Rivista Missioni Consolata – 121 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

La missionaria non va in pensione …

A conclusione del centenario delle Missionarie della Consolata

Nata nel 1920, missionaria da 70 anni, suor Corona Nicolussi, da Besenello sulla sponda destra dell’Adige a pochi chilometri da Trento, infermiera e ostetrica, è in Kenya dal 1954, salvo 11 anni in Etiopia. Ha avviato ospedali, fatto nascere bambini, aiutato le donne e combattuto, sempre, contro la miseria materiale e spirituale.

Era l’aprile del 1989 quando ci incontrammo in Kenya, esattamente nella missione di Maralal, dove ero appena stato destinato. Suor Corona era la suora incaricata del dispensario. Non la ricordavo, ma lei mi riconobbe subito visto che aveva curato le mie influenze e altri piccoli acciacchi studenteschi durante i primi anni settanta quando studiavo teologia a Torino. Aveva già i suoi begli anni, essendo nata nel 1920, ma là, nella terra dei Samburu, marciava dritta come un fuso, instancabile e zelante, dedita ai malati a tutte le ore, con quel suo piglio risoluto che sapeva frasi ubbidire, sul terreno della salute, anche dai missionari maschi, spesso riottosi quando si trattava di farsi curare, come se la malattia fosse una debolezza da nascondere.
Tra l’agosto 1990 e giugno 1991 ebbe molto lavoro extra. Per i Samburu era il tempo delle grandi circoncisioni con il passaggio di gruppi di età: il gruppo dei Lkiroro (circoncisi nel 1976) era sostituito dai nuovi guerrieri Lmeoli. Migliaia di giovani furono circoncisi nel distretto, centinaia e centinaia anche nella missione di Maralal. La suora, con il personale del dispensario, fu presente al maggior numero possibile di cerimonie di iniziazione per cercare di contenere gli eventuali danni fatti dai circoncisori, e soprattutto impedire lo spandersi dell’Aids. Una mattina di giugno del 1991 la portai in una grande lorora (villaggio della circoncisione) a dieci km da Maralal, dove oltre 120 giovani dovevano essere circoncisi, senza contare le ragazze/sorelle. Avevamo in macchina diversi litri di disinfettante puro, antidolorifici, antibiotici, emostatici, garze e tutto quello che era necessario al caso. Sr. Corona seguì personalmente l’operazione su oltre sessanta giovani, avendo cura di disinfettare il coltello del circoncisore prima e dopo, assicurandosi che tutto fosse fatto correttamente mentre io facevo luce con una grossa pila. Si cominciò alle prime luce dell’alba ed erano già oltre le 8,30 quando finimmo di controllare tutti i giovani, alcuni ancora giovanissimi di circa dieci anni. Stavamo sorbendo il tè e gustando un meritato riposo presso la capanna di una cristiana, quando all’improvviso un grido: «Sista (kiswahili da sister, sorella-suora-infermiera) corri, c’è un giovane che perde sangue, un altro è là, anche qui, vieni anche da noi…». Borsa del pronto soccorso alla mano lei, bidoncino del disinfettante io, per un bel po’ trotterellammo su è giù per il vasto campo a rattoppare i casi più disperati, salvo dovee poi portare alcuni all’ospedale perché l’emorragia non si poteva fermare.
Anni dopo, incontrando alcuni di quei giovani, ringraziavano ancora ricordando che se non fosse stato per la suora e la missione probabilmente sarebbero morti dissanguati!

Ma chi è suor Corona?
Da birichina a suora
Ricordando la sua gioventù sr. Corona non riesce ancora oggi a capacitarsi di come sia potuta diventare una missionaria. Carattere impetuoso e vivace, amante dello sport e della buona compagnia, non particolarmente devota, la giovane Corona non aveva niente che potesse far supporre una inclinazione alla vita religiosa, visto che non aveva certo il «collo storto» popolarmente associato con la vita da suora. Ma la lettura di una rivista missionaria che una paesana aveva portato di ritorno da Torino doveva cominciare a seminare dei dubbi nella sua sicurezza. «Ero una birichina – mi ha raccontato durante una lunga chiacchierata in quel di Gitoro, nel Meru, dove oggi fa la «pensionata» -, ma le storie di quelle suore in Etiopia che avevano sofferto tanto durante la guerra, mi erano rimaste dentro. Cominciai a pensare che forse anch’io sarei potuta essere una missionaria. Lo dissi in giro, chiedendo pareri. Nessuno ci credeva e si prendevano gioco di me. Andai allora a piedi al santuario della Madonna di Pinè (poco più di 20 km dal mio paese), e là mi decisi. Era il 1937. Nel 1938 feci la vestizione come suora della Consolata e nel 1940 emisi i primi voti religiosi».

Destinazione Kenya
Diventata infermiera professionale e ostetrica, andò in Inghilterra per avere i titoli necessari ad essere la caposala di un ospedale keniano. Da là nel 1954 fu mandata nel Meru, all’ospedale di Nkubu che, appena aperto, non era ancora riconosciuto dal governo. La struttura di base c’era: pronto soccorso, reparto uomini, reparto donne, mateità, isolamento, sala operatoria illuminata da una lampada a pressione che perdeva petrolio, farmacia e cucina. C’erano due suore, suor Silveria e suor Gesualda, sovraccariche di lavoro, anche perché dovevano provvedere le medicine ai dispensari di tutta la diocesi di Meru. Mancavano però le latrine, che pure erano state costruite ben distanti dall’ospedale, ma erano state demolite dalla gente che le riteneva disdicevoli. Proprio quello delle latrine fu il primo problema che sr. Corona ebbe da affrontare con gli ispettori del governo coloniale inglese che volevano vederle a tutti i costi prima di dare l’approvazione definitiva all’ospedale. Ci volle del bello e del buono per convincerli a posticipare l’ispezione. Quando tornarono una decina di giorni più tardi, trovarono una batteria dei bei cessi nuovi fiammanti (che nessuno usava). La sista rimase quattro anni a Nkubu da dove curò anche l’inizio dell’ospedale di Chuka con la sua nuova mateità.
In realtà in quei tempi ben poche donne andavano a partorire all’ospedale. Nel Meru era ancora fatto tutto in casa. Ma quanta sofferenza per le donne! Sr. Corona narra con vivezza una delle sue prime esperienze. «Era già sera, avevo fatto il mio giro di controllo nell’ospedale e tutto andava bene. All’improvviso mi chiamano, non dall’ospedale, ma da fuori perché c’è una donna che è grave. Seguo rapida il messaggero; arrivo ad una capanna attorniata da un sacco di gente; entro, vedo una giovane donna legata al palo centrale della capanna in preda a dolori atroci, sta per partorire, ma il bimbo è rovesciato e non può nascere. Brusca, ordino di portarla all’ospedale; le donne di casa resistono, la nonna soprattutto, ma poi la paura prevale. Portano la giovane in mateità, riesco così a far girare il bambino che nasce bene. Piccolo e madre sono salvi».

La sofferenza delle donne
Quell’esperienza le aprì gli occhi sulla sofferenza delle donne, vittime delle tradizioni e dell’ignoranza e spesso maltrattate soprattutto se sterili o se partorivano solo figlie. Era sempre colpa della donna. Neanche le infermiere credevano che il sesso del bambino fosse determinato dal seme dell’uomo e che l’uomo potesse essere sterile al pari di una donna. Di fronte a tutta questa sofferenza, la sista inventò un approccio tutto personale. Qualsiasi fosse la ragione per cui una donna veniva all’ospedale, lei faceva sempre un esame completo, la curava e poi le dava le raccomandazioni necessarie per condurre bene a termine la gravidanza. Stupite che la suora conoscesse la loro condizione, le donne cominciarono pian piano ad aver fiducia e così si recavano all’ospedale a partorire. Quando poi la gente si rese conto che all’ospedale i malati guarivano, anche i bambini portati in condizioni estreme dopo essere stati trattati inutilmente dai guaritori tradizionali, cominciarono a lasciare sul prato dell’ospedale i bambini moribondi per cui avevano perso ogni speranza e che, secondo le loro tradizioni, avrebbero dovuto essere abbandonati alle iene nella foresta. Le suore li raccoglievano e, curati bene, guarivano. La gente pensava che risorgessero dalla morte.
La morte era un’altra causa di tanta sofferenza, non solo per la perdita della persona cara, ma anche per tutti i tabù ad essa legati. Toccare un morto era impensabile. Chi per sbaglio lo faceva era escluso dalla comunità e dalla famiglia e doveva pagare multe e passare attraverso pesanti rituali di purificazione, particolarmente umilianti per le donne. Quante volte aveva dovuto lei stessa – per fortuna era giovane e forte allora – portare al cimitero il corpo di bambini o persone morte perché, a causa del terrore per il tabù, il massimo che poteva chiedere al personale dell’ospedale era scavare la fossa!

Dal Kenya all’Etiopia
Dopo Nkubu e Chuka, ormai ben stabiliti, nel 1963 fu mandata ad avviare il Nazareth Hospital, a due passi da Nairobi. L’ospedale era ancora in costruzione, così cominciò nella casa del colono inglese da cui le suore della Consolata avevano acquistato la terra (era l’anno dell’indipendenza, e gli inglesi vendevano volentieri). Lasciato il Nazareth nelle mani di sr. Prisca Gobbo, nel 1970 dovette ricominciare di nuovo. Ad Ishiara, nell’Embu, i sacerdoti fidei donum di Venezia avevano costruito un nuovo ospedale, ma le suore che dovevano venire a gestirlo non erano arrivate. Allora le superiore pensarono ancora a sr. Corona. Mentre era ad Ishiara a ricominciare ancora una volta, missionari e missionarie della Consolata erano riusciti ad ottenere il permesso di rientrare in Etiopia, da dove erano stati cacciati insieme all’esercito italiano sconfitto. La suora trentina, ormai esperta, fu scelta per iniziare la nuova avventura. Ci volle tutto il suo coraggio, condito da tanta fede e un pizzico d’incoscienza, per accettare. La richiesta le era arrivata all’ora di pranzo per mezzo di una lettera portata a mano, e la superiora voleva una risposta immediata a mezzo delle stesse messaggere. «Mi sono ritirata un po’ e mi sono detta, “Signore, l’Etiopia è la terra del Fondatore e della Madonna. Ho visto tanti missionari che hanno veramente sofferto perché sono stati espulsi da là. Come faccio a rifiutare?”. Mi spaventava la lingua, ma come avevo imparato il kemeru, il kiswahili, un po’ di kikamba e persino un po’ di gucialati per capirmi con gli indiani che venivano all’ospedale, imparerò anche l’amarico. Povera me, non sapevo che era scritto in quella maniera».
In attesa del visto, sr. Corona passò un paio di anni a Torino, dove servì nell’infermeria di Casa Madre e del seminario teologico, allora ancora pieno di oltre sessanta chiassosi giovanotti, tra cui il sottoscritto. Il 22 agosto 1974 partì per Addis Abeba dove familiarizzò con l’amarico. l’11 settembre dello stesso anno ci fu il colpo di stato comunista contro l’imperatore Hailé Selassié e tanta gente fu uccisa. Rimase in Etiopia per 11 anni, prima nel Wollega e poi ad Asella. «Sono stati anni molto difficili. C’era sempre soldati in giro, tutto era nazionalizzato, nessuno era più padrone di niente, nessuno poteva andare in chiesa e la domenica gli uomini erano al lavoro comunitario e le donne dovevano far da mangiare per i militari. Era una vita molto dura, in mezzo a tanta povertà. In quelle condizioni mi sono ammalata, ero molto debole e stanca, in più ho avuto una reazione allergica ad una medicina. Sono dovuta tornare in Italia per farmi curare».
In mezzo ai clashes
Una volta rimessa in sesto, fu rispedita in Kenya. Per alcuni anni fu nel dispensario di Maralal (dove ci incontrammo), poi nel 1992 fu trasferita a Mombasa, zona di Likoni. E là, per due volte, si trovò con la missione invasa dalla gente a causa dei clashes (scontri tribali), la prima volta nel 1992, la seconda nel 1997. «La prima volta arrivarono 10.000 rifugiati. Erano dovunque: in missione, in chiesa, nella scuola, asilo e cortile. Quando sentii che avevano cominciato a bruciare le case, andai con sr. Ester a comperare un po’ di fagioli e granoturco da dare a chi era nel bisogno. Invece, dopo pranzo, la gente cominciò ad invadere la missione. Chiamai p. Angelo (Fantacci), il parroco. “Che facciamo?” Togliemmo i banchi della chiesa e la riempimmo di donne e bambini. Tutti i locali erano pieni, e il cortile era diventato un grande accampamento. Per fortuna non pioveva. Erano proprio tanti. Prova ad immaginare com’era! Chiudemmo il dispensario e tutte le cure andarono a chi avevamo in casa. Pensa che quando di notte mi chiamavano per un’emergenza, dovevo scavalcare i corpi dei dormienti».
Finita l’emergenza a Mombasa, la sua superiora (allora era sr. Leonella, la suora che fu uccisa a Mogadiscio nel 2006), le chiese di andare con una suora comboniana a Maella. Maella era nella Rift Valley. Là c’erano stati violenti scontri tribali con molti morti e numerosi rifugiati interni, oltre mezzo milione secondo alcune stime. L’associazione delle suore del Kenya aveva preso a cuore la situazione, perché davvero la gente viveva nella miseria. Ma tutte le speranze svanirono prima di Natale 1997. Invece di una nuova distribuzione di terre, come era stato promesso, arrivò la polizia e caricò tutti su grossi camion disperdendoli qua e là nel paese. Fu un’operazione brutale. Anche il sacerdote che era là fu picchiato e buttato per terra. Era p. Kaiser (John Anthony, missionario americano dei Maryknoll), un uomo che amava la gente e la difendeva. Per questo fu ucciso alcuni anni dopo (il 24 agosto 2000).
Vita da pensionata speciale
Intanto anche per sr. Corona gli anni passavano. A ottant’anni la trovai a Gitoro, vicino alla città di Meru, dove le suore della Consolata hanno una casa per suore anziane ma ancora autosufficienti. Là queste pensionate speciali trovano il modo di non annoiarsi. Una visita le prigioni, un’altra lavora nel dispensario, una terza ha fondato una scuola per ragazzi di strada, una quarta visita gli ammalati a domicilio, una quinta si occupa di orfani e sr. Corona è diventata la paladina delle donne più povere e derelitte degli slums. Cominciò visitandole, creando rapporti di fiducia e amicizia. Nacque l’Irene Women Group (il gruppo delle donne della serva di Dio Irene Stefani). Insieme, con l’aiuto di benefattori, costruirono una scuoletta nello slum, 12 metri e mezzo per 6, dove 65 bambini stavano pigiati ma contenti. Poi emerse il problema delle vedove e delle donne abbandonate dai mariti, senza lavoro e mezzi di sussistenza, incapaci anche di pagare il misero affitto che gli strozzini, speculando sui poveri, caricavano per tuguri da 2 metri x 3. Nacque così il progetto del Consolata Village: dare a quelle donne una casetta con un pezzo di terra dove potessero vivere e lavorare, guadagnandosi il cibo quotidiano. Ne usufruiscono oggi circa 40 famiglie.
Sr Corona ha oggi 90 anni e continua ad uscire ogni giorno per andare a trovare le sue donne e insieme fare nuovi progetti, perché le case non bastano e ci vuole una scuola. «Chi te lo fa fare?», le ho chiesto. «Soltanto per amore di Quello che è lassù e per amore della gente. A volte viene da mollare, soprattutto quando ti imbatti in scansafatiche e lazzaroni. Ma poi vedi quelle donne che si danno da fare, che hanno voglia di uscire dalla miseria, allora si va avanti, si soffre con loro. Ci vuole tanto coraggio e tanta pazienza». «Progetti per il tuo futuro?» «Di andare incontro al Signore. Intanto vado avanti fin che posso ad aiutare la gente per amor di Dio. Poi se il Signore mi chiama, che sia in una capanna o in chiesa, lui è il padrone e io sono contenta che sia fatta la sua volontà. Sono felice di essere arrivata fino a questo punto. Sono nelle sue mani e quando mi chiama: eccomi!».

Gigi Anataloni

Gigi Anataloni