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Dietro i sorrisi, l’ombra del generale

Dopo le elezioni presidenziali (gennaio) e il sisma (febbraio)

Nella terra di Pablo Neruda, l’anno del Bicentenario (1810-2010) inizia con una serie di terremoti: la terra trema con rara violenza (febbraio), lasciando morte e distruzione, e il panorama politico è scosso dalla fine dell’era della Concertación, vent’anni ininterrotti di governo di centrosinistra che hanno cambiato il paese. Mentre la presidenta Michelle Bachelet esce di scena con un alto indice di gradimento, al governo del paese torna la destra, guidata da Sebastián Piñera, imprenditore e miliardario. Su di lui e sul suo governo  saranno puntati gli occhi di chi teme un ritorno del pinochetismo, in cui una fetta importante di cileni non ha mai smesso di credere.

C’è una strana atmosfera in questa calda estate cilena. Densa di sensazioni contraddittorie. In quest’ultimo angolo del continente americano dalla geografia così particolare, una striscia di 4.300 chilometri – per intenderci, quanto dal Circolo polare artico al deserto del Marocco – ritagliata tra le Ande e l’Oceano Pacifico e ricca di contrasti, sta accadendo qualcosa che non era non facile prevedere. Proprio nel momento in cui Michelle Bachelet, prima donna presidente in un paese fondamentalmente machista, socialista con un passato di tortura ed esilio (1), raggiunge un livello di approvazione dell’84%, la coalizione di destra guidata dall’imprenditore Sebastián Piñera, spesso definito «il Berlusconi cileno», ha appena vinto le elezioni presidenziali.
Per cercare di comprendere un tale terremoto politico, bisogna conoscere un poco la storia di questo paese che forse proprio la sua geografia rende così diverso dal resto del continente sudamericano.

Duecento anni, due dittature

Quest’anno la República de Chile festeggia il suo Bicentenario: il 18 settembre 1810, approfittando della prigionia del re deposto da Napoleone che aveva occupato la Spagna, la colonia spagnola iniziò infatti, con la formazione della prima giunta di governo, il processo che la porterà nel 1818 all’indipendenza. Duecento anni di vita repubblicana con una stabilità inconsueta per quell’area del mondo, interrotti però da due dittature.
La più sanguinaria, quella del generale Augusto Pinochet, pose termine nel 1973 all’esperienza del governo di Salvador Allende, il primo socialista al mondo eletto democraticamente, che aveva nazionalizzato le grandi miniere di rame e cercato di introdurre riforme democratiche in una società polarizzata tra povertà estrema ed estrema ricchezza.
Pinochet, con l’appoggio degli Stati Uniti preoccupati per il pericolo di una diffusione del socialismo che avrebbe minacciato i loro interessi economici nell’area, instaurò un regime di terrore durato ben 17 anni con migliaia di oppositori e comuni cittadini assassinati o scomparsi, e decine di migliaia incarcerati, torturati ed esiliati. Fino al referendum perso dal dittatore nel 1998, e al ritorno della democrazia nel 1990.
Da allora vent’anni ininterrotti di governo della «Concertación de Partidos por la Democracia» la coalizione delle forze di centro-sinistra, hanno cambiato molto questo paese. E questo malgrado i limiti fissati da una costituzione imposta dallo stesso Pinochet, che prevede un sistema elettorale binominale unico al mondo, studiato apposta per impedire cambiamenti sostanziali, equilibrando nel parlamento destra e sinistra.

La Concertación e i difetti del miracolo cileno

In questi vent’anni il tenore di vita medio dei cileni è cresciuto enormemente, la povertà si è drasticamente ridotta – dal 45% dei tempi della dittatura al 10% attuale, Santiago è la capitale commerciale del Sudamerica e le sue multinazionali investono in tutto il continente; le esportazioni di materie prime e prodotti agricoli di qualità, a partire dal vino, continuano a crescere.  Prima del terremoto di febbraio, i conti dello stato, favoriti dai prezzi del rame (di cui il Cile è il maggiore produttore) e da una gestione oculata, andavano a gonfie vele, nonostante la crisi internazionale, permettendo di costruire infrastrutture e organizzare una rete di servizi sociali che ammortizzano in parte gli effetti della crisi e della disoccupazione. Il paese, con una crescita media del 5% all’anno, è al primo posto in America Latina per Indice di sviluppo umano (Isu) ed in molti altri indicatori di sviluppo, ed è appena stato ammesso nell’Ocse, primo paese in quell’area del pianeta.
Certo non tutto è perfetto, in Cile. Dal nord del deserto di Atacama, dove le miniere di rame creano buona parte della ricchezza del paese, all’estremo sud della Patagonia, o nella Araucania che resistette per tre secoli – ultima area del continente – all’invasione dell’uomo bianco ed è ora minacciata da grandi interventi voluti dalle multinazionali per sfruttae le ricchezze naturali, molti cittadini si sentono lontani e trascurati dalla capitale e dalla «Zona Central» dove si concentrano le ricchezze e i grandi investimenti. Se a Santiago, metropoli di quasi sette milioni di abitanti, la rete dei trasporti pubblici, delle autostrade, dei servizi, continua a crescere avvicinandola sempre più ad una modea capitale europea, ed anche l’offerta culturale non è da meno, lo stesso non accade in egual misura nel resto del paese.
Uno dei punti deboli del Cile è il sistema educativo. Se il governo socialista di Allende aveva cercato di garantire un sistema scolastico pubblico universale e unitario, provocando le proteste delle classi più abbienti che preferivano mantenere una separazione tra l’educazione di eccellenza riservata alle élite e una di base per il popolo, il neoliberismo che ha ispirato la dittatura pinochetista ha portato allo smantellamento del sistema pubblico. È stata così garantita soltanto la gratuità di un’istruzione di base e affidato il resto al mercato e all’investimento privato, accollandone dunque i costi alle famiglie e contemporaneamente trasformando l’educazione in uno dei più grandi business del paese, con la nascita di innumerevoli scuole e università private. L’inadeguatezza del finanziamento del sistema scolastico pubblico, che anche il governo della Concertación non è riuscito a superare (le tensioni all’interno del mondo scolastico hanno portato negli ultimi anni a lunghi periodi di occupazione degli istituti, nella cosiddetta «marcia dei pinguini», con riferimento alle uniformi scolastiche) produce un esodo sempre più marcato verso quello privato.
Analogamente il sistema sanitario, basato su un doppio binario pubblico («Fonasa», Fondo Nacional de Salud) e privato (le cosiddette «Isapre», Instituciones de Salud Previsional), pur garantendo una copertura gratuita agli indigenti, favorisce ancora l’impresa privata lasciando al pubblico solo i contributi di chi non può permettersi l’iscrizione alle assicurazioni private.
La mancata risoluzione delle questioni relative all’educazione e alla salute durante i vent’anni di governo della Concertación è forse una delle ragioni del distacco dalla politica da parte di molti cileni, soprattutto giovani, i più colpiti anche dall’aumento della disoccupazione.

Il grigio Frei contro il magnate Piñera

Ma ci sono anche altre ragioni che hanno portato alla vittoria della destra. Tra queste certamente  l’eccessiva fiducia in se stessa da parte di una coalizione di governo logorata – soprattutto a livello locale – da tanti anni di potere ininterrotto e di rigida alternanza tra le sue componenti democristiana, socialista e radicale. E poi la scelta di un candidato poco carismatico come Eduardo Frei, democristiano dall’immagine grigia – ex presidente e figlio di un altro presidente – poco amato dalla sinistra soprattutto per la sua deregulation del mercato del lavoro e le sue privatizzazioni, la cui immagine è stata  ulteriormente compromessa nello scontro fratricida al primo tuo con l’altro candidato di centro-sinistra Marco Enriquez-Ominami, che si presentava come la novità contro il déjà vu.  
Un altro fattore decisivo è stata la capacità da parte della destra ex pinochetista di rifarsi un’immagine presentandosi fin dal nome («Coalición por el Cambio») come «il cambiamento», tappezzando il paese con uno slogan molto obamiano come «Sumate al cambio», ripetuto ossessivamente su ogni albero, su ogni palo della luce, in ogni giardino, e naturalmente in televisione, alla radio, sui giornali, accompagnato dal sorriso fisso e immutabile – molto berlusconiano – del suo candidato Sebastián Piñera, imprenditore di successo divenuto tale anche grazie alla sua vicinanza con il regime di Pinochet (di cui il fratello José era ministro). Sebastián Piñera, populista al punto da farsi fotografare in costume mapuche per conquistare il voto degli indigeni, e promettere che il suo primo atto di governo sarebbe stato un buono una tantum di 40.000 pesos (circa 55 euro)  per quattro milioni di famiglie. E, naturalmente, impegnandosi a creare quello che è ormai un classico delle promesse elettorali: «un milione di posti di lavoro».
 
Aerei, televisioni, calcio e… scandali

Il nuovo presidente eletto, spesso definito «il Berlusconi cileno», che ha fatto fortuna introducendo nel paese le carte di credito ed è ora proprietario di una importante quota della compagnia aerea di bandiera Lan, del network televisivo Chilevisión, di una catena di farmacie, della maggior squadra di calcio del paese e di innumerevoli altre imprese, attento alla sua immagine tanto da ricorrere alla chirurgia estetica, è stato coinvolto in passato in alcuni scandali, i più importanti dei quali furono forse quello del Banco de Talca di cui era amministratore al momento del fallimento (si salvò dal carcere per un intervento dell’allora ministro della giustizia del governo di Pinochet), ed il caso di insider trading di cui fu accusato quando – pare approfittando di informazioni riservate – acquistò una quota importante della compagnia aerea Lan il giorno prima che il prezzo salisse…

Nelle mani delle grandi imprese 

Piñera, appoggiato dai partiti di destra Renovación Nacional e Unión Demócrata Independiente – gli unici che avevano apertamente sostenuto il generale Pinochet in occasione del referendum del 1988 – ha voluto dare un segnale di discontinuità rispetto agli ultimi vent’anni nella scelta della compagine governativa: a parte il ministro della difesa, già presente in due governi di centro-sinistra,  si tratta di personalità provenienti quasi esclusivamente dal mondo dell’impresa privata, dalla «classe alta» del paese, con studi nelle più esclusive università straniere, in buona parte direttamente coinvolte per i loro interessi nei settori dei quali si dovranno occupare. Qualcosa di molto vicino ai «Chicago boys», i professori che si erano formati alla scuola neoliberista dell’Università di Chicago, ai quali si era affidato Pinochet. Persone lontane dalla «gente comune» ed anche da quei tanti cileni che, superata la povertà, hanno creduto di potersi lanciare alla conquista del benessere votando per un imprenditore che prometteva ancora meno stato e più mercato, ancora meno garanzie e più opportunità.
Tutto questo ha permesso alla destra di tornare al potere democraticamente, per la prima volta dopo cinquant’anni. Eppure la gente che festeggiava nelle strade, sventolando ritratti e busti del generale Pinochet, gridando slogan contro i comunisti, sbeffeggiando i desaparecidos e le vittime del regime militare e inneggiando al ritorno del buongoverno dopo vent’anni di corruzione, è la dimostrazione che buona parte della base elettorale di questa che vorrebbe presentarsi come una destra modea e liberale, persino progressista, è la stessa del regime militare, di cui vede in Piñera una continuità, e questo getta un’ombra sul futuro di un paese che, paradossalmente, proprio questa alternanza pare dimostrare essere ormai una democrazia pienamente compiuta. 

Di Carolina M. Lara Meneses e Luca Robino

(1)  Per un ritratto di Michelle Bachelet, si legga: Paolo Moiola-Angela Lano, Donne per un altro mondo, Il Segno dei Gabrielli editori, 2008.
(2)  Subito dopo la vittoria nelle presidenziali, le azioni della Lan sono schizzate verso l’alto. Il neopresidente Piñera possiede un pacchetto azionario pari al 26,33 per cento del capitale.

Carolina Meneses e Luca Robino