DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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OSPITALITÀ BASE PER LA MISSIONE

Anno paolino

All’epoca di Paolo il viaggiare era diventato meno rischioso e più confortevole che in ogni altra epoca, grazie al sistema stradale e di trasporto marino organizzato dall’impero romano. Ma per viaggiare era importante poter contare sull’ospitalità di parenti o amici nelle varie regioni dell’impero. L’ospitalità non era solo una virtù sociale, ma anche un’istituzione, soprattutto tra gli ebrei e i cristiani.
L’ospitalità cristiana trova i suoi antecedenti nella tradizione dell’antichità. In un’epoca in cui non c’era un’organizzazione alberghiera vera e propria, il nomade poteva spostarsi solo facendo conto di essere accolto benevolmente dalla gente che incontrava nei suoi spostamenti. Anche per i greci e i romani il rispetto per l’ospite era importante.  
Nei vangeli Gesù è spesso presentato come ospite in casa di varie persone, quali il fariseo Simone (Lc 7,36-50), il pubblicano Levi (Mc 2,15-17), gli amici Marta, Maria e Lazzaro (Lc 10,38-42; Gv 12,1-3). Gran parte dell’insegnamento di Gesù e vari suoi miracoli avvengono in case ove Gesù è ospite. L’attività di Gesù si situa nel contesto della casa, ove si svolge la vita concreta di ogni giorno. Gesù è venuto a dare senso alla vita quotidiana, al rapporto feriale tra le persone. La buona notizia è «vangelo» per la casa, la famiglia.
Negli Atti degli Apostoli, il libro della missione, la prima persona a ospitare Paolo fu un certo Giuda di Damasco che abitava nella Via Diritta (At 9,11), un nome rimasto fino a oggi, in arabo, Darb al-Mustaqim. Preparando il viaggio a Damasco, Paolo aveva forse prenotato una stanza in questa casa (At 9,1-3) e Giuda fu probabilmente sorpreso, vedendo arrivare un Paolo diverso da quello che si aspettava, un uomo accecato e umiliato invece del fiero e violento persecutore.
Probabilmente dopo l’arrivo di Anania, che impose le mani su di lui e lo guarì della sua cecità (At 9,17), Paolo venne ospitato in casa di qualche famiglia cristiana di Damasco. In seguito, a Gerusalemme, Paolo fu ospite di Pietro: «Tre anni dopo andai a Gerusalemme per conoscere Pietro» (Gal 1,18). Ma è soprattutto nella seconda parte di Atti, nei viaggi missionari di Paolo, che incontriamo tutta una serie di persone che ospitano Paolo, rendendo così possibile i suoi spostamenti missionari.

A Filippi in Macedonia, Lidia, la prima donna europea a diventare cristiana, invita Paolo e Sila a casa sua, dicendo loro: «Se siete convinti che ho accolto sinceramente il Signore, siate miei ospiti». E li «costrinse» ad accettare. La casa di Lidia divenne così il centro della comunità cristiana di Filippi. Sarà a questa casa che Paolo e Sila ritoeranno a salutare la comunità dopo essere stati imprigionati e liberati (At 16,40). A Filippi Paolo e Sila furono anche ospiti, per breve tempo, del carceriere romano e della sua famiglia dopo che furono liberati (At 16,34).
A Tessalonica Paolo venne ospitato da un certo Giasone (At 17,5), la cui casa fu assaltata da un gruppo di fanatici giudei che volevano catturare Paolo, accusato di sovvertire il popolo. Non trovando Paolo, prendono Giasone e lo accusano davanti alle autorità cittadine di ospitare dei sobillatori dell’ordine pubblico.  
A Corinto Paolo trovò degli ospiti eccezionali nella coppia Priscilla e Aquila che lo accolsero non solo a casa, ma anche come partner nel loro laboratorio di fabbricatori di tende, poiché anche Paolo faceva lo stesso mestiere (At 18,3). Mentre era ospite a casa di questa coppia, Paolo sentì il Signore rivolgergli queste parole: «Non aver paura, continua a parlare e non tacere: io sono con te; nessuno potrà farti del male. In questa città molti abitanti appartengono già al mio popolo» (At 18,9-10).  
Viaggiando verso Gerusalemme, Paolo e i suoi compagni arrivano a Tiro (80 km dall’attuale Beirut in Libano); «visitammo i discepoli di quella città e rimanemmo con loro una settimana» (At 21,4), rafforzando l’affetto tra Paolo e questa comunità, come testimonia la scena di addio: «Tutta la comunità, comprese donne e bambini, ci accompagnò, finché arrivammo fuori città. Qui ci mettemmo in ginocchio sulla spiaggia a pregare. Poi ci salutammo a vicenda: noi salimmo sulla nave, ed essi ritornarono alle loro case» (At 21,5-6).
Giunti a Tolemaide, «andammo a salutare i cristiani della città, restando con loro un giorno» (At 21,7). Arrivato a Gerusalemme, Paolo fu condotto «da un certo Mnasone, presso il quale trovammo alloggio» (At 21,16).
Molto toccanti le soste di Paolo prigioniero nel viaggio verso Roma, per essere giudicato dal tribunale imperiale. Dopo il naufragio e il soggiorno di tre mesi sull’isola di Malta, il viaggio riprende in nave da Malta a Siracusa, Reggio, Pozzuoli. Qui Paolo e i suoi compagni trovarono alcuni cristiani «i quali ci invitarono a restare una settimana con loro» (At 28,14).

L’apostolo poteva contare sull’ospitalità dei suoi amici.  Scrivendo a Filemone dalla prigione e prevedendo di essere presto messo in libertà, Paolo «prenota» una stanza a casa sua: «Prepara un posto per me, perché spero che le vostre preghiere riescano a farmi tornare in mezzo a voi» (Filem 22).  
Scrivendo ai cristiani di Roma che non conosce, Paolo ha tanta fiducia sulla loro accoglienza e solidarietà che chiede loro non solo di ospitarlo, ma di aiutarlo a preparare il suo viaggio missionario per la Spagna ove spera di andare (Rom 15,23-24).
Stessa fiducia nutre verso i cristiani di Corinto: «Ora passerò dalla Macedonia e poi arriverò da voi. Probabilmente resterò da voi per un po’ di tempo, forse anche tutto l’inverno. Così potrete foirmi i mezzi per proseguire il mio viaggio, qualunque sia la meta» (1Cor 16,5-6; 2Cor 1,16). L’apostolo dà analoghe istruzioni a Tito: «Provvedi con cura al viaggio di Zena, l’avvocato, e di Apollo, fa in modo che non manchino di nulla» (Tit 3,13).
Il verbo greco usato in questi testi è «propempo», che significa «assistere per il viaggio», cioè, provvedere tutto ciò che è necessario per il viaggio: persone che accompagnino, denaro, lettere di raccomandazione, in modo che l’apostolo, ovunque vada, sia sostenuto dalla solidarietà dai fratelli e sorelle di fede.
Ancora una volta la missione appare come impresa comune della comunità cristiana, non impresa solitaria del missionario.

Di Mario Barbero

Mario Barbero