Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Sotto una montagna di tecnorifiuti

LA INARRESTABILE CRESCITA DEI «RIFIUTI ELETTRONICI»

Cellulari, computer, macchine fotografiche, televisori diventano obsoleti sempre più rapidamente. Non c’è dunque da stupirsi se ogni persona produce in media 14 chilogrammi di rifiuti elettronici all’anno. Sono rifiuti riciclabili ma, contenendo varie sostanze tossiche, è costoso trattarli in maniera adeguata. Ecco perché si è individuata una soluzione più semplice:
esportarli nel Sud del mondo…


Quasi quotidianamente la nostra cassetta delle lettere contiene materiale pubblicitario di qualche grande catena di distribuzione di prodotti elettronici e di elettrodomestici. Nei depliant vengono magnificate le qualità delle ultime novità tecnologiche, magari con l’immagine di un simpatico robottino, che da un altoparlante dice «fuoritutto», per farci capire che questo è il momento giusto per acquistare il nuovo computer, il cellulare di ultima generazione, che fa tutto, ma proprio tutto, il televisore ultrapiatto che, appeso ad una parete, potrebbe essere scambiato per un quadro. Un’occhiata a volantini di questo genere ed ecco che, in molti, si scatena l’irrefrenabile desiderio di passare al nuovo e così il computer utilizzato fino al giorno prima, il cellulare, la macchina fotografica dalle modeste prestazioni, anche se ancora perfettamente funzionanti, vengono sostituiti. Ma tutto questo «vecchio» materiale elettronico dove va a finire? E quanto se ne produce?

AUMENTANO LE VENDITE,
SI RIDUCE LA VITA MEDIA

Secondo il rapporto dell’Unep (il programma dell’Onu per l’ambiente), presentato a Bali il 22 febbraio 2010, dal titolo Recycling from E-Waste to Resources, ogni anno si accumulano sulla Terra circa 40 milioni di tonnellate di rifiuti hi-tech (più del 5% dei rifiuti solidi urbani generati nell’intero pianeta), 3 milioni dei quali prodotti negli Stati Uniti d’America e 2,3 milioni prodotti in Cina (di cui 1,3 milioni, in questo Paese, è rappresentato da vecchi televisori e 300.000 computer usati). E questi valori sono destinati ad aumentare. Secondo uno studio condotto dall’American Chemical Society, nel 2016 i Paesi in via di sviluppo arriveranno a produrre il doppio dei rifiuti elettronici (definiti anche e-waste, oppure Raee, cioè rifiuti delle apparecchiature elettriche ed elettroniche), rispetto ai Paesi sviluppati. C’è infatti un vertiginoso aumento del numero di persone in possesso di un pc o di altri dispositivi elettronici sia nei Paesi sviluppati, che in quelli in via di sviluppo. Peraltro i progressi tecnologici stanno riducendo moltissimo la durata dei prodotti elettronici di consumo, in modo che la gente ritenga obsoleti pc ed altre apparecchiature già dopo qualche mese dall’acquisto e li scarti, per dotarsi delle ultime novità. Del resto, secondo la legge di Moore, dal nome di uno dei cofondatori dell’Intel, ogni 2 anni la capacità di calcolo dei processori raddoppia. Gli sviluppatori di software si adeguano e così il computer acquistato oggi, domani sarà vecchio e dopodomani pronto per la discarica. Si è passati da 183 milioni di nuovi computer immessi sul mercato nel 2004 a 352 milioni nel 2010, mentre si stimano 409 milioni di computer venduti nel 2011. Ultimamente c’è stata una lieve flessione nelle vendite dei computer, ma solo perché talvolta, al loro posto, vengono preferiti i tablet di nuovissima generazione. La vita media dei pc è passata da 6 anni nel 1997 a 2 anni nel 2005 e si stima che sarà di un anno soltanto nel 2014. Per i telefoni cellulari va anche peggio. Nel 2004 ne sono stati venduti 674 milioni in tutto il mondo, nel 2010 si è arrivati ad 1,4 miliardi, un cellulare ogni 5 persone, con un aumento del 16-18% rispetto all’anno precedente ed una vita media per cellulare di 4 mesi. Questo fa sì che in ogni famiglia restino abbandonati nei cassetti da 2 a 4 cellulari. Che fine fanno i prodotti tecnologici scartati?

CHI RECUPERA
GLI SCARTI ELETTRONICI

Attualmente si raccolgono in modo differenziato meno di 2 chilogrammi di Raee pro-capite all’anno in Italia, contro i 5 chilogrammi della media europea ed una produzione di rifiuti elettronici di circa 14 chilogrammi per abitante. Greenpeace ha stimato che il 75% dei rifiuti elettronici europei e l’80-90% di quelli statunitensi non venga riciclato in loco, ma segua flussi nascosti, eludendo il controllo delle autorità competenti, per poi riapparire come d’incanto in discariche incontrollate in Africa, Ghana in primis, in Cina, India, Pakistan, Filippine, spesso persino con il pretesto delle donazioni caritatevoli.  A livello internazionale sono Cina, India e Pakistan, che ricevono la maggior parte dell’e-waste  prodotto nel mondo. Nelle discariche finisce per lavorarci la gente disperata, soprattutto bambini, a mani nude e senza alcuna precauzione, che recupera principalmente l’alluminio ed i cavi di rame dagli scarti elettronici, dopo avere bruciato questi ultimi oppure avere utilizzato degli acidi, per eliminare le parti in plastica. Dai roghi vengono esalate grandi quantità di piombo e di mercurio, che entrano nella catena alimentare. I cocktail di veleni a cui vengono continuamente esposti i ragazzi, che svolgono questo lavoro determinano spesso la loro prematura scomparsa; molti di loro non riescono infatti a superare i 25 anni d’età. Tra le sostanze tossiche presenti negli scarti tecnologici ci sono, oltre al piombo e al mercurio, il cadmio, l’antimonio, i ritardanti di fiamma bromurati.
Il piombo, presente nelle batterie e nei tubi catodici dei pc causa danni al sistema nervoso, al sistema circolatorio ed a quello riproduttivo. Il cadmio, contenuto nei semiconduttori e nei tubi elettronici di vecchio tipo, provoca danni irreversibili ai reni ed al sistema scheletrico. Il mercurio degli interruttori è alla base di danni ingenti al cervello, in particolare al sistema visivo, al cornordinamento motorio ed al bilanciamento. L’antimonio, che viene usato come agente antifiamma e per produrre un’ampia gamma di leghe metalliche, agisce come l’arsenico, cioè a piccole dosi provoca mal di testa, confusione e depressione, mentre elevati dosaggi determinano violenti e frequenti attacchi di vomito e portano alla morte in pochi giorni. I ritardanti di fiamma bromurati, usati nei rivestimenti plastici e nei circuiti elettrici, oltre a gravi danni ambientali permanenti, provocano danni alla tiroide ed interferiscono con lo sviluppo fetale. I roghi inoltre generano ingenti quantità di diossine, furani, policlorobifenili, cioè sostanze altamente cancerogene.

IL CASO DEL GHANA

È emblematico il caso della discarica di Accra, la capitale del Ghana, dove vivono e lavorano al recupero degli scarti elettronici circa 4.000 persone, prevalentemente bambini e ragazzi provenienti dal nord del paese, una regione particolarmente povera. La discarica è situata vicino al mercato alimentare di Agbogbloshie e viene definita «Sodoma e Gomorra» dagli abitanti.
I container che arrivano dalla Germania sono misti, cioè contengono sempre computer funzionanti, altri da riparare ed il 30% da buttare, che viene dato ai ragazzi di Agbogbloshie. I container inglesi contengono invece molta più spazzatura elettronica. Il tutto in barba alla Convenzione di Basilea, un trattato internazionale del 1989, che vieta al Primo mondo di scaricare i propri rifiuti elettronici nel Terzo, senza autorizzazione (possono essere esportati i computer funzionanti, non i rifiuti. Ma come vanno considerati i pc guasti, però riparabili facilmente e quelli obsoleti, su cui non gira più alcun programma? Nel dubbio i giudici decidono a favore degli esportatori). Questo trattato è stato approvato da 172 Paesi, ma 3 dei firmatari – Afghanistan, Haiti e Stati Uniti – non l’hanno mai ratificato, mentre Canada e Nuova Zelanda hanno rifiutato di firmare l’accordo.
Dopo la Convenzione di Basilea, l’Unione Europea ha varato due direttive: la 2002/95/EC denominata Restriction of hazardous substances (Rohs) e la 2002/96/EC, detta Waste electrical and electronics equipment (Weee). La prima direttiva impone restrizioni sull’uso di sostanze pericolose nella costruzione dei vari dispositivi elettrici ed elettronici, mentre la seconda regolamenta l’accumulo, il riciclaggio ed il recupero di tali dispositivi.
Trattare un pc secondo gli standard previsti dalla normativa europea Weee è un’operazione poco remunerativa, quindi buona parte dei rifiuti elettronici viene esportata verso i Paesi del Sud del mondo, dove spesso i protocolli di sicurezza sono inferiori e le normative a tutela dei lavoratori sono inadeguate o assenti. Smaltire in Germania un vecchio monitor a tubo catodico costa 3,5 euro, mentre portarlo in Ghana in un container costa solo 1,5 euro. Qui, nella discarica di Accra, dopo una giornata di lavoro vicino ai roghi ed essere riusciti a recuperare una mezza borsa di residui metallici, i ragazzi guadagnano circa 2 cedi ghanesi, pari ad un euro, con cui possono pagarsi un posto dove dormire al sicuro per una notte, oppure un pasto, ma non entrambe le cose.

THE STORY OF ELECTRONICS
Le ricadute sull’ambiente e sulla salute dell’e-waste sono descritte in The story of electronics (La storia delle apparecchiature elettroniche, reperibile sul sito: www.storyofstuff.org), un documentario realizzato da Annie Leonard, in collaborazione con il programma di ritiro Electronic Coalition, un’organizzazione americana, che promuove il riciclaggio dei rifiuti elettronici.
Tra i paesi in via di sviluppo, il Kenya sembra destinato a diventare la prima nazione dell’Africa orientale a dotarsi di normative sulla gestione dei rifiuti elettronici. A seguito di una conferenza nazionale tenutasi alla sede del Programma Onu per l’ambiente (Unep) di Nairobi, è stata tracciata una via comune da seguire, per il trattamento e la gestione dell’e-waste, in linea con la Convenzione di Basilea. Secondo l’Unep, l’e-waste rappresenta, per i paesi in via di sviluppo, anche un’opportunità economica, attraverso il riciclo ed il ripristino degli scarti dei prodotti elettronici e la raccolta dei preziosi metalli, che contengono. Un esempio è dato dall’attività di recupero svolta dagli allievi del Crc (Centro di recupero computer), sorto a Porto Alegre, nel Brasile meridionale; in questo centro sono stati ripristinati 1.700 computer nel giro di 3 anni, mentre i residui elettronici, che non possono essere recuperati, vengono utilizzati per produrre particolari forme d’arte. Questo centro fa parte del «Programma brasiliano d’inclusione digitale» ed è il risultato di una collaborazione tra il Ministero della pianificazione e la Rete marista di educazione e di solidarietà, un ramo della congregazione cattolica dei fratelli maristi. Oltre a quello di Porto Alegre, centri analoghi sono nati negli stati di Minas Gerais e di San Paolo, nel sud-est e nel sud del Paese, e nel distretto federale di Brasilia.
La materia prima di questi centri è rappresentata dalla spazzatura elettronica gettata dal governo federale, da banche, imprese e utenti privati, che si disfano degli apparecchi obsoleti per macchine più evolute.

IN EUROPA E IN ITALIA
Come vanno le cose in Europa e in Italia?
Secondo una ricerca commissionata dalla Dell alla società Research Now risulta che in Europa 7 persone su 10 preferiscono mettere in ripostiglio i vecchi pc, stampanti, cellulari ed altre apparecchiature elettroniche, piuttosto che recuperarle. I campioni dell’accantonamento sono gli inglesi e gli italiani. La ricerca ha coinvolto 5.000 persone intervistate in Italia, Spagna, Francia, Gran Bretagna e Germania ed ha dimostrato che solo il 5% degli europei ricicla i vecchi computer. Sono emerse discrepanze di sesso, età e nazionalità, in tema di riciclo. I più attenti sono risultati i tedeschi (riciclano 4 su 5), a differenza dei britannici (1 su 2). Inoltre gli uomini europei sono più informati in materia di riciclo dei vecchi pc, ma questo non vuole dire che siano dei perfetti riciclatori. Le donne invece risultano meno informate sulle procedure di riciclo, ma più attente al rispetto dell’ambiente, per cui si preoccupano maggiormente della destinazione dei rifiuti e dei consumi energetici dei prodotti da acquistare. In Italia va un po’ meglio per il ritiro dei televisori usati, da parte dei consorzi di riciclo, che nel 2009 ne hanno recuperato il 78% (78 chili recuperati su 100 chili venduti), a fronte di una vendita di 7 milioni di televisori, per un totale di 80.000 tonnellate di peso.
In Italia, la direttiva europea 2002/96/CE o Weee è stata recepita nel 2005 con il Decreto legislativo 151, mentre il 18 giugno 2010 è entrata in vigore la legge nota come decreto uno contro uno (D.M. n. 65 dell’8 marzo 2010), il cui scopo era quello di introdurre misure necessarie a semplificare l’applicazione della direttiva europea.

L’INCHIESTA DI GREENPEACE
TRA LE GRANDI CATENE

Greenpeace ha condotto una doppia inchiesta, a luglio ed a dicembre 2010, per verificare presso 5 tra le maggiori catene di distribuzione di materiale elettrico ed elettronico (Euronics, Eldo, Mediaworld, Trony ed Unieuro) se e come questa legge viene rispettata. La prima parte dell’inchiesta, condotta a luglio, è stata un piccolo test condotto presso i rivenditori di Milano, Roma e Napoli (12 negozi in totale), ad un mese dall’entrata in vigore del decreto legge, ed ha dimostrato che il 75% degli intervistati non rispettavano del tutto la normativa. A dicembre sono stati esaminati 107 negozi in 31 città italiane, mediante la compilazione di questionari in forma anonima e l’uso di telecamere nascoste. In contemporanea le 5 catene sono state contattate per capire se fossero a conoscenza dei risultati della prima indagine e solo due, cioè Trony ed Unieuro hanno risposto. Dalla seconda indagine risulta un miglioramento per quanto riguarda l’adeguamento alla normativa, in quanto il 49% dei rivenditori ha dimostrato di rispettare l’obbligo del ritiro dell’usato, al momento dell’acquisto del nuovo, tuttavia resta ancora il 51% di rivenditori, che non rispetta la legge, in parte o del tutto. Inoltre è emerso che nel 25% dei casi, il costo di consegna a casa del prodotto nuovo è stato aumentato per mascherare il ritiro non gratuito dell’usato. Nel 14% dei casi il ritiro gratuito avviene solo se il vecchio prodotto è portato in negozio dall’acquirente, mentre nel 12% dei casi non viene proprio effettuato. Ci sono poi i casi limite, in cui il ritiro a casa dell’usato è gratuito solo se l’elettrodomestico si trova al piano terreno, altrimenti il costo sale a 2,5 euro per piano. L’inchiesta ha inoltre dimostrato che, sebbene la legge preveda l’informazione obbligatoria da parte del commerciante nei confronti del cliente, circa la gratuità del ritiro dell’usato, tale informazione non viene data nel 63% dei casi. Sulla base dei risultati dell’inchiesta, Greenpeace ha stilato una classifica delle catene di distribuzione, che ritirano l’usato gratuitamente. Troviamo perciò il 60% dei negozi Eldo, che ritirano l’usato, seguiti da Mediaworld (50%), Trony (48%), Unieuro (47%) ed Euronics (45%). In tutti gli altri casi, i clienti sono invitati a portare l’usato nei centri di raccolta comunali, che dovrebbero accogliere i rifiuti dei privati cittadini e dei distributori, ma che nella realtà sono insufficienti e non sempre accessibili alla grande distribuzione (perché non autorizzati a ricevere rifiuti elettronici dai negozi, o perché hanno orari di apertura limitati. Su circa 3.000 centri di raccolta, circa il 70% si trova in sole 4 regioni italiane, cioè Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte e Veneto. Già con un’inchiesta del 2009, però, Greenpeace aveva documentato che molti di questi centri (80% di quelli visitati) avevano problemi di gestione, oppure la loro struttura non era a norma. Il 30 giugno 2010 è scaduto il termine ultimo per l’adeguamento da parte dei comuni dei centri di raccolta rifiuti privi dei necessari requisiti, ma nulla è stato fatto dal governo per garantire un’ulteriore proroga. La mancanza di adeguamento ha comportato la sospensione del servizio di ritiro dei rifiuti, quindi la riduzione del numero dei centri di raccolta a disposizione sul territorio italiano. Ancora una volta si dimostra che in Italia si legifera, ma l’applicazione della legge è un’altra cosa.

Rosanna Novara Topino

LA VITA BREVE DEGLI OGGETTI
L’obsolescenza programmata e quella percepita sono una follia
che produce pesanti conseguenze.

Ormai quasi tutto ciò che compriamo ha vita breve, se non addirittura brevissima. Cellulari, che dopo pochi mesi smettono improvvisamente di funzionare, elettrodomestici, che paiono coalizzarsi contro i proprietari, per cui può capitare di trovarsi con la lavatrice, il frigorifero ed il televisore, che nel giro di pochi giorni si rompono. Automobili nuove, eppure già in panne sul ciglio della strada, perché la loro centralina elettronica si è messa a fare le bizze. Per non parlare della vita ancora più breve dei capi d’abbigliamento, molti dei quali sono programmati per essere indossati solo una o due decine di volte, dopodiché perdono inesorabilmente la loro bellezza perché stingono, infeltriscono, si rompono le cerniere, perdono gli strass. E sempre più spesso, quando qualcosa si guasta, ci sentiamo dire che farlo riparare costa più che comprarlo nuovo. I pezzi di ricambio spesso non si trovano e sono sempre meno anche i tecnici riparatori di elettrodomestici. Addirittura nel campo informatico si dice che i magazzini non servono, perché tanto un computer, dopo circa un anno è già considerato vecchio, quindi esce di produzione, per fare posto ai nuovi modelli, quindi non vale la pena riempire i magazzini di pezzi di ricambio. E così, sempre più spesso ci ritroviamo a ricomperare le stesse cose, per sostituire ciò che si è rotto. Per non parlare di quando comperiamo oggetti, che andranno a sostituie di analoghi, ancora funzionanti, ma che ai nostri occhi sono diventati vecchi, perché la pubblicità sempre più martellante ci dice che è uscito l’ultimo modello e ci fa sentire inadeguati, se non lo acquistiamo. Siamo insomma nell’era del ricambio, del consumismo più sfrenato, in cui le aziende produttrici delle più svariate merci, per convincerci ad acquistare sempre di più, ricorrono all’obsolescenza programmata ed a quella percepita. In pratica l’obsolescenza programmata consiste proprio nel programmare la rottura degli oggetti dopo un certo numero di giorni, mesi o anni di funzionamento. Un oggetto fatto per durare a lungo, secondo i produttori, uccide il mercato. L’obsolescenza percepita è ancora peggio, perché mediante la pubblicità ed i mass media, i produttori ci inducono a comprare nuovi oggetti, perché quelli che abbiamo, anche se perfettamente funzionanti, sono improvvisamente diventati vecchi, fuori moda. E a proposito di moda, quest’ultima fa la parte del leone nell’indurci a gettare il vecchio per il nuovo. Per non parlare della pubblicità, che ha l’evidente scopo di farci sentire infelici, se non entriamo in possesso di tutto ciò che viene messo in mostra e che, inesorabilmente, verrà gettato poco dopo per altre novità. Tutto questo folle consumismo comporta gravissime ripercussioni sia sull’ambiente, che sulle persone. Produrre continuamente nuove merci comporta la ricerca ed il consumo di materie prime, per le quali si arriva sempre più spesso a scatenare nuove guerre. Basta pensare alle guerre, che le multinazionali si fanno in Congo, attraverso le etnie locali, per appropriarsi del coltan, un preziosissimo minerale utilizzato nella costruzione dei cellulari, che peraltro vengono dismessi dopo pochi mesi dal loro acquisto. La produzione sempre più spinta di merci comporta poi esagerati consumi energetici, quindi consumi di carburanti fossili ed il ricorso all’energia nucleare, con le tragiche conseguenze delle guerre per il petrolio e delle possibili esplosioni delle centrali nucleari, come nel caso di Cheobyl e di Fukushima. Il rovescio della medaglia dell’iperproduzione di merci è poi l’enorme produzione di rifiuti, che stanno ormai invadendo tanto la terra, quanto il mare. Per eliminare queste montagne di rifiuti spesso vengono costruiti inceneritori, le cui velenose esalazioni sono causa di tumori e di gravi malattie respiratorie e cardiocircolatorie nelle popolazioni, che vivono nelle zone limitrofe. Le ripercussioni sulle persone sono altrettanto gravi, perché grazie alla pubblicità viene creata, nei soggetti psicologicamente più deboli, una vera e propria dipendenza dallo shopping, che non si differenzia molto da altre forme di dipendenza, per cui si giunge ad acquistare cose inutili in modo compulsivo, per colmare in realtà un vuoto esistenziale. La sensazione indotta da questo mercato globalizzato è che, nella società attuale, le persone abbiano valore solo finché possono essere consumatori. Una volta perso il loro potere d’acquisto possono essere loro stesse trasformate in merci (pensiamo al traffico d’organi, alle nuove forme di schiavitù, agli anziani spostati da un ospizio all’altro, come pacchi postali). Non è forse il caso di dire «no» a tutto questo, cambiando i nostri stili di vita e riducendo i consumi?

Rosanna Novara Topino

Rosanna Novara Topino