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Haiti: Alzati e cammina!


Non esiste un altro posto così al mondo. Un paese di figli di schiavi. Ma di schiavi ribelli, che si rivoltano guidati da un grande leader, quale fu Toussaint Louverture e arrivano a sconfiggere le truppe di Napoleone. Così il primo gennaio 1804 nasce la prima repubblica indipendente delle Americhe, con popolazione di origine africana. Ma poi la storia non è clemente e le dittature si susseguono, tra le più feroci quella dei Duvalier, durata trent’anni, che mette in ginocchio il paese. Nei primi anni Novanta uno spiraglio che diventa una speranza per tutta l’America Latina oppressa. La teologia della liberazione sembra incarnarsi in un altro leader, il padre salesiano Jean-Bertrand Aristide, che, appoggiato dalla chiesa di base diventa presidente della repubblica. «Gli haitiani sono un popolo “messianico” hanno bisogno di un leader carismatico, poi lo seguono, in massa» mi diceva padre Jean-Yves Urfié.

Aristide promette di liberare il paese dal giogo degli aiuti e dell’imperialismo. Un cattivo esempio, giudicano a Washington, dove siede George Bush (padre). La Cia organizza un sanguinoso colpo di stato. È il 1991. Aristide non è morto, ma «comprato» e quando sarà riportato al potere dagli Usa di Clinton, è diventato un burattino, che si arricchisce con i soldi degli aiuti e del traffico di droga. Il sogno è svanito. Il popolo ancora tradito. L’isola è in mano alle bande criminali che dettano legge. Uno dei paesi più poveri del mondo, ma forse il popolo più sfortunato. Un popolo accogliente, caloroso. Ma sanguigno, rissoso … per il quale la violenza è ancora uno dei tratti caratteristici. Un paese dai sentimenti forti. Non è un popolo di miserabili, come si vorrebbe. Ma un popolo di grandi artisti, pittori, poeti, scrittori e musici. Jaques Stephen Alexis poeta e scrittore fonda la corrente del «Realismo meraviglioso».

La realtà descritta ha sempre qualcosa di meraviglioso, di magico. Ed è proprio questo Haiti: i confini tra la realtà e la magia si fondano. Terra di gente profondamente religiosa, che ha saputo unire le credenze africane con il cristianesimo, imposto all’inizio dai padroni agli schiavi delle piantagioni. Dove il culto dei morti occupa un posto di particolare importanza. Un popolo al 90% di origine africana, ma non di africani. Che sente le sue radici affondare nell’acqua per cercare di raggiungere la Guiné (come viene chiamata l’Africa in creolo) senza mai arrivarci. Un popolo che ha creato il proprio idioma, kreyol, fondendo lingue africane, francese, un pizzico di spagnolo e poi sempre più neologismi inglesi. Una lingua e una cultura che il grandissimo scrittore Félix Morisseau-Leroy, haitiano doc, ha promosso, fino ad adattare l’Antigone di Sofocle all’immaginario creolo.

Cosa succederà adesso? Duecento anni rasi al suolo in un minuto. Il cuore pulsante di Haiti non c’è più. Un paese povero, vero, dove la speranza di vita è tra le più basse del mondo e grande parte della popolazione vive di stenti. Ma che stava (prima), lentamente, trovando una via per migliorare. Adesso interi settori della società haitiana sono finiti sotto le macerie di Port-au-Prince nell’immane tragedia del 12 gennaio. Il clero, ad esempio, è stato decimato. Tutte le chiese della capitale sono crollate. Poi gli intellettuali, i funzionari, i professionisti (un esempio tra tutti medici e infermieri). Ripercorro con la mente le vie di Port-au-Prince, che è stata la mia città, e penso alla sua gente. Da ricostruire non saranno solo le case, ma la stessa società haitiana. Difficile oggi pensare al dopo. Quando i riflettori si spegneranno. Quando la primissima emergenza sarà passata e le fosse con decine di migliaia di cadaveri saranno chiuse. Quando tutte le infrastrutture saranno da ricostruire e non ci saranno competenze per fare e per gestire. Una generazione di orfani da far crescere. Non ci dimentichiamo di Haiti: un posto speciale, un popolo unico. Non ne esiste uno uguale al mondo.

Marco Bello