Rivista Missioni Consolata – 121 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

La resistenza degli «uomini di mais»

Latifondisti e speculatori contro gli indigeni

Nello stato di Morelos, che diede i natali a Emiliano Zapata, gli indigeni nahua, eredi degli aztechi, lottano per la terra e l’acqua da cui dipende la loro stessa esistenza. Gli usurpatori di oggi sono imprenditori che, con l’appoggio delle istituzioni, comprano la terra per fae centri commerciali, villaggi di casette a schiera, campi da golf. Un ecocidio e un desplazamento cui gli indigeni hanno risposto unendo le forze nel «Consiglio dei popoli per la difesa dell’acqua, dell’aria e della terra». Una lotta difficile, ma carica di significati. Anche per noi.

Lo stato di Morelos dista un centinaio di chilometri da Città del Messico. È uno degli stati più piccoli del paese, con i suoi due milioni di abitanti.
Qui, l’8 agosto del 1883 – o forse nel ’73 – nacque Emiliano Zapata, a San Miguel Villa de Ayala. Fu proprio dalla sua terra, da questi spazi larghi che alternano deserto a foreste, che meno di trent’anni dopo – o meno di quaranta, a seconda –  Zapata, divenuto generale, fece partire la rivoluzione agraria, che distribuiva terre ai contadini e attaccava al cuore il latifondismo asservito al dittatore Porfirio Diaz. Era il 1910.
Un secolo dopo a Morelos si stanno ricostituendo i latifondi contro i quali aveva lottato Emiliano Zapata. Questa volta la mano è quella delle immobiliarie e dei ricchi imprenditori, avallati dalle istituzioni locali e statali.
La politica di stampo dichiaratamente neoliberista del  presidente conservatore – del «Partito di Azione nazionale» (Pan) – Felipe Calderon, ha dato carta bianca ai governatori del Morelos, che oggi sono Marco Adame Castillo e Jesús Giles. Essi e il sistema che rappresentano, stanno smembrando e vendendo a quarti alla macelleria del mercato questa terra di rivoluzionari, abitata per larga parte da popolazioni indigene. Le nuove frontiere della ricchezza non sono più i grandi appezzamenti agricoli dove venivano a schiavizzare i peones per massimizzare guadagno e rendimento. Più sguaiatamente, la terra di Zapata oggi serve a fare campi da golf, centri commerciali, migliaia di casette a schiera dai colori pastello e dai muri di cartone, per allettare i vicini cittadini col sogno della casa full confort poco fuori dalla metropoli. Chi abita da sempre questi territori non è consultato né rispettato. Così come non lo è il fragile equilibrio naturale di uno degli ultimi ecosistemi integri della regione. Uno sfruttamento selvaggio – un ecocidio – che sta avvelenando falde acquifere ed uccidendo specie animali. E che prevede il violento desplazamento (allontanamento coatto) degli indigeni contadini, coltivatori di mais.
Non è che a noi suoni tanto strano, perché è quello che anche in Italia succede di continuo: ecomostri, casette «schierate», che nascono come funghi e che in effetti non rispondono ad una reale richiesta abitativa, «figliolo, un giorno qui era tutta campagna…» ed ora è centro commerciale… Però Zapata è Zapata. Il simbolo della rivoluzione messicana è l’espressione anche di altro, che non è morto con lui e che era nato molto tempo prima: gli indigeni.
Lo stato di Morelos vanta una forte presenza di indigeni, in particolare di etnia nahua. Lo stesso Zapata parlava nahuatl. Gli indigeni contadini, gli «uomini di mais», come essi stessi si definiscono perché esperti coltivatori di questa pianta, erano al suo fianco allora, per difendere le loro terre dai loro sfruttatori; prima, avevano fieramente combattuto i conquistadores spagnoli in difesa della loro cultura. E anche oggi continuano con altre rivoluzioni.
Loro, i nahua, discendenti dagli aztechi, dicono: «Dalla nostra Madre Terra abbiamo imparato a leggere la nebbia, il freddo e il calore, le piccole scosse della terra e le eclissi; ad interpretare il suono dei ruscelli e parlare al vento che esce dai pozzi naturali e dai fiumi sotterranei. Nel dialogo con gli elementi abbiamo imparato ad interpretare gli spazi e da lì, a pianificare le attività dell’anno. Veneriamo la relazione con le nostre terre e con le nostre acque e per questo siamo organizzati collettivamente, e sappiamo che il giorno in cui questa morirà, morirà anche la nostra terra portandosi via le sue risorse. Per questo conserviamo le nostre danze. Perché attraverso di esse  parliamo con l’acqua e possiamo chiederle di scendere dal cielo».
Queste parole di pura poesia provengono dal «Manifesto de Los Pueblos de Morelos», redatto nel 2007 in occasione di un grande congresso delle popolazioni indigene dello stato.
Un quarto di secolo fa infatti, alcune comunità indigene di Morelos si sono spontaneamente unite – indignate per il sopruso che stava di nuovo avvenendo sotto i loro occhi e a loro danno – per tentare di arginare il frazionamento della propria terra e l’inquinamento delle loro acque. In principio, furono 13, i pueblos, che si unirono in un congresso: i «13 Pueblos en defensa del agua, el aire y la tierra».

«Ci chiamano terroristi e criminali»

Saul Roque Morales, in testa ad un folto corteo, dice: «Siamo indigeni, parliamo nahuatl, veniamo dalla comunità di Morelos, e per questo diciamo al segretario di Goveo che guardi bene quanto siamo terroristi, che guardi bene quanti criminali ci sono fra di noi, perché ci mandi poi i suoi elicotteri ed il suo esercito per farci paura. A noi che solo chiediamo di difendere la nostra acqua».
Quando parla, Don Saul tiene sempre la stessa espressione imperturbabile di chi conta le nuvole all’orizzonte, e il tono della voce non s’increspa mai. Giusto quando parla del suo matrimonio, della sorpresa che la sua gente fece agli sposi, organizzando una festa con cibo e fiori; della moglie, che sembrava essere afflitta da un male incurabile e poi fu guarita dallo sciamano del villaggio vicino. Allora sì, s’addolciscono i suoi tratti.
Sennò, alle adunate e di fronte all’esercito armato, alle riunioni e ai convegni in giro per il mondo, il suo viso di contadino, di rivoluzionario, di saggio e di coraggioso, si muove sempre dentro  un’espressione eterna.
È considerato il capo spirituale della popolazione di Xoxocotla, una piccola cittadina di qualche migliaio di abitanti. Oggi è anche il referente politico di un movimento che arriva a contare 800.000 persone in tutto lo stato di Morelos: praticamente, metà della popolazione.
Quando Don Saul aveva pronunciato quelle parole era il luglio dell’85. L’esercito era intervenuto da pochi giorni con violenza spropositata per sedare le manifestazioni – pacifiche -, che i 13 popoli di Morelos avevano messo in atto per opporsi alla costruzione di un enorme complesso abitativo che voleva sorgere esattamente sopra i quattro bacini idrici che davano da bere a tutto il Creato di Morelos. Tale progetto, conosciuto come la Cienega, prevedeva la costruzione di migliaia di casette in un’area adibita alla coltivazione comunitaria del mais. I contadini indigeni erano scesi in corteo ed avevano occupato le arterie d’accesso a Morelos. L’esercito aveva picchiato e sparato. Una loro compagna – la signora Carmen Lucila González Gómez – aveva perso l’uso delle gambe in seguito alle botte.
Fu allora che i primi 13 popoli di Morelos cominciarono ad organizzarsi per difendere «l’acqua, l’aria e la terra». Non vinsero la battaglia – ancora in corso -. per salvare la cuenca di Chihuahuita e gli altri tre bacini d’acqua. Ma da allora le tante vertenze che li vedevano sconfitti in partenza per la violenza militare, per le difficoltà burocratiche, per la povertà e l’analfabetismo e la disgregazione sociale che l’indigenza e il frazionamento del loro territorio stava portando, vennero affrontate insieme.
È stato così che la comunità di Cuentepec, nel municipio di Temixco, è riuscita a sopravvivere con il suo modello di organizzazione nonostante la vicinanza dell’aeroporto Mariano Matamoros. E che la mobilitazione in Tepoztlán ha vinto contro la costruzione, nel 1997, di un club da golf. Qualche anno dopo, gli abitanti della comunità di Ocotepec si sono opposti all’installazione di uno spaccio della catena Soriana, del gruppo Monterrey, evento che ha costituito la prima sonora sconfitta dell’amministrazione panista di Sergio Estrada Cajigal Ramírez.
Ma i 13 pueblos riuscirono anche in un’altra importante vittoria: obbligarono il governo a riconoscere la gestione comunitaria delle proprie risorse idriche.  Venne creato il Sistema di Acqua potabile di Xoxocotla. Consta di 110 dirigenti e si considera in «lotta permanente per la difesa e protezione delle proprie sorgenti e di ciò che le circonda». E salvaguarda la dimensione fondamentale della vita indigena, la comunitarietà.
Da allora, ogni domenica, i 13 popoli si ritrovano nelle loro assemblee. Ogni domenica, una comunità nuova si aggiunge.
Il 28 e 29 luglio del 2007 venne organizzato il primo Congresso dei Popoli del Morelos a Xoxocotla: erano 49 popolazioni originarie. Oggi, a distanza di due anni, sono 64.
Nella Dichiarazione dei Popoli Indigeni di Morelos, essi dichiarano:  «Che vogliamo, che chiediamo? Che ci rispettino come popoli indigeni. Che non ci arrestino perché difendiamo le nostre terre. Che ci sia un’autentica giustizia. Che non costruiscano mega-progetti industriali e commerciali sulle terre comunali e ejidali (da ejidos, le porzioni di campi comunitari, ndr).  Che non distruggano i nostri boschi, le nostre acque e le nostre risorse naturali. Che non si imponga una modeizzazione neoliberale che significhi la sparizione dei popoli indigeni. Che tengano conto di noi quando si deve decidere».
A questo appello hanno risposto in tanti. L’Università statale Unam, che da anni si è affiancata alle lotte dei nuovi rivoluzionari discendenti di Zapata foendo gli studi di fattibilità ambientale, che dimostrano come i megaprogetti proposti dalle autorità non hanno nessun riscontro scientificamente rilevante sul reale impatto ambientale. E poi molti docenti, intellettuali, avvocati, artisti.
Ma è stato nell’agosto di due anni fa che si è capito come la strenua lotta di questi contadini poveri ma resistenti era diventata davvero qualcosa di esemplare: da tutti i paesi americani, dall’Alaska alla Terra del Fuoco, vennero in pellegrinaggio i delegati delle popolazioni indigene del continente. Per dare il proprio appoggio alla lotta dei «Pueblos», 153 fra sciamani ed alti rappresentanti delle comunità indigene americane, si riunirono ai piedi del sito archeologico azteco di Xochicalco, per un rito comune in difesa «dell’acqua, dell’aria e della terra».

L’acqua della Coca-Cola e la perdita dei beni comuni

Don Saul  è stato recentemente in visita in Italia, assieme all’associazione Yaku. Incontrando le comunità italiane che lottano anch’esse per difendere i propri territori – dagli impianti di geotermia sul Monte Amiata, in Toscana alla privatizzazione dei servizi idrici in Trentino -, spiegava: «Le fonti d’acqua nel Morelos sono in mano alla Coca-Cola, nessuna restrizione viene imposta alle imprese edili. Con la Colonia eravamo peones. Oggi è peggio. La nostra lotta è per difendere gli spazi di convivenza collettiva, per forme razionali di sviluppo economico; e per governi onesti. Noi, popoli del Morelos in lotta, aspettiamo il giorno in cui rivedremo splendere il luogo in cui viviamo, e in cui potremo riunirci con chi è stato costretto ad emigrare e con chi ancora deve nascere. Anche se si tratta di un sogno profondo, in realtà, lo stiamo facendo ad occhi aperti». Parole che ricongiungevano gli spazi e aprivano gli occhi, sotto la luce della semplicità inattaccabile propria del pensiero delle culture indigene.
Enzo Vitalesta dell’associazione Yaku, nella prefazione della versione italiana del «Manifesto de los Pueblos del Morelos», lo spiega bene: «Leggendo il Manifesto ci rendiamo conto quanto siamo lontani dallo stare bene. E quanto ci stiamo allontanando dalle cose che ci appartenevano e ci appartengono. Dai beni comuni che sono il luogo in cui viviamo, l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, l’energia che ci tiene in vita, la terra, i boschi, i mari, i ghiacciai. Ma stiamo allungando le distanze anche dal patrimonio collettivo che alimenta lo spirito comunitario di ogni territorio».
I 13 popoli tengono vivo questo spirito anche per noi. 

di Francesca Caprini

Francesca Caprini