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Madre Teresita non va in pensione

Legion d’Onore a una missionaria Figlia della carità

La Francia ha onorato con una delle più prestigiose onorificenze nazionali una missionaria francese ultra ottantenne, Madre Teresita, ancora attivissima sulle Ande ecuadoriane nella promozione integrale dei giovani indios quechua.

Ho letto una notizia che ha fatto davvero bene al mio cuore missionario. Soeur Marie Louise Duvignau, più nota in Ecuador come Madre Teresita, il primo gennaio 2010 è stata nominata dal presidente francese Nicolas Sarkozy, per la prestigiosa onorificenza della «Legion d’Onore». Madre Teresita appartiene alla Congregazione delle Figlie della Carità e lavora attivamente nella parrocchia di Flores, diocesi di Riobamba, Ecuador. Le ho scritto per farle sapere che in molti condividiamo la soddisfazione di vedere che il suo lavoro a favore degli ultimi e una vita spesa per gli altri sono pubblicamente riconosciuti. Mi ha risposto facendo notare che si è sentita a disagio per l’onorificenza: «Abbiamo sempre preferito la parte nascosta e umile perché la nostra luce deve far vedere e rintracciare chi è invisibile e abbandonato».
Alla fine di dicembre Madre Teresita ha compiuto 85 anni, sono un percorso ben definito riguardo all’età, ma incalcolabile in rapporto al suo impegno missionario. È stata anche in Egitto prima di arrivare in Ecuador sempre fedele all’ispirazione e carisma di San Vincenzo de Paoli, che i poveri li trattava da «signori», non perché fossero bravi, belli e buoni, ma perché in questo modo si faceva un investimento sicuro nell’amore di Dio. Oggi, in un angolo sperduto delle Ande, grazie a questa meravigliosa missionaria francese, esiste davvero un luogo dove gli indigeni sono tenuti in considerazione e amati come persone care, ma soprattutto sono aiutati ad essere capaci di dare e ricevere con disponibilità e sensibilità fuori del comune. Quando Madre Teresita faceva notare (e lo faceva spesso) che il progetto «Missione Flores» era frutto della Grazia Divina, si riferiva ai volontari, tutti giovani indigeni, che ancora adesso l’accompagnano e dirigono assieme il centro di formazione, e sono partecipi e seriamente responsabili della gestione pastorale nel territorio della Missione.
Questi collaboratori volontari mi hanno scritto delle testimonianze stupende: «è impressionante l’amore di Teresita per noi indigeni poiché nonostante l’età già avanzata, continua la sua presenza sollecita e generosa. È un regalo grandissimo. I giovani che frequentano il centro sono particolarmente ansiosi di imparare. Il centro è un luogo che li accoglie con molto amore, dove tutti sono benvenuti. Quest’anno (2009-2010) vogliamo impegnarci di più nella informatica, accettando la richiesta degli alunni. Allo stesso tempo avremo spagnolo, matematica, contabilità, inglese, tessitura di fasce, taglio e cucito, arti e mestieri, cucina, produzione agricola e piccoli allevamenti, musica, Bibbia e altre materie. Tutto serve per la vita».
Quando i missionari della Consolata arrivarono nel 1987, madre Teresita era già presente da alcuni anni e con una consorella aveva in affitto due stanze perché non c’erano ancora strutture. La diocesi di Riobamba era ben organizzata, le idee e gli obiettivi chiari. La base teorica, «el marco teorico», prevedeva di partire dalla comprensione della realtà per arrivare alla meta, il Regno di Dio; da qui erano stabiliti gli obiettivi generali e quelli specifici. La fede era accettare Gesù Cristo come premessa e fondazione per impegnarsi a lavorare a costruire la chiesa dai poveri e con i poveri, formando comunità con la coscienza di essere popolo di Dio e segno espressivo del regno. Assieme bisognava fare tutto il possibile per costruire una società nuova che fosse anticipazione del regno nella terra, mettendo al primo posto l’impegno di edificare la chiesa indigena. Gli obiettivi specifici diventavano la formazione, la moltiplicazione e consolidazione delle comunità cristiane di base e altri tipi di comunità cristiana. Tutto cominciava formando i responsabili della marcia di queste comunità: catechisti, missionari, futuri sacerdoti. La diocesi sembrava un laboratorio effervescente. Ma già nel 1987 mons. Leonidas Proaño (1910-1988), anima della diocesi, aveva già dato le dimissioni (1985), subito accettate.
Non ci volle molto a capire che chi aveva voce in capitolo non erano gli indios, ma gli agenti pastorali, francesi, colombiani, spagnoli, tedeschi, olandesi, preti, laici e suore. Gli indios erano i protetti, i beniamini, e anche loro dovevano esserci sempre, ma lasciar fare agli altri. Ogni tanto potevano anche dire la loro che, guarda caso, appoggiava gli agenti pastorali con attacchi e lamenti contro la chiesa gerarchica, il Fmi e il debito estero. Gli indios erano tutti battezzati e nelle comunità della campagna oltre la cappella c’era anche la casa comunale, la comunità cristiana e l’immancabile comitato locale. Avevano messo in piedi una certa convivenza o almeno una coabitazione con i vari interlocutori. Ma loro seguivano quello che avevano sempre fatto, il loro stile di vita collaudato nei secoli. Secondo la storia, tutti gli indios dell’Ecuador erano puruhà, minuscole tribù confederate e cornordinate in linee generali dai re di Quito. Poi arrivarono gli incas dal Perù a dominarli e all’arrivo degli spagnoli erano già stati assimilati nella cultura incaica. Gli spagnoli fecero il resto: unificarono la lingua e l’amministrazione e promossero a tutta forza la cristianizzazione.
Quando con Madre Teresita ci siamo messi a studiare il progetto missionario degli indigeni di Flores, ci siamo chiesti «cos’era rimasto dei puruhà? E degli incas? E degli spagnoli?». Lungo i secoli erano arrivati poi i libanesi, i cinesi, gli italiani, gli inglesi, i tedeschi. Ma nella diocesi di Riobamba gli indigeni reclamavano si ascoltasse il loro grido che rivendicava luoghi e spazi nella chiesa. Come dire che «se non ci danno spazio nella chiesa cattolica», saremo costretti a fae una noi totalmente indigena, nel pensiero e nella teologia, con riti propri e segni propri. Un bel sogno, ma impossibile da realizzare. Così con Madre Teresita ci siamo messi a lavorare partendo davvero dalla realtà che si trovava senza nostalgie indebite. La chiesa di Riobamba anche se composta per l’ 80% di indios e quasi indios, non aveva che una manata di essi nei suoi quadri direttivi. Allora si può inculturare la chiesa senza presenza indigena?
A Flores abbiamo iniziato modestamente, ma con decisione, a indigenizzare la parrocchia. Il primo impegno è stato pratico: cosa possiamo fare con una chiesa piena di cultura indigena e vuota di ministri, dirigenti e responsabili indigeni? Cooptammo allora indios nei quadri parrocchiali, certi che, una volta inseriti, avrebbero poi manifestato le loro idee e le esigenze più vere. Una delle prime esigenze fu quella di offrire una educazione complementare ai ragazzi e alle ragazze quechua che finivano la scuola primaria e rimanevano senza prospettive per il futuro.
Flores è un piccolo centro di 200 abitanti, ma la parrocchia ne conta 6.000 di cui il 60% sono protestanti evangelici. Subito ci siamo organizzati per migliorare la chiesetta e fare un centro di promozione educativa e formativa. Nel 1989 funzionava già e Madre Teresita diventò l’anima di tutte le attività volte a far sì che gli indigeni fossero avviati a diventare responsabili della propria vita e della organizzazione delle attività comunitarie.
Per il centro sono passati già diverse centinaia di giovani indigeni e tutti hanno ricevuto quello che noi chiamavamo «capacitasion» (rendere una persona capace di), ognuno secondo le proprie qualità. Ciascuno acquisiva delle capacità professionali e umane diverse, secondo i bisogni della famiglia e comunità. Madre Teresita animava una splendida collaborazione tra tutti senza divagare sulla gerarchia dei ruoli. Aveva capito il tessuto della impostazione culturale: ognuno al suo posto con responsabilità e funzione rispettata. Madre Teresita, come religiosa della Carità, si è sempre caratterizzata per la capacità di praticare una solidarietà con i poveri e gli ultimi non fine a se stessa, ma sempre orientata alla costruzione di una società nuova che completasse quella di partenza con più vita, più verità, più amore e più giustizia. Il tutto condito dalla virtù che lei ha praticato di più, la «tendresse» (tenerezza).
Grazie a Madre Teresita la «Missione» non è un altro episodio nella lunga lista di opere che hanno un principio, molti sacrifici e poi una rapida scomparsa. Non ho mai smesso di ringraziare perché Madre Teresita era riuscita a rendere il centro una casa sempre abitata. Ha lavorato molto per elevare, emancipare, far valere l’indio, come qualità imprescindibile dell’essere e dell’agire. E la cultura è stata animata perché davvero coltivasse la persona indigena e la magnificasse nel sapere e nel volere, nel conoscere e nel fare.
Teresita grazie, sempre. L’onorificenza la meriti tutta, anche perché già da tanti anni sei diventata un riferimento stabile, bello e felice per l’indio piccolo, per la comunità umile, per il giovane indio fermo in un presente senza memoria che valga la pena ricordare e privo di un futuro che meriti impegno, fatica e sacrificio. Hai dato loro incentivo per raggiungere una dignità che valga la spesa di essere salvata e degna di essere continuata, anche se sappiamo tutti che il processo è lento e lungo, se si vuole includere tutti quanti e non solamente alcuni più furbi e capaci. Que Dios te pague, cuyashca Hermanita. 

Di Giuseppe Ramponi

Giuseppe Ramponi