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«Partendo dal piccolo, partendo da noi»

Antonio Feandes

Icoroasí (Belém). Portoghese, missionario della Consolata, Antonio Manuel de Jesus Feandes è il responsabile dell’istituto per l’America Latina. Ai Forum di Belém è riuscito a portare un folto gruppo di persone: missionari, missionarie, ma anche laici, giornalisti ed operatori televisivi.  

Padre Antonio, brevemente una sua opinione sui forum, che si sono svolti nella città amazzonica.
«Già il fatto che le persone si radunino per scambiarsi opinioni e per condividere esperienze, è una cosa molto positiva. Abbiamo bisogno di scambio. Anche le piccole esperienze sono grandi, perché fanno processo. In secondo luogo, è confortante il fatto di sapere che non siamo soli al mondo a voler costruire qualcosa di diverso, che non siamo gli unici matti che la pensano così. Il terzo punto che voglio sottolineare è che ci sono esperienze molto valide dal punto di vista ideologico, del pensiero e sociale da parte dei popoli indigeni. Nel piccolo, nella chiesa e in tutti gli ambiti si può costruire e si può cambiare».

Incontro, scambio di idee… tutto bene. Ma, dal punto di vista pratico, come piccole comunità indigene, movimenti alternativi, Ong possono intervenire per cambiare la direzione del mondo. Se questa direzione va cambiata.
«Certo, questa è una utopia. Ma sono cose in cui non dobbiamo mai smettere di credere. Considerando la mia esperienza, credo che nel piccolo è possibile cambiare. Io ho l’esperienza con il popolo indigeno e ho visto che si può cambiare, magari non dal punto di vista teologico, ma si può cambiare. Per riassumere, non si può aspettare che cambino le strutture…».

Per «piccolo» intende anche la singola persona?
«Sì, il singolo è al primo posto. Al secondo, ci sono le piccole comunità, dalla famiglia al condominio, dal sindacato agli organismi religiosi, dai partiti politici alle Ong. Tutti devono essere coinvolti, per fare una rete tra piccolo e grande negli spazi in cui una persona vive e lavora ogni giorno. Poi c’è l’ambito internazionale, importantissimo, per la costruzione di ambiti collettivi e alternativi. Questo per me è un terzo passo da fare. Però se non si fa il primo, tutti gli altri non hanno senso. La casa si comincia a costruire dalle fondamenta: la chiesa, le Ong sono il tetto visibile, ma le fondamenta cominciano dalla singola persona, cominciano da te».

Gli indios sono stati i grandi protagonisti di questo Forum svoltosi quasi in casa loro, considerando che Belém è una città amazzonica. Secondo lei, la loro presenza è stata qualificante o è mancato qualcosa?
«Io credo che manchi sempre qualcosa. Per esempio, una cosa che manca sempre agli indigeni è di vederli nella loro interezza. Noi li vediamo o dal punto di vista folclorico o nella lotta per la conquista della terra, dimenticando tutta la loro parte spirituale, la parte di organizzazione comunitaria, i loro legami. Gli indios non possono essere visti in aspetti frammentati. Anche nel forum non siamo riusciti a cogliere la loro ricchezza e complessità, evidenziando sempre singoli aspetti. Perdendo l’identità complessiva dell’indigeno, con la sua religiosità e spiritualità».

Lei ha lavorato per anni in Brasile. Come lo ha trovato?
«Ho trovato solo una parte del Brasile, Belém».

Obiezione giusta. Questo non è un paese, ma un continente. Però lei ha vissuto qui e può fare una comparazione con gli anni precedenti, quando alla guida non c’era un presidente come Lula.
«Dal punto di vista degli occhi, fa sempre bene guardare il Brasile: c’è la natura, c’è l’Amazzonia, ci sono le bellezze fisiche delle donne, c’è molto con cui appagare la vista. Ma, a parte questo giudizio estetico, a me è sembrato che il popolo brasiliano dal punto di vista politico non sia cresciuto. Il governo Lula non ha aiutato la gente. Credo che questo benessere apparente che sembra ci sia nel paese, non ha portato la gente a crescere».

La sua è una critica severa. Possiamo tradurre con «troppo assistenzialismo e patealismo»?
«Credo di sì. Penso che continua a vivere  con questo enorme problema. La coscienza politica delle comunità di base è svanita. Lo vedo in molte cose come, ad esempio, per quanto riguarda l’ecologia.
Una città come Belém doveva essere molto più pulita con tutta questa natura. In generale, c’è poca coscienza ecologica e gli stessi partiti politici hanno perso coscienza civile».

Lei è un uomo di chiesa. Come vede la sua istituzione ovvero, fuor di metafora, «un’altra chiesa è possibile»?
«Lo ha detto anche Evo Morales, no?».

Morales ha detto «possibile», ma anche «necessaria», avendo in mente la situazione della sua Bolivia, dove la chiesa ufficiale non lo ha mai appoggiato molto…
«La chiesa dovrebbe essere più vicina alla gente. Le nostre strutture di governo, oggi, non si avvicinano o non vogliono avvicinarsi ai problemi reali delle persone. Abbiamo delle belle teorie, ma nella pratica forse non ci crediamo o non abbiamo le possibilità, anche perché la struttura della chiesa è molto chiusa. Ad esempio, dovrebbero avere il loro spazio le donne, le donne indigene, il popolo della città, come quello della campagna. Questo vale non soltanto per i vertici, ma anche per la base della chiesa: non siamo abbastanza attenti alla realtà, alle sofferenze per andare in Vaticano a reclamare più attenzione per le diversità».

Guardare di più alle diversità quindi…
«Sì, quanto più la chiesa è diversa tanto più si avvicina alle persone».

In base a questa sua ultima risposta, un commento sul Forum teologico e della liberazione, che si è svolto prima del Forum sociale.
«Il Forum teologico e della liberazione è sempre uno spazio importante, perché ci apre al confronto. Però, manca sempre la teologia fatta dalle basi. Mancano le persone che fanno teologia. Manca il coinvolgimento di tutta la gente, della città e della campagna. Credo che dare spazio a queste realtà sia fondamentale. In un forum teologico c’è bisogno di ampliare gli spazi di rappresentanza».

Quindi, per riassumere: meno Boff e meno professori universitari e più gente comune?
«Boff certamente, ma anche teologie che si applicano quotidianamente tra la gente semplice, che è necessario ascoltare».

di Paolo Moiola

Paolo Moiola