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Muridismo: «Islam nero»

Incontro con il «gran marabut»

Un ufficiale coloniale francese lo definì «islam nero»: è il muridismo, nato nel cuore del Senegal alla fine del secolo XIX, ispirato agli insegnamenti coranici, ma interpretati in senso mistico; esso consiste in un insieme di pratiche di culto e regole di vita basate sull’amore, la tolleranza, il lavoro e la venerazione del «gran marabut», la guida suprema della confrateita muride. Lo abbiamo incontrato a Touba, la città santa con la sua sfarzosa moschea, una delle più belle d’Africa, ma in stridente contrasto con la circostante situazione che desta più di una perplessità.

Siamo a Touba, la città santa del Senegal, con la sua maestosa moschea: il più grande monumento musulmano dell’Africa nera. È situata nel bel mezzo del deserto senegalese, a 193 km da Dakar, voluta e fondata nel 1887 da Cheikh Ahmadou Bamba, il cui progetto era di realizzare un centro capace di conciliare l’aspetto spirituale e quello temporale in conformità con i dettami del Profeta. La stessa parola Touba significa «il grande bene».

«la mecca» senegalese
Un grande arco dà il benvenuto nella città santa; o meglio, esso separa la libertà di comportamenti dal rispetto rigoroso dei dogmi musulmani. Mi viene subito detto di coprirmi e non solo con un velo, ma con un vestito lungo fino ai piedi. Patrizia e io iniziamo i travestimenti. Riciclo un abito formato extra large che mi avevano gentilmente regalato le donne all’inaugurazione di un pozzo, pensando alla loro stazza e soprattutto altezza. La casacca è talmente larga che la scollatura mi scende sulle spalle; mi copro con un kanga; cerco di legarmene un altro alla vita, fermandolo come meglio posso. La cosa più sconvolgente è che riuscirò a ottenere un’intervista esclusiva con il grande marabut di Touba, presentandomi con tale acconciatura: mi viene da ridere solo a pensarci.  
Scendiamo dall’auto e troviamo subito due guide disposte ad accompagnarci nella moschea. Dobbiamo toglierci le scarpe. Attraversare scalzi i chilometri quadrati di marmo rovente, che ci portano all’entrata della moschea, è già una prova notevole. Sembra che la pelle si sciolga, ma, piuttosto che tornare indietro, riporterò delle ustioni ai piedi che curerò con un uso industriale di crema di aloe.
Sebbene Patrizia e io siamo coperte fino ai piedi, ci è permesso visitare solo alcune parti della moschea. Ma non sono arrivata fin qui per non fare nemmeno una foto; quindi, nonostante le ammonizioni e il borbottare continuo degli uomini palesemente urtati, scatto foto con la complicità della guida, che spera in una lauta offerta.
La costruzione di questo monumento religioso è durata 32 anni, ha richiesto 1.800.000 ore di lavoro, secondo una stima, e 4.800 tonnellate di pietre, di sabbia e d’acciaio. Con i suoi quattro minareti agli angoli alti 66 metri e uno al centro di 86 metri (chiamato Lamp Fall in onore di Cheikh Ibra Fall), sormontata da tre grandi cupole, la moschea offre una vista incantevole già a 10 km di distanza, da qualsiasi direzione si provenga.
Tonnellate e tonnellate di marmo bianco di Carrara e marmo rosa proveniente dall’Egitto rivestono la moschea. Che non abbiano badato a spese è evidente. Dai lampadari ai marmi, agli intarsi delle porte, tutto è straordinariamente maestoso. Mi sorprende, però, il contrasto tra lo sfarzo smisurato di questa costruzione e le case di paglia attorno alla moschea e nei villaggi in periferia della citta santa, che rispecchiano una realtà di povertà diffusa e tanto forte. Ci dicono che ogni sala è stata donata da un paese musulmano e dalle offerte costanti dei senegalesi muridi sparsi nel mondo.

Il muridismo
I muridi sono i seguaci degli insegnamenti di Cheikh Ahmadou Bamba. Il muridismo è un insieme di pratiche di culto e regole di condotta, basate sull’amore e l’imitazione del profeta Muhammad, il cui fine è il perfezionamento spirituale. È una forma di sufismo, che non costituisce un movimento confessionale come il sunnismo o lo sciismo, ma piuttosto uno stile di vita e un insieme di credenze e pratiche di culto che traggono le loro origini dal Profeta.  «Per Cheikh Ahmadou Bamba – spiega la nostra guida – sarebbe illusorio e anche pericoloso gettarsi nel misticismo senza soddisfare certe condizioni. Bisogna prima di tutto istruirsi nella religione e fare propri i principi islamici fondamentali e regolare la propria condotta in base alla shari’a e alla sunna (atti e detti del Profeta). Conformemente allo spirito di pietà e di devozione ad Allah che ha guidato Cheikh Ahmadou Bamba nella fondazione di Touba, il sacro Corano vi è letto, ogni giorno 28 volte».
Nonostante la proclamata volontà di aiuto, sostegno e amore reciproco, secondo il muridismo spiegato dalla nostra guida, nella moschea siamo spesso circondati da bambini di strada che chiedono insistentemente qualche spicciolo per mangiare, venendo redarguiti dalle nostre guide.
Incontriamo anche i famosi bambini del marabut di cui i senegalesi non vogliono parlare: non sono solo ragazzi orfani, abbandonati, di strada a cui il marabut dà un tetto, facendoli in cambio «lavorare» per lui. Sono letteralmente un esercito di piccoli accattoni, vestiti malamente e con una ciotola in mano per chiedere disperatamente l’elemosina per le strade senegalesi.  

venerazione… esagerata
In Senegal non c’è bus, taxi o macchina che non abbia sul cruscotto o appiccicato al vetro la benedizione del marabut di Touba. Non riesco a spiegarmi come mai quasi tutti i senegalesi siano così ossessionati per Touba e il suo marabut.
Paco cerca di azzerare le mie perplessità, dicendo che Touba è il loro Vaticano e il marabut è il loro papa. Accetto la spiegazione; ma è l’ossessione che mi intriga e gli spiego che i cattolici, nonostante le migliaia di pellegrini che quotidianamente visitano il Vaticano, non sono così esagerati, anzi.
Quando un senegalese parla del marabut abbassa anche il tono della voce, perché dice di non essere degno di parlare di lui. «Il marabut può tutto. Lui può permettersi qualsiasi cosa e noi seguiamo alla lettera i suoi comandamenti, in quanto lui è la voce del Profeta» mi sento ripetere da più parti.
Sono sempre più curiosa di conoscere questo marabut, allora comincio a solleticare la curiosità delle guide che ci girano attorno. Mi spaccio per una famosissima giornalista italiana estremamente interessata alla storia di Touba, del muridismo e della sua guida suprema. I nostri amici iniziano a telefonare e ritelefonare, discutere e parlare tra loro. Mi dicono che il marabut è molto malato, quindi sarà difficile vederlo. Insisto che non gli ruberò molto tempo. Alla fine mi dicono che il suo primo figlio, già suo sostituto e destinato a diventare il «grande» marabut di Touba, è disposto a incontrarmi.
La nostra guida è letteralmente fuori di sé dalla gioia. Inizia a baciare il telefono, mi prega di farlo entrare con noi. Siamo tutti un po’ storditi dal fatto di essere riusciti a ottenere un’intervista da quello che sembra essere l’uomo più potente e inavvicinabile del Senegal. Con noi ci sono anche due suore della missione di Mbar che sembrano sorprese più delle guide.
Immediatamente i nostri amici fermano un tassista, che non si fa pagare per il solo fatto di accompagnarli davanti alla casa del marabut; li seguiamo e dopo una decina di minuti arriviamo alla sua villa. Una fila interminabile e ordinata di donne, bambini e anziani aspetta pazientemente il proprio tuo per chiedergli un favore, che ripagheranno con soldi, frutta, pesce secco e addirittura con un proprio figlio.
Arriviamo alla cancellata della villa del marabut e i guardiani, evidentemente già avvertiti, ci fanno segno di seguirli. Entriamo. All’ombra in una zona del giardino, accerchiato da guardie del corpo e una schiera di assistenti, il marabut ascolta una donna.
Ci fanno accomodare in quello che dovrebbe essere un salotto. Un grande tappeto dozzinale riempie la stanza, il cui arredamento è decisamente di cattivo gusto; la stanza trabocca di oggetti di ogni tipo; quadri e condizionatori appoggiati per terra e alle pareti; televisori a schermo piatto ancora nella scatola e tanti divani tutti diversi.
Dopo pochi minuti vediamo dalle immense vetrate della stanza, arrivare il marabut circondato dai suoi collaboratori. Serigne Abdoul Karim Mbacké Fallilou: due metri di altezza con una mole imponente. Un babou (vestito tipico senegalese) bianco e larghissimo lo rende ancora più imponente. Saluta: «Salaam alekum»; e io prontamente: «Alekum salaam». E ci invita a sedere.

a quattr’occhi con il marabut
I suoi collaboratori si siedono sul tappeto ai suoi piedi, come fedelissimi cagnolini, facendoci capire che dovremmo fare altrettanto. Io occupo la prima sedia di fronte al marabut. Sedermi per terra sarebbe un’impresa con quella specie di sacco che mi avvolge; e poi, va bene coprirsi, ma stare ai piedi di un uomo proprio non l’accetto. Quindi con grande sorpresa dei suoi cortigiani, anche le suore e gli altri accompagnatori si siedono sui divani. Lui non ne sembra sorpreso; ci offre prima dell’acqua e poi delle bibite analcoliche, che un suo collaboratore ci porge stando sempre in ginocchio sul tappeto.
Inizio a fare le mie domande, che il mio traduttore pronuncerà in wolof, senza mai guardare il marabut negli occhi. Lui risponde solo dopo aver intervistato me: chi sono, che faccio, se sono sposata, dove lavoro, cosa ci facciamo in Senegal…
Il marabut si mostra soddisfatto del lavoro che sta facendo il dottor Antonio e la sua «Associazione Karibu insieme per crescere» e, pur capendo che io voglio risposte sul suo ruolo, su Touba, sul muridismo e sulla sua vita, lui, come prevedevo, non risponde alle mie domande. Inizia il suo sermone sulla bontà del muridismo, i cui seguaci sono persone che lavorano per Dio e per gli altri. Il suo lavoro è estremamente intenso. Accoglie centinaia e centinaia di persone che vengono a chiedergli aiuto, in cambio di un’offerta. Mi dice che ricevono milioni di franchi sefa ogni giorno, che poi vengono reinvestiti nell’aiuto ai più bisognosi.
Egli non è mai uscito dal Senegal, quindi non mi è difficile solleticare la sua curiosità sull’Italia di cui tanto ha sentito parlare. E mi sorprende il suo apparente imbarazzo nel sostenere il mio sguardo, mentre racconta e mi ascolta. È evidente che non è abituato a guardare negli occhi una donna o essere guardato mentre parla.
Dalla mia intervista viene fuori solo un suo encomio dei musulmani muridi, di Touba, importante non solo come meta di pellegrinaggio, ma anche dal punto di vista sociale. Su tutti i problemi del Senegal, dalla povertà alle squadre di bambini di strada, alla condizione delle donne, di estrema sottomissione agli uomini, Karim Mbacké Fallilou sorvola, rispondendomi che sono argomenti di cui non deve e non può parlare la «seconda» guida suprema di Touba.
Gli racconto (anche se nutro qualche dubbio che il mio interprete stia traducendo esattamente ciò che dico) di come sia rimasta impressionata dalla bellezza della moschea di Touba, ma altrettanto sconcertata nel vedere la precarietà della vita e le difficoltà delle persone visitate nei villaggi nel deserto, dove l’acqua è ancora prerogativa del solo Grande Allah e dove sopravvivere è davvero un miracolo.
Spiego al marabut che stiamo realizzando un libro fotografico sul Senegal e che mi piacerebbe invitarlo in Italia per presentarlo. Solo più tardi mi renderò conto della mia incoscienza nel fare tale invito: la facilità con cui ci ha ricevuto mi ha fatto dimenticare il ruolo e l’importanza di questo personaggio per i senegalesi di tutto il mondo.

quasi onnipotente
Il marabut di Touba ha un potere davvero assoluto in Senegal. Non esiste politico o presidente che possa ostacolarlo. Anzi, questi non possono che assecondarlo, in quanto egli è l’unico in grado di smuovere, convincere o «obbligare» masse di centinaia di migliaia di senegalesi a fare quello che lui crede sia giusto. È l’unico uomo che può vantarsi di decidere in maniera esclusiva e assoluta di vita, carriera, futuro e morte di una persona.
Verrò in seguito a sapere che qualsiasi senegalese che sia uscito o che voglia uscire dal paese in maniera legale o illegale, prima di partire e di iniziare la documentazione per il rilascio del passaporto ha bisogno di una lettera del marabut. Il suo potere assoluto quindi è legale sotto tutti gli effetti.
Non è un segreto, anche se nessun senegalese potrà mai ammetterlo chiaramente a un giornalista, che il primo stipendio di un emigrato andrà al marabut e non alla propria famiglia, per non parlare dei finanziamenti che i senegalesi continueranno a mandare a Touba «spontaneamente». Il marabut decide perfino quando un emigrato debba tornare a casa e quale tipo di attività aprire.
Alcuni amici senegalesi mi hanno raccontato che non è semplice tornare a casa. Prima di tutto bisogna riportare tanti soldi poiché, oltre a parenti e amici, si presenta a casa tutto il villaggio per mangiare tranquillamente e per chiedere ogni sorta di aiuto. «Il problema o, meglio, lo sbaglio della maggior parte dei senegalesi che tornano in patria è che non hanno il coraggio di raccontare le difficoltà, la fatica e i sacrifici fatti per guadagnare e risparmiare i soldi spediti alle proprie famiglie».
«La vita dell’emigrato è dura – continua un altro amico senegalese – ma quella nei nostri nostri villaggi è ancora peggiore, per cui si affrontano tutti i sacrifici richiesti. Ma quando si ritorna, lo si deve fare alla grande: vestiti firmati, cellulari di ultima generazione, lussuosi orologi e occhiali da sole… Si riportano regali per tutti e soldi da distribuire ai parenti. Così si continua a far credere che in Europa tutto sia semplice, che i bianchi sono tutti ricchi… Per cui l’importante è arrivare in Europa; se non si trova lavoro, si spera di trovare qualche donna più o meno anziana che, in cambio di una relazione, darà soldi senza fare storie».

Romina Remigio

Romina Remigio