembe]) proprio sul piazzale del ballo degli Nthaka sulla riva destra del fiumicello Mboone e abbracciante due clan.
Abbiamo così le prime quattro missioni del Meru, quattro roccheforti avanzate proprio nel cuore del paganesimo, che i  nostri chiamarono trappe, certo menandovi vita da trappista: preghiera, lavoro, visite ai villaggi, soli per la maggior parte dell’anno. Se i monti e le rocce e i fiumi e i sentirneri potessero parlare quante belle e meravigliose cose ci direbbero di Frate Ilarione (p. Rosso), di Frate Beardo (p. Aimo), di Frate Ginepro (p. Albertone), di Frate Pacomio (p. Bellani), e di tutti gli altri, come tante belle cose ha cantato il serafico p. Aimo nelle sue innamorate odi del Jombene.

1915, le suore
Nel 1915, il paese parve abbastanza sicuro, cosicché mons. Perlo permise alle Suore Vincenzine di stabilirsi a Imenti che nel frattempo (1913) aveva soppiantato la missione primitiva di Keeja malsana e senza acqua [Le autorità, sotto l’influsso dei protestanti ostili all’insediamento dei cattolici, avevano assegnato un terreno che durante le piogge si allagava facilmente. Dopo le giuste lamentele, fu permesso di scegliere un posto più sano nel giro di un’ora di cammino. Mandato dal vescovo, P. Giovanni Chiomio, proverbiale per la precisione dei suoi passi e la sua resistenza, percorse esattamente in un’ora di distanza che lo separava da Mojwa, posta in un luogo sano e ricco di acque].
Sr. Dolores, sr. Agnesina e sr. Antonia vi arrivarono dopo lunghi giorni di lenta carovana il 15 luglio 1915, e più o meno lo stesso tempo ricevono le suore anche Egoji e Tigania, e l’anno seguente 1916 anche Igembe.
Si iniziano asili, si sviluppano i dispensari, si aprono i tanto necessari brefotrofi che salvano centinaia di innocenti vite, si usano mille industrie per attirare la popolazione che oramai ama i missionari, li rispetta, ne approfitta per i malati e per mille altre cose e lavori, ma in quanto a religione: nessuna breccia nel millenario paganesimo.

1916, Progresso lento
Bisognerà attendere fino al 14 maggio 1916 per avere un primo battesimo a Egoji, fino al 17 luglio 1916 a Imenti, fino al 1917 a Tigania, e fino al 1920 a Igembe.
Guardate il quadro progressivo annuale dei cristiani dall’inizio delle missioni al 12 Dicembre 1950 e non vi sfuggirà certo la lentezza del progresso [vedi i box «Sette Sorelle»] in qualche stazione, nonostante il lavoro immenso compiutovi. Alla vostra domanda sottintesa rispondo: «Quanti scalpelli si consumano prima che abbian intaccato la roccia granitica?». Il paganesimo di questa gente è molto più duro a sfondare, guardato com’è dalle organizzazioni degli Njoli [sono gli Njuuri di cui si parla più sopra] che tengono tenacemente il paese in mano, e in molti luoghi impediscono ogni innovazione che mina alla sua base stessa il paganesimo. Le difficoltà di apostolato incontrate a Tigania e a Egembe non impedirono l’espansione ai nostri pionieri.

1922, quota sei
Salendo su da Tigania verso Kangeta, non sfugge in lontananza sui profili dei contrafforti del Jombene la visione di qualcosa che sembra un castello, una fortezza: è la missione di Toro [oggi chiamata Tuuru] fondata da p. Aimo e Calandri nell’agosto 1922, vera sentinella avanzata, posta quasi sui confini del Jombene, proprio sulle vie carovaniere dei Borana e Turkana, in mezzo a una popolazione fittissima. Nell’ottobre 1922, p. Balbo fonda la stazione di Mekindoli [Mikinduri, – in realtà lui fece solo i primi contatti, la fondazione vera e propria si deve a p. Dolza Vincenzo come raccontato più avanti], luogo già visitato dal p. Giuseppe Maletto qualche tempo prima, il quale lasciò scritto nel diario: «Il primo a dir messa a Mekindoli fui io, sotto la tenda, con i fratelli Benedetto Falda e Bartolomeo Liberini a servirla, e ciò il 2 luglio 1922». Poche missioni hanno incontrato tanta difficoltà come Mekindoli nel loro primo sviluppo. Basti dire che per ben dieci anni ebbe solo sempre dodici cristiani. Ma nelle difficoltà si temprano anche le missioni, ed è per questo che oggigiorno Mekindoli è quella più avanzata e più promettente fra le missioni del Jombene.

1923, le consolatine
Nel 1923, settembre, arrivano a Imenti le prime due suore Consolatine, la compianta sr. Giacinta e sr. Enrichetta. Con lo svilupparsi dell’Istituto delle suore missionarie della Consolata, altre ne arrivano, cosicché nel 1925 le suore Consolatine hanno già occupato le missioni del Meru, ad eccezione di Mekindoli, e le suore del Cottolengo possono rimpatriare.

1926, LA PREFETTURA APOSTOLICA
Abbiamo finora parlato delle sei stazioni di missione del distretto di Meru, che era parte del vicariato apostolico di Nyere. Nel 1926, succede un avvenimento d’importanza capitale per la storia della Chiesa nel Kenya. Precisamente il 10 Marzo 1926, una bolla da Roma erige la Prefettura Apostolica di Meru, staccando il distretto di Meru e parte di Embu dal vicariato di Nyere, piccola isola di 9-10.000 Km quadrati entro il vicariato, e una popolazione attuale (1950) di 400.000 (nel 1926 non raggiungeva i 200.000 [notare qui come la stima di 93mila capanne fatta nel 1910 fosse decisamente esagerata]). Primo Prefetto Apostolico è il venerato mons. Giovanni Balbo, nato a Torino il 22 ottobre 1884, e ordinato sacerdote il 29 giugno 1907, tempra d’apostolo antico stampo rotto a tutte le fatiche del pioniere. La nomina lo trovò in trincea, superiore della missione di Imenti, che reggeva, eccetto brevi periodi di interruzione, dalla sua fondazione. Tempi duri, quelli, per la nuova prefettura, in cui tutto era da organizzare, staccata da un vicariato che navigava bene [la disparità di risorse tra il vicariato di Nyeri e la prefettura del Meru, fu una delle questioni che più amareggiò i missionari].
Mons. G. Balbo non si perse d’animo. Le sette missioni della prefettura (nella divisione acquistò pure la missione di Kyeni iniziata nel 1923), nonostante la miseria, è la parola [giusta da usare], in cui si trovavano, cominciarono una nuova vita di sviluppo. Per prima cosa importò macchine per un laboratorio che avrebbe dovuto fornire il materiale per la costruzione di tutte le stazioni, i cui fabbricati erano ancor quelli all’indigena dei primi tempi, le mobilia per le abitazioni e le scuole che qua e là cominciavano a fiorire. E tutte le missioni avvantaggiarono di questo laboratorio.

1928, Tempi duri
Ma i tempi erano durissimi, e solo la tempra adamantina dei sette missionari, che formavano tutto il personale della prefettura di Meru, poté affrontare e superare quelle difficoltà che provenivano dall’interno del paese e dall’esterno.
«Siete eroi», disse mons. Arthur Hinsley (poi Cardinale di Westminster) ai missionari nella sua visita apostolica nel novembre 1928, visita che portò qualche benefizio materiale alla prefettura, e di cui mons. Balbo subito approfittò per costruire le abitazioni dei padri e delle suore della missione di Kyeni [non era stata una visita di cortesia, perché il monsignore, allora non ancora vescovo, era stato mandato da Roma per risolvere alcuni problemi, soprattutto economici, pendenti tra il vicariato di Nyeri e la nuova prefettura].
La visita di mons. Pasetto nel Giugno 1929 portò nuovi miglioramenti amministrativi alla prefettura. Ma la fibra forte di mons. Balbo non poté resistere alle crescenti difficoltà della Prefettura. La sua salute ne fu scossa, e verso la fine del 1929 rassegnò le dimissioni. Gli succedette come pro-prefetto, mons. Carlo Re, carica che tenne fino al 1936. Durante questo periodo mons. Re rifece i fabbricati di parecchie missioni e aprì la stazione di Chuka. Nuovo sviluppo presero pure le scuole sia alla centrale che nelle out-schools.

1936, mons. Nepote
Finalmente nel 1936, la prefettura ebbe il suo nuovo prefetto apostolico nella persona di mons. Giuseppe Nepote. Scriveva il «Da casa madre» [il bollettino interno dell’Istituto] del novembre 1936: «L’Angelo della Chiesa di Meru: ce l’ha portato la Madonna del Rosario come dono della sua festa: un dono materno quindi, prezioso e bello come i frutti di questa ottima raccolta autunnale. La lunga attesa della Chiesa di Meru non poteva certo sperare un premio più gradito e munifico di questa illuminata scelta».
Il periodo di mons. Nepote segna lo stabilizzarsi della vita cristiana nelle Missioni. Catecumenati fiorenti, scuole, cristianità in aumento in ogni luogo. [Ma l’idillio durò poco].

LA II GRANDE GUERRA
La grande guerra risparmiò nessuno, nemmeno il prefetto apostolico, il quale in un primo tempo fu inteato in un campo di Kabete, e in seguito confinato in una missione del Tanganika . Eventi successivi del dopo guerra portarono alle dimissioni di mons. Nepote nel novembre del 1946. E la chiesa di Meru [rimasta priva del suo pastore fu] retta dall’amministratore apostolico mons. Carlo Cavallera, vicario apostolico di Nyeri.
Durante l’inteamento di tutti i missionari [nel campo di Koffiefontein in Sudafrica] e suore, la prefettura venne temporaneamente affidata a quattro padri della Congregazione dello Spirito Santo, troppo pochi per il grande lavoro della prefettura, cosicché parecchie missioni furono chiuse e visitate solo periodicamente.
Con il ritorno globale dei padri e suore nell’agosto 1944, tutte le missioni presero nuovo sviluppo: catecumenati, cristianità, dispensari, ospedale, scuole primarie e secondarie, con un ritmo che ha del prodigioso.

A cura di Gigi Anataloni

Gigi Anataloni