Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

GUAI A VOI, CHE APPARITE  GIUSTI ALL’ESTERNO, MA DENTRO SIETE PIENI D’INIQUITÀ

La parabola del «figliol prodigo» (22)

«Ma lui rispose a suo padre: «Guarda/Ecco, da tanti anni (io) ti sono schiavo/servo e mai un tuo comando ho trasgredito, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. 30 Ma quando questo tuo figlio che ha mangiato con le prostitute la tua vita è venuto, (tu) hai ucciso per lui il vitello grasso».

Il padre umiliato due volte

Il padre era andato incontro al figlio minore per accoglierlo nella sconfinata sua pateità; ora di nuovo, «dopo essere uscito, chiamava/invitava» il figlio anziano (v. 28), dimostrando così che egli non ama un figlio più dell’altro, ma ama ogni figlio con tutto se stesso, partendo non dalla sua realizzazione di padre, ma dal bisogno personale dei figli.
Secondo il costume e la mentalità orientale, il padre che corre scomposto incontro al figlio perde la sua dignità di persona autorevole, perché sono i figli che devono correre verso l’autorità (cf puntata 15a in MC 2,2008, 22-24).
 Ora la scena si ripete: mentre il figlio maggiore è ancora fuori, è il padre che esce, umiliandosi a supplicarlo per essere parte della gioia e della festa. Per la mentalità orientale, sarebbe stato sufficiente che il padre gli avesse dato un ordine e lui doveva ubbidire; il figlio stesso dice con convinzione: «Mai un tuo comando ho trasgredito» (v. 29).
L’atteggiamento del maggiore è chiaramente falso, perché la sua adesione al padre è solo formale: se fosse stato un «vero figlio obbediente» come si gloria di essere, non avrebbe mai permesso che suo padre «perdesse la faccia» lasciando la festa e uscendo fuori a supplicarlo.
Il testo greco dice di più, aggravando ancora, se mai è possibile, la sua posizione: «Guarda/Ecco, da tanti anni [io] ti sono schiavo/servo». Quello che noi traduciamo con l’avverbio «ecco» in principio di frase, in greco è un imperativo (aoristo medio) del verbo «horàō – guardo/vedo», quasi che volesse dire: «Guarda da te stesso/renditi conto/possibile che tu non veda come…».
Da un punto di vista narrativo, questo imperativo con valore avverbiale posto ad inizio di frase ha lo scopo di rendere immediato, contemporaneo quello che segue. In altri termini, il redattore ci avverte che sta accadendo qualcosa di importante e le parole che seguono non sono parole qualsiasi, ma decisive.

Vivere da schiavo, fingendo di essere figlio

Il testo ci fa ascoltare le parole tragiche e tremende del figlio anziano che si pone di fronte al padre come se fosse in competizione. L’atteggiamento psicologico del figlio è di sfida e di conflitto: egli non ha alcuna considerazione del padre. Il verbo infatti che usa è «douléuō – io sono schiavo/servo», che esprime lo stato permanente di schiavitù alle dipendenze di un altro: lo schiavo è proprietà del padrone. Anche i servi spesso hanno dignità, ma quando si diventa servili, per apparire «modelli» agli occhi del padrone di tuo, non si appare soltanto «schiavi», lo si è veramente.
Il verbo «douléuō – io sono schiavo/servo» è opposto all’altro verbo greco «diakonéō – presto servizio/io servo», da cui deriva il sostantivo «diàkonos – diàcono/servitore»: esso esprime un «servizio libero» e in questo senso è usato per il servizio liturgico.
Due sono i riferimenti biblici a cui possiamo collegare l’atteggiamento del figlio maggiore: nel confronto con tutti e due egli rimane in perdita. Il primo esempio lo ricaviamo dal racconto dell’Esodo, dove Dio libera Israele «dalla schiavitù-doulèia» del faraone (Es 6,6) per condurlo al monte Sinai, dove arriva una massa di schiavi, ma da cui riparte un «popolo libero» con il tesoro delle «dieci parole» di libertà (Es 19-20). Il secondo esempio è più diretto perché mette a confronto la fatica della «schiavitù» che i protagonisti devono subire per realizzare il loro sogno.

L’esempio di Giacobbe

Nel libro della Genesi (Gen 29,15-30) si narra che Giacobbe «servì-douléuō» sette anni Làbano per avere in moglie la figlia secondogenita Rachele. Passati i sette anni di servizio, la notte di nozze, il padre scambia le figlie e Giacobbe al mattino si trova in moglie la primogenita Lia, che «aveva gli occhi smorti» (v. 17), invece di Rachele, «bella di forme e avvenente di aspetto» (vv. 15-20, qui 17). Se vuole avere Rachele, Giacobbe deve «servire altri sette anni» (v. 27): per amore Giacobbe ridiventa schiavo del suocero: «Fu ancora al servizio (douléuō) di lui per altri sette anni» (v. 30).
Quando Giacobbe, assolti i suoi obblighi, va via con mogli e proprietà, Làbano lo insegue, perché gli fa comodo avere uno schiavo di quel valore a basso costo; ma Giacobbe «si adirò e apostrofò Làbano: …Vent’anni ho passato con te… ho servito quattordici anni per le tue due figlie e quattro per il tuo gregge e tu hai cambiato il mio salario dieci volte» (Gen 31,36-42, qui vv. 36.38.41). Giacobbe rivendica «tutto il tempo del suo servizio/schiavitù» (doulèuō) che egli accettò per amore e non si rassegnò al raggiro, alla truffa e alle avversità. Egli agì per amore e alla presenza di Dio che egli venera e ama: «Se non fosse stato con me il Dio di mio padre, il Dio di Abramo, il Terrore di Isacco, tu ora mi avresti licenziato a mani vuote» (Gen 31,42).
Il patriarca Giacobbe rivendica non la quantità del tempo, ma la giustizia infranta dal suocero. Egli non ha agito con secondi fini e con reconditi pensieri, ma alla luce del sole, rispettando contratti capestro che egli accettò come piccolo prezzo di un grande amore.
Non si può dire lo stesso del figlio maggiore della parabola, che rivendica solo la «quantità» della sua schiavitù che nessuno per altro gli aveva chiesto né contrattato. Se il patriarca ha agito per amore, il suo discendente agisce solo per egoismo e interesse. Giacobbe crede in Dio, il figlio maggiore crede nelle sue sostanze; il patriarca affronta dei rischi e subisce per un bene superiore, il figlio anziano è prigioniero della sua grettezza che ostenta davanti al padre: «Da tanti anni ti sono schiavo».

La religiosità della parvenza

Se il figlio avesse avuto coscienza del suo rapporto affettivo col padre, avrebbe certamente usato il termine «diàkonos»; invece l’evangelista, usando il verbo della schiavitù, ci mette in guardia, dicendo che egli si sente e si comporta da «schiavo» perché, pur essendo figlio anagraficamente, ha sempre vissuto da sottoposto gretto e vuoto di passioni.
Una persona senza passioni, anche se a volte possono essere sbagliate, è sempre una rovina per se stessa e per l’umanità intera, perché riduce tutto al proprio interesse personale con cui fa coincidere l’esistenza e il valore di tutto l’universo. Ed è anche un monito perenne per noi: si può passare la vita a fare sacrifici, a macerarsi nelle rinunce e nelle privazioni, si può rinunciare a tutti i capretti del mondo, ma se non c’è la libertà dei figli di Dio, la gioia di regalare la propria libertà, l’autonomia dai propri interessi immediati e quasi sempre meschini, la condivisione con i fratelli «più giovani» che tornano dopo avere sperimentato i loro errori, noi saremo sempre i farisei della situazione: osserviamo materialmente tutti i precetti, ma il nostro cuore è lontano dalla salvezza, perché pur stando in casa col padre, di fatto siamo in «un paese lontano, vivendo da dissoluti, da persone senza salvezza» (Lc 15,13).
Il figlio «anziano» si rivela qui il più infantile e il più immaturo: non è mai cresciuto a livello di umanità, né come uomo né come figlio, perché come uomo si comporta e vive da «schiavo» e come figlio considera suo padre come padrone/proprietario. A questo punto non possiamo nemmeno meravigliarci della sua reazione nei confronti del «fratello», che egli non ha mai conosciuto, perché lo considera solo figlio di suo padre: «Questo tuo figlio» (v. 30).
Il suo isolamento è totale: nessuna relazione vitale lo anima, né quella affettiva parentale (padre, fratello, casa) perché egli è sempre «fuori» dagli altri, né (ed è facile supporlo) quella relazione con gli amici perché con questi «è felice» solo nelle feste occasionali. Il testo parla di «phìloi – amici», ma forse si dovrebbe parlare di «compagni» di baldorie.

Vita d’amore e prostituzione

Quanta differenza tra i due «fratelli»! Al v. 15, il minore che era in «un paese lontano», per sopravvivere «si incollò/attaccò» a un pagano perché spinto dalla disperazione, che lo induce a sognare di tornare al padre suo, anche nella condizione di «mìsthios – salariato/operaio». Egli prende lentamente coscienza del suo peccato morale e lascia che la vita del padre, che egli ha sperperato colpevolmente e resa immonda, lo travagli, lo recuperi, lo rimodelli per tornare alla sua affettività di relazione. Con le prostitute ha sperimentato l’ebbrezza della illusione momentanea, a pagamento, non ha avuto una relazione di vita, perché gli è venuto meno il contesto d’amore che la prostituta non può dare. I gesti d’amore, infatti, della vita d’amore e della prostituzione sono gli stessi, l’atto sessuale è lo stesso, ma la differenza sostanziale è tutta qui: nella vita d’amore il contesto è d’amore, libero e gratuito, nell’altro il contesto è mercenario perché si compra la finzione.
Dove c’è un corrispettivo, di qualsiasi natura e specie, c’è sempre prostituzione perché l’amore/agàpē è per sua natura gratuito e senza pretese, ma principalmente senza reciprocità.
Il figlio minore che è «materialmente» schiavo fino all’abiezione di «servire» i porci, anela a diventare «salariato», non schiavo, perché forse nel suo inconscio sa che suo padre non lo permetterebbe mai.
Al contrario, il fratello «anziano» che non si è mai allontanato dalla casa patea, che non ha mai trasgredito un «comandamento» del padre e che nella sua tirchieria ha risparmiato anche i capretti per le feste con gli amici, accusa il padre della sua inesistenza. Egli, infatti, dichiara apertamente la sua schiavitù come condizione interiore propria: è sempre stato uno schiavo e sempre lo sarà. Non ha sperperato con le prostitute, ma di prostituzione è piena la sua vita apparente e impura.
La parabola non dice che egli «entra» nella festa degli affetti, ma resta in sospeso, come un monito per noi che leggiamo a distanza di ventuno secoli. Egli somiglia al fariseo che si ritiene a posto per avere adempiuto i comandamenti prescritti e di non mescolarsi con gli impuri e gli ingiusti (Lc 18,11-12) o a quei cristiani che ritengono Dio in debito con loro perché vanno a messa, non si perdono una processione, fanno la carità e non ammazzano.
Essi hanno una concezione «quantitativa» della religione, che è solo quella del «dovere». Essi girano sempre con la bilancia per misurare il pro e il contro, per valutare di non esagerare nel rapporto con Dio, che comunque deve stare dalla loro parte, altrimenti è un «dio» ripudiato.

Il libello del ripudio

I due versetti (vv. 29-30) che stiamo commentando svelano l’abisso del figlio «anziano»: di fatto egli presenta il «libello del ripudio» al padre e, tramite il padre, al fratello.
Accusando il padre di non avergli mai concesso un capretto per fare festa con gli amici, egli mente (come vedremo nella prossima puntata), perché da figlio libero, poteva prendere tutto quello che voleva senza nemmeno chiedere il permesso. Da avaro e schiavo, ha sempre pensato ad accumulare, aspettando famelico la morte del padre per potere disporre della «roba» sua che egli ritiene propria.
Il minore di fronte al padre che gli corre incontro, si getta ai suoi piedi; il maggiore di fronte al padre che esce per supplicarlo, gli sbatte in faccia il suo perbenismo di facciata e il suo odio, facendogli la lista dei suoi diritti e l’elenco delle colpe del padre.
«Mai un tuo comando ho trasgredito». È la foto della presunzione narcisistica di chi pensa che il mondo comincia e finisce con lui. Il testo greco parla di «entolê – comandamento». La bibbia riserva questo termine all’osservanza dei «comandamenti» della Toràh (Dt 26,13; Gb 23,12), ma anche agli impegni umani (2Cr 8,15). Il  termine così acquista una connotazione «religiosa», ma anche «etica», perché esprime la natura della relazione umana: verticale verso Dio e orizzontale verso il prossimo. Dicendo di non avere «mai» trasgredito un comandamento, egli asserisce di non avere mai peccato né contro Dio né contro i propri simili, qui suo padre e suo fratello. In questo stesso istante, egli pecca con un peccato in più (cf Lc 18,14).
«Mai ho trasgredito un tuo comando» è lo stesso che affermare: io sono giusto perché osservo la lettera della Toràh, sono un modello di religiosità e pretendo di avere la mia parte, quella che mi spetta di diritto (cf Lc 18,14). Nel giardino di Eden, Adam vuole essere «come Dio» per usurpae il potere (cf Gen 3,5); qui il figlio anziano contesta il potere del padre che accusa di non essersi accorto della sua schiavitù accumulata per tutta la vita, credendo di potere comprare la sua dignità di uomo e di figlio che non ha mai avuto. 
Già prima di Gesù, la tradizione giudaica aveva codificato tutta l’osservanza della Toràh in 613 precetti, di cui 365 negativi, simbolicamente corrispondenti a ogni giorno dell’anno solare, e 248 positivi, corrispondenti simbolicamente alla totalità dei «pezzi» che compongono il corpo umano. Il simbolismo è chiaro: tutto il tempo (anno) e tutto l’uomo (parti del corpo) sono sotto il segno della volontà di Dio che si esprime nell’Alleanza come dimensione d’amore e di affetto.
Al tempo di Gesù i farisei pensavano che il popolo non potesse salvarsi perché era molto arduo osservare tutti i comandamenti, giorno dopo giorno. Per questo Gesù, nel vangelo di Matteo, scritto per i cristiani provenienti dal giudaismo, espone la sua interpretazione della Toràh, oltre la tradizione, con le famose opposizioni del discorso della montagna: «Vi è stato detto… ma io vi dico» (Mt 5,21-22.27-28.31-32.33-34.38-39.43-44), con cui si schiera dalla parte del popolo degli esclusi dalla salvezza e dalla parte del Dio che la salvezza annuncia proprio agli esclusi. Egli toglie i pesi dalle spalle delle persone (cf Lc 11,46) e le impegna in un dinamismo di amore, sintetizzando la Toràh, in un solo «comandamento»: amare Dio e amare gli altri (Mt 22,36-40).

Ciò che non vogliamo fare, ciò che non dobbiamo essere

Al v. 30 c’è un cambiamento stilistico, con una frase temporale che imprime un’accelerazione al contenuto, come se non vi fosse tempo sufficiente: «Ma quando questo tuo figlio che ha mangiato con le prostitute la tua vita è venuto, (tu) hai ucciso per lui il vitello grasso».
In queste parole, le uniche che il maggiore pronuncia sul fratello minore, sono parole di disprezzo e di morte: «Questo tuo figlio». Se nel versetto precedente aveva ripudiato il padre, ora presenta il libello del ripudio anche al fratello che non ha mai amato. Egli è inchiodato nella «solitarietà» di se stesso: non ha altro dio che se stesso, cioè il suo abisso di nullità, che coincide con la cima del suo egoismo.
Egli accusa il fratello di impurità legale, perché «ha mangiato con le prostitute», senza rendersi conto che egli è impuro nel cuore, perché si è sempre limitato a osservare la lettera della Legge, senza mai lasciarsi penetrare e interpellare nella coscienza (cf Is 29,13; Mt 15,8).
L’espressione «questo tuo figlio» trasuda disprezzo illimitato: il ritorno del fratello ha sconvolto il suo piano di restare unico padrone dell’eredità patea. Egli è consapevole che il minore ha sperperato la «vita del padre», ma non si rende conto che il padre ha preferito essere sperperato pur di salvarlo da se stesso, riuscendoci e riportandolo a casa.
Il maggiore al contrario non tiene conto del valore della vita del padre (in greco: tòn bìon), perché la colloca in un contesto di un disprezzo assoluto senza appello: la perla della tenerezza del padre è buttata ai porci nel fango della grettezza (cf Mt 7,6).
Dal figlio «anziano» noi, uomini e donne della modeità, possiamo, dobbiamo imparare quello che non dobbiamo fare, che non vogliamo essere (continua – 22).

Di Paolo Farinella

Paolo Farinella