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DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Democraticamente castigati

Intervista al dottor Ahmed Elkurd

Tre settimane di attacchi a Gaza non hanno provocato solo morte e macerie, ma anche tanti e diversi problemi sociali: ce lo spiega il dott. Ahmed Elkurd, ministro degli Affari sociali della Striscia di Gaza.

Signor ministro, ci spieghi qual è il bilancio della guerra.
Innanzitutto, è necessario premettere che i confini della Striscia sono molto ridotti, è lunga solo 50 km, ma vi abitano 1,5 milioni di persone, di cui un milione sono rifugiati provenienti dai Territori palestinesi del ‘48. Io stesso provengo da un villaggio nei pressi di Ashkelon. I campi profughi sono 8.
In secondo luogo, voglio ricordare che da tre anni siamo sotto embargo e assedio. Ciò ha provocato una grave crisi umanitaria che è precipitata con i 22 giorni di bombardamenti israeliani.
Gaza è chiusa. Questo perché nel gennaio del 2006, elezioni libere e democratiche, chieste dall’Occidente intero e monitorate da osservatori inteazionali, hanno assegnato la vittoria a Hamas. Ecco che il mondo ci ha puniti, soffocandoci con un feroce embargo.
Come se non bastassero tre anni di assedio israelo-internazionale, si è scatenata la guerra che ha portato una devastazione molto grande: oltre 1.300 morti e più di 5.000 feriti, 5.000 famiglie senza casa, 20 mila appartamenti distrutti. La centrale elettrica funziona solo poche ore al giorno. Il bilancio economico è di 3 miliardi di dollari di danni. Ci sono tante persone che dormono nelle tende; 10 mila famiglie necessitano di sostegno immediato: casa, vestiti, cibo.

La Striscia di Gaza vive grazie agli aiuti umanitari, ma con i valichi chiusi, come fate?
Da quando siamo sotto embargo, siamo costretti a sopravvivere con gli aiuti umanitari. Tuttavia, essi possono passare solo attraverso i valichi israeliani, e quando sono chiusi per noi è una catastrofe.
Per la ricostruzione delle infrastrutture e delle abitazioni avremmo bisogno di attrezzature, di cemento, di materiali per l’edilizia, di pezzi di ricambio, ma non lasciano passare nulla. Gli israeliani non fanno entrare benzina, gasolio, gas. È difficile lavorare, in questo modo.

Finita la tregua, è esplosa la guerra…
E noi non avevamo che modesti mezzi per difenderci da un esercito super-tecnologizzato. Mentre avanzavano via terra, distruggevano tutto ciò che incontravano. Hanno devastato tutto. Non c’era scampo neanche nelle strutture dell’Onu, bombardate come tutte le altre.
Durante le settimane di guerra, sono stati compiuti veri e propri eccidi, come quello della famiglia As-Samouni, rinchiusa in un palazzo che è stato bombardato subito dopo con gli F16. In altri casi, hanno sparato a un’intera famiglia, lasciando vivo un bimbo solo.

Dall’Europa cosa vi aspettate?
Chiedo invece: cosa abbiamo fatto noi all’Europa? Perché contribuisce all’embargo israelo-americano? Perché Unione europea e Francia mandano le loro navi per chiudere ulteriormente il mare di Gaza? Vogliono inviare un contingente che garantisca la «sicurezza»: quella di Israele, non la nostra. Inizino con il far aprire i valichi, allora.
 
Metà delle vittime dell’ultima guerra erano bambini. Molti hanno assistito a scene devastanti. Che ne sarà del loro equilibrio psichico? Avete attivato dei progetti speciali?
Le fasi previste sono tre.
Primo: aiuto psicologico rivolto a chi è stato ferito o è stato testimone di massacri. Sostegno generale a tutti i minori, per permettere loro di scaricare la tensione nervosa, lo stress psichico. In tutte le scuole abbiamo previsto programmi di intervento psicologico.
Secondo: terapie di riabilitazione per chi ha subito ferite o è rimasto handicappato.
Terzo: sostegno economico alle famiglie con figli feriti o resi disabili.

Di Angela Lano

Angela Lano