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Rifondazione, 500 anni dopo

Gennaio 2009: approvata la nuova Costituzione boliviana

Una giornata storica per la Bolivia. Il presidente indigeno Morales festeggia con il popolo la Costituzione approvata con referendum. Sancito uno stato di 36 nazioni indigene di tipo socialista. L’acqua è dichiarata diritto umano. I benefici per i meno abbienti riconosciuti. Ma sono anche validati i referendum delle destre, che conferiscono più autonomia ai dipartimenti orientali. Luci e ombre della nuova Carta.

Da buon aymara, Evo Morales crede molto nelle simbologie: ecco perché sabato 7 febbraio il presidente della Bolivia ha voluto che le celebrazioni per l’approvazione della nuova Costituzione del paese, votata dal 61, 43% della popolazione attraverso un referendum il 25 gennaio scorso, si tenessero a El Alto.
El Alto è una distesa di baracche cresciuta senza ordine a 4.100 metri d’altitudine attorno alla città di La Paz, anzi, sopra a La Paz, che si trova in effetti in una conca. Abitata da quelli che hanno abbandonato l’altopiano per sfuggire alla povertà di campagne e miniere,  è  divenuta negli anni una vera e propria città satellite e la capitale della popolazione indigena aymara, che da sola rappresenta un terzo degli otto milioni di boliviani.
Furono proprio gli alteños – gli abitanti di El Alto – a insorgere e a essere di conseguenza massacrati, nel 2003, contro il governo dell’allora presidente dittatore Gonzalo Sanchez de Lozada, reo di avere svenduto a compagnie straniere il gas boliviano mentre la popolazione moriva di freddo. Sempre da qui arrivò l’appoggio civile – ma anche armato – in aiuto alla gente di Cochabamba, che nel 2000 combatteva nella «guerra dell’acqua» (cfr. MC giugno 2006) al grido di «El agua es nuestra, carajo!» (l’acqua è nostra) contro la multinazionale statunitense Bechtel che l’aveva privatizzata. Questo esteso ammasso di baracche è sempre stato simbolo dello sfruttamento della gente indigena boliviana. Ma anche della sua capacità di resistenza.

Costituzione «popolare»

Ecco perché proprio qui a El Alto, e davanti alla sua gente, il primo presidente indigeno della Bolivia ha voluto promulgare ufficialmente «di fronte al popolo, non come prima, fra quattro mura e solo davanti al Congresso (parlamento boliviano, ndr)» la nuova Costituzione politica dello stato (Cpe), la Costituzione boliviana numero 16, la prima approvata attraverso votazione popolare e frutto di un’Assemblea costituente, in 183 anni di storia repubblicana. 
Fin dall’alba del sabato – ma in molti si erano dati appuntamento il giorno prima, passando la notte all’addiaccio nonostante le temperature vicine allo zero – una fiumana di gente aveva cominciato a gremire la avenida 6 de Marzo, lo stradone centrale che taglia a metà la baraccopoli. Decine, poi centinaia di migliaia di donne, uomini, vecchi, contadini, provenienti da ogni pueblito (villaggio) dell’altipiano, erano arrivati con le wiphalas, le multicolori bandiere indigene, portando le insegne del partito al governo, il Movimiento al Socialismo (Mas), gli striscioni del proprio sindacato e delle organizzazioni di base d’appartenenza.
Più tardi si erano unite anche le delegazioni dall’Oriente boliviano, la parte del paese roccaforte dei partiti d’opposizione: quelli del Plan 3.000 de Santa Cruz – dove negli ultimi mesi del 2008 si sono duramente fronteggiate fazioni del campesinato (settore contadino) locale e paramilitari agli ordini delle destre.
Poi i contadini della regione di Chuquisaca, gli originari dell’etnia weenhayek del Chaco, i coltivatori di Tarija.  Tutti luoghi dove lo scontro etnico e culturale fra indigeni e criollos, i discendenti dai conquistadores spagnoli, sono stati feroci durante tutto il mandato di Evo Morales, cominciato nel gennaio del 2006.
E ancora i raccoglitori di foglie di coca del Tropico di Cochabamba – i cocaleros, di cui Evo Morales è tutt’ora presidente del sindacato – i minatori di Potosì e quelli delle miniere di stagno e argento di Oruro,
di dove il presidente è pure originario e dove da piccolo si manteneva facendo il pastore di lama.

«Missione compiuta»

Non appena i primi raggi di sole hanno cominciato a illuminare la distesa di tetti di latta e strade fangose di El Alto, le donne con le ceste e le carriole di panini, empanadas, salteñas e bibite varie, si erano contese i posti migliori. Altre schiere di venditori di bandierine e fotocopie del nuovo testo costituzionale si erano mescolati alla folla.
I vecchi già iniziavano a ch’alliare – benedire con dell’alcol – la giornata, mentre i rappresentanti istituzionali prendevano posto negli spalti d’ordinanza. Così in successione le autorità, gli invitati speciali – fra cui il premio Nobel per la pace, la guatemalteca leader indigena Rigoberta Menchù e il cancelliere venezuelano Nicolás Maduro – e gli ufficiali dell’esercito. Alle 11.57 il maestro di cerimonia annunciava l’arrivo del presidente Evo Morales e del suo vice, il sociologo ed ex guerrigliero Álvaro García Linera.
«Sorelle e fratelli di Bolivia, in questa giornata storica proclamo la nascita dello stato plurinazionale, unitario, sociale e del socialismo comunitario, a partire dalla nuova Costituzione. Missione compiuta per la rifondazione della nuova Bolivia unita! Ora possono uccidermi, possono cacciarmi dal palazzo!». Inizia a parlare così il presidente, con l’enfasi che gli è propria.
La folla nel frattempo ha raggiunto il milione di persone: un eterogeneo spaccato di tutte le categorie storicamente oppresse della Bolivia.
Morales lo sa bene, e prima di ogni altro discorso legge la sentenza con la quale, il 14 novembre 1781, le autorià coloniali avevano ordinato lo squartamento del leader indigeno Tupac Katari.
Come a significare che con la promulgazione della nuova Costituzione un cerchio si sta chiudendo, che la giornata in corso ha lo stesso spessore storico e la stessa portata di rivalsa identitaria per la popolazione boliviana. E più in là ancora, per tutte le popolazioni andine che una volta facevano il Qollasuyo, l’antico regno incaico. Come a dire che quel «Toerò e saremo milioni», detto da Tupac Katari prima di morire, oggi ha il sapore della profezia politica: «Eccoci qui, siamo milioni, siamo tornati», pare dire l’aymara Evo Morales, ex pastore di lama.

Trentasei nazioni indigene

La nuova Cpe consta di 411 articoli. Fa della Bolivia uno stato plurinazionale di stampo socialista, composto da 36 nazioni indigene, tante quante sono le etnie censite. Il ruolo dello stato è più forte e vengono riconosciuti benefici sociali ai settori indigeni e ai meno abbienti. I servizi basici, in primis l’acqua, sono dichiarati diritti umani. Le risorse naturali di «carattere strategico» – idrocarburi, minerali eccetera – potranno essere sfruttate solo sotto controllo statale, ma vengono fatte aperture alle partecipazioni di imprese statali straniere con contratti a prestazione di servizio.
La pianta della coca – sacra per gli indigeni, madre della cocaina per tutti gli altri – è definita patrimonio culturale. Le basi militari straniere sono bandite. La religione cattolica rimane quella ufficiale, ma viene equiparata all’animismo indigeno, che riceve pieno riconoscimento. Sanità e scuola saranno un diritto e non un privilegio.
A una prima lettura, la nuova Cpe parrebbe essere la conferma delle promesse fatte da Morales e dai suoi dalla campagna elettorale presidenziale in avanti, e il coronamento di un cammino verso l’autodeterminazione di un popolo, partito cinque secoli orsono con l’arrivo di Pizzarro e dei conquistadores, proseguito in tempi più recenti con le lotte in difesa dei beni comuni e delle proprie identità culturali.
Invece, severe critiche vengono proprio da quei movimenti sociali che hanno favorito l’ascesa di Morales: quelli che hanno combattuto per rifondare la Bolivia con battaglie civili e politiche che dalla «guerra dell’acqua» in avanti tentavano di tratteggiare un nuovo tipo di democrazia e di stato. E che si sono ritrovati isolati e depauperati da un governo monocolore. La nuova Costituzione si porta in seno il difficile cammino dell’Assemblea costituente, che per due anni non è riuscita ad avere la meglio sulle opposizioni, dando il fianco a lacerazioni politiche sempre più gravi.
L’Assemblea, che era stata uno dei punti cardine dell’elezione di Morales a presidente, doveva essere lo specchio delle forze rinnovatrici della società boliviana: di quei sindacati, movimenti sociali, contadini, indigeni, che dal ’99 in avanti avevano cacciato tre presidenti della repubblica a furor di popolo e avevano mostrato al mondo che un rinascimento indigeno latinoamericano stava prendendo forma e forza.
Ma quella novità importante nel panorama internazionale che era l’eterogeneità politica boliviana, non compariva nella sua struttura.
Il tema della plurinazionalità, ad esempio, è esplicativo. Assieme alla decentralizzazione, è la caratteristica distintiva di questa nuova  Costituzione. Vengono regolamentate quattro tipologie di autonomia – dipartimentale, regionale, municipale e indigena – tutte con il medesimo «rango e gerarchia».
Nel suo articolo 1, essa infatti dichiara che:  «La Bolivia si costituisce in uno stato unitario sociale di diritto plurinazionale comunitario, libero, indipendente, sovrano, democratico, interculturale, decentralizzato e con autonomie», e sottolinea come «la Bolivia si fondi sulla pluralità e il pluralismo politico, economico, giuridico, culturale e linguistico, dentro il processo integratore del paese».

Autonomie e risorse

Oltre alle 36 nazioni indigene dunque, la Cpe riconosce l’autonomia dipartimentale alle 9 regioni del paese. In quattro di queste – Beni, Pando, Tarija e Santa Cruz , che compongono la cosiddetta «Mezza Luna» per le ricchezze in termini di gas, petrolio, idrocarburi e agricoltura che possiedono – l’autonomia è già effettiva, grazie a una delle tante concessioni che il governo Morales ha dovuto fare alle forze politiche oppositrici.
Il referendum costituzionale del 25 gennaio era stato infatti fissato inizialmente il 4 maggio 2008. Ma i tumulti che infiammarono la Bolivia imposero uno slittamento della data.
Quel maggio, i partiti di destra assieme ai prefetti e ai comitati civici della Bolivia dell’est, capeggiati dall’imprenditore di origine croata Branko Marinkovich di Santa Cruz, avevano decretato la secessione dal governo centrale con una serie di referendum autonomici, giudicati allora illegali dalle autorità governative.
Con una scioccante campagna denigratoria, che opponeva l’orgoglio «camba» (sostanzialmente, orgoglio bianco) a quello indigeno, la crema politica della Mezza Luna, riunita in un sedicente Consiglio nazionale democratico (Conalde), aveva alimentato una spirale di violenza che aveva provocato decine di morti e umilianti episodi di razzismo contro contadini e indigeni, arrivando a sdoganare la creazione ufficiale di un esercito paramilitare nominato Union Juvenil Crucenista.
Lo stesso gruppo armato che l’11 settembre successivo avrebbe provocato la strage chiamata «El masacre de El Porvenir», trucidando 30 contadini inermi nella regione del Pando.
Ebbene, con un certo sconcerto, questa Cpe ha riconosciuto come validi proprio quei referendum che fanno delle regioni d’Oriente di fatto delle regioni autonome, mentre demanda al 2010 l’autonomia delle rimanenti 5 regioni, fra cui La Paz.
Un altro tema che evidenzia alcune contraddizioni, è quello degli Ogm. La legislazione precedente, quella ereditata dal neoliberalismo, aveva permesso che molti prodotti agricoli geneticamente modificati entrassero in Bolivia, fra cui la soia.
Nel testo costituzionale approvato a Oruro nel novembre del 2007 dall’Assemblea costituente, l’articolo 408 recitava:  «Si proibisce la produzione, importazione e commercializzazione dei transgenici». Dopo alcuni mesi di contrattazioni, l’articolo 409 della Cpe risulta essere:  «La produzione, importazione, commercializzazione dei transgenici sarà regolamentata per legge».
In effetti, i mesi che hanno preceduto il referendum di gennaio sono stati una specie di «mercato di articoli costituzionali» che sottendeva alla creazione di un equilibrio interno al paese. Oltre cento articoli sono stati modificati in corsa. Ma non è stato abbastanza.

Città e campagna

Il risultato del referendum infatti, non ha sfiorato i numeri stellari del referendum revocatorio del 10 agosto scorso, che aveva decretato un granitico consenso al governo Morales. E seppure certifichi che la maggioranza della popolazione sia a favore della Cpe, disegna per l’ennesima volta una Bolivia profondamente divisa.
Non solo fra altopiani e Oriente,  fra indigeni e blancoidi (meticci). Ma anche e soprattutto, fra città e campagna. Nelle zone rurali, il consenso alla Cpe ha raggiunto l’80%. Nelle città dell’est del paese, la retorica del «razzismo al contrario» che pregiudica i bianchi a favore degli indigeni, ha invece fatto presa sugli indecisi e sui mestizos.
Le destre, dal canto loro, non sono messe così bene: non hanno in questo momento un leader carismatico e sono in minoranza. Ma hanno vinto su un altro importante punto: il latifondo. Il referendum costituzionale era affiancato da quello che chiedeva alla popolazione di votare il limite massimo di ettari posseduti da ogni persona fra 10 o 5 mila ettari.
L’80,65% della Bolivia ha posto il tetto a 5 mila, dando così un segnale forte contro le oligarchie che ancora oggi nel paese posseggono distese impressionanti di territorio. Ma il referendum non è stato formulato in maniera retroattiva. Nessun esproprio dunque ai discendenti delle élitè europee che dal 17° secolo in avanti si erano spartiti la Bolivia a brandelli.
E neppure a quelle militari, che i vari dittatori si imbonivano regalando loro terre e campi con tanto di indigeni lavoranti annessi. Il referendum sul latifondo non darà origine a una riforma agraria redistributiva, eccezion fatta per la terra cosiddetta oziosa di proprietà pubblica.
Non andrà a toccare nemmeno i possedimenti del leader di ultradestra Branko Marinkovich. Per molti, in particolare per quelli che hanno partecipato alle grandi marce indigene per la terra, gridando «La terra per chi la lavora», questo è stato un tradimento.
In queste condizioni, è difficile pensare che la Cpe possa migliorare la governabilità del paese. Soprattutto quando in campo entra anche la crisi economica mondiale, che metterà a dura prova la tanto sbandierata nazionalizzazione delle risorse, fino a oggi più propagandistica che di fatto.
Evo Morales assicura che la promulgazione della nuova Costituzione è  «un passo verso la rifondazione della Bolivia. Verso la liberazione e la vera indipendenza del paese dopo 500 anni di ribellione contro il saccheggio e la sottomissione coloniale, dopo 180 anni di resistenza contro lo stato coloniale, dopo 20 anni di lotta permanente contro il modello neoliberale».
Molti lo aspettano al varco. Ma molti altri vogliono credere in lui e nel sogno che rappresenta.
Così il 7 febbraio 2008, mentre il Primer Mandatario riceveva felicitazioni e abbracci, e una fitta pioggia aveva cominciato a battere incessantemente, gli amautas, gli shamani andini, si erano portati sotto il palco e avevano acceso una mezza dozzina di bracieri sacri. Il fumo delle k’oa aveva riempito velocemente il cielo. La Pachamama veniva ringraziata. 

Di Francesca Caprini

Francesca Caprini