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La felicità non si trova per strada

«Chicas y chicos de la calle» a Buenos Aires

Hanno dormito per le strade. Hanno conosciuto la violenza. Hanno rubato ed assunto droghe. Hanno vissuto come adulti pur non essendo adulti. Abbiamo visitato due strutture familiari che accolgono bambine e bambini di strada. Strutture piccole, ma che raggiungono lo scopo: dare ai ragazzi un tetto per la notte e quel po’ di affetto e attenzione, che non hanno trovato nelle loro famiglie.

Buenos Aires. Il lavandino è nel cortile, davanti alla porta della piccola abitazione. I ragazzi pelano le patate, tagliano le carote, lavano i pomodori. 
Altri ragazzi sono in strada, una strada non trafficata di Barracas, a preparare la legna, recuperata da cassette e vecchi mobili.  Il fuoco per l’asado sarà acceso lì fuori, senza troppe formalità.
Gli invitati sono ragazzi e ragazze in apparenza normali. Normali nell’indossare maglie extralarge, normali nel modo di portare i jeans o la tuta, normali negli atteggiamenti spavaldi, normali nei gesti e nel modo di scherzare, di ascoltare musica o di abbordare l’altro sesso. In apparenza, abbiamo detto. Perché nella realtà questi giovani – l’età varia dagli 8 ai 16 anni – hanno già sperimentato troppo nella loro ancora breve esistenza. Una vita in strada, senza famiglia, a contatto con la droga, la polizia, il sesso a pagamento, i furti, il carcere, le botte, gli abusi sessuali.
Ecco, arrivano il vassoio con la carne da cuocere e la salsa di pomodoro, di cui Mario va tanto fiero. Mario Sotero è il padrone di casa e l’organizzatore della festa. Da ex ragazzo di strada, nel suo piccolo, da anni Mario si dedica al recupero di giovani e giovanissimi, che si sono persi ma che sono ancora recuperabili. Ci siamo conosciuti alcuni anni fa al Santa, una struttura di recupero dei salesiani di Buenos Aires dove Mario fa l’istruttore di arti marziali.
Mario è amato dai ragazzi. Uno di loro, cappellino calato sulla fronte, dice:  «Tutti i ragazzi vogliono bene a Mario. Perché lui è sempre molto buono con noi». 
Anche se non sempre la sua bontà viene premiata. Nella sua voglia di fare e di aiutare, Mario ha infatti subito – un po’ per ingenuità, un po’ per sfortuna – anche un rovescio, costoso per il portafogli e per l’autostima. Le autorità locali gli hanno demolito una casetta, costruita con i soldi risparmiati e il lavoro suo e dei ragazzi, che avrebbe dovuto fungere da rifugio per la notte.  Si è ripreso e ha reiniziato a darsi da fare per aiutare i ragazzi di strada di Buenos Aires.
Leo sta controllando il fuoco sotto la griglia delle cai. Ha 17 anni, ma sembra più giovane. È stato sulle strade dall’età di 11 fino a 15. «In casa mi picchiavano. La vita di strada è dura. Non ti puoi lavare. Gira droga».
Come vivevi?, gli chiediamo. «Rubando alle vecchie nel centro di Buenos Aires: la borsa, la catenina, gli anelli. Ora, con l’aiuto di Mario, sono uscito. Ho un lavoro in nero, ma è un lavoro. Per il futuro mi piacerebbe studiare, formare una famiglia e lavorare con i bambini di strada».
Leo porta con sé un fratello più piccolo, Juan. Juan ha occhi grandi e una faccia pulita da bambino spaurito. «Sono andato via di casa perché mio papà mi picchiava. Sono andato con Leo, mio fratello. Sono stato in strada per un anno. Ora vivo nel parador di Tina». Juan non è mai andato a scuola e, dalle sue risposte, pare un bambino molto fragile. «Da grande vorrei insegnare karate come Mario», spiega.
Alejandro Daniel ha 14 anni, capelli neri ed un fisico robusto:  «La mia mamma aveva un fidanzato. Un giorno lui venne e mi disse che dovevo andarmene di casa perché voleva stare con mia madre. Risposi che andava bene. Presi il mio zainetto e me ne andai. Allora avevo 13 anni. Adesso vivo nel parador di Tina, una casa per i ragazzi di strada».
Nell’anno passato in strada hai fatto cose cattive? «Sì, molte – risponde Alejandro con tono grave -. Non avevo da mangiare e dunque rubavo alle persone, soprattutto nel centro di Buenos Aires. Con un amico che guidava la moto rubavo le borse alle persone. Per fortuna, la polizia non mi ha mai preso. Ora non rubo più». Hai mai conosciuto tuo padre? «Mio papà lavora in Paraguay, ma non lo vedo da quando avevo 11 anni. È triste. Ma ora spero che la mia vita migliori. Da grande, mi piacerebbe fare il tecnico dei computer».

Famiglie normali cercasi
Alcuni dei ragazzi presenti da Mario dormono al Parador Tina, una casa d’accoglienza che prende il nome dalla sua fondatrice ed animatrice, la signora Tina.
Andiamo a visitarla, approfittando ancora una volta di un asado, una delle principali attività ricreative degli argentini, indipendentemente dallo stato sociale, dall’età, dalla stagione.
La casa è in mattoncini rossi. E non si distingue dalle altre della via, se non per quella sobria insegna accanto alla porta d’entrata: Fundación «Ayudemos a crecer».
Tina Romero Ortiz (intervista a pag.46) è più manager di Mario Sotero e all’ingresso della casa di Pasaje Doctor Madera 1558 ha affisso sulla parete tutte le autorizzazioni rilasciate dalle autorità preposte, nonché alcuni diplomi e riconoscimenti per l’attività svolta.
Passato il corridoio d’entrata, oltre la parete delle autorizzazioni, a sinistra c’è una prima stanza adibita ad ufficio della Fondazione e a destra una camera dove trovano posto 5 letti.  Si passa poi ad una sala comune e alla cucina.  Un piccolo patio porta ad altre due stanze con letti a castello.  Il parador di Tina è piccolo e spartano, ma è molto accogliente e soprattutto ricrea tutti gli ambienti tipici di una casa familiare. Ovvero il contrario di quello che potrebbe essere un istituto per minori in difficoltà.
Una scala in ferro porta al piano superiore, dove c’è una saletta con un televisore e una bella terrazza, oltre ad un angolo attrezzato con le griglie per cuocere la carne. La festa sarà qui. Il tavolo è già imbandito con piatti di empanadas e bevande, mentre la carne sta ancora cuocendo sulla parilla. Mancano del tutto sia il vino che la birra, «per non dare il cattivo esempio ai ragazzi», spiega Tina. Un gruppetto di ragazzi è seduto attorno ad un tavolino a giocare a carte, mentre una radio portatile funziona ad alto volume. La musica è forte ma, alzando un po’ la voce, si riesce ancora a comunicare. 
Lucas, orecchino sul lobo destro, racconta senza remore: «Sono andato in strada perché avevo problemi con mia mamma che mi picchiava molto. Mio papà non l’ho mai conosciuto. Sono stato in strada per 2 mesi e mezzo. Adesso sono qui da Tina». Lucas è un tipo sveglio e chiede la telecamera per filmare la serata. Impara subito, anche a fare le interviste.
Jorge, minuto, capelli biondi, parla così rapidamente che si fa fatica a seguirlo: «La mia mamma se ne andava con il suo fidanzato e mi lasciava a casa con il mio fratello più piccolo. Poi io ho cominciato ad andare e tornare da casa, ma lei non mi voleva più. In strada ho iniziato a prendere droghe: paco, porro, merca, pastiglie. Il paco è la più pericolosa: ti uccide».

Una vita diversa
Joaquin ha 17 anni ed è stato in strada un anno: «Non è facile perché la polizia ti mena». Che facevi?, chiediamo. Joaquin si scheisce e ride di gusto. «Rubava», suggerisce un compagno. Nazareno di anni ne ha 12: «La strada ti insegna cose brutte. A rubare, a prendere droga. Io consumavo porro e merca». Parlando con i ragazzi, una cosa risalta subito: tutti sono felici di aver lasciato la strada e di aver iniziato un percorso di vita diverso. 
Le ragazze presenti sono soltanto due. Una, giovanissima, è agli ultimi mesi di gravidanza. L’altra si chiama Antonella, 12 anni, capelli lunghi, occhi molto belli ma tristi. Vita dura quella di Antonella, che non ha conosciuto né la mamma né il papà. Dice di avere due fratelli, ma più piccoli di lei. «Quando stavo per strada, mi drogavo con il paco, ma non ho mai rubato. Per mangiare, la sera andavo a recuperare gli scarti del McDonalds».  Chiediamo ad Antonella se le farebbe piacere conoscere i suoi genitori. «No», risponde senza tentennamenti.  E per il futuro, cosa vorresti? Scuote la testa, senza rispondere, ma quando le suggeriamo se le piacerebbe andare a scuola e poi trovare un lavoro, fa un cenno di assenso.
Paula lavora come assistente sociale nel parador. È entusiasta e positiva. «Mi piace molto lavorare qui – dice con un ampio sorriso -. I ragazzi mi danno molto. Io sono cresciuta in una famiglia umile, ma – al contrario dei nostri ospiti – ho avuto un’infanzia felice. Questa per me è come la continuazione della mia famiglia».
È trascorsa la mezzonotte. Tina, Mario, Paula avvertono i ragazzi che è ora di chiudere la festa. Al parador di Tina ci sono regole precise. E tutti le rispettano.

Paolo Moiola

A colloquio con Tina Ortiz
PARADOR TINA

Robustiana Romero de Ortiz detta Tina è una signora che parla con il tono pacato di una nonna,  ma che ha il grande pregio di essere chiara e di sapere ciò che vuole.

Tina, come ha cominciato ad occuparsi di ragazzi di strada?
«Ho cominciato a lavorare con loro nel 1998 in una chiesa giudeo-messianica guidata da un pastore giudeo. Cominciammo servendo ai ragazzi due pasti al giorno. Oggi ne serviamo 250».

Alla settimana?
«No! 250 al giorno… Poi è successo che i ragazzi iniziarono a domandare ogni giorno di più, ma nella chiesa era impossibile lavorare con tutta quella gente. Così, con molti sacrifici e con i soldi dei miei due nipoti, decidemmo di comprare una casa. Nel 2000 ne trovammo una nel quartiere San Cristobal. Poi, per questioni di norme legali, nel 2001 ci siamo trasformati in fondazione, la Fondazione “Ayudemos a crecer”. Ma a causa di una nuova legge, quella casa non era più adeguata e quindi abbiamo comprato questa, nel barrio di Barracas. Abbiamo impiegato 4 mesi per ristrutturarla e altri 8 per ottenere l’abilitazione».

Quanti ragazzi accogliete qui dentro?
«La notte dormono qui 16 bambini. Mentre d’inverno, durante il giorno, possiamo arrivare a 30. Vengono a fare una doccia, a mangiare, a guardare un attimo la televisione o a seguire qualche corso».

Dunque, se i ragazzi transitano di qui, a cosa serve esattamente un parador?
«Il parador è una struttura intermedia, tra la strada e una struttura consolidata come l’hogar. Se il ragazzo riesce a rimanere nel parador per 2 o 3 mesi, significa che può essere pronto per un hogar».
Chi sono i frequentatori di questo parador?
«Qui arrivano bambini della strada, che consumano droghe. Paco o qualsiasi altra».

E qui, com’è fatta una loro giornata?
«Durante l’estate, si alzano, fanno colazione e vanno alla colonia. Arrivano verso le cinque del pomeriggio. Fanno merenda. Poi c’è qualche attività. O vanno a giocare a pallone: il calcio è la cosa che più piace. Qui vicino ci sono campi e giardini pubblici. Per fortuna, perché se giocassero qui dentro, con la palla romperebbero tutto!».

Ricevete degli aiuti pubblici per lavorare con i ragazzi?
«Per il comedor riceviamo aiuti dal governo di Buenos Aires che ci dà gli alimenti. All’inizio ricevevamo aiuti da qualche chiesa, ma oggi questo è diventato difficile perché ciascuna chiesa ha le proprie necessità. Ognuna ha costituito una propria fondazione che si occupa della gente del barrio dove opera. La realtà è che, giorno dopo giorno, crescono i bisogni. Per parte mia, posso dire che avevo dei risparmi raccolti in 45 anni di lavoro, risparmi che ora non ci sono più, dato che sono stati investiti nella ristrutturazione di questa casa».

Tina, perché ha scelto di seguire i ragazzi di strada?
«Noi – intendo io, i miei fratelli, mamma e papà – eravamo molto poveri, ma Dio ci aiutò molto. Abbiamo potuto studiare. Dunque, abbiamo sentito l’obbligo di ringraziarlo per ciò che ci aveva dato. Non so se molto o poco però abbiamo ricevuto. Questo vogliamo insegnare ai ragazzi: che possono uscire dalla loro situazione e che un domani loro stessi potranno aiutare altri».

Paolo Moiola

Paolo Moiola