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Boni piglia tutto

BENIN

Il presidente uscente vince al primo tuo e si proietta verso il
secondo mandato di 5 anni. Ma i disordini non mancano. La gente, però,
sceglie pace e stabilità.

«10 ans», questo dicevano le t-shirt distribuite durante la campagna elettorale per le presidenziali 2011-2016 a favore del candidato, inquilino uscente della Marina, Tomas Yayi Boni e l’obiettivo è stato raggiunto. I beninesi hanno riconfermato la fiducia nel «dottore» ed il mandato (salvo prevedibili eccezioni) della massima carica dello stato si concluderà nel 2016. Il risultato è stato più confortante delle migliori aspettative dei sostenitori della mouvance (appellativo con cui è conosciuta la coalizione sostenitrice del presidente uscente). Pochi, o forse nessuno, infatti si aspettavano che la Fcbe (questo il nome dell’alleanza Forces Cauris pour un Bénin Emérgent) potesse ottenere più della metà dei consensi già al primo tuo (53% dei voti) evitando così un ballottaggio, dato alla vigilia per scontato, soprattutto dopo una campagna elettorale dai toni così aspri. Manifesti dai messaggi altisonanti e minacciosi erano apparsi per le strade, con accuse di corruzione e di malversazioni da parte delle forze politiche di opposizione.

La legge elettorale ed il censimento degli aventi diritto avevano scatenato proteste e dato adito a violente accuse di frode. Alcune manifestazioni e incidenti si erano verificati in febbraio e marzo (da segnalare una manifestazione contro la Delegazione dell’Unione europea a Cotonou, principale finanziatore della Lepi, la lista elettronica elettorale) e la data delle elezioni è stata posticipata, per permettere di calmare le acque, dal 6 al 13 marzo. Tutti i partiti e movimenti d’opposizione uniti contro Boni. Le forze politiche avversarie (tradizionalmente legate a notabili locali e a zone geografiche ben precise), si erano infatti unite in una forza compatta dal nome Un (l’Union fait la Nation) guidati da una delle figure più influenti della storia democratica del paese, Adrien Houngbedji, noto e stimato avvocato, già sindaco della capitale politica Porto Novo e primo presidente della Camera dei deputati dopo il ritorno della democrazia nel 1991. L’Un aveva l’ambizione di convogliare il malcontento dei cittadini, delusi dalla politica del governo in carica da cinque anni. E l’operazione sembrava, di primo acchito, avere delle buone possibilità di successo, in quanto sanciva un patto elettorale tra i due partiti politici più influenti del panorama nazionale: il Prd (Parti du Renouveau democratique) di Adrien Houngbedji appunto e Rb (Rainaissance du Bénin) guidato dalla potente famiglia del primo presidente eletto del paese, Nicéphore Soglo. Purtroppo per i loro leader, la manovra non ha dato i risultati sperati e allo scrutinio del 13 marzo scorso, la coalizione ha raggiunto solo il 35,6% dei consensi.

La coalizione Un contava soprattutto sui voti dei cittadini del Sud del paese avendo sancito un tacito patto di non aggressione con un altro uomo politico che, alla vigilia delle presidenziali aveva creato grandi aspettative attorno alla propria candidatura: Abdullhay Bio Tchane. Quest’ultimo, la cui lista si chiamava semplicemente Abt, dalle iniziali del nome, doveva convogliare su di sé il voto di protesta del Nord, bacino elettorale del presidente uscente, ma non ha centrato il bersaglio. Abt è riuscita a racimolare solo il 6,4% dei consensi, nonostante un investimento e una visibilità pari agli altri candidati principali. A detta di molti, il successo del «dottore», Yayi Boni, più che la vittoria di una politica riuscita o il consenso verso la forza politica in carica, è stata frutto della volontà di pace dei cittadini beninesi che, alzandosi i toni elettorali, hanno preferito riconfermare Boni,  magari turandosi il naso, per paura di possibili scontri post elettorali. Il Benin è conosciuto in Africa per la sua tradizione pacifica ed anche in questa occasione ha dato prova della sua fama.

di Pietro De Nicolai da Cotonou

Pietro De Nicolai