TEOLOGHE SFERZANO IL FORUM

B elém, 24 gennaio 2009. Dopo giornate di cielo grigio e pioggia, sulla città amazzonica ieri è tornato il sole, prima timido poi più forte. Belém è tappezzata di cartelloni di benvenuto, scritti in varie lingue. Per il Parà, stato guidato da Ana Julia Carepa, governatrice del Partito dei lavoratori (Pt), ospitare i Forum rappresenta una straordinaria occasione per farsi conoscere. Il Forum di teologia e liberazione, quest’anno incentrato sulle tematiche ecologiche, è stato il primo a partire. Sarà seguito dal Forum amazzonico e dal più conosciuto Forum sociale mondiale.
«Nel nostro breve passaggio su questo pianeta – ha esordito ieri Emilie Townes, professoressa nera della Yale University – abbiamo la responsabilità di preservare l’ambiente, ricordando che ogni nostro atto, sia piccolo che grande, genera una conseguenza». La teologa statunitense, pastore battista, senza enfasi ma con sicurezza, ha ringraziato Dio per l’arrivo del presidente Obama, dopo gli anni di Bush, devastanti anche per l’ambiente. Poi è passata a ricordare alcuni eventi avvenuti nel suo paese, come l’uragano Catrina. Si è detta sicura che le conseguenze (pesantissime) di quel fatto siano da addebitare all’uomo. «Non è stato – ha spiegato – un disastro naturale, ma un disastro costruito dall’uomo, prima e dopo che l’uragano si abbattesse su New Orleans». Che fare, dunque? «Dobbiamo lavorare – ha concluso – in comunione. Dobbiamo enfatizzare l’educazione. Dobbiamo sollecitare i governi. Creati a somiglianza di Dio, dobbiamo vivere in maniera sostenibile. Con l’anima e il cuore».
«Vi porto i saluti dalla terra di Nelson Mandela e Desmond Tutu» ha iniziato Steve De Gruchy, professore sudafricano. Come la relatrice che lo ha preceduto, De Gruchy è partito da un esempio concreto: il problema del colera nei paesi africani, dovuto alla mancanza di acqua e fognature adeguate. Il primo passo è chiaro: «L’acqua va utilizzata meglio e deve rimanere pubblica. La sua privatizzazione è contro la dignità umana». «Non dimentichiamo – ha concluso – che economia ed ecologia hanno la stessa radice etimologica greca, che significa casa. Dobbiamo rispettare e difendere la nostra casa».

O gni giornata del Forum di teologia e liberazione è aperta da una rappresentazione, semplice ma molto coinvolgente. Giovedì la protagonista era stata l’acqua, ieri la terra, oggi tocca al corpo. Il pubblico, sempre numerosissimo nella sala convegni del Centro Tancredo Neves, è chiamato a partecipare e ben volentieri si lascia coinvolgere nei rituali.
Chung Hyun Kyung, sudcoreana, ma da tempo professoressa a New York, affascina il pubblico con la propria coinvolgente vitalità e allegria. Perché dopo 40 anni di Teologia della liberazione, nulla è cambiato, ma anzi il mondo è peggiorato? A questa (impegnativa) domanda la teologa ecofemminista tenta di dare una risposta. «Sarà l’energia femminile a curare questa civiltà umana?» si chiede. «No, noi donne ed ecofemministe non abbiamo intenzione di assumerci questo peso – osserva -. Dobbiamo passare da un mondo di dominazione a un mondo di cooperazione. Soltanto assieme possiamo cambiare».
Secondo Chung, occorre progredire con l’idea di Dio, perché il nostro monoteismo è stata una delle religioni più violente, come ben sanno i popoli indigeni. Occorre che le nozioni di mascolinità (che troppo spesso promuove la cultura della morte e della violenza) e di femminilità siano riformulate. «Sì, un altro mondo è possibile» conclude tra gli applausi la teologa sudcoreana.
Mary Hunt, teologa del Maryland, insegnante a Boston, ringrazia Dio per il miracolo di aver portato Obama alla presidenza degli Stati Uniti. Ma è subito impietosa verso il passato governo Usa: «Le mani degli statunitensi sono sporche del sangue dei bambini e dei genitori di Gaza. I corpi non mentono». Partendo dal concetto che «il corpo non mente», la teologa affronta argomenti ostici, non lesinando le critiche. Chiede la fine della discriminazione in base alla sessualità. Chiede giustizia per le persone omosessuali. «L’amore, anche fisico – spiega – deve potersi esprimere liberamente, quando nei rapporti ci sia sicurezza e libertà di scelta. Non è facile portare alla luce la sessualità. Persone dello stesso sesso che si amano ci sono in tutti i paesi e in tutti gli ambienti, dalle discariche ai seminari».
Mary Hunt conclude il suo intervento ricordando la donna incontrata ieri tra i riciclatori di rifiuti di Belém: è dal suo coraggio che occorre ripartire.

DI Paolo Moiola

Paolo Moiola