Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

I sogni ad alta voce

Teatro: scuola di integrazione e di pace

«A noi e alla maggior parte degli israeliani non importa vincere la guerra. C’importa vincere la pace!» dice Angelica Calò Livné; a tale scopo ha dato vita, nel 2002, a Beresheet la Shalom (in principio  la pace), fondazione che comprende una compagnia teatrale di giovani ebrei e mussulmani, cattolici e non credenti dell’Alta Galilea.

Incontrare Angelica Edna Calò Livné è sempre fonte di intensa emozione. In qualità di insegnante ho avuto modo di assistere con i miei studenti a due rappresentazioni del Teatro dell’Arcobaleno al Dal Verme di Milano; in seguito il mio Liceo ha avuto il privilegio di ospitarla per la rappresentazione di Beresheet e per un seminario sulle tecniche teatrali destinate a favorire l’accoglienza reciproca. Ogni volta sono rimasta incantata dalla sua personalità prorompente, dalla passione con cui persegue la sua missione di educatrice, dall’amore per la sua famiglia e per i suoi figli «adottivi» del Teatro.
L’ho rivista il 12 settembre 2010; di passaggio per Milano, è riuscita a trovare alcune ore per incontrare un gruppo di ragazzi della parrocchia di San Giovanni Battista alla Bicocca, che aveva trascorso quindici giorni in Terra Santa, nell’intento di ascoltare le loro esperienze e offrire con la sua testimonianza una conoscenza più completa e articolata di Israele.

Da Roma al kibbutz in Galilea
Angelica ha iniziato a parlare ricordando la sua esperienza di ebrea romana, che ha vissuto l’adolescenza sul «confine», tra ebrei e cristiani, tra ebrei osservanti ed ebrei di ideali sionisti. A 20 anni ha preso la decisione di concretizzare quell’amore per Israele che condivideva con i genitori con una scelta di vita radicale: andare a vivere in kibbutz.
Così da 35 anni vive a Sasa, un kibbutz dell’Alta Galilea, nei pressi del confine libanese, nelle vicinanze del quale sorgono un villaggio druso, uno circasso, un villaggio di arabi prevalentemente cristiani, uno di arabi a maggioranza mussulmana.
Nel kibbutz, uno dei pochi che resistono alle trasformazioni in atto nella società israeliana, ha potuto dar corpo, insieme a suo marito Yehuda, alla sua passione per l’educazione e per il teatro.
Al tempo dell’intifada (1987) ha deciso di porre a servizio della pace la sua missione di educatrice e la sua esperienza di attrice e regista fondando nel 2002 il Teatro dell’Arcobaleno, il cui nome allude alla varietà di ragazzi che lo compongono, di etnia e religione diversa, ed evoca al tempo stesso il simbolo biblico per eccellenza della pace.
Ha ripercorso la storia di quella che è diventata nel frattempo una fondazione, la Fondazione Beresheet la Shalom (in principio la pace), intrecciando nel racconto le vicende del teatro, le difficoltà incontrate a livello economico-amministrativo, i momenti di scoraggiamento, ma anche gli aiuti inaspettati, i riconoscimenti ottenuti…, con la storia dei suoi ragazzi. Grazie a lei, essi hanno imparato il linguaggio universale dell’arte, ma soprattutto hanno imparato a conoscersi, ad accettarsi, al punto da sentirsi come appartenenti a una grande famiglia. Quando il tempo del teatro finisce e inizia quello dell’università e del lavoro per gli arabi e dell’esercito per gli ebrei, ricordano ad Angelica che sono e saranno sempre i suoi figli.

La storia di Mor
Due episodi in particolare sono impressi nella mia memoria. Il primo è legato alla storia di Mor, la ragazzina ebrea che, in vacanza in Kenya, si è trovata con i genitori e i fratelli nell’albergo di Mombasa oggetto nel 2002 di un terribile attentato.
Mor ha visto tutto l’orrore di quella strage e ha deciso di non frequentare più il teatro di Angelica: da quel momento ha odiato gli arabi. Angelica ha insistito perché almeno tornasse a salutare i suoi amici ebrei, Mor ha accettato.
Angelica ha preparato un’azione teatrale che aiutasse ad allentare la tensione che ognuno si portava nel cuore: era un’azione in cui ci si trovava imprigionati in scatole da cui progressivamente ci si doveva liberare. Al termine i ragazzi ad uno ad uno sono saliti sul palcoscenico a parlare di sé, delle proprie «prigioni»: Mor ha ascoltato in silenzio, poi, a sua volta è salita sul palcoscenico e ha dato sfogo a tutto ciò che ha visto, le macerie, il sangue, i corpi mutilati…
A quel punto Sharif, ragazzo arabo cristiano, le si è avvicinato e le ha chiesto di poterla abbracciare: tutti hanno seguito il suo esempio creando intorno a Mor un abbraccio di solidarietà e amore. Mor non è più partita.

Siamo tutti in barella
L’altro episodio ha riguardato un gruppo di studenti di una scuola professionale romana, poco motivati e assai indisciplinati, per i quali Angelica ha accettato di organizzare in Israele una settimana di approfondimento della cucina multietnica mediorientale. I ragazzi hanno partecipato con estrema attenzione e inaspettato senso di responsabilità, facendo amicizia con i ragazzi del Teatro dell’Arcobaleno.
Il momento culminante è stato quello in cui Yotam, uno dei quattro figli di Angelica, che era in quel periodo nell’esercito, ha letto la poesia di Erri De Luca, «Considero valore», e ha chiesto un tempo di silenzio, dopo il quale ha invitato tutti i ragazzi a esprimere a loro volta quello che per loro era il valore più importante.
È stato emozionante ascoltare quei ragazzi, spesso conosciuti soprattutto per le loro trasgressioni, parlare di amicizia, affetti familiari, solidarietà…
Un rappresentante dell’amministrazione comunale di Roma, che accompagnava gli studenti e che aveva sempre espresso la sua simpatia per la causa palestinese, ha chiesto a Yotam come mai un giovane come lui, così dolce e sensibile, non facesse l’obiettore di coscienza.
Yotam ha risposto raccontando quello che ha chiamato l’aneddoto della barella: «Nell’esercito quattro soldati portano sulle spalle una barella e devono marciare per molti chilometri sotto un sole cocente in territori impervi, seguiti da una lunga fila di soldati. Quando il dolore alla spalla si fa insostenibile il soldato alza una mano e dalle fila retrostanti uno prende il suo posto. Il ferito – dice Yotam – che viene portato sulle spalle è il popolo ebraico, in Israele e nel mondo, ma siete anche un po’ tutti voi minacciati dal terrorismo internazionale… Io devo essere pronto a sostituire chi è in difficoltà».
L’assessore al termine del soggiorno affermò di continuare ad avere a cuore la causa palestinese, ma ammise anche di capire Israele.
Angelica non avrebbe voluto che i suoi figli fossero costretti a indossare la divisa; fin da quando era in attesa del primogenito si augurava che non gli toccasse questa sorte e continua a sperarlo per Or, il figlio minore. Vorrebbe per loro e per tutti i ragazzi di Israele, ebrei e arabi, un destino di pace, di armonia, senza kamikaze, senza missili, senza muri.
Proprio perché si realizzi questo sogno ha dato vita alla Fondazione che comprende, oltre al Teatro, Shalom Lecha Salaam Radio Program, un programma radiofonico realizzato e condotto, insieme, da ragazzi israeliani arabi ed ebrei; il Progetto Comuna, che prevede un anno di servizio civile nella Fondazione; il Centro ecologico per la Pace e la Squadra di calcio United Colours of Galilee…

Sognando ad alta voce
Secondo la mistica ebraica un sogno pronunciato a voce alta è destinato ad avverarsi, perciò Angelica continua a sperare e a lottare con determinazione.
Mentre parlava sulla parete scorrevano le immagini di un documentario che proponeva un’intervista ad Angelica, ai suoi ragazzi e immagini di Beresheet, lo spettacolo diventato il simbolo del Teatro dell’Arcobaleno.
Si vedevano i ragazzi entrare in scena indossando abiti bianchi e una maschera: mimavano la condizione dell’umanità, vittima dell’ignoranza e della paura, che gradualmente scopre la sua identità. I ragazzi si liberavano così delle maschere, degli abiti tutti uguali, ma dall’identità ritrovata nasceva il desiderio di prevaricazione su chi ora, senza maschera, appariva «altro, diverso, nemico». Poi faticosamente emergeva la scoperta della comune dimensione umana che affratella nella diversità.
Nella mia mente riemerge il ricordo di quando Beresheet è stato rappresentato nell’auditorium del mio liceo. La rappresentazione ebbe luogo l’8 maggio 2008 e fu particolarmente emozionante perché coincise con il 60° della fondazione di Israele.
Il pubblico seguiva attento, ritmava i canti, accendeva i cellulari illuminando di piccole stelle l’auditorium, si univa alla danza sul palcoscenico, applaudiva, mentre sullo sfondo scorrevano le immagini della vita del kibbutz e scorci di paesaggi e di città israeliane, dove vivono tutt’ora i ragazzi, incantando con la loro bellezza gli spettatori.
Al termine dello spettacolo i ragazzi del Teatro dell’Arcobaleno si sono rivolti al pubblico ponendo ai loro coetanei domande del genere: «Come ci immaginavate? Come ci aspettavate?» e se ciò che avevano visto aveva confermato o modificato le loro idee, i loro convincimenti.
Gli spetattori hanno ammesso  con gratitudine che dopo lo spettacolo avrebbero guardato a Israele con occhi e cuore diversi. Mentre i mass-media imponevano le immagini di un paese militarizzato e profondamente segnato dall’odio, dalla violenza, Angelica e i suoi ragazzi avevano fatto conoscere la vita di gente normale che sogna e lotta per la pace.
A dimostrarlo basterebbero queste parole di Ittay, 17 anni, ebreo: «Mio fratello è nell’esercito da diversi mesi; tutti i giorni penso a lui e alla guerra e faccio quello che posso per testimoniare che la pace è possibile»; così pure Saeed, 17 anni, mussulmano: «Lo spettacolo porta la pace nei cuori. Noi siamo un microcosmo di pace dentro un mondo di guerra. Tutti possono mettere un po’ di amore nelle proprie guerre quotidiane».

Spettatori: giù la maschera!
Beresheet rappresenta una storia di liberazione, di conoscenza di sé e di accettazione dell’altro, che ha una valenza universale e al tempo stesso anche ciò che Angelica realizza con il Teatro dell’Arcobaleno educando a combattere il pregiudizio, a scoprire la bellezza e la ricchezza del vivere con l’«altro».
Ma l’azione teatrale diventa vera ed efficace anche nel momento stesso della sua rappresentazione, coinvolgendo il pubblico a cui si toglie la maschera di una conoscenza approssimativa, deformata da stereotipi e informazioni parziali…

Ballando la pace
Angelica è tornata nel nostro liceo anche nell’ottobre 2009 per incontrare un gruppo di studenti e far conoscere la sua tecnica teatrale. Così quell’incontro rivive nelle parole di Giulia: «Angelica ha voluto fare con noi lo stesso lavoro e le stesse attività che fa con i “suoi” ragazzi in Israele. E così ci siamo ritrovati a ballare e a fare giochi con ragazzi/e di altre classi, che non conoscevamo e di cui soltanto dopo abbiamo conosciuto i nomi e le origini.
Nella seconda parte dell’incontro, dopo essere stati divisi in gruppi, abbiamo preparato delle piccole scene mute, dalle quali però doveva trasparire il concetto di amicizia o di conflitto e riappacificazione. Il fatto più strano è che Angelica, pur non conoscendoci, è riuscita a metterci a nostro agio. Non mi era mai capitato di ballare o recitare davanti e con persone sconosciute, soprattutto in un’aula di scuola con i professori presenti.
In sostanza Angelica è riuscita a unire e a far divertire dei ragazzi di classi diverse, che probabilmente non si sarebbero mai incontrati e conosciuti altrimenti. Quindi è riuscita nel suo intento, perché ha ricreato una situazione simile a quella che vive tutti i giorni in Israele e ha dimostrato come attraverso il teatro e l’arte si possano costruire incontri e gettare le basi di un dialogo duraturo».
E Giovanni aggiunge a sua volta: «Quando Angelica, trafelata, è arrivata nell’aula predisposta, ha fatto spazio spingendo le sedie contro una parete, ha acceso la musica e ha detto: “Iniziamo a muoverci!”. Tutti si sono pietrificati. Pian piano, un arto alla volta, abbiamo iniziato a scioglierci. Ho visto persone, che consideravo da anni dei timidi cronici, ballare e saltare per la stanza e ragazzi sconosciuti svelare volti nascosti e inimmaginabili.
Definire questa esperienza “teatro” è esagerato. Non si diventa attori in due ore scarse di laboratorio e improvvisazione; un termine più corretto sarebbe “esperienza di socializzazione”. Alla fine dell’incontro erano tutti rilassati e sorridenti, ci siamo salutati come vecchi conoscenti e un mio compagno di classe mi ha detto ridendo: “Oggi ci siamo fatti un bel po’ di nuovi amici!”.
È stato un incontro interessante e utile, da riproporre. Non trovo per nulla strano che con questi “giochi” e musiche senza parole si possano unire popoli lontani e nemici come palestinesi e israeliani».
Ora Angelica sta allestendo uno spettacolo sui diritti dei minori, ispirato all’opera di Janus Korczak, il medico polacco di origine ebraica, estensore della carta dei diritti del bambino, morto a Treblinka insieme ai 200 bambini e ragazzi del ghetto di Varsavia che non aveva voluto abbandonare.

Per maggiori informazioni vedi il sito: www.masksoff.org

Maria Teresa Maglioni

Maria Teresa Maglionii