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Buonismo o cattivismo?

Pare non esistere più oggi la consapevolezza di dover adattare il linguaggio che si usa alla carica che si riveste. Le parole hanno una carica semantica enorme. Ogni vocabolo si trasforma nel sottile spazio di una sfumatura da generoso complimento a coltellata in mezzo alle spalle, da leggero flatus vocis a macigno dal peso insostenibile. Anche il tempo, oltre che il luogo, dovrebbe suggerire prudenza nell’uso delle parole che vengono pronunciate, tanto nelle private conversazioni, quanto e soprattutto nella pubblica arena.
Ecco allora che, al sentir dire al nostro ministro degli interni, onorevole Maroni,  che non bisogna essere buonisti, ma cattivi per contrastare l’immigrazione clandestina, viene da pensare che questa consapevolezza non fa ancora parte del bagaglio di tutti. Frasi ad effetto come questa sembrano dettate dalla volontà di strumentalizzare politicamente fatti di cronaca come quelli che ultimamente hanno scosso l’opinione pubblica.
No, non si chiede di essere cattivi con chicchessia, tanto meno allo stato nelle cui mani poniamo il nostro bisogno di sicurezza; si chiede soltanto, semmai, di essere giusti. Giusti nel condannare e garantire la certezza della pena a chiunque risulti essere coinvolto in fatti criminali, venga da dove venga, con o senza permesso di soggiorno. Giusti, però, nel ricordare anche alcuni dati che troppe volte giacciono dimenticati nei cassetti di tante redazioni giornalistiche e di tante scrivanie di Montecitorio.

La percentuale dei crimini commessi da italiani e da stranieri che hanno regolato la loro posizione è pressoché uguale. Il problema riguarda appunto gli immigrati clandestini a cui vanno attribuiti i 4/5 dei crimini commessi da stranieri presenti sul nostro territorio.

Ora, la maggior parte degli stranieri che emigrano clandestinamente o si rendono clandestini una volta arrivati a destinazione non lo fanno generalmente per venire a delinquere, ma per guadagnarsi una possibilità alternativa di vita. Bisognerebbe forse, allora, facilitare burocraticamente la regolarizzazione di persone che sono già in Italia e che avrebbero maggior possibilità di lavorare, produrrebbero reddito e pagherebbero anche volentieri le tasse, se si desse loro la possibilità di dormire tranquilli la sera, senza il timore di essere sbattuti fuori dal paese. Oggi, ci ricorda l’ultima edizione del Dossier Caritas/Migrantes, la stima del gettito fiscale annuale degli immigranti si avvicina ai 4 miliardi di Euro. Gli interventi di assistenza in loro favore non raggiunge invece la quarta parte di quanto versato all’erario. Forse con una legge diversa da quella in vigore, meno «cattiva» e più giusta, si potrebbero mettere basi alternative a un fenomeno che nessuno può arrestare.

Se questo è buonismo, allora meglio il buonismo del «cattivismo». La giustizia e il buon senso, comunque, sono ancora un’altra cosa.

Di Ugo Pozzoli

Ugo Pozzoli