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Due volte vittime

Chi gestisce il futuro del Paese

Dopo il terremoto la comunità internazionale si mobilita. Gli Usa inviano 20.000 marines e prendono in mano la situazione. Il governo haitiano si affida a esperti stranieri per il piano di ricostruzione nazionale. Quando avrebbe dovuto mobilitare le «forze vive» della nazione. Ma società civile e partiti politici non ci stanno. Intanto si profila all’orizzonte la scadenza elettorale.  E la commissione per la ricostruzione è cornordinata da una vecchia conoscenza: Bill Clinton.

«Il terremoto rappresenta una nuova tappa per Haiti. In un certo senso niente può essere come prima. I 35 secondi del sisma hanno avuto un impatto di ampiezza straordinaria, che si prolungherà per molto tempo ancora». Suzy Castor parla nel suo ufficio nel Cresfed  (Centro di ricerca e di formazione economica e sociale per lo sviluppo), situato nel quartiere di Canapé Vert. Struttura che, nonostante le vistose crepe, è sopravvissuta al sisma. «Questo è valido sia che si tratti di distruzione fisica materiale sia di perdita di vite. Perché 300 mila morti sono anche 300 mila risorse che abbiamo perso». La storica haitiana è anche militante politica (partito Opl, Organizzazione del popolo in lotta): «Per questo io credo, non sia un’opportunità, ma l’occasione per potere ricostruire, non solo fisicamente, ma anche materialmente. Noi parliamo di “rifondazione”. C’è stata la fondazione nazionale con il primo gennaio 1804, l’indipendenza di Haiti, la libertà, i molti sogni. Penso che questa rifondazione debba farsi, in modo naturale. Tutti ne parlano adesso».
Un’opportunità importante, che però sta inesorabilmente scivolando via dalle mani degli haitiani. E non è la prima volta nella storia del paese.

Aiuti, marines e piani di sviluppo

Dopo il sisma che crea un vero disastro, la comunità internazionale si attiva. La solidarietà dai popoli di mezzo mondo è commovente, ma anche gli interessi di alcuni stati sono evidenti. Gli Usa mandano nel paese 20.000 marines.
Il 31 marzo si tiene a New York la conferenza per la ricostruzione di Haiti. Vi partecipano i paesi donatori e le Nazioni Unite.
Il governo haitiano deve preparare un piano di sviluppo per il paese. Per farlo, anziché coinvolgere i diversi settori della nazione, utilizza un altro documento il Post disaster needs assessments, un modello (anglosassone) di valutazione dei bisogni dopo i disastri, realizzata, in questo caso, in gran parte da esperti stranieri. è così che il governo partorisce il «Piano d’azione per il sollevamento e lo sviluppo di Haiti» con l’obiettivo di fare «di Haiti un paese emergente da oggi al 2030».
Ma i movimenti sociali e i partiti politici haitiani non ci stanno e contestano duramente il documento. Nei contenuti e soprattutto nel metodo. «A livello della società civile, le organizzazioni hanno denunciato l’assenza di partecipazione. Di fatto non riconoscono il piano del governo perché loro non hanno potuto partecipare» ci spiega il giornalista Gotson Pierre. «Il piano non collega le richieste che potevano venire dal paese rurale, dalle donne, dai quartieri popolari, dai campi di sfollati, etc. Non è veramente articolato sulle aspirazioni dei settori sociali di Haiti».  E continua: «Lo stato da solo non può risolvere questa situazione. Da qui la necessità di cercare di mobilitare l’insieme della società haitiana per far affrontare la situazione: questo è il ruolo dello stato». Ma tutto ciò non è successo. Gotson Pierre: «Non si sente questa capacità di mobilitazione dei settori della società per far fronte a questa situazione». Anche gli aiuti della comunità internazionale vanno cornordinati: «Bisogna creare questa sinergia tra la volontà della comunità internazionale, la possibilità dello stato di cornordinare lui stesso questo sforzo e la società haitiana, altrimenti non arriviamo da nessuna parte».

Groviglio politico interno …

Ma non basta. Il 15 aprile il governo riesce a far votare al Parlamento il prolungamento di 18 mesi della «Legge sullo stato di emergenza», legge che di fatto trasferisce tutti i poteri all’esecutivo. Il 10 maggio la camera dei deputati e un terzo del senato scadono (ad Haiti il senato è rinnovato un terzo alla volta per sei anni). In effetti le elezioni generali (amministrative, legislative e presidenziali) dovrebbero – il condizionale è d’obbligo – tenersi a fine novembre, in modo che il nuovo presidente della Repubblica (René Préval non può ricandidarsi) possa assumere la carica alla scadenza costituzionale: il 7 febbraio.
Il senatore Jean-William Jeanty fa parte di un gruppo di 10 parlamentari che hanno votato contro la legge d’emergenza e si definiscono «resistenti»: «Abbiamo denunciato questa legge e abbiamo pubblicato una lettera, protestando contro la sua incostituzionalità».
Un’altra mossa del presidente è stata far votare un emendamento della legge elettorale che rende possibile prolungare il mandato presidenziale «qualora non fosse possibile tenere le elezioni nella data costituzionale». Continua l’onorevole Jeanty: «Abbiamo poi scritto una lettera contro la legge che corregge il mandato del presidente. Noi siamo in “resistenza” completa rispetto a quello che si fa attualmente nel paese».

… e affari inteazionali

E con la legge di emergenza riaffiora anche un vecchio «adagio» della geopolitica dell’area. Continua il senatore Jeanty: «La legge sullo stato di emergenza delega i poteri non solo all’esecutivo ma anche all’internazionale, perché in essa è definita la creazione della Commissione ad interim per la ricostruzione di Haiti (Cirh), di cui Bill Clinton sarà il cornordinatore principale». La Cirh ha preso ufficialmente forma il 17 giugno scorso ed è composta per la metà di rappresentanti di istituzioni e paesi donatori (Usa, Francia, Canada, Spagna, Brasile, Unione europea, Onu, Banca mondiale, ecc.), e per l’altra metà di rappresentanti haitiani «istituzionali», parlamento, governo, giudiziario e (poco) collettività locali. È co-presieduta dal primo ministro Jean-Max Bellerive e da Bill Clinton. Quest’ultimo non è estraneo alla storia di Haiti, in quanto fu lui (insieme a 20.000 marines) a «riportare in patria» il presidente Jean-Bertrand Aristide, dopo i tre anni di sanguinoso regime di Raul Cédras (1991-94). Un Aristide molto vicino ai democratici statunitensi, ormai edulcorato e «venduto» agli interessi dello zio Sam.
«In questa legge si dice chiaramente che la Cirh deve assicurare la “messa in esecuzione del programma di sviluppo” di Haiti. Questo vuol dire che i poteri della commissione sono superiori a quelli dell’esecutivo» continua Jeanty. Una vera ingerenza degli stranieri negli affari interni del paese.
La società civile e i partiti politici, tenuti totalmente al di fuori del processo, temono che non solo la ricostruzione del paese ma anche la visione del futuro di Haiti sia gestito dai paesi stranieri, in particolare dagli Stati Uniti.
Ribadisce Suzy Castor: «Nella storia non conosciamo alcun caso in cui il salvataggio viene dall’estero solamente. Non dico che non si deve contare sull’appoggio dell’esterno, ma se non è il popolo che prende in mano il suo destino, non c’è futuro».
Mettere nelle mani della comunità internazionale gli orientamenti per lo sviluppo di una nazione è, certo, fatto anomalo e premessa a nuove forme di controllo geopolitico. Continua Suzy Castor: «Per questo dico, il primo responsabile di questo orientamento deve essere il governo haitiano, insieme alla popolazione. La cooperazione può continuare a essere quello che è con i risultati che conosciamo, oppure, approfittando di questa esperienza, fare un passo che può essere benefico alla nazione. Ma questa cooperazione rischia di trasformarsi in nuove forme di tutela per il XXI secolo».
Tutela che gli Usa cercano da oltre un secolo (riuscirono ad occupare il paese dal 1915 al ’34). Haiti interessa non solo perché è nel “cortile di casa”, nell’area geopolitica a totale (o quasi) controllo nordamericano. È da vent’anni il principale snodo per il traffico della cocaina dal Sud al Nord America, pratica incoraggiata da governi corrotti e putchisti o dalla mancanza dello stato. È all’origine delle migliaia di boat people, che a ondate successive hanno tentato (e tentano) di raggiungere la Florida. È inoltre molto vicino a Cuba: le due isole sono separate solo dagli 80 Km del Passe du Vent, nel Nord Ovest. Zona dove, già da molti anni si dice, gli Usa volessero trasferire la base di Guantanamo. Per gli Usa Haiti è anche un mercato, del riso in particolare, alimento base della dieta haitiana. Secondo una strategia ben pianificata l’american rice invade da oltre 15 anni i piatti degli haitiani a scapito dei produttori locali. E dopo il sisma l’immissione di riso Usa è stata straordinaria. Perché dunque, in prospettiva, non fare di Haiti una nuova Porto Rico?

Verso improbabili elezioni

Secondo il senatore Jeanty il governo non ha offerto alcun margine di negoziato. Per questo il movimento tende a radicalizzarsi e la situazione potrebbe scaldarsi.
Fino dal 10 maggio si moltiplicano le manifestazioni in capitale e nei capoluoghi dei dipartimenti. Mobilitazioni contro il presidente René Garcia Préval e contro la legge di emergenza. Sono organizzate dai movimenti della società civile e dai partiti politici. Alcuni settori chiedono le dimissioni del presidente e la creazione di un governo di transizione, altri vogliono che si tengano le elezioni nei tempi stabiliti. Tutti sono contrari al prolungamento –  fuori costituzione – del mandato. «Per me è essenziale che si metta in piedi un potere di transizione che identifichi i bisogni di questo momento e formi le strutture che permettano di farci uscire da questa situazione creatasi a gennaio e per poter andare avanti» spiega Jeanty.
Il 24 giugno nuova mossa del presidente: il Consiglio elettorale provvisorio (Cep), presieduto da Gaillont Dorsainvil ottiene il mandato per organizzare le elezioni del 28 novembre. Ma il Cep è un altro nodo duramente contestato da opposizione e società civile. Dorsainvil aveva la stessa carica durante le passate elezioni, che hanno visto la vittoria di Préval ed è accusato di essere vicino al presidente. L’attuale Cep è poi stato coinvolto in diversi scandali. La richiesta popolare è invece quella di un Consiglio nominato secondo i criteri dettati dalla costituzione del 1987, con maggiore partecipazione di tutti i settori della società haitiana. «E inoltre c’è la volontà di Préval: lui vuole organizzare le sue proprie elezioni, in maniera da portare la sua ombra al palazzo presidenziale dopo di lui» sostiene il senatore.

Ricostruzione: «this is business»

Un segnale evidente dell’interesse Usa e Canadese è l’impegno che questi due stati si sono presi per ricostruire rispettivamente 47.000 e 16.500 edifici. Impegno che in realtà è il grosso business della ricostruzione edilizia. Il primo ministro canadese è volato ad Haiti per assicurarsi che le imprese canadesi vi partecipino. C’è un negoziato politico in appoggio all’imprenditoria. Da sottolineare che la legge sullo stato di emergenza rende molto semplificate le procedure per l’assegnazione degli appalti.
Nella conferenza di New York del 31 marzo i paesi donatori hanno promesso 9,9 miliardi di dollari su 5-10 anni per la ricostruzione di Haiti. Cifra in parte confermata (7,8 milioni) all’incontro internazionale del 2 giugno a Punta Cana (Repubblica Domenicana). Di fatto, però, a cinque mesi dal sisma, solo 150 milioni di dollari erano stati sbloccati da Brasile e Venezuela. Quest’ultimo ha anche cancellato un debito petrolifero di 395 milioni.
È chiaro che questa montagna di soldi “promessi” solletichi la cupidigia di molti. Si pensi, inoltre, che nel 2006 Haiti era il paese più corrotto del mondo secondo la classifica di Transparency Inteational (vedi MC gennaio 2007). Forse per questo Préval e la sua équipe hanno difficoltà a mettersi da parte.
René Préval, già primo ministro e delfino di Aristide (’95), è poi diventato presidente della Repubblica in un primo mandato (’96-2001) durante il quale subiva la pesante influenza del predecessore. È di nuovo eletto presidente nel 2006, dopo il periodo di transizione del primo ministro Gérard Latortue (vedi intervista su MC marzo 2005). Ma durante i suoi due mandati non ha mai fatto nulla di concreto e ha pesanti responsabilità sullo stato in cui versa oggi il paese.
Camille Chalmers, direttore esecutivo del Papda (piattaforma di organizzazioni della società civile haitiana), mette in luce il doppio dramma del popolo haitiano.
«Oggi per la maggior parte degli attori potenti sul terreno, lo spazio di ricostruzione è uno spazio di riconquista e ri-colonizzazione, per approfittare della terribile crisi post sisma e spingere su una serie di riforme economiche, che vanno nel senso di un controllo diretto delle risorse strategiche da parte delle multinazionali».
I movimenti della società civile haitiana, nati agli inizi degli anni ’80 per cacciare Duvalier, hanno vissuto periodi storici altei di effervescenza e appiattimento. Oggi, rivitalizzanti da questa nuova solidarietà interhaitiana, stanno cercando di creare un fronte unico e fornire proposte alternative. Vogliono una rottura rispetto allo stato della dipendenza, dell’esclusione e del dominio oligarchico. Chalmers: «Secondo noi pensare oggi a delle risposte alla crisi post sisma vuol dire pensare delle risposte alla crisi strutturale haitiana che data molto prima il 12 gennaio e attraversa tutto il XX secolo». Ma come?
«Uno degli strumenti che stiamo cercando di mettere in piedi è quello che chiamiamo l’Assemblea dei movimenti sociali di fronte alla crisi haitiana. Sarà uno spazio di incontro di tutti i movimenti sociali di Haiti, nel quale vorremmo arrivare a definire l’opzione di sviluppo, ovvero una visione di sviluppo economico e sociale, per avere un minimo di accordo sui grandi orientamenti da prendere rispetto al futuro».
Ma la strada è ancora lunga e, soprattutto, il cammino intrapreso dal governo dopo il sisma va nella direzione opposta.

Marco Bello

Marco Bello