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Incontri on the road

In Australia, sulle tracce di antichi crateri

Un viaggio nel nord-ovest dell’Australia diventa l’occasione di incontri ricchi
di fascino e umanità, in un ambiente naturale ricco di contrasti e biodiversità.

Perth: una terra diversa da tutte le altre, l’Australia. Troppo piatta, calda e arida per avere ghiacciai, troppo antica per avere attività vulcanica, qui il terreno è stato dilavato per milioni di anni e la vita di piante e animali ha dovuto adattarsi a condizioni estreme. Unico tra i continenti ad essere rimasto isolato, qui si sono sviluppate forme di vita molto diverse, che rappresentano un forte interesse per visitatori e studiosi.
 Ritoo a Perth dopo 10 anni al seguito di una spedizione che ricerca i crateri da impatto di asteroidi, ben visibili in un territorio vasto e disabitato. Mi fermerò a casa di Wendy, deliziosa amica inglese da molti anni in Australia, dopo una vita di lavoro in Arabia Saudita e in Sud Africa. La sua casa domina le dune di Scarborough, sobborgo sull’oceano indiano, dove i tramonti sono spettacolari, anche nelle fresche sere di fine luglio.
Oggi Wendy ha seguito la lezione settimanale d’italiano con un’amica, Antorninette, che si ferma con noi a cena. «Mia madre era irlandese, devota di San Antonio», così spiega il perché del suo nome. Molto conosciuta nello stato del West Australia, prima donna ad essere nominata giudice, Antorninette dichiara serenamente la sua profonda fede cattolica. Nello svolgere il suo delicato compito, segue una linea di grande comprensione e mitezza. «Ho visto casi di violenza terribile, ma la condanna deve mirare alla riabilitazione, non all’annientamento della persona».
Kununurra
Cominciamo il viaggio da Kununurra, sede degli uffici del Wolfe Creek  Crater National Park. Nella parrocchia partecipo alla messa in onore della prima santa australiana. Nata a Melboue nel 1842, Mary Mackillan si consacrò alla vita religiosa a 24 anni, dedicandosi alla promozione delle donne e all’educazione dei bambini nelle zone remote. La chiesa è affollata, ma prima delle letture i bambini vengono invitati dal padre a recarsi nella sala accanto per seguire la messa con l’aiuto di una catechista. Alcuni sono aborigeni, di sangue misto, molto belli. Li ho visti giocare, i bimbi dalla pelle scura, scalzi e felici, nei parchi punteggiati da baobab di questa cittadina del Kimberley, che ho raggiunto con un lungo volo da Perth.
«Fino al ’76 i bambini erano tolti alle famiglie e messi in collegio per essere educati». La suora che mi parla indossa una camicetta rossa. «Oggi si cerca di riparare, ma oramai è troppo tardi». Intanto dall’altra parte della strada si svolge la cerimonia delle chiese protestanti unite. I numerosi fedeli sono seduti o accoccolati a terra e la voce del pastore è amplificata da un megafono. Gli anziani aborigeni vagano intanto lungo i viali; alcuni siedono tristi con una bottiglia o una latta di birra in mano. Le donne sono scalze, i denti guasti e lo sguardo perduto. I loro lineamenti sono duri, la pelle molto scura. Pare ci siano problemi tra aborigeni puri e i meticci, frutto di incroci avvenuti tra i primi coloni e donne native, che sono poco accettati sia dai bianchi che dal loro popolo. Questi territori sono riserve aborigene, ma le miniere sono sfruttate da grossi gruppi minerari. Si estraggono minerali come ferro, stagno, zinco, rame e, nella montagna presso il lago Argyle, i rarissimi diamanti rosa.
 Windham
Windham è un porto sul profondo fiordo che collega il mar di Timor con i territori del West Australia. Qui le maree superano i 9 metri e lasciano lagune bianche di sale. I coccodrilli di mare sono giganteschi e il porto che un tempo era usato per il bestiame pare abbandonato.
«Siete italiani? Di Torino?». Un anziano signore mi apostrofa in perfetto italiano, mentre compro cartoline al post office di Windham. «Mi chiamo Giorgio Pucci, la mia famiglia era originaria di Lucca. Abitavamo a Trieste, dove mio padre era maresciallo di polizia. Conosco Torino, ricordo la caserma dove ero militare, nel ’41. Dopo la guerra gli inglesi mi hanno portato a Perth, inteato in un campo, e spedito a tagliare i boschi. Avevo una fidanzata in città, per due volte sono scappato per andare da lei, ma mi riprendevano sempre». Sorride divertito anche quando racconta di aver saputo poi che la ragazza era rimasta incinta di uno scozzese. «Mi avevano trasferito quassù, al nord, a 2.000 km da Perth; la ragazza non mi ha aspettato. Lavorai fino al 1985 nella più grande macelleria del paese, 12 ore al giorno, dalle 6 del mattino fino a sera».
Giorgio ha avuto una brava moglie, una cinese che aveva bottega a Windham e che gli ha dato tre bravi ragazzi. «Ora è anziana e malata, ospite in una clinica, mentre i miei figli abitano nella regione, mi vengono a trovare e mi aiutano. Ho una pensione di circa 700 euro e ricevo anche 100 euro di pensione dall’Italia». Giorgio è una bella persona, ha occhi azzurri stupiti e mi commuovo sentendolo parlare così bene l’italiano. Ne ho incontrati altri di italiani così, che hanno lasciato il nostro paese per Argentina e Australia. Hanno portato lontano la loro serietà di lavoratori e mi domando che cosa hanno in comune quegli italiani vacanzieri che incontrerò poi in aereo, al ritorno a Milano.
Crateri
Gli amici della spedizione mi hanno raggiunta, dopo 6.000 km di deserto percorsi in una 4×4 giapponese. Abiti e auto ricoperti di polvere rossa, sono pronti a ripartire alla scoperta di altri crateri. Uno dei più famosi è quello di Wolfe Creek, il cui fondo ricoperto di fiori selvatici azzurri, ha un diametro di 800 m. Lo raggiungiamo percorrendo un tratto della Tanami road, una sterrata che attraversa il deserto più difficile del continente. Piantiamo le tende e ci fermiamo per la notte, per dar modo a Mario, astrofisico dell’osservatorio di Pino torinese, di effettuare le sue ricerche. Altri quattro caravan sostano nelle vicinanze, sono tutti australiani che arrivano dal sud, dopo aver percorso le piste seguite dalle mandrie. La notte è fredda, illuminata dalla luna piena e le stelle sono meno visibili del solito.
Fitzroy Crossing
Fitzroy è un fiume che in questo punto scorre tra alte pareti calcaree, formate da corallo e conchiglie, quel che resta di una grande barriera corallina del periodo devoniano, 350 milioni di anni fa. Ci troviamo lontani dal mare, ma nel fiume vi sono razze, squali toro, coccodrilli di mare e altri pesci, che risalgono la corrente per centinaia di km. Sulle rive ci sono diversi tipi di alberi di eucalipto e di malaleuca, che ha la scorza sottile come carta e produce un olio balsamico e disinfettante. Ci troviamo in zona aborigena e l’unico locale è un confortevole bar, annesso al campeggio dove abbiamo piantato le tende. Le pareti sono tappezzate di cartelli: «Se sei ubriaco, non puoi entrare». «Proibito entrare a chi non ha scarpe e non è propriamente vestito». «Se ti ubriachi verrai cacciato». E così via. Qui però gli aborigeni vengono e si comportano bene. Stella è una giovane che mi rivolge la parola e con grande orgoglio mi dice: «Questo è il mio paese». Sorride e le si illuminano gli occhi.
Ma i giovani che vedo al lavoro sono tutti stranieri, con un visto per restare un anno nel paese. Vengono dalla Nuova Zelanda, dall’Europa e dall’Asia, come Irene, cinese di Taiwan. Il nome lo ha adottato perché il suo è troppo difficile da ricordare.
 Broome
La fama di Broome è legata alle perle, che qui hanno dimensioni gigantesche. I primi pescatori venivano dal Giappone, poi si crearono gli allevamenti e ora l’economia della città si basa su questa attività, oltre al turismo e all’arte aborigena, un tipo di arte del tutto diversa, che ha le radici nelle antiche credenze e nei miti della cultura aborigena. Gli artisti aborigeni che sono riusciti a farsi conoscere nel mercato dell’arte si sono riscattati da una vita di abiezione e di perdita di identità.
80 miles beach
Prima di raggiungere il più grande porto commerciale australiano, ci fermiamo per la notte in un grande campeggio sulla «spiaggia delle 80 miglia» che viene usata anche come via di comunicazione dai fuoristrada. La marea si ritira per centinaia di metri, creando all’alba e al tramonto riflessi interessanti sulla sabbia bagnata, ricoperta di conchiglie. Mentre negli stati del sud nevica, piove e fa freddo, qui gli ospiti si godono sole e mare, si pesca e si cucina intorno alle griglie comunitarie.
Io preparo la solita minestra con il liofilizzato, mentre Peter sta arrostendo patate e zucca per i due bimbi e la giovane moglie. «Sono impresario edile a Brisbane», mi spiega, «ho chiuso per 6 mesi e voglio fare una lunga vacanza, ora che i figli non vanno ancora a scuola». I tratti del viso sono mediterranei, infatti il nonno è arrivato da Salina tanti anni fa. «I miei genitori sono stati in Italia, mi hanno detto che Salina è molto bella. Un giorno spero di andarci anche io». Dalle isole Eolie sono partiti in molti per l’Australia, prima e subito dopo la guerra.
Auskie
La road house è l’unica possibilità per noi di fare il pieno di carburante e sostare per la notte. Una fila di prefabbricati circonda lo spiazzo per le tende e i caravan, la caffetteria gestita da una donna in gamba, che tiene tutto sotto controllo, è il punto di riferimento di una vasta zona mineraria.
Paul ha la tuta gialla impolverata di rosso. Si rivolge a me con un largo sorriso, mentre aspetta il panino che ha ordinato. La polvere rossa gli si è raggrumata sul viso, sotto gli occhi azzurri che mi sorridono. Mi vuole parlare del suo lavoro e della famiglia che ha lasciato a Perth. Scopro che fa l’operaio di un’impresa che sta effettuando trivellamenti a 60 km da qui alla ricerca di ferro e altri minerali di cui è ricchissima questa terra. Il lavoro è duro, dodici ore al giorno, senza sosta per il pranzo. Da un taschino tira fuori alcune foto sgualcite: lui giovane, magrissimo, con moglie e due bambine bionde. Poi le foto tessera delle tre figlie: «Questa», mi indica una biondina diciottenne, «è il genio di famiglia. Vuole studiare da avvocato, per diventare giudice e risolvere i crimini».
«Absolutely, certamente» dice, quando gli chiedo se è contento, «qui mi pagano bene. Prima mi accontentavo di lavori occasionali, ora mi danno 5.000 $ ogni due settimane, e posso ritornare a casa una settimana su quattro».  Paul in 12 anni di lavoro è riuscito a comprarsi la casa a Perth, mantenere bene la famiglia e aiutare il figlio avuto da una precedente relazione, che lo ha reso nonno da un anno.
Durante la stagione delle piogge il lavoro si ferma, le strade sono sovente impraticabili e le case sono ancorate alla roccia con strutture di ferro, per evitare che siano spazzate via dai tifoni.
Un topo speciale
L’attenzione lodevole che gli australiani hanno per l’ambiente, è molto recente. Il paese è stato pesantemente sfruttato sin dal sec. 18°, quando si sono insediati i colonizzatori inglesi. L’inserimento di animali e piante estranee ha danneggiato un ecosistema fragile, diverso da tutti gli altri. Qui nel Pilbara, regione remota e sconosciuta agli stessi australiani, ma ricca di risorse minerarie, vive un topo considerato prezioso per l’ambiente. Prende il nome dalla tana che si costruisce, il Pebble mound. Ora è protetto e prima di aprire una miniera o costruire una casa, bisogna accertare se non vi siano le sue tane, sul terreno. Sono vere e proprie abitazioni, che il topolino costruisce portando le pietre una ad una in bocca, dotandole di stanze, cunicoli, zone riservate al nido, uscite di sicurezza.
La sterminata steppa è ricoperta da cespugli spinosi che è meglio evitare, per via di spine dalla punta calcarea che infetta le ferite. Tutto è diverso dalla natura che conosciamo, anche i fiori selvatici, vistosi e stranissimi, che stanno incominciando a fiorire in questo inizio di primavera. I colori sono smaglianti, devono lottare per essere impollinati e alcuni, per riuscire a svilupparsi in terreno sterile, hanno bocche che intrappolano e digeriscono gli insetti.
Newman
 Quando hanno aperto quella che è la più grande miniera di ferro a cielo aperto al mondo, hanno fatto sgombrare le capanne del vecchio villaggio. Per costruire la città e sistemare i lavoratori immigrati, hanno spostato nel bush gli aborigeni, costruendo per loro case popolari e lasciandoli sradicati, senza i punti di riferimento della loro cultura.
Questa terra aspra è stata abitata dall’uomo da più di 30.000 anni. I primi abitanti hanno elaborato raffinati sistemi per sopravvivere in condizioni durissime e tuttora i loro discendenti sono le migliori guide per percorrere le piste nei deserti australiani.
«Abbiamo fatto molti errori, con la popolazione aborigena», mi dice Jane, che sta aspettando il figlio all’uscita della scuola elementare di Newman. «Tuttora i loro bambini raramente frequentano la scuola. Se arrivano la mattina, fanno la doccia, prendono la colazione, e si da loro un paio di scarpe, che vengono ritirate nel pomeriggio, prima di rimandarli a casa con il bus».
Anche a Newman c’è la chiesa cattolica, circondata da un giardino di palme e fiori. La mattina alle 9 c’è la messa, celebrata da padre Roger, un simpatico nigeriano che cura anche la parrocchia di Tom Price, altra città mineraria della regione. Sono solo due le fedeli presenti, oltre a suor Beth, due infermiere indiane, che hanno trovato lavoro in ospedale, ma sognano di ritornare a casa.
BHP
è la sigla di un colosso delle miniere, con pozzi di petrolio e gas offshore non solo in Australia, ma anche in Canada e nei Caraibi. Nel 1969 ha aperto questa miniera, dove si estrae l’ematite Brokman, con alto grado di purezza di ferro. Da allora la richiesta di mano d’opera è in continuo aumento e la città in espansione. Visitiamo la miniera, dove un’intera montagna è stata scavata e spianata. Ora è come una torre di babele con giganteschi gradoni dove passano i camion carichi di 60 tonnellate di materiale, che viene poi macinato e purificato negli impianti, prima di essere caricato sui treni diretti a Port Hedland. Treni in media lunghi 2,5 km, con centinaia di vagoni carichi fino a 30.000 tonnellate di minerale. I numeri che ci sono foiti dalla guida che ci accompagna sono impressionanti. Il primo carico che lasciò Port Hedland nel ’79 era diretto in Giappone, ora sono Cina e India i maggiori acquirenti.
Nanuturra
«Non si è mai troppo vecchi per far campeggio», mi dice il ragazzo keniano addetto al distributore, che mi consegna la chiave della cabin della road house di Nanuturra. Le scorse notti ho sofferto il freddo, in tenda. Nel parco Karjini abbiamo percorso a piedi le profonde gorge, spaccature nella laterite rossa, con cascate e pozze d’acqua fresca. Abbiamo viaggiato per più di 600 km in mezzo al nulla, senza incontrare un’auto, una casa. Solo alcune indicazioni per raggiungere le stations, isolate fattorie di allevatori. Unica possibilità di fare il pieno e sostare è questa road house, forse la più isolata di tutto il paese, gestita da Valeria, efficiente e seria come tutte queste dame australiane dell’outback. «Conosco un po’ di italiano perché ho ospitato una ragazza di Varese quando mia figlia era al liceo, a Perth». Anche Valeria ha fatto una scelta, vivere in questa solitudine, dove però si incontra gente diversa, tutti i giorni. Per la cena mi consiglia il piatto preparato dal giovane keniano, pollo con verdure, ottimo dopo lo scatolame con cui siamo sopravvissuti nei giorni scorsi.
Entra una bella, giovane donna, con una bambina di 9-10 anni. Hanno ambedue le trecce bionde e i jeans rossi di polvere, si fanno dare un panino ed escono prima che io possa capire chi sono. Il loro road train ha dei problemi e dovranno passare qui la notte. La mamma lavora in una station col marito e si occupa anche del trasporto del bestiame, guidando il gigantesco camion. La bimba la segue ovunque e per la scuola si collegano via radio tutte le sere, per seguire le lezioni.
All’alba sono svegliata dalla partenza dei giganti delle strade australiane, con i paracanguri e le prese d’aria lucidi di cromature, che portano tre o quattro vagoni e possono essere lunghi più di 40 metri.
Overlander Road house
Siamo diretti a Shark Bay e dobbiamo fermarci prima dell’imbrunire, quando i canguri che escono dal bush e attraversano la strada. Il Nanga Caravan Park è un luogo bellissimo, ma la struttura è fatiscente. «La padrona è una ricca cinese di Singapore che lascia le sue proprietà nell’abbandono e si fa vedere due volte l’anno per ritirare i soldi», mi spiega Daniel, che fa parte del personale, scarso e mal pagato. La cucina del campeggio è in disordine, sporca. Chiedo a Daniel se vuol cenare con noi stasera, cucinerò il pesce che ha pescato e lui mi promette di riordinare. Sarà una bella serata, con ottima pasta australiana di grano duro condita con sugo di pesce. Il vino lo abbiamo finalmente trovato allo spaccio, dopo giorni di ricerca.
Conchiglie
Shark Bay vuol dire natura ricchissima. Qui la schell beach è una spiaggia immensa fatta interamente di conchiglie compatte, con uno spessore di 10 metri. Nella zona ci sono le cave dove vengono estratti mattoni fatti di conchiglie, tutte uguali, piccole e bianche. Nell’800 si costruirono così edifici, molto belli, e anche una chiesa, a Denham.
Il mare chiuso nel profondo golfo di Shark bay ha una densità e salinità molto alta, ed è famoso per le stomatoliti. Chiamati anche fossili viventi, rappresentano la forma di vita più antica esistente sulla terra e furono scoperti solo nel 1956. Relativamente recenti, hanno solo 3.000 anni. Le stomatoliti che vediamo nella Hamelin pool, dove l’alta salinità impedisce a competitori e predatori di sopravvivere, si presentano come rocce scure, appena coperte dall’acqua del mare. Sono ancora visibili i segni delle ruote dei carri che trasportavano carichi di lana al porto. Oggi sono stati eliminati gli animali introdotti dai coloni, che hanno danneggiato l’ambiente. Con il progetto Eden si cerca di reintrodurre quelli estinti e tutta la zona è protetta dall’UNESCO.
Kalbarri
Kalbarri è una cittadina sul mare che dà il nome al parco nazionale famoso per i fiori, molto strani, su piante ancora più strane: infiorescenze grandi a pennacchio, a forma di pigna, di spazzola, ma anche fiori piccoli, bianchi e gialli, semprevivi. La percorre il fiume Murchison, che ha scavato nella roccia un canyon a forma di grande anello, prima di raggiungere il mare. Siamo nella fascia temperata, che consente la coltivazione di grano, banane e uva.
Alfredo è un bell’uomo, alto e snello, che con Joyce ha fatto 600 km per passare un weekend a Kalbarri. «Viviamo a Perth, città costruita dagli italiani», mi dice, mentre aspettiamo la cena seduti insieme allo stesso grande tavolo di un rustico ristorante. Alfredo arrivò da Lucca nel ’51 per lavorare come muratore, spinto dalla necessità. Allora in lucchesia si era poveri, si mangiavano castagne e si facevano le figurine del presepe, che venivano vendute in giro per l’Italia, nelle ceste di vimini.  Sulla spiaggia di Perth Alfredo conosce Joyce, ragazza dal nome esotico, ma di padre valtellinese. «Mio padre era arrivato prima della guerra, per fare il boscaiolo», mi confida Joyce. «Morì giovane, nel ’49, per una ferita riportata sul lavoro. Mia madre rimase senza aiuto e per mantenere i 4 figli fu costretta a lavorare come lavandaia e domestica». Ora Alfredo e Joyce si godono la pensione nella casa di Perth, con orto e giardino, dove bisogna stare attenti ai serpenti velenosi e al ragno rosso. Le tre figlie sono sposate, un genero è filippino, e hanno 6 nipoti. Italiani di Australia, con storie di fatiche, lavoro e soddisfazioni.

Di Claudia Caramanti

Claudia Caramanti