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Intanto, a Davos, si elabora il lutto

M come media: c’è Forum e Forum

Negli stessi giorni di Belém, molti dei responsabili della crisi mondiale – speculatori, finanzieri, banchieri, magnati, amministratori delegati, politici ed economisti neoliberisti – si sono incontrati a Davos per parlare di economia, autornassolversi e chiedere aiuto agli stati nazionali. Nella città svizzera non si sono fatti vedere i rappresentanti degli Stati Uniti, primi responsabili del disastro. Ma come hanno raccontato i due eventi – Davos e Belém – i media italiani? Così…

Belém. Paulo Pereira Lima, giornalista e direttore di Viração (1), rivista brasiliana per i giovani, ha un atteggiamento molto didattico. I ragazzi, seduti in circolo, lo ascoltano con attenzione. Hanno tutti meno di 18 anni e provengono da quartieri disagiati di Belém. Indossano una maglietta con la scritta Curso de comunicacão popular (Corso di comunicazione popolare). «Per le giornate del Forum sono diventati giornalisti», spiega Paulo. Ogni giorno, nel tardo pomeriggio, c’è la riunione di questa redazione particolare per fare il punto sulla giornata e preparare quella seguente.
Già, i media. Ma come è stata fatta l’informazione nei giorni del Forum?
Che si dice del Forum in Italia?, chiedo al mio collega. «Poco o nulla. Ah, c’è stato un giornale gratuito, Metro, che l’altro giorno ha pubblicato in prima pagina una foto da Belém, ma poi l’articolo era costituito da poche righe, come d’altra parte consuetudine per questo tipo di media (2)». Vado in sala stampa per scrivere e mettere in rete il mio disappunto.
Così:«Belém, 29 gennaio 2009. Ieri, tutte le volte che ho fatto tappa nella sala stampa allestita nell’Università nazionale, ho cercato su internet qualche articolo che dicesse una parola o due sul Forum di Belém, contemporaneo a quello di Davos. Ebbene, sui siti on-line di Repubblica e Corriere, vale a dire i due primi quotidiani del nostro paese, non ho trovato nulla.
Sarò distratto o stanco per questo intercalare di sole e piogge torrenziali, ho pensato (invero con poca convinzione). Quello che invece i due quotidiani riportavano erano vari pezzi sul Forum economico della città svizzera. Un evento importante, ma certamente non più di quello di Belém, dove al posto di banchieri, politici e magnati ci sono indigeni, operai e studenti. Una bella compagnia di gente che pagherà la crisi prodotta dai famosi ospiti di Davos. Ma ecco la ciliegina sulla torta confezionata dai media nostrani.
Sul sito del Corriere ho letto un articolo su quella riunione, articolo firmato Danilo Taino (3). In esso si parlava di strapotere degli stati nazionali? Ma come?, mi sono chiesto tra me e me. Pensavo che la crisi fosse stata originata, sì dallo strapotere, ma del libero mercato.
Nello stesso articolo si parlava di egoismi nazionali. Egoismi nazionali? Pensavo che l’egoismo fosse quello dei capitalisti, dei finanzieri, dei banchieri, dei magnati, che hanno lucrato su tutto (compreso il nulla) per anni, infischiandosene del bene comune, della società, dell’ambiente, dello stato nazionale.
Meglio chiudere qui. L’umidità dell’Amazzonia mi gioca brutti scherzi. Sicuramente oggi leggerò qualcosa di diverso. O no?» (4).
No, la mia speranza risulta vana. Sui giornali italiani più importanti (per diffusione) non trovo nulla neppure nei giorni seguenti. In compenso, trovo altri articoli sul Forum di Davos, peraltro distrutto con intelligente ironia (ed un pizzico di sarcasmo) da Loretta Napoleoni: «Quest’anno il meeting dei superglobalizzati è stato molto più sobrio del solito, quasi fossero tutti in lutto».
«Quelli che dovrebbero spegnere il fuoco – scrive ancora l’economista italiana – non sono pompieri professionisti, ma sono gli stessi bambini che fino a poco tempo fa giocavano con i fiammiferi. Su entrambe le sponde dell’Atlantico i signori della deregulation, che ha messo in ginocchio il capitalismo moderno, presiedono le commissioni che dovrebbero affrontare la crisi» (5).

Insomma, riassumendo: i media nazionali non hanno parlato di Belém, ma hanno parlato di Davos, anche se non troppo, probabilmente perché il lutto (per il crollo dei miti: il libero mercato, l’impresa, la finanza creativa) non è stato ancora elaborato. Allora, per dare una spiegazione alle scelte giornalistiche, proviamo a pensare male (che forse ci avviciniamo alla verità).
I giornali più importanti appartengono ai grandi gruppi industriali e bancari (6). Ovvero a quei gruppi di potere che, direttamente o indirettamente, in misura maggiore o minore, sono corresponsabili della crisi e che da questa oggi vogliono uscire con l’aiuto degli stati nazionali (cioè dei cittadini-contribuenti), ma senza cambiare i paradigmi della globalizzazione neoliberista che stanno alla base del sistema e del suo fallimento. Proprio ciò che da sempre chiedono invece i Forum sociali mondiali. Come forse racconteranno i ragazzi del «Corso di comunicazione popolare», che a Belém hanno sperimentato cosa significa fare i giornalisti. Liberamente ed esibendo con orgoglio il proprio pass.

Di Paolo Moiola                                


(1) Vedi: www.revistaviracao.org.br.
(2) Quotidiano gratuito Metro, 28 gennaio 2009, pagg. 1-2.
(3) Vedi: Corriere della Sera, del 28 gennaio 2009.
4) Pubblicato sul sito: www.gennarocarotenuto.it
(5) Loretta Napoleoni, Davos, parole in libertà, settimanale Internazionale, 6 febbraio 2009; Loretta Napoleoni, Il falò del capitalismo, settimanale Internazionale, 20 febbraio 2009.
(6) Sulla proprietà dei media italiani, si legga l’ottimo dossier pubblicato sul mensile Altreconomia, febbraio 2009.

Paolo Moiola