DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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Cari missionari

Missionario troppo… nascosto

Cari missionari,
sono un vostro lettore e ricevo da diversi anni la vostra rivista e mi congratulo con voi per gli ottimi servizi, le rubriche ecc. Ma non vi scrivo per congratularmi con voi, perché non ne avete bisogno.
Nel 1997, il fratello di padre Giuseppe Richetti (morto in Kenya nel 1992 e sepolto a Nazareth, Nairobi) mi accompagnò, insieme ad altre persone, presso la vostra missione di Rumuruti, in Kenya, dove conobbi padre Mino Vaccari, che da alcuni anni aveva iniziato la costruzione di una chiesa ed altre opere; durante quel viaggio è nata l’idea di costruire un asilo, una scuola, il pozzo, le case per gli insegnanti ecc.
Con l’aiuto del comune di Fiorano Modenese e di tante altre brave persone del nostro comprensorio (Spezzano, Maranello ecc.) sono stati raccolti i fondi necessari per le costruzioni e anche per innumerevoli adozioni a distanza e ho visto, anno per anno (da allora sono andato a Rumuruti per 5 volte), che le opere sono state realizzate ed anche un numero considerevole di bambini sono stati aiutati.
Noi abbiamo dato i fondi e gli amici di Olgiate Molgora (Lecco) hanno contribuito con la mano d’opera e altri aiuti materiali, ma chi ha cornordinato tutto questo è stato padre Vaccari con i suoi collaboratori.
Anche se questo missionario non gradisce riconoscimenti o pubblicità, mi sembra doveroso ricordarlo nella vostra rivista per tutti i meriti che ha, magari con un piccolo articolo e qualche foto.
Non vi sto ad elencare tutti i pregi di questa persona perché certamente li conoscete meglio di me, ma sarebbe bello per tutte le persone della zona che ricevono la vostra rivista, leggere qualcosa sulla missione di Rumuruti e fare vedere l’articolo ad amici per convincerli ad aderire a nuove adozioni o a donazioni pro Rumuruti.
Non voglio certo dare consigli su come impostare il giornale, perché certamente avrete da far conoscere fatti e avvenimenti molto più importanti, ma, ripeto, sarebbe bello leggere qualcosa sulla missione di Rumuruti. Mi è gradito l’incontro per porgere a voi, ai vostri collaboratori e a tutti i padri della Consolata i miei più sentiti auguri di Buon Natale e felice e prospero anno nuovo.
Enrico Bigi
Formigine (MO)

Grazie, signor Bigi, per questa testimonianza sul nostro confratello padre Mino Vaccari e sulla sua attività apostolica a Rumuruti. Di Rumuruti abbiamo parlato in un articolo pubblicato sul numero di luglio-agosto scorso: il missionario è appena menzionato; siamo d’accordo che meriterebbe molto di più; che qualcuno raccontasse più a lungo la sua vita missionaria; ma di padre Vaccari, purtroppo, non abbiamo neppure una foto nel nostro archivio.

Siamo tutti  
sconcertati

Egregio Direttore,
ho letto con notevole sconcerto l’articolo «ai lettori» sulla rivista Missioni Consolata del mese di settembre u.s., che avalla il parere di Famiglia Cristiana riguardo alla catalogazione dei bambini rom. Bravo!
Si vede che all’estensore dell’articolo va bene che siano mandati a pulire i vetri ai semafori, in mezzo ai pericoli del traffico (e non solo…), a rubare nelle case per l’impossibilità della minore età. E a scippare per le strade! Che non vadano a scuola e che vengano disconosciuti dai loro cari genitori quando incappano nelle forze dell’ordine: evidentemente questi esemplari sistemi educativi li preparavano a un «ottimo» avvenire di delinquenza in cui pare li veda bene un certo peloso buonismo di marca PD, che purtroppo sta inquinando parte del mondo cattolico e certa sua stampa. Se le nostre riviste la vedono così, tanto vale che ci abboniamo al Manifesto o all’Unità che, almeno per le loro balzane idee, non vanno a scomodare la religione.
Far «prevalere la compassione sulla legge»? Ma il medico pietoso fa la piaga cancrenosa e, da modestissima pecorella del gregge, mi pare che nei vangeli si propongano chiaramente la compassione, l’amore del prossimo e l’educazione affettuosa, ma severa.
Il suddetto buonismo propugna per tanto l’integrazione, ma come si può fare senza l’educazione e la scuola? Con l’identificazione dei bambini, i genitori verranno finalmente costretti a riconoscere le loro responsabilità e, debitamente supportati, ad indirizzare meglio la vita dei loro figli.
Inoltre, la via indicata da Gesù Cristo per la carità e l’amore fra i popoli, non mostra alcun bisogno di affratellarsi con gli atei, eredi di Marx, Stalin e compagnia (a meno che non lo si faccia per sadismo o per occupare uno scanno in parlamento…) per fare del bene. Consideriamo poi l’inscindibilità tra diritti e doveri a cui tutti si devono attenere, immigrati o europei che siano.
Date a Cesare… Non so poi dove sia il «mondo ecclesiale rassegnato e atrofizzato dalla paura», in quanto bastano le esortazioni di Sua Santità e le attività svolte proprio dal mondo ecclesiale, che non è certo asserragliato in una torre ebuea di paura e isolamento, ma che anche non raramente, nel seguire la parola di Cristo, egisce per i fratelli bisognosi anche a rischio della propria vita. Qui non è il caso di stracciarsi le vesti invocando la libertà di stampa ma non si deve travisare la realtà insolentendo l’operato della chiesa e dei suoi ministri.
Distintamente.
Benedetta dott.sa Rossi
Bologna

Siamo anche noi sconcertati per questa reazione all’editoriale del settembre 2008. Non ci va affatto bene che i bambini rom non vadano a scuola e che siano spesso sfruttati in tante maniere. Ma non crediamo che prendendo le loro impronte digitali si risolva il problema; anzi, crediamo che tale schedatura sia una forma di discriminazione rispetto a tutti gli altri bambini d’Italia e del mondo. E in questo concordiamo solidali con Famiglia Cristiana.
La difesa degli ultimi, degli emarginati, degli sfruttati… non è «buonismo», ma è «la via indicata da Cristo»; forse anche Lui rimane sconcertato nel constatare che tale via è più battuta da certi «eredi di Marx…» che da tanti «atei devoti» che usano la religione per i propri interessi.

Errata corrige

Caro Direttore,
ho visto l’articolo sul femminicidio in Messico, in effetti è venuto bene. Unica piccola osservazione: quando si parla del film Bordertown, ispiratosi al femminicidio, è stato sostituito il nome di Antonio Banderas (come avevo scritto io) con Martin Sheen… Ma Banderas era giusto, soprattutto perché dico che il giornalista da lui impersonato muore, non Sheen che fa il direttore del giornale. È veramente una pignoleria, ma mi sentivo di scrivertelo per chiarezza.
Daniele Biella
Milano

È vero. Nella storia narrata in Bordertown, a morire per la verità non è l’editore del Chicago Sentinel, impersonato da Martin Sheen, ma il capo-redazione del giornale locale El Sol de Juarez, impersonato da Antonio Banderas. Chi ha corretto l’articolo è stato tratto in inganno dalla locandina, in cui è messo in evidenza l’attore Sheen, invece di Banderas. Ce ne scusiamo con l’autore dell’articolo e con i nostri lettori. 

Collaboratore premiato

I l Centro Santa Maria alla Rotonda della Fondazione don Gnocchi di Inverigo (Como) ha organizzato il Concorso letterario «Scrivere d’altro», seconda edizione, sulle tematiche relative alla figura e all’opera di don Carlo Gnocchi nel 51° anniversario della morte.
Il Concorso era riservato a quanti, giornalisti, operatori culturali, o semplici estimatori, abbiano inteso richiamare la figura e l’opera del compianto sacerdote venerabile servo di Dio don Carlo Gnocchi. Sono pervenuti alla segreteria del Concorso 52 elaborati tra professionisti e dilettanti. La giuria era formata da 10 membri provenienti dalle istituzioni civili e religiose, dal giornalismo, dall’imprenditoria, e ha proceduto in due moduli separati con votazione a maggioranza alla designazione dei vincitori delle due sezioni: la 1a sezione riservata a giornalisti, pubblicisti e quanti praticano la comunicazione come attività professionale; la 2a sezione è invece stata riservata solo a scrittori dilettanti.
Il vincitore della 1a sezione è risultato Eesto Bodini con l’articolo «Il dolore degli innocenti», già pubblicato su Missioni Consolata nel dicembre 2006 – Torino. La giuria ha attribuito il premio con la motivazione che recita testualmente: «L’articolo illustra con esemplare completezza il progetto di ricostruzione umana di don Carlo Gnocchi. È un ottimo contributo alla conoscenza della sua figura, elaborato in forma coesa e convincente».

P ersonalmente, come segretario del Concorso letterario e come operatore della Fondazione don Gnocchi, desidero esprimere il mio apprezzamento a Eesto Bodini per la rigorosità scientifica con la quale ha esposto il profilo della figura di don Carlo, sotto tutte le sfaccettature che hanno accompagnato ed esaltato le sue azioni verso i più piccoli e i più bisognosi, alla ricerca di quel riscatto dalle brutalità della guerra vissute nella campagna di Russia e con l’obiettivo di ricostruire la dignità della persona.
Non voglio dilungarmi nel parlare di Eesto Bodini come comunicatore sociale nel campo della medicina, di cui altri possono parlare diffusamente per conoscenza più diretta, desidero invece sottolineare l’aspetto più profondo e determinante sulla sua attività giornalistica, centrato proprio dal suo attaccamento alla figura di don Gnocchi.
Le vicende della sua infanzia lo hanno forgiato ad affrontare gli stessi temi della sofferenza e del suo senso nella vita quotidiana degli uomini. Don Carlo ha dato una risposta di fede che animava il fuoco delle sue iniziative di carità, per noi, e sicuramente per Eesto, il dolore e il suo significato, tema centrale della vita e dell’opera educativa di don Carlo, hanno segnato e accompagnato le vicende personali e professionali del vivere quotidiano.
Tutto questo per me traspare e si evince dai numerosi articoli e interventi di Eesto Bodini, tesi alla diffusione dei valori che la figura di don Carlo Gnocchi ha lasciato in eredità a tutti.
Silvio Colagrande
(direttore Fond. don Carlo Gnocchi di Inverigo, CO)

Tutta la redazione di Missioni Consolata si felicita con il signor Eesto Bodini e lo ringrazia per la sua preziosa e apprezzata collaborazione.