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Stella di Davide e croce di Cristo

Ebrei al cento per cento e discepoli di Yeshua (Gesù)

Credono che Gesù è il Messia, ma non vogliono essere chiamati cristiani; sono una sparuta minoranza, osteggiata e perseguitata, ma in rapida crescita nel mondo e dentro i confini di Israele;
si definiscono «ebrei messianici»: sperano di diventare un ponte tra ebraismo e cristianesimo.

«Mia madre era ebrea irachena, emigrata in Cina, dove sposò un cristiano inglese – comincia Maureen Grimshaw, raccontando la sua storia -. Non cambiò mai la sua fede, ma non volle che i suoi figli fossero educati come ebrei, dopo ciò che era avvenuto con l’olocausto (sono nata nel 1942). Toati in Inghilterra ricevetti un’istruzione cristiana nella chiesa metodista.
Avevo otto anni quando un giorno, sentendomi più triste del solito (mia madre si era risposata), udii una voce che mi disse: “Io ti amo”. Fu la prima esperienza personale di Gesù. Mi piaceva andare al catechismo e sentire parlare di lui. A 12 anni mi domandavo come fosse Dio; un giorno una voce mi risuonò nel cuore: “Io sono l’amore”. A 16 anni, mi sentivo non accettata in famiglia, odiavo me stessa e pregavo il Signore perché mi facesse morire. Ma una notte sentii un grido fortissimo che mi disse: “Io sono morto per te”.
La mia vita mi portò in vari posti per lavoro finché arrivai nel Qatar. Qui sperimentai quanto gli arabi disprezzassero e odiassero americani ed ebrei. “Mia madre è ebrea e io sono ebrea – mi dissi -. Devo andare ad aiutarli”. Pochi mesi dopo tornai a Londra e feci domanda di aliya (migrazione in Israele). Fu un miracolo: mi accettarono, benché fossi coinvolta con il cristianesimo. Lavorai come infermiera, finché sono entrata in questo luogo come volontaria, per testimoniare che Gesù ama gli ebrei».
Il luogo è Christ Church, una chiesa-sinagoga costruita nel 1849 con lo scopo di portare il cristianesimo tra gli ebrei e oggi centro di culto per varie comunità messianiche. E mentre racconta, la signora Maureen intreccia le dita nella catenina da cui pende una medaglia formata dall’unione della stella di Davide e la croce di Cristo. E spiega: «È il simbolo più eloquente della nostra fede: la stella esprime l’identità ebraica; la croce testimonia la fede in Gesù il Cristo».

Si definiscono ebrei al cento per cento e credono che Gesù è il Messia. Per esprimere questa identità essi usano termini ebraici: Gesù diventa Yeshua, Cristo diventa Hamashiah (messia, consacrato); non vogliono essere chiamati giudeo-cristiani o ebreo-cristiani, ma ebrei messianici; tanto meno ebrei convertiti: sono ebrei compiuti o ebrei credenti; la chiesa diventa l’assemblea.
Essi vogliono ricreare le comunità dei primi discepoli del Messia, cresciute a Gerusalemme e in Palestina durante il primo secolo, come sono descritte nel libro degli Atti; comunità formate da ebrei osservanti tutte le tradizioni ebraiche, finché non furono cacciati dalle sinagoghe dal giudaismo talmudico-rabbinico da una parte e assorbiti nel cristianesimo d’impronta greco-romana dall’altra, in cui fu bandita ogni espressione di fede ebraica (sinodo di Nicea 730).
Paolo aveva descritto le comunità dei credenti gentili (non ebrei) come olivo selvatico innestato sull’olivo buono, cioè Israele (Romani 11,17); per quasi 2.000 anni è avvenuto il contrario: l’olivo buono innestato sui rami selvatici: fino a una cinquantina di anni fa un ebreo, per essere battezzato, doveva abiurare il suo ebraismo, perdendo la sua identità ebraica, sia per la sinagoga che per la chiesa.
In quanto ebrei, i messianici rispettano la legge mosaica, seguono la liturgia ebraica, praticano la circoncisione, onorano lo sabath (sabato) e la kasherut (dieta alimentare); alcuni indossano tallit, (scialle della preghiera), kipah (zucchetto) e tefillim (astucci con brani della legge) come gli ebrei più ortodossi; celebrano le feste che ricordano l’intervento di Dio nella storia d’Israele: pessach, shavuot, succot (pasqua, pentecoste e capanne), anche come feste profetiche, che hanno avuto il loro compimento nel Messia.
In quanto messianici credono nel Nuovo Testamento come parte integrante della bibbia, i cui autori e destinatari appartengono al popolo d’Israele, ma data a conoscere a tutte le genti. Celebrano la santa cena in generale una volta al mese. Il battesimo è proposto agli adulti ed è praticato per immersione, come nella chiesa primitiva. Credono nella Trinità e nel valore salvifico della morte del Signore Gesù, ma ostentano la croce nei luoghi di culto, poiché nella memoria collettiva è diventata simbolo di uccisione e morte. «Ma non ci vergogniamo del Messia crocifisso: anche per noi la croce è simbolo significativo della nostra fede, che ci ricorda quello che il Messia ha dovuto soffrire» afferma il messianico Gershon Nerel.

Il messianismo è nato nel 1800 in Inghilterra, quando i cristiani di origine ebraica, per differenziarsi dagli altri, si organizzarono in associazioni proprie, come la «Unione cristiana ebraica» (1865). Associazioni e alleanze messianiche dalla Gran Bretagna si diffusero negli Stati Uniti e nel resto d’Europa, con la stessa visione: riunire i cristiani di origine ebraica e annunciare il Messia agli ebrei.
Q uanti sono oggi gli ebrei messianici? È difficile dirlo, essendo comunità fluttuanti. Ogni assemblea conta tra 20 e 250 membri, che si radunano in appartamenti o sale private, con poche eccezioni, come l’uso di Christ Church. Ciascuna di esse è autonoma, con storia, carattere e organizzazione propria. Molte somigliano a comunità evangeliche e carismatiche, specie quelle dove i membri provengono da movimenti e gruppi carismatici. Nei loro incontri, tutti danno importanza alla testimonianza: «Noi l’abbiamo trovato!».
Mancando una qualsiasi autorità centrale rimane difficile definire il numero dei messianici. Secondo stime approssimative, attualmente essi sarebbero oltre mezzo milione nel mondo, metà dei quali negli Usa e tra i 5 mila e i 15 mila in Israele, distribuiti in un centinaio di comunità; calcoli più realistici contano nel paese 80 assemblee con circa 7 mila membri.
E sono in continua crescita, come scrive un ampio servizio di Up Front (supplemento del Jerusalem Post del 13-2-2009). Il vistoso titolo dice: «La fede avanza: 7 mila credono in Gesù come loro redentore». E il sottotitolo aggiunge: «Con grande irritazione dell’establishement in Israele». Alcune foto a colori mostrano giovani, con T-shirt rosse e scritta in ebraico: «Ebrei per Gesù», che distribuiscono volantini. L’articolo cita pure espressioni della loro fede senza censurarle: «Yeshua è l’incarnazione del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe». «Se mi rifiutassi di parlare di Yeshua ai miei simili, sarebbe come conoscere la medicina contro l’Aids e tenerla per me».
«Ebrei per Gesù» è il gruppo più conosciuto, anche se minoritario, e il più avversato per la sua attività missionaria. I suoi adepti organizzano campagne con predicazioni pubbliche e discussioni individuali per le strade, distribuzione ai passanti di stampati informativi a bizzeffe e uso di tutti i mezzi di comunicazione di massa, per dimostrare agli ebrei che la messianicità di Gesù è fondata su prove evidenti e aiutare i cristiani a ritrovare le radici della loro fede. 

Per lo più gli ebrei messianici preferiscono non mostrare la propria fede. Oltre a essere rispettosi della legge mosaica, essi si comportano da leali cittadini, sono presenti nell’esercito, università e altri settori professionali, in associazioni israeliane umanitarie, hanno fondato quella «Pro Life» per lottare contro l’aborto e aiutare le donne in difficoltà.
Eppure sono spesso oggetto di angherie, intolleranza e persecuzione. Ad aizzare l’ostilità sono almeno due «Organizzazioni anti-missionarie» ultra-ortodosse, come Yad L’achim (Mano ai fratelli) e Lev L’achim (Cuore per i fratelli). I loro attivisti raggiungono, e a volte oltrepassano, i limiti della legalità, denigrando e minacciando gli ebrei messianici, screditando i loro pastori e anziani, attaccando minacciosi manifesti con la foto del «messianico» del quartiere e la scritta «pericolo».
«Quando un ebreo in Europa dice di credere in Gesù Cristo, ciò diventa un biglietto per entrare nella società normale; in Israele è il contrario: credere in Yeshua è un biglietto per uscire, esclude automaticamente dalla società ebraica» afferma un rabbino; e un altro aggiunge: «In Israele un ebreo può essere buddista o ateo, ma non gli è consentito di credere in Yeshua Hamashiah».

Di Benedetto Bellesi

Chiese di Gerusalemme e dintorni

Le tredici «sorelle»

Comunità ortodosse

PATRIARCATO GRECO-ORTODOSSO. Fu istituito dal Concilio di Calcedonia nel 451, legato a Costantinopoli ne seguì il progressivo distacco fino allo scisma con la chiesa latina (1054). Dal 1534 i patriarchi di Gerusalemme sono tutti di origine greca, causando serie tensioni con il clero di lingua araba. I greco-ortodossi costituiscono la chiesa più grande in Terra santa (circa 70 mila fedeli), tutti arabi, eccetto poche centinaia di greci. Sotto la giurisdizione dello stesso patriarcato sono le chiese ortodosse nazionali di Russia e Romania presenti in Israele.

PATRIARCATO ARMENO. Prima nazione cristiana (IV secolo), chiesa non calcedoniana, presente a Gerusalemme fin dal V secolo, dal 1311 gli armeni hanno un proprio patriarca, che risiede nel convento di san Giacomo. La comunità armena crebbe con l’arrivo di profughi dalla fine del XIX secolo alla prima guerra mondiale. Oggi i 1.500 armeni vivono a Gerusalemme, altre centinaia in Israele e Territori palestinesi.

CHIESA SIRIACA o GIACOBITA. Erede di Antiochia, lingua liturgica l’aramaico (lingua di Gesù) è una chiesa non calcedoniana, anche se chiamata «ortodossa». Dei 300 siriaci in Terra santa, 200 vivono a Gerusalemme, presso il monastero di san Marco, guidati da un vescovo (esarca) rappresentante del patriarca residente a Damasco.

CHIESA ORTODOSSA COPTA. Arrivata dall’Egitto a Gerusalemme nel IV secolo, ebbe forte influsso nell’origine del monachesimo nel deserto di Giuda. La comunità oggi è composta da una decina di monaci, il cui superiore ha dignità vescovile; abitano vicino al Santo Sepolcro.

CHIESA ORTODOSSA ETIOPE. Dal IV secolo presente a Gerusalemme, ebbe vari diritti nei luoghi santi, perduti con il dominio turco. Oggi un vescovo guida poche dozzine di monaci e monache, vicino al Santo Sepolcro.

COMUNITÀ Cattoliche

CATTOLICI DI RITO LATINO. Ebbero amministrazione autonoma con l’istituzione del primo patriarca latino di Gerusalemme per opera dei crociati (1099), finito con la riconquista araba (1187) e restaurato nel 1847. Nel frattempo la presenza cattolica fu assicurata dai francescani (Custodia di Terra santa) con opere pastorali, educative, assistenziali, moltiplicate con l’arrivo di vari istituti religiosi a partire dal 1800. Oggi i circa 41 mila cattolici di rito latino sono quasi tutti arabi, compreso il patriarca; alcune centinaia di cattolici sono di espressione ebraica.

CHIESA CALDEA. La chiesa cattolica caldea è nata nel XVI secolo da uno scisma della chiesa assira (conosciuta come chiesa nestoriana), quando alcuni gruppi elessero un proprio vescovo (1552) e chiesero l’approvazione di Roma, ricevendo il titolo di patriarca dei cattolici caldei. In Terra santa la comunità caldea conta poche famiglie; sede vescovile a Gerusalemme.

CHIESA MARONITA. È la sola chiesa orientale interamente cattolica, fondata da san Marone (IV sec.) in Siria e affermatasi in Libano. I maroniti sono circa 8 mila, presenti soprattutto i Galilea, guidati da un arcivescovo (esarca patriarcale)  che risiede a Gerusalemme. 

CHIESA GRECO-CATTOLICA o MELKITA. Chiesa calcedonica, dipendente da Antiochia, definitivamente in comunione con Roma nel 1729, segue la liturgia bizantina in lingua araba e greca. I melkiti in Terra santa sono circa 50 mila, buona parte nella Galilea, guidati da un esarca, rappresentante del patriarca di Antiochia.

CHIESA CATTOLICA ARMENA. Fin dai tempi delle crociate ci furono tentativi di unione degli armeni con Roma; con la predicazione dei domenicani si formarono alcune comunità armeno-cattoliche, alle quali papa Benedetto XIV assegnò un patriarca (1742), che dal 1829 risiede a Istanbul. Alcune decine di famiglie di cattolici armeni sono sparse tra Gerusalemme, Haifa, Nazaret e Ramallah; sede dell’esarca patriarcale in santa Maria dello Spasimo.

CHIESA CATTOLICA SIRIACA. Nata in Siria con la predicazione cattolica nel XVII secolo; a causa di persecuzioni, la sede del patriarcato da Aleppo fu portata in Libano. I cattolici siriaci in Terra santa sono 2-300, sparsi in varie città, con sede vescovile a Gerusalemme.

CHIESE PROTESTANTI

COMUNITà ANGLICANA e LUTERANA. I protestanti arrivarono a Gerusalemme solo a partire dal 1800, con l’instaurarsi delle rappresentanze diplomatiche occidentali a Gerusalemme. Oggi contano circa 5 mila fedeli; ognuna delle due comunità è guidata da un proprio vescovo.

Benedetto Bellesi