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Consolazione è donna

Spagna

Malaika è una parola swahili che significa «angelo». È anche il nome di un Centro di dialogo e scambio tra fedi e culture diverse che i laici missionari della Consolata spagnoli hanno creato a Málaga. Due di loro ci raccontano la storia di un «angelo» colombiano e di un gruppo di donne da consolare.

Siamo a Málaga, nel Sud della Spagna: una città che si vanta di essere accogliente, terra di transito e  incontro di civiltà e che oggi riceve persone di molte nazionalità diverse. C’è chi per turismo viene a lasciare palate di soldi alla Costa del Sol, chi invece cerca la speranza di un lavoro sicuro e un futuro migliore.
Il Centro di dialogo interculturale e interreligioso «Malaika» nasce qui nel 2005; si interessa soprattutto al fenomeno migratorio, diventando ben presto un punto di riferimento per la città di Málaga nell’accoglienza dello straniero.
Le sue attività si sviluppano in modo particolare su due livelli. A livello individuale, Malaika offre orientamento e accompagnamento  per facilitare al singolo una miglior integrazione nel tessuto sociale cittadino e una più approfondita formazione interculturale a tutte le persone o istituzioni interessate a questo tema. A livello sociale, invece, si propone come un luogo di incontro che favorisce le relazioni interculturali e il mutuo scambio tra la popolazione migrante e quella locale. 
Anno 2006. A Malaika intrecciamo un rapporto stretto con un gruppo di boliviani con i quali riusciamo a organizzare varie attività. Lavorando gomito a gomito ci rendiamo conto di una grande inquietudine all’interno della loro comunità: tre giovani donne boliviane si sono suicidate in uno spazio di tempo molto breve. Impera la preoccupazione e si discute sui motivi che hanno portato a questa serie di atti: la situazione familiare delle tre donne, il lavoro che manca, il contesto ostile in cui molte volte i migranti sono costretti a vivere, ecc. ecc. La cosa peggiore è che, in confidenza, alcune amiche mi rivelano frasi inquietanti che stanno diventando ormai sempre più ricorrenti: «Chissà che non sia stato il modo migliore per risolvere i loro problemi», «sono così sfinita che anche io ho pensato di farlo in alcuni momenti».
Bisogna fare qualcosa. Sappiamo troppo bene come questo tipo di «soluzione finale» possa diventare contagioso. È la Provvidenza a venirci incontro e darci una mano, nella persona di Magali Adriana, arrivata di recente dalla Colombia dove, ci rivela, lavorava con un gruppo di supporto per donne maltrattate e i loro figli. Lei stessa, in passato, aveva vissuto traversie di questo genere e aveva sempre trovato importante poter dare un po’ di consolazione a persone in difficoltà. In Spagna la vita le sta mostrando la sua faccia più dura: qui tutto ciò che ha fatto un tempo sembra non contare niente, nessuno la riconosce per chi veramente è. Sta cercando un lavoro come collaboratrice domestica perché da tempo non riesce più a mandare soldi ai figli rimasti a casa e che stanno studiando, ma sente di essere chiamata anche a fare altro, che la soddisfi in pieno.
Grazie alla presenza e all’entusiasmo di Magali nasce l’idea di formare un gruppo di donne per lavorare su temi come l’autostima, le reti di appoggio sociale, la famiglia, le coppie miste, la società spagnola, ecc. Iniziamo a spargere la voce con associazioni e con immigrati, ricevendo incoraggiamenti e candidature: dalla Bolivia, Colombia, Argentina, Marocco. L’inizio non è facile. Non è infatti normale che queste donne manifestino le loro sofferenze più profonde in pubblico. Per questo cerchiamo l’aiuto di due psicologi, laici missionari della Consolata, che diventano responsabili del gruppo. Si cominciano gli incontri e il gruppo poco a poco prende confidenza, la profondità delle condivisioni aumenta, e le donne cominciano a volersi incontrare più spesso. Si organizzano momenti divertenti dove si cucinano piatti tipici, si balla, si ride e si scherza. L’ambiente si carica di amicizia, la solitudine si allontana dalle loro vite e i momenti di incontro sono ormai numerosi. Con la crescita dell’autostima e il rafforzamento delle reti di contatto alcune donne si iscrivono a corsi professionali; altre, trovano  il lavoro che non riuscivano a conseguire; altre ancora si inseriscono in circoli di immigrati e danno una mano nelle varie attività. Alcune (anche se senza documenti in regola) trovano il coraggio di denunciare abusi nel proprio lavoro. 
Trascorsi vari mesi, alcuni uomini legati alle donne del gruppo chiedono o sono invitati a partecipare alle loro attività, creando di fatto un gruppo misto, ormai perfettamente autonomo. I membri sono diventati volontari di Malaika, si sentono a casa e ci danno una mano nelle nostre attività.
Magali ha finalmente trovato una ragione in più per cui vivere. Si sente consolata da questa opportunità che le è stata offerta di rendersi utile in ciò che sa fare. Ma non soltanto lei ha beneficiato di questa piccola «avventura» del nostro Centro. Grazie a Magali e a questo gruppo di donne un po’ di consolazione è arrivata anche a noi che lavoriamo a Malaika e riceviamo affetto e amicizia di persone che hanno condiviso con noi un breve istante della loro vita. Per non parlare della consolazione ricevuta dalle donne stesse. Le inquietanti frasi di disperazione che tanto ci avevano preoccupato tre anni fa, oggi non sono che un lontano ricordo.

di Silvio e Pilar Testa

Silvio e Pilar Testa