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Bianchi da morire

Albini: persecuzioni in Africa centrale

Ci sono tante superstizioni in Burundi. Negli ultimi mesi se ne è aggiunta una, importata dalla Tanzania. Una macabra idea per cui gli albini varrebbero tanto oro quanto pesano. E questo diventa una forte minaccia per la loro sicurezza. Un’associazione locale lotta per i loro diritti.

Tutto è cominciato verso la fine del mese di agosto 2008. Alcune superstizioni arrivate dalla Tanzania, raccontano che gli albini sono sì portatori di handicap, ma che ogni parte del loro corpo vale oro. Rapidamente, le voci si trasformano in fatti. L’8 settembre dello stesso anno a Nyabitsinda, in provincia di Ruyigi, una ragazzina di 14 anni viene sgozzata da due individui.
Questo assassinio è come lo sparo di partenza. In tutto il paese inizia la caccia agli albini. Almeno altri tre bambini sono ammazzati in diverse province.
Gli albini non sono più sicuri nelle loro località. Terrorizzati sentono la loro vita costantemente minacciata. In molti decidono di lasciare il loro domicilio e andare a vivere nei capoluoghi di provincia dove c’è qualche garanzia in più di sicurezza. Alcuni partono soli, altri con la famiglia o con un membro della stessa. Altri cambiano radicalmente regione.
A Ngozi sette albini vanno a vivere nel capoluogo, mentre a Ruyigi sono in 23.  Le famiglie sono distrutte e chi ancora va a scuola è costretto ad abbandonare la propria classe, con il rischio di perdere l’anno. Godefroid Hakizimana, albino di 27 anni, sposato e con un figlio di due anni ha lasciato la sua famiglia, spiegando che: «Sento che alla lunga sto diventando una minaccia per i miei cari, anche se questi assassini cercano solo le persone come me».

Discriminazioni

Un albino nella società burundese è visto come un essere con molti difetti, per il fatto che il suo handicap sia così visibile: la pelle. Per questo motivo una vecchia pratica è sempre nelle credenze di un burundese: quando vedi un albino si dice una preghiera, sputandosi sul cuore e chiedendo di non mettere mai al mondo degli albini. Un’altra superstizione recita che non bisogna mai guardare negli occhi un albino, altrimenti si rischia di avere dei figli con questo problema.
Per Liduine Nyamushirwa, storica, di superstizioni ce ne saranno sempre, ma quello che è sicuro è che in passato «Un albino era considerato come un individuo qualsiasi. È vero che il suo aspetto fisico sembrava strano, ma i nostri antenati avevano capito che tutti i bambini vengono da dio, Imana, e che nessuno aveva il diritto di togliergli la vita con il pretesto che il colore della sua pelle è diversa dalla nostra».
Secondo la studiosa: «Il Burundi tradizionale era una società che rispettava la vita degli innocenti e che non accettava assassini ed altre pratiche di carattere criminale». All’epoca degli antenati un albino era considerato alla stregua di ogni altro essere umano. Essi avevano capito che si trattava di una malformazione cutanea, per cui si spalmava la loro pelle con burro per proteggerla dai raggi solari.
«Posso anche affermare che gli antichi non hanno mai creduto che il corpo o il sangue di un albino avesse dei poteri magici», continua.
Ricorda che durante la sua infanzia, la famiglia aveva per vicina una donna albina, di nome Kabura. Spesso lei chiedeva a sua madre perché la vicina era «bianca» e la risposta era che il colore della pelle non le impedisce di essere burundese.
Ciononostante il presidente dell’associazione Albini senza frontiere (Asf), Kassim Kazungu, ci confida che in passato si raccontava che un albino non può morire, ma solo scomparire. Inoltre, secondo Kassim, che è lui stesso albino, è spiacevole constatare che per certe famiglie, avere un figlio albino è una vergogna a tal punto che si vuole dimenticare la sua esistenza.

Un orrore importato

Ma da dove viene questo recente fenomeno di uccisione degli albini?
Nella vicina Tanzania gli stregoni utilizzano gli organi e le ossa degli albini negli intrugli portafortuna che, secondo credenze locali, permettono ai cercatori di diamanti di trovare le gemme più preziose, mentre i pescatori utilizzano i loro capelli per preparare le esche e pescare nel lago Vittoria.
Sono dunque gli stregoni spesso i mandanti di questi assassini. Si serviranno poi di parti del corpo della vittima come capelli, braccia, gambe, e soprattutto il sangue, per preparare delle pozioni che, assicurano, renderanno i loro clienti molto ricchi.
Dopo una quarantina di omicidi, il governo tanzaniano ha deciso di reprimere il fenomeno, cercando gli autori dei crimini e facendo anche un censimento degli albini viventi sul territorio. Questo per poter meglio assicurare la loro sicurezza.
Rapidamente gli omicidi sono diminuiti, ma con l’effetto di trasferirsi nel vicino Burundi, a cominciare dalle province di frontiera (Ruyigi, Cankuzo e Muyinga).
È in questo modo che cominciò il misterioso e macabro «commercio». Dopo aver sgozzato o pugnalato la vittima, i criminali ne amputano gli arti e ne prendono il sangue.
Il bottino dei malfattori è venduto in Tanzania a somme colossali, come 600 milioni di franchi (circa 400mila euro) per il corpo di un albino.

Crisi di valori?

Secondo l’onorevole François Bizimana, deputato dell’East African Community, queste pratiche si aggiungono ad altre già in uso in Burundi. Il tutto è segnale di una reale crisi di valori che sta attraversando il paese: «La povertà non può in nessun caso essere presa come fattore esplicativo di questo fenomeno, si tratta piuttosto d’ignoranza».
I sostenitori di queste pratiche di stregoneria si nascondono dietro la miseria per giustificarle, ma in realtà approfittano dell’ignoranza delle persone.
La lega Iteka, associazione burundese per la difesa dei diritti umani, nel suo ultimo rapporto (2008) ha denunciato energicamente questo fenomeno che tende a prendere una ampiezza inquietante. Allo stesso tempo Iteka critica la passività della quale fanno prova le autorità amministrative per contrastarlo.
Gli attivisti aggiungono che questi omicidi premeditati sono un attacco a ogni diritto alla vita e al fatto che tutti gli uomini nascono liberi e uguali.
L’assistenza degli albini che lasciano le loro famiglie per cercare luoghi più sicuri nelle città sembra essere un compito difficile. Le autorità amministrative non vogliono affrontare il problema in modo radicale. I costi della casa per 25 albini raggruppati a Sanzu saranno foiti dall’associazione Asf. Il procuratore della repubblica a Ruyigi, Nicodeme Gahimbare, si è impegnato a fornire a questi sfollati viveri e protezione per mezzo di poliziotti.
Ma il raggruppamento di albini in un posto più o meno sicuro è come una «quarantena» o ancora una stigmatizzazione, secondo il deputato Bizimana: «Con questo metodo di protezione, un bambino albino crescerà sapendo che non è accettato, che è perseguitato e che per poter vivere deve essere messo in quarantena».
Proibito manifestare

Il presidente dell’Asf ha dichiarato che ogni mese almeno quattro albini sono assassinati. Di fronte a questo fenomeno, che ha preso oggi un’ampiezza inquietante, lo scorso marzo Asf voleva organizzare una manifestazione per denunciare queste pratiche e, soprattutto, per chiedere che queste persone siano considerati esseri umani e siano accettati per quello che sono.
Purtroppo, il governo del Burundi, ha rifiutato il permesso, dicendo che l’associazione non è legalmente riconosciuta. Ma si tratta di un falso pretesto secondo Kassim Kazungu, il riconoscimento dell’associazione è arrivato nel dicembre 2002.
Il presidente di Asf chiede che ci sia un censimento degli albini come è avvenuto in Tanzania, e che si facciano delle sensibilizzazioni della popolazione. Ma anche che gli albini, e tutti i burundesi possano essere coscienti che la sicurezza dei primi non può essere garantita che dalla popolazione. 

Di Amandine Inamahoro

Prime Condanne
A fine luglio, in Burundi, c’è stata una prima sentenza. Otto degli undici imputati, accusati dell’omicidio di dieci albini,  sono stati condannati a pene che vanno da un anno di detenzione all’ergastolo.


Amandine Inamahoro