Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

«Attento uomo bianco, la Terra si ribellerà»

L’epopea degli U’wa

In questo mese si è svolto – a Cancun, in Messico – un nuovo vertice sul clima. Risuonano di nuovo gli allarmi – ipersfruttamento, insostenibilità -, ma nessuno si muove con atti concreti. Paesi ricchi e paesi in via di sviluppo non sembrano rendersi conto della situazione. La consapevolezza pare maggiore in popolazioni marginali, come quelle indigene. Come gli u’wa della Colombia.
A 10 anni da un nostro dossier, Missioni Consolata torna ad occuparsi di questo popolo: poche migliaia di individui la cui sopravvivenza è – simbioticamente – legata alla Terra. Storia di una piccola grande lotta dall’alto valore simbolico.

In molti luoghi della Terra sono evidenti i disastri connessi al «cambio climatico» ed il messaggio è chiaro: il Pianeta non regge più. Fino ad oggi in cima alla piramide è stata seduta Sua maestà il petrolio, reggente di un sistema economico mondiale, che si trascina dietro una scia di sangue, distruzione ambientale e militarismo. La Colombia ne è un esempio lampante.
Nonostante questo, invece di «cambiare il sistema, non il clima» (secondo lo slogan dei movimenti civili per il Forum di Cancun), si continua ad alimentare il pericoloso e perverso meccanismo attuale.
L’imbarazzante mancanza di volontà da parte delle potenze economiche di fronte all’aggravarsi del problema climatico si evidenzia nei fallimenti plateali dei grandi Vertici sul clima: il Cop 15 di Copenhagen, finito a scazzottate fuori e dentro i palazzi di vetro; il vertice di Cancun – Cop 16 (29 novembre- 10 dicembre 2010) – verso cui le zero aspettative sono più delle auspicate «zero emissioni». Tuttavia, mentre gli indici ambientali e di povertà mostrano l’insostenibilità del modello di sviluppo tuttora imperante, dalla martoriata Colombia ci arrivano insegnamenti ed esempi da imitare.
QUELLE STORIE CHE FANNO LA STORIA
Dieci anni fa si parlò molto – lo fece anche un dossier di Missioni Consolata – di un pugno di indigeni colombiani che a costo di suicidarsi collettivamente, aveva cercato di bloccare le trivellazioni petrolifere nel loro territorio.
Erano il popolo u’wa: 6.000 individui per 17 comunità, distribuite in un lembo di terra al confine col Venezuela, fra la Cordillera Orientale delle Ande ed Arauca.
Il territorio è per questi indigeni come un organismo vivente. Perforarlo è come violare il corpo della propria madre, un attentato alla sopravvivenza loro e del loro universo.
Minacciando di uccidersi tutti – e sostenuti da una campagna mediatica internazionale – erano riusciti a fermare, almeno momentaneamente, la costruzione di altri pozzi, dando uno schiaffo all’impresa petrolifera, la statunitense Occidental Petroleum Inc, ed una lezione al governo colombiano, restio ad applicare la Costituzione del ’91, che legiferava sui diritti delle popolazioni indigene e sulla salvaguardia dei loro territori ancestrali.
Gli u’wa avevano dimostrato per la prima volta che si poteva mettere in discussione un sistema. Con la loro battaglia estrema, avevano infiammato, dieci anni fa, il nostro immaginario.
Sono storie che fanno la Storia. Gesti che diventano simbolo, voce, coraggio. Ma disegnano anche soluzioni possibili.
Il lato «epico» di questa vicenda ha un’altra faccia più complessa e a tratti torbida, fatta di annunci, smentite, menzogne, e che ha tirato in ballo – in una lotta impari – avvocati, giuristi, ministeri, fino alla «Commissione interamericana dei Diritti umani», che già nel lontano ‘97 dava ragione agli u’wa. Una faccia che ha indiscutibilmente segnato un’epoca e che ha cambiato le prospettive delle popolazioni indigene latinoamericane, che pure continuano a versare in condizioni drammatiche. Una storia emblematica quella degli u’wa, perché dice basta ad un sistema irrazionale ed inumano che, assassinando le popolazioni originarie, distrugge la nostra memoria e, con essa, la nostra speranza.

IL DILEMMA DEL RAPPORTO UOMO-NATURA
Gli indigeni u’wa, la «gente che sa pensare», come decine di popolazioni originarie colombiane, hanno rischiato di sparire dalla faccia della Terra molte volte: prima per i conquistadores spagnoli; poi, per la evangelizzazione forzata che – negli anni ’50 – strappava i bambini alle famiglie indigene, e li obbligava alla rinuncia del proprio patrimonio culturale, condannandoli ad una vita spuria «né da indigeno, né da bianco»; infine, con l’arrivo delle multinazionali del petrolio, che in meno di vent’anni – fra gli anni Sessanta ed Ottanta – si sono appropriate dell’83% delle terre indigene colombiane. 
«Oxy no, u’wa sì!» era il motto delle manifestazioni della campagna internazionale «las culturas con principios no tienen precio» (le culture con principi non hanno prezzo) che dalla Colombia aveva raggiunto Stati Uniti, Canada, Europa, fino all’Italia. Negli anni, tale campagna è stata minimizzata in tutti i modi dagli organi governativi colombiani. Ma, come era stato in Bolivia con la guerra dell’acqua di Cochabamba nell’aprile del 2000, la lotta degli u’wa contro la Occidental Petroleum Inc. metteva apertamente in discussione un modello fino ad allora indiscutibile. Aveva creato piccole crepe da cui però era riuscita finalmente a filtrare una luce: quella di un’alternativa, di un nuovo mondo possibile.
Il caso del popolo u’wa, ben prima che a livello internazionale si parlasse di cambio climatico, aveva imposto agli occhi di chi vuole vedere il dilemma del rapporto uomo-natura: da una parte uno Stato violento, disposto a spazzare via un popolo pacifico per qualche mese in più di rifoimento petrolifero agli Stati Uniti; dall’altra, gli u’wa, che si immolavano, pur di salvare il loro territorio ancestrale.
Berito Kuwaria, sciamano u’wa premiato più volte per aver capeggiato la battaglia del suo popolo, continua a ripetere ovunque i suoi piedi scalzi e i suoi occhi ridenti lo riescano a portare: «Attento riowa: la Terra sta soffrendo e si ribellerà. La Madrecita (la piccola madre, ndr) inizierà a  sanguinare».
Sono passati dieci anni e gli u’wa –  dopo un ragionato silenzio – sono tornati a parlare: nuovi megaprogetti (si legga alle pagine 38-39) minacciano l’integrità loro e del loro territorio ancestrale. La campagna «le culture con principi non hanno prezzo» è stata riattivata, perché loro sono Kajkrasaq Ruyina, i «guardiani della Terra».
IL «SANGUE DELLA TERRA»
È il 28 aprile del 1995 quando il giornale colombiano El Nuevo Siglo titola: «Cinquemila indigeni minacciano di suicidarsi», e completa la notizia con la storia della rocca «del orgullo tunebo» o «de los Muertos». Si racconta che durante la colonizzazione spagnola, los tunebos – altro nome degli u’wa – si fossero buttati a migliaia da un precipizio, pur di non finire nelle mani dei conquistadores. Compresi i bambini piccoli, messi in recipienti di ceramica e gettati dall’alto, ed ovviamente il cacique, il capo del popolo, che ultimo a buttarsi, coronò una montagna di cadaveri tanto grande da cambiare anche il corso del fiume sottostante.
Che il Nuevo Siglo, giornale a tiratura nazionale, sia arrivato a parlare del popolo u’wa e dell’atto estremo che minacciava, vuole dire che il testa a testa fra indigeni, industrie del petrolio e governo colombiano è giunto ad un nodo cruciale.
La storia era iniziata nel ’92 quando la multinazionale Occidental Petroleum Inc. – conosciuta come Oxy – ottiene di affondare i denti nel territorio indigeno u’wa. La compagnia statunitense con sede a San Francisco da quasi dieci anni gode assieme alla British Petroleum della grande ricchezza petrolifera dei territori intatti della Colombia. A est del territorio u’wa, la Oxy dall’85 succhia oro nero dal grande bacino chiamato Caño Limon. Dagli u’wa arriva assieme alla anglo-olandese Shell: con quote azionarie del 37.5%, entrambe entrano in Ecopetrol, società pubblica appartenente al governo colombiano. La prospettiva è l’estrazione di un miliardo e mezzo di barili di petrolio. Il luogo individuato è il «Bloque Samoré».  Gli u’wa insorgono disperati: il petrolio è per loro «ruiria», sangue della terra, estrarlo sarebbe come sgozzare una creatura e condannarla ad una morte atroce: «Tagliereste mai la vena del collo a vostra madre?», chiedevano increduli i werkajà, i saggi del popolo che vivono ritirati nella foresta.  Samorè è poi un luogo adibito ai rituali.
Il governo colombiano convoca la prevista consulta previa, così come da articolo 330 della Costituzione: «Le popolazioni indigene hanno diritto a partecipare nelle decisioni di sfruttamento delle risorse naturali nei loro territori». Di fatto, è un escamotage utilizzato per raggirare gli indigeni, ed estorcere loro accordi.
Il 10 gennaio del ’95 una delegazione composta da rappresentanti del governo colombiano (la direttrice generale dell’assessorato agli affari indigeni, alcuni assessori e membri del ministero dell’ambiente e di quello dell’energia) e della Occidental Petroleum Corporation, incontra ufficialmente una delegazione u’wa.

UOMINI ANALFABETI E VESTITI DI STRACCI
L’incontro, secondo gli atti riportati anche dalla antropologa Margarita Serje, si svolge ad Arauca.
Ci piace immaginare la scena. Un manipolo di funzionari, eleganti e visibilmente accaldati sotto il sole cocente delle pianure, arrivano con le loro Jeep presso gli uffici municipali. Li attendono 44 indigeni, vestiti di stracci ma con il portamento fiero e le corone degli incontri importanti sulla testa. Tra loro i «werjayas», le massime autorità tradizionali, appoggiati ai loro bastoni. Stanno tutti in silenzio.
La consulta previa si svolge come previsto. C’è il presidente della Occidental Petroleum, Guimer Domínguez, che dice:  «Troveremo velocemente il modo di uscire da questa situazione». La sua impresa ha sedi in Colombia, Russia e Pakistan.
Si sbaglia: analfabeti ma tutt’altro che sprovveduti, i 44 rappresentanti aborigeni  rifiutano di firmare qualsiasi accordo. Non si fidano delle parole dell’uomo bianco: quasi sempre menzognere. Fra il ‘93 ed il ’94, la Oxy si era preoccupata – vista la rigida Costituzione colombiana – di organizzare 33 incontri «previ», ma con singole persone u’wa. Con spregio delle autorità tradizionali religiose e dell’apparato politico con cui sono organizzate le comunità.
Gli u’wa, consci delle possibilità infime di poter vincere un simile confronto, passano all’azione. Con molta dignità, minacciano il suicidio: «Fino a che un ultimo u’wa vivrà, combatterà per la salvezza della Madre Terra», dicono. Avvocati amici, attivisti si schierarono apertamente al loro fianco. Parte una campagna internazionale che agglomera rabbia e speranza di tanti. Assieme, inizia la causa per frode che vede gli u’wa contro la Oxy. E succede il miracolo: la Corte costituzionale colombiana dà ragione agli u’wa. Che si appellano alla «Commissione interamericana per i Diritti umani». Inizia un balletto di carte, sentenze, ammissioni e ritrattazioni. Le multinazionali lasciano il Blocco Samorè. Ma non è finita.

ELICOTTERI, LACRIMOGENI,
CINGOLI DI METALLO E SCARPONI MILITARI
Nel 2000 il Dipartimento di stato statunitense stanzia 1,6 milioni di dollari per armare le forze dell’ordine, che addestreranno quelle colombiane. La mattina del 19 gennaio, il governo colombiano entra con l’esercito nel territorio u’wa. Qualche giorno dopo, sferra l’attacco: 5.000 soldati sono mandati a fronteggiare 5.000 indigeni seminudi e disarmati, mentre la Occidental avanza con le sue ruspe verso il Gibraltar 1, un pozzo fatto scavare a poche centinaia di metri dai confini del territorio u’wa. È un macello. Una bambina di quattro mesi muore asfissiata dai gas lacrimogeni, 3 ragazzini annegano nel Rio Cubucòn mentre fuggono da un attacco stile Apocalyps Now, con elicotteri e lacrimogeni. Undici guahibos, indigeni giunti in appoggio alla causa degli u’wa, spariscono nel nulla, così come una neonata, strappata dalle mani della giovane madre mentre viene arrestata. L’esercito circonda i villaggi e sequestra i werjayà portandoli via con gli elicotteri: «O fate passare i macchinari per le trivellazioni, o non rivedrete più i vostri sacerdoti». Il cordone umano di uomini e donne – soprattutto donne – che si era formato per bloccare la strada alle trivelle, deve aprirsi. Cala il silenzio. Solo il suono della Natura mortificata sotto i cingoli di metallo e gli scarponi militari.
Le donne non piangono. Fissano i soldati negli occhi. Una di quelle donne è Daris Maria Cristancho.

Francesca Caprini

Francesca Caprini