DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Questo sito, per scelta, NON fa pubblicità, NON richiede registrazioni di sorta, NON è a pagamento.

* Per non fare concorrenza «sleale» alla copia stampata,

la nuova rivista è online dalle prime ore del 16° giorno di ogni mese di uscita.

Il crogiuolo delle religioni

Dove la religione è chiave per capire un paese

Con sei italiani dell’associazione Impegnarsi Serve in Corea per cercare di capire qualcosa di un paese che non è solo uno dei giganti economici del mondo o quello con il confine più militarizzato del mondo, ma anche quello in cui diverse religioni coesistono in armonia.

Siamo partiti con i vestiti leggeri per la Corea, dove ad agosto fa caldo. Eravamo in sei dell’associazione Impegnarsi serve, una onlus da tempo fiancheggiatrice dei Missionari della Consolata con cui ha fatto molti progetti. Alcuni di noi erano già stati in Kenya, Tanzania e Roraima (Brasile) per seguire i progetti che l’associazione aveva là iniziato. Ma perché andare in Corea? Già dallo scorso anno avevamo sentito il bisogno di aprire i nostri orizzonti sul dialogo interreligioso come dimensione nuova della missione senza fermarci solo ai problemi di sviluppo e promozione umana. Così, quest’anno 2010, il nostro gruppetto, tre uomini e tre donne, si è recato in Corea, mentre un altro nostro gruppo è andato in Costa d’Avorio con il medesimo obiettivo. L’approccio è stato di tipo esperienziale: attraverso i viaggi di conoscenza vogliamo promuovere qui in Italia una visione della solidarietà che non sia semplicemente l’aiuto portato a persone lontane in situazioni di bisogno, ma conoscenza e dialogo con culture e situazioni differenti che possono portare a un reciproco arricchimento. P. Giordano Rigamonti, l’anima della nostra associazione, ci aveva preparato con poche raccomandazioni: umiltà – grande, rispetto – molto, umanità – tanta, curiosità – discreta.
Corea, passando dalla porta del ju e del li
Dopo 24 ore di viaggio siamo sbarcati a Seoul e subito abbiamo assaggiato il caldo/umido della Corea che ci ha accompagnato per tutti e venti i giorni della nostra permanenza. Non conoscevamo l’Asia e il primo impatto con una cultura e un popolo così diversi non è stato semplice. Abbiamo viaggiato tanto, ma mai ci era capitato di essere così smarriti di fronte a una lingua tanto diversa e quindi impossibile da decifrare per noi. Per nostra fortuna p. Diego Cazzolato, superiore dei missionari della Consolata in Corea, ci ha accompagnato sempre. La sua guida è stata preziosa non solo come indispensabile traduttore, ma soprattutto perché piano piano ci ha spiegato le radici storiche e culturali del popolo coreano e ci ha dato le chiavi di lettura che ci hanno permesso di avvicinarci ad un mondo così diverso.
Per capire veramente una cultura bisogna conoscee la religione. Forti di questa certezza, ci siamo messi di buona volontà ad approfondire e studiare, ma p. Diego ci ha subito spiegato che in Corea le religioni sono molte e quindi il problema diventa difficile. Non a caso i missionari della Consolata hanno scelto il dialogo interreligioso come una delle vie specifiche della loro presenza missionaria in quella nazione.
Ci siamo accostati per primo al Buddismo, la religione più diffusa oggi in Corea, abbiamo poi incontrato rappresentanti del Ch’on-do-kyo (la via del cielo, una religione nazionale e nazionalista coreana), del Buddismo Won, del Confucianesimo e per finire abbiamo conosciuto una sciamano. Così, quasi con un percorso a ritroso nel tempo dalla religione più recente a quella più antica, abbiamo tentato di conoscere le varie religioni e vedere come nel tempo si siano sovrapposte e siano diventate, in alcuni casi con evidenti fenomeni di sincretismo, il fondamento su cui è costruita l’identità della Corea di oggi.
Da subito ci siamo chiesti come sia possibile che tante religioni convivano in Corea senza scontrarsi. Speravamo di scoprie in fretta il segreto per portarlo da noi (Lombardia), dove la convivenza tra cristiani e musulmani sembra diventare ogni giorno più difficile. Così p. Diego ci ha spiegato che i coreani hanno un forte senso di appartenenza e che il fatto stesso di essere coreani supera qualsiasi altra differenza, anche religiosa. Probabilmente un così forte senso di appartenenza è frutto della loro storia. Il confuciano principio del ju, rispetto e reciprocità, e quello del li, lealtà, permeano ancora oggi le relazioni nella società coreana, mentre un forte nazionalismo è la conseguenza della ribellione al colonialismo giapponese fortemente appoggiata dal Ch’on-do-kyo. La cosa certa è che tutto questo non è trasportabile qui da noi.
Superata la prima delusione di non trovare una risposta facile, non ci è rimasto che continuare il nostro viaggio di conoscenza nella speranza di trovare altre strade. Subito abbiamo capito che il percorso non era facile. Con la sua umanità p. Diego ci ha guidato, spiegandoci innanzi tutto che cosa non è il dialogo interreligioso per portarci poi a comprenderne il vero significato.
Dialogo interreligioso
Dialogo interreligioso non è studio delle altre religioni, non è ecumenismo, non è il tentativo di raggiungere l’unità tra le varie religioni, non è uno sforzo per convertire gli altri.
Ma allora cosa è?
C’è stata una discussione tra di noi. Il punto in questione era il come porci nell’incontro con persone di una religione diversa: è giusto dichiarare da subito la propria religione o è una forma di rispetto e di vera volontà di dialogo il non dichiarare da subito la propria appartenenza?
P. Diego ci ha suggerito di iniziare ogni mattina con la preghiera e la messa. Dopo un po’ abbiamo capito che un dialogo interreligioso deve necessariamente partire da una forte identità e da una grande conoscenza e consapevolezza della propria religione. è stato bello trovarsi giorno dopo giorno più uniti intorno al caratteristico altare basso che si usa in Corea. Dopo la messa c’era tutto il tempo per le nostre esplorazioni.
Fatto un giro nella città di Seoul, abbiamo visitato per primo il centro del dialogo interreligioso di Okkil inaugurato dai missionari nel 1999. Subito siamo stati colpiti dalla mancanza di simboli della nostra religione, solo una Madonna in granito immersa nella quiete del giardino circostante che, ci hanno spiegato, vuole rappresentare la madre che accoglie tutti. Spesso i simboli laici o religiosi di appartenenze rischiano di costituire un ostacolo e anche un motivo di offesa reciproca. Per questo è importante trovarsi in uno spazio aperto favorevole all’incontro, al confronto, al dialogo nel rispetto dell’altro.
Il dialogo interreligioso è un cammino tutt’altro che semplice. «Il dialogo interreligioso è l’incontro di persone appartenenti a diverse religioni, che avviene in un’atmosfera di libertà e di apertura, con il fine di ascoltare l’altro, cercando di capire la sua religione, nella speranza di trovare possibilità di collaborazione» (card. Arinze).
In virtù delle relazioni che da anni tiene con le varie religioni, partecipando anche a incontri ufficiali, p. Diego ci ha fatto incontrare alcune persone appartenenti alle 5 religioni più importanti nel paese e ci ha anche guidato a conoscere la storia della Chiesa Cattolica sudcoreana con i suoi tanti martiri. La storia del cattolicesimo in Corea è relativamente recente (fine del XVIII secolo) ed è segnata da due grandi persecuzioni: 1866 e 1901 (vedi box pag. 56). I protestanti, oggi la maggioranza dei cristiani coreani, ebbero via libera nel 1882 grazie ad un trattato con gli Stati Uniti.
Incontri
Alcuni incontri sono stati più formali, altri ci hanno toccato di più. Due sono state le esperienze che più ci hanno aiutato a capire: il soggiorno (chiamato temple stay) nel tempio Hwa-gye-sa del buddismo zen e l’incontro con la mudang Choung-Sun-Deo, una sciamano (vedi box a destra).
Non è stato facile alzarsi alle 3 del mattino e pregare per 7 ore in posizione zen, ma provare a condividere il serio impegno religioso e le belle forme di spiritualità dei monaci buddisti ci ha affascinato e fatto riscoprire la bellezza e la serenità della preghiera. Canti, preghiere e suoni lenti e ritmati aiutano a entrare in relazione con il divino; riscoprire alcuni di questi metodi può essere importante per tutti.
L’ultimo incontro, quello con la sciamano è stato senza dubbio il più sfidante. Parlare con lei, scoprire la storia della sua chiamata e conoscere l’impegno con cui porta avanti la sua missione è stata per noi una vera sorpresa. Il nostro naturale scetticismo nei confronti di ogni forma di religiosità diversa, ha dovuto cedere alla precisa sensazione che qualcosa di soprannaturale fa parte dell’esperienza di Choung-Sun-Deo. Sicuramente è la sua personale consapevolezza di essere in contatto con gli spiriti che la spinge a farsi carico di coloro che soffrono e le chiedono aiuto.
Le sciamano donne sono considerate quasi come le nostre streghe di un tempo, emarginate dalla società, ma cercate poi di nascosto quando c’è la necessità di risolvere qualche problema. Abbiamo avuto la possibilità di assistere a un kud, il rito in cui la sciamano entra in contatto con lo spirito di un morto, nel nostro caso con quello del marito di una signora che aveva chiesto di essere aiutata a rappacificarlo perché suicida. È stata un’esperienza forte che ha suscitato molti interrogativi.
INTERROGATIVI E SPERANZE
Abbiamo avuto solo un piccolo assaggio delle varie religioni, ma nell’esperienza al tempio, così come durante la preghiera con i monaci e le monache del Buddismo Won, abbiamo sentito che qualcosa di misterioso e spirituale stava accadendo.
Questo comune sentire tra noi  partecipanti al viaggio ci ha fatto riflettere molto. Se è vero che anche queste sono religioni e come tali sono alla ricerca di Dio o comunque dell’assoluto, come dobbiamo porci noi nei loro confronti? P. Diego ci ha rassicurato: «Che lo Spirito di Dio è presente anche in esse; che contengono i Semi della Parola; che c’è in esse molto di buono e santo che merita il rispetto e l’attenzione della Chiesa; che è possibile un dialogo vero, fatto anche di scambio di esperienze spirituali, con le persone di altre religioni; che possiamo aiutarci a vicenda nel cammino verso Dio; che possiamo lavorare insieme per il bene dell’umanità e per la costruzione del Regno».
Sicuramente questa nostra breve esperienza ha di molto aumentato il nostro rispetto verso le altre religioni. Ma la domanda «perché esistono tante religioni (se una sola è vera)?» si è insinuata dentro di noi. Questa è la sintesi di p. Diego. «Certamente Dio ha i suoi cammini, molte volte sconosciuti a noi, per farsi presente a tutti gli uomini, e per parlare al loro cuore. Le stesse religioni non cristiane credo che costituiscano alcuni di questi cammini. Mi sembra di poter affermare che il Signore Risorto attira a Sé le altre religioni, in una maniera misteriosa che io non conosco e che i teologi si affannano di chiarire e capire, e ciò le rende, per i loro fedeli, un mezzo concreto per fornire qualche risposta ai quesiti fondamentali dell’essere umano, e per offrire un cammino concreto di ricerca e comunione con il Mistero di Dio».

Laura Poretti

Laura Poretti