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Le mani nelle urne

Reportage: al voto la perla delle Antille

Sull’isola caraibica anche le elezioni sono imposte dalla comunità internazionale. Sebbene non ci siano le condizioni per realizzarle. Così, tra la mancanza di documenti di identità, liste di votanti incomplete e seggi improvvisati, si consumano, senza quasi elettori, le consultazioni farsa volute (e pagate) da Onu e Unione europea. Per un governo stabile e gestibile.

La mattina di domenica 28 novembre, Port-au-Prince sembra un’altra città. Non c’è il terribile traffico di ogni giorno, le strade sono quasi deserte, l’ordinanza per le elezioni prevede il blocco del traffico, possono circolare solo veicoli autorizzati e tap-tap, i mezzi di trasporto locale. Molta gente cammina.
Da due mesi, le strade della capitale hanno iniziato a tingersi di colori, di volti e di numeri. A poco a poco, i muri non erano piu sufficienti, così i manifesti appena usciti di stampa venivano affissi su altri manifesti, collocati qualche giorno prima. Al 26 di Novembre, ultimo giorno di campagna elettorale, si constata che non solo gli spazi pubblici classici sono stati invasi ma anche altri mezzi di propaganda piu modei sono stati messi in azione, dai messaggi sui cellullari agli annunci via facebook. La campagna elettorale ad Haiti è stata intensa, vivace e soprattutto, mediatica. La stampa locale ha parlato di «americanizzazione» della campagna o di «guerra di immagine», ovvero di una propaganda fatta di poster e striscioni invece che di messaggi chiari e dibattiti sul contenuto dei programmi di azione di ciascun candidato. Il motivo di fondo è che i principali candidati non hanno programmi politici chiari, ma hanno slogan, bei sorrisi, camioncini che diffondono musica e uomini cartello in maschera che girano per le strade.

Paura del colera

Più che  dai numeri dei 19 candidati alla presidenza e dei 66 partiti politici in corsa per le elezioni presidenziali e legislative, i mesi di ottobre e novembre ad Haiti, sono stati segnati da cifre ben più spaventose, che contavano, giorno dopo giorno, l’aumentare dei morti per colera.
Le stesse organizzazioni umanitarie del settore sanitario affermano che nessuno riesce a fornire dati aggioati e costanti sul numero delle vittime e dei ricoverati. I nuovi casi aumentano in tutto il paese, ormai i 10 Dipartimenti sono stati toccati. L’epidemia è arrivata in capitale, dove a un anno dal terremoto,  sotto le tende di oltre 1.200 campi di sfollati, vivono in condizioni precarie oltre 1.3 milioni di persone. Al 25 di novembre il numero di decessi per colera, secondo il rapporto del ministero della Salute pubblica e della Popolazione,  ha raggiunto quota 1.603 mentre in 30.000 hanno contratto la malattia.
Su una cosa però concordano gli esperti in epidemologia, inviati da vari paesi e istituzioni: la diffusione del colera ad Haiti continuerà a crescere nei prossimi sei mesi e si prevede toccherà 200.000 persone.

Impossibile votare

«Vivo in questa tendopoli dal 12 di gennaio 2010, ho la mia carta d’identità, ma il mio nome non è sull’elenco per poter votare. Perché?». Incontriamo Marie Carole il giorno del voto davanti al seggio allestito in una tenda presso il campo degli sfollati dedicato a Jean-Marie Vincent (padre confortano ucciso durante la dittatura di Raoul Cédras, ndr) a Port-au-Prince, nei pressi di Carrefour Aviation. Nel campo vivono circa 40.000 persone, ma sulle liste per votare appaiono poche centinaia di elettori. È uno dei due seggi monitorati dai carabinieri del colonnello Mangialavori, che ringraziamo per la disponibilità.
Un giovane rappresentante del seggio cerca i nomi sull’elenco all’ingresso della tenda e la sua risposta è sempre la stessa: «Mi spiace, il suo nome non c’è, non può votare».
Davanti sono dislocate le «forze di pace», i caschi blu dell’Onu, in assetto da combattimento, per garantire il «regolare svolgimento delle elezioni». Sono i militari della Minustah, Missione delle Nazioni unite per la stabilizzazione di Haiti, presenti nel paese dal 2004. Si susseguono le visite di giornalisti stranieri che accendono le telecamere, incitano la folla a fare un poco di chiasso per avere le immagini giuste per le news della sera, e se ne vanno.
A un certo punto arriva una macchina, un uomo con occhiali da sole scende e distribuisce poster e volantini del candidato Michel Martelly. I giovani del campo si infiammano, invocano il nome del cantante, la campagna elettorale sembra non essersi chiusa.
Chiediamo agli ufficiali del seggio quanta gente ha votato e non ci sanno rispondere, ma le ue si vedono piuttosto vuote. Non sanno dirci cosa faranno delle schede non utilizzate.

Pochi elettori molte frodi

Alla sera del 28 novembre, mentre gli elicotteri della Minustah sorvolano incessantemente Port-au-Prince per sorvegliare le manifestazioni nelle strade, i rapporti degli osservatori e dei media concordano nel dichiarare una partecipazione molto bassa e brogli evidenti. Come le liste elettorali parziali, prive dei nomi di molti elettori ma che spesso includono nomi di defunti, persone che hanno votato più volte, irregolarità nella presenza dei rappresentanti dei partiti, intimidazioni. Neanche il candidato Jude Célestin ha trovato il suo nome iscritto nel registro dei votanti, ma lui, a differenza di Marie Carole, è riuscito lo stesso a votare, attraverso firmando un documento.
Ancora prima della chiusura dei seggi, 12 candidati alla presidenza, inclusi Mirlande Manigat e Martelly, chiedono l’annullamento dello scrutino per brogli e invitano la stampa internazionale a denunciare gli eventi. Il bilancio a fine giornata è di 4 morti e manifestazioni di protesta in varie zone del paese.
Bisognerà attendere oltre una settimana prima che i risultati dei conteggi ufficiali, svolti nel dibattuto Centro di tabulazione, vengano resi noti e nel frattempo può succedere di tutto. Lo scenario è aperto anche a un possibile secondo tuo nel caso in cui nessun candidato non abbia raggiunto la maggioranza assoluta.

Un presidente legittimo?

Georges, 37 anni, autista, ha una certezza: «Queste elezioni non cambieranno nulla per gente come me, non sono le prime votazioni che vengono organizzate ad Haiti, ma ogni nuovo presidente, una volta in carica, si rivela un bandito. Sono tutti banditi, chi più chi meno. Ha votato per il cantante, almeno lui non è un politico di professione».
Le elezioni di un nuovo presidente sono state spinte dalla comunità internazionale, anche se le condizioni di base per svolgere un processo trasparente e democratico non erano presenti.
La percezione che si ha dalla gente è di grande frustrazione: un nuovo presidente, 99 deputati e 11 senatori, eletti in modo legittimo o illegittimo, non cambieranno la situazione. Il paese continuerà ad affidarsi ad altri attori inteazionali, alle Ong, alle congregazioni religiose, alle Nazioni Unite per cercare di risolvere i problemi.

Chi ha voluto le elezioni

La Delegazione della Commisione europea, la Minustah, l’ambasciatore americano ad Haiti, il rappresentante della missione di monitoraggio elettorale Osa – Caricom, Colin Granderson (Organizzazione degli stati americani e Comunità caraibica): tutti, in diverse conferenze stampa svoltesi nella settimana pre-elettorale, hanno espresso il loro supporto allo svolgersi delle elezioni nella data stabilita e hanno esortato il popolo haitiano a partecipare in massa e pacificamente al voto.
La comunità internazionale, che da subito dopo il terremoto ha spinto per pianificare le elezioni come da programma – il mandato di del presidente Préval scade il 7 febbraio 2011 – ha finanziato ampiamente la consultazione elettorale con 29 milioni di dollari.
Kenneth Merten, ambasciatore Usa ad Haiti, sottolinea: «Non ci sarebbe alcun beneficio a rimandare le elezioni, come alcuni candidati hanno richiesto. Gli Stati Uniti contano su questo voto per avere dei partner in Haiti capaci di prendere decisioni chiave per lo sviluppo del paese».
Per l’Unione europea, che ha sborsato per le elezioni 7 milioni di euro, tutto era pronto perché il processo elettorale si svolgesse in modo regolare: «Haiti ha bisogno di stabilità politica» ha spiegato Lut Fabert, rappresentante Ue ad Haiti. «Siamo in piena fase di ricostruzione di un paese e abbiamo bisogno di un governo capace di gestire la situazione».
Erano previsti 5.500 osservatori elettorali, tra nazionali e inteazionali e la Minustah ha lanciato dal 19 novembre l’«Operazione Bonjour», per favorire un clima di sicurezza, con pattugliamenti costanti e capillari nel paese, al fine di rassicurare gli elettori e contrastare il clima di violenza, che secondo i caschi blu, è stato fomentato da alcuni attori che usano la paura per boicottare il processo elettorale. L’Onu, oltre a 5.082 militari, schiera 3.000 agenti di polizia internazionale, ai quali si aggiungono oltre 4.000 poliziotti haitiani.
Tra chi invece non sostiene le elezioni spicca la storica organizzazione contadina Tet Kole ti Peyizan Ayisien (Unione dei piccoli contadini haitiani). Sostengono che le elezioni sono state organizzate e volute dalla comunità internazionale e dal governo in carica con lo scopo di piazzare il loro candidato che difenda i loro interessi: «Le elezioni si svolgeranno in un quadro di governo subalterno a delle forze di occupazione straniere». Dichiarava l’organizzazione a due settimane dal voto.

Candidati originali

Dei 19 candidati iniziali iscritti per la corsa alla presidenza, ne spiccano tre che i sondaggi pre-elettorali davano favoriti. Molti dei candidati, una volta ricevuti i finanziamenti statali che gli spettavano, 2 milioni di gourdes – circa 50.000 dollari – per organizzare la campagna, sono spariti; tanto, di quei fondi non devono rendere conto a nessuno.
Mirlande Manigat, già parlamentare e prima dama nel 1988, quando suo marito, Leslie Manigat, fu eletto presidente e rovesciato 4 mesi dopo. In testa ai sondaggi con il 30% dei voti, è costituzionalista e vice rettrice dell’Università Quisqueya. I Manigat fondarono il partito Rdnp (Raggruppamento dei democratici nazionali progressisti). Mirlande rappresenterebbe la rottura con il passato di Préval, ma se eletta, dovrà scendere a molti compromessi. Dal momento che Rdnp non ha candidati né al Senato né alla Camera, non avrebbe una maggioranza in parlamento per sostenerla. Ha però tessuto alleanze con vari gruppi, come il Collettivo per il rinnovamento haitiano (Coreh), il Gruppo 77 e altri. Anche la sua campagna è stata marcata da messaggi mediatici forti, da cartelli imponenti e dall’utilizzo di Facebook: «siamo tutti d’accordo» è il suo slogan.
Jude Célestin è il candidato supportato dal Goveo in carica, delfino, nonché cognato di Préval; ha 48 anni, ingegnere, nessun passato politico. Capo del dipartimento dei lavori pubblici, deve rendere conto solo al presidente. Il suo partito è Inite (Unità, in creolo) fondato da Préval a fine 2009, il suo slogan è «100% Haiti», il colore è il giallo, di cui ha tappezzato le città; lo stesso colore delle migliaia di t-shirt che sono state regalate nella campagna. Ha spesso collegato la sua propaganda al programma Cash for work (soldi per lavoro) sostenuto dal governo, per creare impiego tra gli sfollati vittime del terremoto. Célestin, in caso di vittoria, avrebbe l’appoggio di una maggioranza quasi sicura in parlamento. Gareggiano infatti per Inite anche 92 candidati (su 816) alla camera dei deputati e 11 (su 96) per il senato.
Michel Martelly «Sweet Mickey» è la grande sorpresa di queste elezioni. Non ha nessun passato politico, è un cantante controverso che ha vissuto diversi anni negli Stati Uniti. Nelle piazze ha attirato grandi folle ed è stato in grado di usare mezzi di comunicazione innovativi, come la chiamata automatica a tutti i numeri di cellulare delle due più grosse compagnie di telefonia mobili. I giovani hanno votato per Micky, come ci conferma Evienne, studentessa di Petion Ville di 19 anni.

Confusione sui registri

Malgrado le dichiarazioni dei rappresentanti della comunità internazionale, problemi evidenti nell’organizzazione di elezioni regolari e trasparenti vengono riscontrati e denunciati dalla società civile: l’Oni (Office National d’Identification), istituzione incaricata di distribuire oltre 411.000 nuove carte d’identità (necessarie anche per votare), si ritrova al giorno prima del voto con lunge file di gente in attesa davanti ai suoi uffici. L’Oni sembra aver sottostimato il suo incarico e molti haitiani non hanno potuto votare perché non in possesso  della carta d’identità. Questo è il sentimento comune a Petion Ville, dove la gente in coda dalle 4 del mattino, spesso non riusciva a ritirare la carta.
La lista elettorale conta 4.7 milioni di registrati ma anche su questo dato ci sono informazioni discrepanti. Infatti, tra l’elenco pubblicato dal Consiglio elettorale provvisorio (Cep) e quella dell’Oni c’è una differenza di 71.030 elettori.
Il Cep ha aggiunto ulteriore confusione pubblicando una lista di seggi all’ultimo minuto, includendone diversi nuovi, anche molto distanti da dove gli elettori andavano normalmente a votare. Inoltre parecchi nuovi seggi sono stati creati volutamente in zone di forte influenza di determinati candidati. Il Cep ha operato, a sua discrezione, anche una serie di sostituzioni dei supervisori e dei membri dei seggi, che secondo la legge elettorale dovevano essere tirati a sorte da elenchi foiti dai partiti 60 giorni prima del voto.
Solomon, haitiano, ha studiato a Cuba e oggi lavora per una Ong internazionale. Lui non è andato a votare, perché: «Il voto truccato e l’elezione di un candidato già scelto dalla comunità internazionale e dalla classe dominante non risponde a ciò di cui ha bisogno Haiti».

Ermina Martini

Ermina Martini