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«La chiesa siamo noi»

Mozambico: finalmente i laici protagonisti

La chiesa mozambicana ha fatto uno straordinario percorso dagli inizi degli anni ‘70 a oggi. Con la «Chiesa ministeriale» si è attuato un modello in cui
i laici sono veramente protagonisti. Secondo i principi del Concilio Vaticano II. E come le prime comunità cristiane. Un cammino oggi confrontato a nuove sfide. La maggiore è l’invasione della cultura occidentale.  Un esempio anche per la chiesa italiana.

«Sto facendo il corso per imparare, approfondire la vita spirituale, liturgia, catecumenato, bibbia… Per portare la buona novella agli altri fratelli, affinché anche loro intraprendano il cammino della luce».  È Matheus Andres Mal che parla e siamo a Guiúa (Inhassoro) nel sud del Mozambico. Con sua moglie e altre 13 famiglie, ha iniziato un anno fa il corso di formazione per catechisti, al Centro di promozione umana di Guiúa.
Matheus viene dalla parrocchia Santa Ana Maimelane, ed è animatore da alcuni anni della comunità Santa Maria Macopane. Il consiglio pastorale l’ha «inviato» per formarsi e diventare catechista.
«I laici sono i pilastri della chiesa, se vengono a mancare loro cosa succede? – si chiede Sandro Faedi, missionario della Consolata in Mozambico fino al 2008.  – Senza di loro non siamo niente, diventiamo solo il clericalismo esportato dall’Europa».
In Mozambico assistiamo, da quasi quarant’anni, a un particolare percorso che fa la chiesa, definito come «chiesa ministeriale» ovvero, come sottolinea Onorio Matti, missionario dehoniano e studioso del fenomeno, «chiesa famiglia, chiesa comunione».
Per le origini occorre risalire al Concilio Vaticano II, che spinge i laici ad avere un ruolo attivo nella chiesa, per una chiesa di comunione ispirata alla Trinità, non strutturata in modo piramidale ma, orizzontale, di popolo.

Le origini

Sono i primi anni ’70, il Mozambico è ancora colonia portoghese, ma infuria la guerra di liberazione. In quel periodo un gruppo di giovani missionari illuminati e formati al concilio inizia a riflettere su questo «Nuovo modello di chiesa». Anche il giovane vescovo di Nampula dom Manuel Vieira Pinto dà un notevole impulso alla riflessione. Il sistema di oppressione del periodo coloniale fa pensare al modello delle «Comunità ecclesiali di base» dell’America Latina, che si sviluppano in quegli anni nell’ambito della Teologia della liberazione. Il percorso sarà un adattamento al contesto africano e, più in particolare, alla cultura dei popoli del Mozambico.
Si considera che la nascita delle cosiddette «Piccole comunità cristiane ministeriali» (Pccm) avvenne in concomitanza con l’indipendenza del paese (1975), anche se, in realtà, si tratta di un processo che durò alcuni anni e quindi non è identificabile con una data precisa.
«Le comunità ecclesiali di base latinoamericane e le Pccm mozambicane coltivano e sviluppano in comune il valore della uguale dignità e delle differenti funzioni dei battezzati e quindi della responsabilità e corresponsabilità che si traducono in servizio. Affermano il dono dello Spirito che è dato a ciascuno per cui il popolo può accedere alla parola dal basso senza doverla sempre e solo ricevere dal presbitero» ricorda padre Onorio nella sua tesi: Storia e prospettive future delle piccole comunità cristiane ministeriali in Zambezia (2007).
Un’altra fonte per la riflessione di quegli anni fu la nuova teologia africana, nello specifico quella congolese elaborata alla facoltà teologica di Kinshasa (Repubblica democratica del Congo). I testi africani criticavano i missionari che all’epoca trattavano la gente come bambini e pretendevano di «svuotare la mente dell’africano per introdurvi idee cristiane», senza alcun adattamento del cristianesimo nelle culture locali. C’è in essi un superamento del vecchio modo di fare missione e le basi per quella che fu, più tardi, definita «inculturazione».
Nulla di così nuovo, in realtà nelle Pccm, perché i principi sono quelli delle prime comunità cristiane (dagli Atti degli Apostoli e lettere di S. Paolo): comunione, condivisione e corresponsabilità.
Nelle Pccm, infatti, ogni battezzato ha un ruolo attivo, di servizio gratuito alla comunità di appartenenza. Il modello si contrappone e sostituisce quello del missionario che ha al suo servizio un catechista principale, scelto da lui e retribuito per vari incarichi. Il passaggio prevede un cambio di mentalità, non solo della gente, ma anche della gerarchia ecclesiastica e per questo fu lento e non privo di problemi.
La Chiesa ministeriale mozambicana resta però originale nella sua realizzazione concreta, difficile trovarla altrove, se non nei paesi confinanti dove viene «esportato» dagli stessi esuli del Mozambico.

Appoggio ufficiale

Il lavoro preparatorio e la sperimentazione del nuovo modello di chiesa riceve approvazione ufficiale e appoggio del clero nella prima Assemblea nazionale pastorale, Anp (Beira, settembre 1977), che ha proprio il tema: «Cercare piste comuni di orientamento pastorale nelle
comunità cristiane e suoi ministeri a partire dalla  esperienza vissuta e condivisa, interpellati dalla forza dello Spirito e dai rapidi e profondi cambiamenti in corso nel nostro paese». Le Anp sono il momento più alto di riflessione della chiesa mozambicana tutta: durante una settimana tutti i delegati delle diocesi (vescovi, presbiteri e laici) si incontrano e scambiano idee su tematiche che sono state preparate, con incontri a livello diocesano, per alcuni anni.
Il tema sarà poi ripreso nella seconda Anp a Maputo (dicembre 1991): «Consolidare la Chiesa locale». Mentre la terza e ultima Anp (Matola, 2005), prevederà ampi spazi all’analisi e la valutazione del percorso fatto, ma anche alcune idee su come «rifondare» le Pccm negli anni postconflitto (la guerra civile finisce nel 1992 e questo cambia il contesto).
Le tre Anp sono quindi i pilastri stessi del cammino fatto dalla Chiesa ministeriale e sanciscono e confermano la scelta, anche ufficiale, in questo senso.
Matheus ha 34 anni ed  è commerciante di professione: vende galline e capre. Nella sua comunità è animatore: «Faccio la catechesi e ho anche altri incarichi». Dopo il corso di formazione di un anno a Guiúa «il servizio che svolgerò sarà quello di formatore degli altri membri della parrocchia, provenienti dalle diverse comunità, che vogliono impegnarsi. Questa è la mia vocazione, fare germogliare il frutto che c’è negli altri». Anche sua moglie Cecilia ha seguito il corso: «Animavo la liturgia della gioventù, non ero catechista, mentre ora lo sono diventata grazie al corso. Avrò il compito di animare le donne, sempre nella carità e condivisione». I padri sono a 22 chilometri dalla comunità Santa Ana. Ecco che i laici sono chiamati a svolgere ruoli essenziali: «Quest’anno sono anche diventato ministro dell’eucaristia, e potrò quindi distribuirla». E aggiunge: «Con l’aiuto di Dio, vorrei annunciare la parola nella mia comunità, affinché tutti quelli che sono lontani, riescano ad avvicinarsi a Gesù Cristo», ma ribadisce «desidero anche che tanti fratelli abbiano la possibilità di venire a Guiúa a seguire questo corso e imparare, perché ”la messe è tanto grande e i lavoratori sono pochi”».

I laici «davvero» protagonisti

Sul vasto territorio delle parrocchie nascono e si moltiplicano le comunità. In ognuna di queste i cristiani, corresponsabili, eleggono i propri incaricati dei diversi ministeri.
I ministri eletti da tutti mantengono questo ruolo di norma per un anno, in modo tale che il maggior numero di cristiani possano partecipare. Fanno eccezione gli incarichi per i quali occorre una formazione specifica e sono quindi più difficilmente rimpiazzabili. Si tratta del catechista, dell’animatore della comunità e del ministro della parola.
Altri ministeri per la liturgia sono: lettore, incaricato del commento delle letture, incaricato dell’eucaristia, animatore del canto, della musica della danza. In seguito si aggiungono il ministero della famiglia, dell’ecumenismo, dei giovani, degli ospiti, di giustizia e pace.
Scelto il ministro, con un procedimento democratico e partecipativo, tra le persone di particolare integrità riconosciuta dalla comunità, questi riceve il mandato dall’équipe missionaria durante la celebrazione domenicale. Alla festa di Pentecoste, i mandati sono rinnovati. Il ministero può anche essere revocato in caso di cattivo comportamento del ministro.
Un concetto, non sempre facile da applicare, è che il servizio è gratuito, in quanto «servizio alla comunità» e non permanente, affinché leadership non diventi esercizio di potere.

Formazione: necessità primaria

Elias Mehama è di Mecanhelas, nella provincia Nord del Niassa. Ha 46 anni, in un paese dove l’aspettativa di vita è di 42. Ha viaggiato tre giorni con la moglie e tre figli per raggiungere Guiúa. Mentre ne ha lasciati altri cinque a casa, che saranno accuditi dai parenti. Al Centro di promozione umana, lui e la moglie Sabina, seguono il corso da catechisti.
 «Sto studiando diverse materie che mi aiuteranno nel mio servizio e che dovrò trasmettere agli altri fratelli della mia parrocchia» ci racconta. Al rientro sarà anche lui formatore di catechisti e animatori anche di altre comunità che fanno capo alla sua parrocchia.
«I laici hanno molte responsabilità nella nostra comunità. La parrocchia è molto grande, conta 130 comunità e un solo padre. Difficile visitarle tutte. Si fa un programma per andare in due comunità al giorno. Il sacerdote ha un lavoro enorme».
E continua: «Per le celebrazioni della domenica, quando non c’è il missionario, interviene l’animatore principale che fa “la celebrazione della parola”.  L’eucaristia la va a cercare (di solito a piedi ndr) il nostro ministro preposto e poi la distribuiamo».
Fin dalle origini delle Pccm si avverte come necessità quella della formazione. Nascono tre centri specifici: il Centro catechetico Paolo VI ad Anchilo (Nampula) per il Nord del paese, il Centro di formazione di Nazaré (Beira) per il centro e il Centro di promozione umana di Guiúa per il Sud.
Il nome del centro di Guiúa fondato nel 1972 dai missionari della Consolata (che ancora oggi lo gestiscono) si ispirava alla enciclica Populorum Progressio di Paolo VI, dove si legge: «È necessario promuovere un umanesimo totale», ricorda padre Francisco Lerma, responsabile del centro per diversi anni.
È costituito da una trentina di casette dove ogni famiglia può ricostituire il suo focolare, e diversi locali con aule per formazione, sale, cappella, biblioteca. Ma anche un centro sanitario, la residenza dei formatori. Intoo al centro ci sono campi utilizzati per alcune attività.
La giornata formativa è intensa. Alle sei del mattino le coppie si ritrovano nel fondo valle di fianco alla missione dove ogni famiglia ha un orto da coltivare.
Poi iniziano le ore in aula. Oltre a liturgia, Bibbia, pastorale, si impara storia del Mozambico, diritti umani, cittadinanza. E poi materie più pratiche: tecniche agricole, informatica, taglio e cucito. Alcune materie sono frequentate da donne e uomini insieme, per altre la frequenza è separata. Le donne, inoltre, accudiscono la casa e i figli, mentre gli uomini continuano la formazione.

Guerra e martirio

Ma il centro non ha sempre vissuto momenti facili. Il 13 settembre 1987, in piena guerra civile, i guerriglieri della Renamo (per la situazione politica si veda MC gennaio 2009) attaccarono la missione. Il catechista Manuel Peres fu assassinato e 36 altri laici furono fatti prigionieri. Di alcuni non si seppe mai più nulla.
Il centro fu quasi chiuso: annullati i corsi biennali per famiglie, vi si tenevano formazioni per aggioamento di una o tue settimane. Indirizzati a famiglie e non a individui.
La necessità di laici formati è evidente, così a fine 1991 si valuta, a livello diocesano, se riaprire il centro. Si decide per un’azione coraggiosa e nel marzo del 1992 quindici famiglie giungono a Guiúa per una formazione annuale. Ma ecco che il 21 marzo ancora la Renamo attacca il centro. Questa volta in ventiquattro furono brutalmente massacrati, alcuni dopo interrogatori e torture (vedi box). Altri furono deportati.
Nel 2002 padre Sandro Faedi solleva di nuovo la questione della mancanza di catechisti preparati:
«Quelli che avevano sostenuto la chiesa durante il tempo della persecuzione (dopo l’indipendenza, ndr), stavano diminuendo per età o decesso. I catechisti sono anche formatori di animatori, quindi tutta la struttura della parrocchia e delle comunità ne soffriva».
Padre Faedi ne parla con il vescovo dom Alberto Setele, dicendo che in nessuna parte del Mozambico si fanno più questi corsi.
Il vescovo acconsente a cercare una persona che possa riaprire il centro di Guiúa: un teologo con esperienza. Le persone contattate non si resero disponibili. Il vescovo allora insiste con Faedi: «Sarai tu a riaprire il centro catechetico».
«Arrivai a Guiúa dalla missione di Vilankulos. All’inizio consultai tutti coloro che avevano già fatto corsi in passato per avere consigli su come organizzarlo». Finalmente il corso inizia con quattordici famiglie nel 2003. Si decide per corsi residenziali di un anno.
 La scelta è quella di formare solo famiglie: «Vogliamo formare la famiglia cristiana: lui e lei, uno dei due catechisti, ma entrambi coinvolti nel cammino di fede e testimonianza. La condivisione di vita di queste famiglie cristiane a Guiúa, con le difficoltà, ma soprattutto la comunione di preghiere, lavoro, riflessione. Poi sono “seminati” nel loro villaggio».
I formatori sono missionari, e missionarie, ma anche laici, tra i quali catechisti che hanno già seguito il corso.
Parte della formazione è svolta in lingua, xitwha, mentre fondamentale è pure l’alfabetizzazione in portoghese.
«Ho avuto molte soddisfazioni da questa missione» ricorda Faedi «Uomini e donne che hanno lasciato tutto per un anno, per affrontare una vita diversa. Uomini rudi, abituati al lavoro nei campi che devono mettersi a studiare». E continua: «Quando li richiamavo per fare il corso agli altri, vedevo che erano cresciuti a livello intellettuale, teologico, di impegno cristiano, vita famigliare. Una crescita umana e religiosa». La comunità che li ha scelti e inviati ne accudisce la casa e il campo (talvolta i figli) durante la loro assenza.

CURA DELLA FAMIGLIA

«Nella mia comunità siamo più di 800 cristiani» ricorda Elias Mehama. «Abbiamo molti catechisti, animatori principali, animatori di carità, animatori di economia, laici delle famiglie. Ognuno ha un ruolo definito. Questi ultimi, ad esempio, aiutano le famiglie, quando ci sono problemi, affinché non divorzino e vivano in pace». Figura che sarebbe quanto mai utile anche nelle nostre comunità.
«L’animatore di economia, invece, controlla il denaro dell’offertorio, organizza la raccolta».
Nella celebrazione della parola «ci sono parti che spettano agli animatori e altre al sacerdote, che noi non tocchiamo. Occorre una formazione per sapere questo. Fino ad arrivare alla comunione ai propri colleghi. Io ho imparato anche questo al corso di Guiúa» conclude Elias.

Vero socialismo

Dopo l’indipendenza il Frelimo sceglie il marxismo-leninismo e avvia una campagna di nazionalizzazione. Missioni e opere (scuole, dispensari) sono tolti ai missionari, molti dei quali devono concentrarsi nelle città, altri lasciano il paese. Il fatto di avere un tessuto laico attivo e strutturato, le Pccm, salva la chiesa mozambicana. Molti missionari che tornano nei territori abbandonati in seguito a un ammorbidimento delle posizioni del governo, sono stupiti di trovare una chiesa vivace e le comunità che si sono moltiplicate. Non si assiste a divisioni di tipo famigliare o clanico, come è tendenza in Africa, ma il modello «democratico» di gestione della Pccm è sopravvissuto e si è sviluppato.
Con le Pccm «nasce veramente la chiesa locale con la coscienza di esserlo. La chiesa mozambicana fino all’Indipendenza era troppo caratterizzata e condizionata dalla cultura europea e coloniale. La gente era passiva, viveva sottomessa al missionario come ad una autorità civile, viveva nella paura dello stato di polizia vigente e soffriva un cronico complesso di inferiorità». Scrive Onorio Matti, e continua: «Nel loro ambito, le Pccm hanno dimostrato una esemplare capacità di autogestione, di corresponsabilità, di condivisione e di comunione, realizzando in piccolo, buona parte del modello di società socialista che non solo è fallita ma, purtroppo, ha prodotto il suo contrario, un basso livello di senso civile, di responsabilità  e partecipazione sociale con l’aggravante di un processo crescente e incontrollabile di corruzione a vari livelli».

Futuro incerto

Il Mozambico di oggi, e quindi anche la sua chiesa, si confronta con l’invasione culturale dei «non valori» occidentali. Quella che, padre Matti, definisce senza mezzi termini: «L’irruzione dell’Occidente attraverso i mass media in una società indifesa. Tutto questo chiede un rinnovamento del metodo e dei contenuti della pastorale e dei relativi testi che bisognerebbe saper riscrivere con la stessa fantasia e intelligenza, entusiasmo e forza, volontà e capacità di allora».
A fianco di un bisogno e domanda di spiritualità, si assiste a una pericolosa tendenza al ritorno al clericalismo, il che rappresenterebbe una involuzione.
Nelle parrocchie torna ad avere un’importanza predominante il parroco, che accentra e dirige: «Figura e autorità centrale da cui tutto e tutti devono dipendere». I laici rischiano di diventare meri esecutori dei suoi ordini e non attivi ministri eletti dalla comunità e che a essa devono rendere conto.
Ancora Onorio Matti propone un «antidoto» a queste derive: «Quello della formazione spirituale rimane un punto carente e da colmare nel cammino delle Pccm. Bisogna coltivare di più la formazione spirituale del catechista, dell’incaricato della parola e del responsabile della comunità. Solo la solidità spirituale nella fede permette di attraversare i tempi difficili». 

Di Marco Bello

MASSACRO IN MISSIONE

La Chiesa ministeriale del Mozambico conta i suoi martiri. Tra gli altri i 24 di Guiúa.  A livello diocesano si era fatta la scelta coraggiosa di riaprire il centro di formazione, dopo oltre quattro anni di chiusura. Era la notte del 22 marzo 1992 e mancavano poco più di sei mesi alla fine della guerra.  Suor Thérèse Balela, francescana missionaria di Maria, congolese, era arrivata a gennaio e faceva parte dell’équipe che avrebbe dovuto organizzare le formazioni.  Testimone diretta di quella tragedia racconta.

«Era la vigilia dell’inaugurazione del centro. I ribelli della Renamo sono arrivati sulla montagna e vi hanno fatto il loro accampamento. Preparavamo la cerimonia di apertura della formazione e pensavamo che fossero militari, giunti per assicurare la sicurezza.  Verso l’una di notte ho sentito un gran frastuono: battevano sulle porte e le finestre delle case dei catechisti. Dopo 20 minuti ecco i primi spari:  avevano ucciso Carlos un catechista, arrivato tra i primi.  Voleva scappare e gli hanno sparato alla schiena. La mia consorella mi ha detto di spegnere le luci. Ma i ribelli dicevano:  “abbiamo visto che siete qui, uccideremo tutte le suore e i padri”.
Ho chiuso tutte le consorelle nella mia camera e mi sono barricata in casa. Io pensavo che in quanto straniera, non mi avrebbero ammazzata.
I ribelli avevano preso tutti i catechisti ed erano scesi alla nostra casa. Erano sempre più furiosi perché non riuscivano a entrare. I padri Andrea Brevi, che era il direttore del centro, e John Njoroge, del Kenya erano a casa loro e dormivano.
Sono scesa in cappella, ho preso il santissimo dal tabeacolo e ho salito le scale: parlavo con il sacramento. I ribelli intanto dicevano: “sei là e ti uccideremo”».

«Facevano delle domande ai catechisti e questi rispondevano: “siamo appena arrivati, non sappiamo nulla”.
Nel frattempo si sono sentiti altri spari. Era l’esercito regolare che si avvicinava.  “Andiamo perché il Frelimo sta arrivando” dissero e partirono con i catechisti e i loro bambini. Sono andati a tre chilometri, nella foresta, dove li hanno massacrati.
Il mattino sono rimasta in casa, tutte le suore erano molto giù di morale e non parlavano. Io volevo andare dai padri. Le suore mi hanno detto che c’era pericolo di mine. Intanto un neonato di cui avevano ucciso la madre era stato gettato sulla nostra strada. Sono andata a recuperarlo e ho visto arrivare i missionari. Il padre ha preso la macchina ed è andato in città ad avvisare il vescovo. Intanto un bambino di 7 anni è arrivato piangendo e mi ha detto “hanno ucciso tutti i nostri genitori. Mi hanno inviato a dirvelo affinché andiate a recuperare i cadaveri”.
Abbiamo soccorso quel bimbo e più tardi, con una scorta militare mandataci dal governatore siamo andati sul posto.
Abbiamo visto tre cerchi: le mamme in un cerchio, i papà in un altro e i bambini in un terzo. Tutti uccisi alla baionetta. Ho trovato quattro piccoli che succhiavano i seni delle loro mamme. Erano gli unici superstiti. Erano feriti ma si salvarono: adesso sono grandi e sono ancora con noi. Hanno ucciso i bambini, e altri li hanno portati con loro per il trasporto di munizioni e viveri. Abbiamo recuperato almeno sette bambini di quelli deportati, quando siamo andati nelle basi per il programma di riconciliazione, alla fine della guerra.
Due famiglie di catechisti si salvarono. Un uomo con moglie e due figli si nascosero nella fossa della latrina, un’altra famiglia trovò riparo nel bagno in casa. Oggi prestano ancora il loro servizio».

a cura di Marco Bello

Sui martiri di Guiúa Mc aveva già pubblicato un servizio nel marzo 2002. Padre Francisco Lerma ha scritto «I martiri di Guiúa», 2001.

Marco Bello