Rivista Missioni Consolata – 121 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Quelle donne dell’8 maggio

Buenos Aires / Visita ad un quartiere in cerca di riscatto

L’8 de Mayo è un barrio costruito su un’enorme discarica alla periferia di Buenos Aires. La gente vive sui rifiuti e spesso vive dei rifiuti. Ma i residenti hanno saputo organizzarsi, costituendo una comunità combattiva ed orgogliosa. Anima, mente e braccia del «Progetto comunitario 8 di Maggio» sono donne. Come Lorena, Nora, Monica, Andrea … Tante mujeres per una grande lezione di dignità. Ecco i loro racconti.

Al Centro comunitario del barrio «8 de Mayo» è arrivato l’Hospital móvil del comune. L’ospedale mobile è un camion attrezzato con due ambulatori medici. Un vero lusso, che risalta ancora di più quando, sulla strada sterrata e fangosa, passa un carretto trainato da un cavallo.
«Buenos dias». «Hola!». In attesa di salire la scaletta che porta all’ambulatorio ci sono soprattutto mamme,  alcune con il pancione, altre con i bambini accanto. Per i piccoli il camion è una vera e propria attrazione: tenerli fermi un attimo per la visita medica, è un’impresa.
Con l’ospedale mobile si cercano di affrontare le necessità sanitarie di base della popolazione dei quartieri più poveri. L’8 di Maggio è uno di questi. Anzi, è un barrio che, oltre ai problemi consueti degli insediamenti cosiddetti informali (mancanza di acqua corrente, fognature, elettricità, strade), ne ha un altro, molto pesante: è cresciuto infatti su una discarica e quasi non bastasse, oltre a questa tara genetica, sorge nelle vicinanze del Ceamse, una megadiscarica pubblica (riquadro a pagina 58). In siffatte condizioni, è chiaro che per i suoi abitanti i problemi di ordine sanitario sono numerosi e svariati.
Mentre sull’ospedale mobile le visite proseguono spedite, nel Centro comunitario un giovane medico ed alcune infermiere attendono altri pazienti. Il medico ci racconta che lui visita soprattutto gente con problemi di carattere dermatologico (dermatiti, infezioni della pelle, ecc.).
La struttura del Centro comunitario è la realizzazione più concreta ed utile di cui la comunità è riuscita a dotarsi. Il merito è dell’associazione Proyecto comunitario “8 de Mayo”, che per le sue attività ha trovato l’appoggio di Icei, una Organizzazione non governativa italiana (1).
Per «benedire» l’esistenza del Centro, basterebbe la presenza, al suo interno, del comedor popular che ogni giorno serve un pasto adeguato a più di 200 bambini del barrio. Un numero importante.
Oggi il barrio 8 de Mayo ospita 1.500 famiglie, circa 5.000 persone, con un’alta percentuale di pibes (bambini). Tuttavia, sono molte di più – si parla di 12.000 – le famiglie che, in questa immensa periferia della Gran Buenos Aires, stanno occupando terre inquinate.
Per sapere di più del barrio e dei suoi problemi, lasciamo il Centro per un’abitazione vicina, dove ci attendono alcuni leaders della associazione «8 de Mayo».

Nora, mamma da record 

Uno di questi è Nora, donna molto impegnata nella comunità ma conosciuta anche per un’altra sua caratteristica. 
«Ho 7 figli che mi regalò Dio», esordisce seria. Sette figli sono tanti, però non sono un evento eccezionale da queste parti. Lo sono tuttavia per Nora, perché lei non è la madre biologica di alcuno di essi: tutti e 7 sono suoi figli adottivi. Non sappiamo se è un record, ma certamente è una cosa fuori del comune.
Racconta: «Io non avevo né bambini né una famiglia. Un giorno incontrai Cesar, un uomo che aveva bisogno di una persona per stare dietro ai suoi figli, che andavano in strada ed erano abbandonati. Cesar divenne mio marito ed io mamma di 7 bambini, un regalo di Dio». Nora e Cesar sono insieme da 4 anni.
«Adesso ho una famiglia piuttosto numerosa, ma mi sento bene perché vedo che i bambini stanno bene. È migliorato il loro rendimento scolastico e in generale la loro vita». Il più grande ha 19 anni, la più piccola 8.
Come la maggioranza della gente del barrio, anche Nora non ha un lavoro stabile. Attualmente lavora per il Centro comunitario e per il programma Pro niño. E Cesar, chiediamo?
«Mio marito non lavora da 2 mesi. Per fortuna, c’è il Centro che provvede al sostentamento della famiglia».
Come tutti gli abitanti dell’8 di Maggio, Nora e Cesar vivono in una abitazione costruita sopra una discarica (basurero) e vicino alla discarica pubblica del Ceamse. «Il problema principale è la contaminazione della terra, dell’acqua, dell’aria. I bambini si ammalano».
Alla discarica pubblica, soprannominata «la quema», lavorano molti degli abitanti del barrio. Un lavoro non gradevole, ma tuttavia fondamentale per la sopravvivenza di molte famiglie.
«Mio figlio più grande – racconta Nora – lavorava alla quema. Ma si ammalava spesso e noi dovevamo spendere in medicamenti, quindi ha smesso. In ogni caso, abbiamo pensato che noi avevamo la responsabilità di mantenerli».
E lo stato che fa? «Si preoccupa di chi non ha mezzi soltanto quando ha bisogno del voto. Per i bambini il futuro che spero è che possano studiare, che non debbano soffrire ciò che noi abbiamo sofferto».
Il marito di Nora, Cesar, ha ascoltato con attenzione l’intervista alla moglie. Indossa un cappellino ed una tuta. Ha un’aria pacifica e parla sottovoce. È lui che a Nora ha portato in dote ben 7 figli. «Sì – ammette -, Nora è una gran signora».
«Il governo pensa che con 400 -600 pesos una famiglia possa vivere, ma ovviamente non è così. Nessun governo e nessun politico pensa alla gente. Il mio pensiero è sempre stato comunista. Soltanto un governo comunista serve, nonostante quanto si dica sul comunismo».
Cesar è stato uno dei fondatori del quartiere… «La prima cosa fu la presa di possesso dei terreni. Era l’8 di maggio, da qui il nome del barrio. Ci fermammo giorno e notte. E cominciammo a segnare i terreni».
Le occupazioni sono illegali ma è difficile che qualcuno – pubblico o privato – reclami dei terreni contaminati.
«Questo barrio – conclude Cesar – funziona bene, ma io vorrei che tutte le villas miserias sparissero».

Monica e Andrea 

Monica è timida. Lunghissimi capelli neri, corporatura robusta. Il viso è giovane, gli occhi un po’ tristi.
Ha 5 figli, ma come tutti non ha un lavoro sicuro. «Lavoro nel comedor dell’8 di Maggio. E vado alla quema, dove raccolgo alluminio, cobre, cartone, giornali. Tutto ciò che si può vendere, insomma. La gente va alla quema perché non ha lavoro e ha molti figli da mantenere».
Domandiamo a Monica del lavoro alla discarica. «Usciamo di casa verso le 3.30 o le 4 del pomeriggio, raggiungiamo l’entrata del Ceamse e lì aspettiamo di entrare. C’è un ponte dove si raccoglie tutta la gente (molta) che spera di arrivare per prima. Aspettano fino a che la polizia non dice che si può entrare. Abbiamo un’ora di tempo».
Andrea invece non ha ancora famiglia. È giovane e molto carina. Non abita all’8 di Maggio, ma qui trascorre la maggior parte del suo tempo.
«Lavoro con piccoli e adolescenti dell’8 de Mayo. Ho cominciato con i più piccoli con il tema del gioco. Ci capivamo bene. Un giorno sono passata ai giovani con cui mi trovo altrettanto bene».
Per vivere Andrea lavora in un centro culturale, ma la sua esistenza è scandita dal tempo che trascorre tra i giovani del barrio.
«Non è un lavoro né un’attività di volontariato, è una forma di vita. Lavoro giocando, ma non è un gioco: è il tentativo di cambiare una realtà».
Andrea, come descriveresti questo luogo? «Un posto è le persone che lo abitano. La mia vita ha un senso per merito di questo luogo e di questa gente, anzi di questi amici».
Due dei giovani dell’8 di Maggio sono qui. Damian e Isaias alla quema lavorano già da anni. Ti spiazzano perché dicono di essere felici di lavorarvi. Poi capisci che, a quell’età, è facile giudicare in modo inadeguato i fatti della vita.
Damian cominciò a lavorare alla quema all’età di 12 anni. Oggi ne ha 17. Ha la spensieratezza della sua età come confermano le sue risposte.
Gli domandiamo cosa provi a lavorare alla discarica. «Per me non significa nulla lavorare lì – risponde con fare apparentemente sicuro -. A me piace perché nessuno ti dice nulla. Non hai orario. Se vuoi vai, altrimenti no. E poi non è un lavoro duro. E si guadagna bene: 150-200 pesos alla settimana lavorando un’ora al giorno».
Insomma, a sentire Damian lavorare nella discarica è un lavoro come un altro, anzi migliore. Non si discostano molto le risposte dell’amico. Maglietta di una squadra di calcio, capelli corti, un orecchino al lobo sinistro, Isaias ha 15 anni e da 3 lavora alla quema.
«Sì, è un lavoro duro però mi piace. Lavoro dalle 5 alle 6 del pomeriggio. Partiamo da qui alle 4 e torniamo alle 7. Io raccolgo soprattutto cartone e metalli. E altre cose da vendere. Guadagno dai 10 ai 20 pesos al giorno».
Monica, Damian e Isaias sono alcune di quelle mille persone che ogni giorno si recano alla quema per trovare nei rifiuti la loro sopravvivenza.

Lorena, la mente (politica) 

Lorena Pastoriza è la padrona di casa, ma soprattutto è la leader riconosciuta della comunità cresciuta attorno all’«8 di Maggio». La sua casa dista poche decine di metri dal Centro comunitario.
Quella di Lorena è un’abitazione privilegiata dato che è in muratura. È composta da una grande stanza, sommariamente arredata con un fornello, un tavolo, un divano e l’immancabile televisione; accanto c’è un’altra stanza, un piccolo bagno e un soppalco.
La padrona di casa si accomoda sul divano, si versa un mate, si accende una sigaretta e tranquilla volge lo sguardo verso la telecamera. Lorena, avete invaso e preso possesso di una  terra che non era proprio un giardino verde e profumato. Tutt’altro… «Sì, viviamo sopra una discarica e ne abbiamo un’altra di fronte». Lorena anticipa la nostra obiezione. «Non abbiamo scelto noi di venire qui – ci spiega – . È stata una necessità. Dopo anni di impoverimento generalizzato, dopo aver lasciato un paese senza cultura e senza educazione, uno dei tanti problemi fu quello della casa. A causa di ciò migliaia di persone occuparono terre incolte e discariche. L’8 di Maggio fu il primo, ma poi altri ne crebbero: adesso ci sono 8 barrios consecutivi nati da un’occupazione».

La basura, morte e vita 

«Il problema è grande – ammette sconsolata Lorena -. Quotidianamente noi tutti, e soprattutto i nostri bimbi, soffriamo di scabbia, diarree con sangue, infezioni della pelle, impetigine. Ma queste sono soltanto le malattie visibili. Poi ci sono le altre, più subdole: piombo nel sangue, leucemie, cancro. Però è molto difficile denunciare questa contaminazione perché è un problema invisibile. Di più, non abbiamo acqua potabile, c’è una luce precaria, non c’è un sistema fognario… E non c’è alcuno che ascolta i nostri reclami. Non è una cosa incredibile in un paese che parla tanto di diritti umani?».
Eppure, la basura, l’immondizia, è allo stesso tempo tesi ed antitesi. Sui rifiuti gli abitanti di questi barrios abitano e si ammalano, ma allo stesso tempo con essi sopravvivono. Una sorta di némesi.
«La basura condiziona la nostra esistenza, perché viviamo di essa. Non è un problema soltanto dell’8 di Maggio, ma di tutto il paese. Dopo la crisi del 2001, sempre più famiglie hanno trovato nella spazzatura una anzi l’unica forma di sussistenza».
Lorena si riferisce al fenomeno dei cartoneros un fatto incredibile in un paese che era considerato il granaio del mondo. Ma c’è di più… «Da un lato – spiega -, abbiamo molti compagni che vanno in capitale a cercare cibo avanzato nei sacchi della spazzatura della gente che là abita: ciò che loro buttano a noi serve per sopravvivere. Dall’altro, stiamo assistendo ad un fenomeno nuovo: molti vanno alla discarica pubblica, quella che noi chiamiamo la quema. La gente ci va quotidianamente per cercare non soltanto cibo, ma anche carta, naylon, cartoni, elettrodomestici e qualsiasi cosa che possano vendere. Ci vanno donne, giovani, anche bimbi: è un lavoro di tutta la famiglia».
Insomma, l’alternativa è tra essere cartonero o quemero. Con la sostanza che non cambia: si tratta sempre di affondare le mani nella spazzatura, negli avanzi, negli scarti.
«Per questo ci siamo organizzati tra noi: per far capire che ci sono persone che decidono le nostre condizioni di vita. Questa è la cosa più angosciante. E per questo lottiamo: per cambiare alcune di queste situazioni». Lorena non crede al caso, ma analizza le cause che determinano gli eventi. «La nostra vita è legata a decisioni prese da altri che ci capitano sulla testa. Come quando dobbiamo andare a lavorare a 14-15 anni, senza poter vivere l’adolescenza e la gioventù: questo non può che produrre tristezza e risentimento in qualsiasi persona».
Lorena non reclama privilegi, ma soltanto pari opportunità, almeno per i figli. «Perché i nostri partono già svantaggiati: non hanno preparazione e istruzione per poter avere un lavoro degno». Ed aggiunge con una punta di amaro sarcasmo: «Possono al  massimo aspirare ad essere cartoneros professionisti o essere premiati come il miglior ciruja dell’anno (3)».
È un circolo vizioso da cui è difficile uscire. «Oggi i nostri figli non possono andare alla scuola obbligatoria (non dico all’università) perché magari non hanno un paio di scarpe. Ma se lo stato non riesce a garantire neppure il minimo, allora milioni di bambini partono già svantaggiati e probabilmente i pochi che hanno tutto domani saranno i loro padroni e li sfrutteranno o li faranno lavorare in pessime condizioni. Così il cerchio è completo».
Eppure, nonostante la triste realtà, i sogni di Lorena e delle donne dell’8 di Maggio resistono. «Sappiamo che è molto difficile, ma non vogliamo continuare a mangiare basura. Ciò che sogno per i nostri figli è che possano essere uomini e donne felici e che possano avere un progetto per il futuro. Che abbiano un buon lavoro. Insomma, nulla di particolare, ma il minimo per una vita degna. Oggi noi non l’abbiamo, perché, per sopravvivere, dobbiamo rimestare nella spazzatura».

E alla fine, rimasero
soltanto i poveri 

«Mi ricordo una bella canzone che dice: “Son los sueños los que todavía tiran de la gente” (sono i sogni quelli che ancora spronano la gente). Mi viene in mente quando sono pessimista che abbiamo un sogno che ci accumuna e ci sospinge. Non so se sarà possibile per noi vedere il cambio, ma credo che il nostro sogno lo vedranno i nostri figli. Per questo lottiamo. Per questo portiamo avanti la nostra mensa comunitaria: affinché i nostri figli abbiano garantito un piatto caldo tutte le sere. Per questo pensiamo ad un progetto di sradicamento del lavoro infantile, per dare ai nostri bambini la possibilità di frequentare la scuola, come tutti i bambini dovrebbero fare. Dobbiamo lottare per rompere queste barriere che ci vengono imposte tutti i giorni e che ci impediscono di progredire». Lorena parla con passione e trattiene a stento le lacrime.
«Tra i poveri come noi c’è solidarietà, ma non possiamo fare affidamento sullo stato, che preferisce fare o politiche estemporanee o politiche assistenzialiste per i poveri, considerati strumenti per guadagnare voti. Non si pensa mai ad una politica pubblica per cambiare le cose».
Chiediamo a Lorena di tornare agli anni più duri, quelli immediatamente successivi al crollo del 2001, per capire come si manifestò la solidarietà con gli argentini della classe media, anch’essi colpiti dalla crisi. La risposta è dura: «La nostra lotta iniziò nel 1997 con le associazioni dei piqueteros, seguiti da asentados (4), contadini, indigeni, etc.; tutti movimenti per i quali la soluzione era una lotta non individuale ma collettiva. Arrivò il 2001, quando la gente più povera fu costretta ad uscire per le strade non soltanto a fare “piquete”, ma a saccheggiare i negozi. Allora la classe media ci disse che la nostra lotta era la loro lotta. Mi ricordo la canzone che andava di moda: “Piquete y cacerola la lucha es una sola”. Alla fine però loro si accordarono. Così, terminata la fase acuta della crisi, la classe media toò nelle proprie case e toò a vederci come negri. E noi – il povero, il piquetero, l’asentado e tutti coloro che hanno i diritti violati – rimanemmo soli». Lorena chiude il discorso con aggettivi molto duri nei confronti della classe media. Potere del disincanto e della delusione.
La leader dell’8 di Maggio è severa anche con i Kirchner e con il peronismo in generale. «I peronisti hanno la capacità di farsi camaleonti. Quando sai che viene il lupo ti prepari per combatterlo, ma quando il lupo viene travestito da agnello, che fai? Continuiamo con le stesse politiche, continuiamo a ricevere gli stessi 150 pesos al mese come sussidio sociale per il capo famiglia che non ha lavoro, ma che può avere 4-5-6 figli. Peccato che la canasta basica (il reddito minimo di sopravvivenza) per una famiglia con uno o massimo due figli sia di 950 pesos. Insomma, i successi macroeconomici di Kirchner non hanno evitato che noi si debba andare alla quema per vivere e mangiare».

Queste donne

Lorena Pastoriza ha trasmesso ai suoi due figli, Facundo ed Elias, non soltanto il proprio sorriso ma anche la propria voglia di resistere e combattere per cambiare lo status quo. Una giovane donna che, pur avendo proprie ed enormi difficoltà, non ha esitato ad adottare Maria, una bambina bellissima ma sola al mondo.
Lorena, gentile, ma determinata, anzi testarda. Non si è tirata indietro durante le violente proteste del 2001, né nei conflitti con la polizia, né quando (di recente) si è trattato di occupare il locale municipio.
Lorena, Nora, Monica, Andrea: forti, queste donne dell’«8 de Mayo».

di Paolo Moiola

Esperienza- Nella discarica del Ceamse

UN GIORNO DA «QUEMEROS»
(con Alejandro, Elias, Isaias, Graziela)

Alejandro, Elias, Isaias, Graziela sono ragazzi dell’8 de Mayo. Due di loro, neppure sedicenni, vanno regolarmente a lavorare alla discarica, conosciuta come la quema. Oggi anche noi li seguiremo. I ragazzi ci foiscono di qualche indumento logoro e di un sacco di juta per la raccolta. Dobbiamo sembrare dei perfetti quemeros.
Ci incamminiamo a piedi dalla casa di Lorena. La discarica del l’azienda pubblica Ceamse (1) sta oltre l’autostrada. Si cammina per una mezz’ora fino a raggiungere un grande prato, luogo di ritrovo e di partenza. Prima del ponte che fa da confine con l’area del basurero, è schierato un cordone di polizia. Ad attendere davanti ai poliziotti che precludono l’entrata, sono già in molti, tutti muniti di sacchi e contenitori, alcuni con carretti, in parecchi con le biciclette. Mentre attendono l’ora convenuta, molti giovani si preparano aspirando colla (droga dei poveri) da buste di plastica o carta.
Finalmente scocca l’ora: il cordone si apre e la gente in attesa scatta. Le biciclette si lanciano come per la partenza di una gara. A pensarci bene, è una gara: prima si arriva alla discarica, meglio ci si serve.
Si cammina per un bel tratto, su una strada sterrata percorsa da camion del Ceamse, in mezzo a campi incolti e colline artificiali. Ecco, un bivio: da una parte si va alla discarica dove ci sono soprattutto rifiuti alimentari, dall’altra dove i rifiuti sono indistinti. Noi scegliamo questa seconda destinazione.
Ecco la meta. Ecco la spazzatura. È una distesa impressionante sulla quale le persone si disperdono. Nuovi del mestiere, seguiamo i nostri accompagnatori. Saliamo sui rifiuti. Si sprofonda un po’, ma per fortuna neppure troppo, perché i rifiuti più vecchi sono stati compressi. L’odore è forte, ma non c’è tempo per pensare perché occorre sfruttare ogni minuto. Occhi esperti individuano la plastica, il metallo, l’oggetto o il cibo. Insomma, tutto quanto possa essere venduto, riutilizzato o mangiato. La gente lavora in silenzio, sotto gli occhi della polizia che però si mantiene a relativa distanza, vicino alle ruspe ferme dell’impresa.
L’ora a disposizione dei quemeros è terminata. Bisogna andarsene. Si fà il percorso a ritroso. I quemeros escono carichi del frutto del loro lavoro. Poco oltre il ponte che segna il confine della discarica, c’è un casolare dove si può già vendere qualcosa. Ci sono le bilance per pesare i prodotti. Alcuni hanno trovato di più. Altri di meno. Tutti toeranno domani, stessa ora, stesso luogo.
Un’esperienza inusuale? Per due giornalisti «occidentali» (2) forse, ma tanto normale da essere quotidiana per milioni di persone in giro per il mondo. Facile capire i pensieri che si affollano nella testa: da una parte, c’è un mondo che consuma (troppo) e getta via (di nuovo, troppo); dall’altra, c’è un mondo (maggioritario) che vive o sopravvive degli scarti altrui.

Paolo Moiola

(1) Sul Ceamse – Coordinación Ecológica Area Metropolitana Sociedad del Estado – si veda: www.ceamse.org.gov.ar.
(2) Il redattore e il fotografo Davide Casali.

Buenos Aires/ I cartoneros, il «tren blanco» e Maurizio Macri

«LADRI» DI SPAZZATURA

Da alcuni anni l’Argentina è in lenta convalescenza, come dimostrano gli alti indici di crescita economica. Ma l´uscita dalla malattia è lungi dall´essere compiuta e una ricaduta è sempre dietro l’angolo.
Per capirlo basta uscire la sera e vedere quanti sono i cartoneros (1) che, con destrezza ed efficienza, frugano nei sacchetti e nei bidoni della spazzatura, raccogliendo quanto può servire a guadagnare qualche pesos: i cartoni e la carta (da qui, appunto, il nome di cartoneros), vetro e lattine, plastica, ferro, senza dimenticare gli avanzi di cibo utili per riempire la pancia.
I cartoneros vanno in giro in gruppi di 3-4 persone, spesso della stessa famiglia: la donna o l’uomo o entrambi con i figli. Per il loro lavoro si aiutano con carrelli dei supermercati o con carretti a 2 ruote, a volte trainati da un cavallo. Durante la notte, prima dell’arrivo dei camion della spazzatura, percorrono tutti i quartieri bene o della classe media di Buenos Aires (e delle maggiori città argentine), anche le zone centrali, dove stanno la Casa Rosada, il Congresso, l’obelisco, le vie dello shopping. Fanno il loro lavoro con dignità, senza curarsi degli sguardi di chi non è abituato a queste scene o di chi non vuole ammettere che c’è un’Argentina che, ogni giorno, per sopravvivere deve affondare le mani nei rifiuti.
I cartoneros non soltanto non fanno danni, ma svolgono addirittura una meritoria opera sociale dato che con la loro raccolta recuperano e riciclano una parte consistente dei rifiuti urbani, riducendo il conferimento alle discariche o agli inceneritori (2). Non tutti però sono d’accordo. Nei quartieri più ricchi o più turistici (Recoleta, Palermo, ecc.), una parte dei residenti non sopportano la presenza di queste persone nelle strade, anche perché, nello svolgere il loro lavoro, i cartoneros rompono i sacchetti delle immondizie e insudiciano il selciato…
Ma il nemico numero uno è il nuovo sindaco di Buenos Aires, Mauricio Macri, leader emergente della destra menemista, soprannominato il «Berlusconi argentino». Da tempo Macri parla di togliere i cartoneros dalla strada («Los vamos a sacar de la calle»), di incarcerarli («meter presos») perché rubano la spazzatura («se roban la basura»).
Così, a fine 2007, è stato soppresso il cosiddetto Tren blanco, treno che i cartoneros utilizzavano in gran numero per arrivare in città dalle periferie e per tornare a casa nella notte con il loro carico di rifiuti recuperati. Ci sono state proteste, occupazioni di strade e piazze. Ma il sindaco continua per la sua strada, sicuro dell’appoggio della popolazione più benestante e degli operatori turistici.
Nel frattempo, come in ogni paese, qualche impresario argentino ha fiutato il business del riciclo dei rifiuti. Insomma, anche sulle briciole strappate dalle mani dei cartoneros si può fare profitto.

Paolo Moiola

Note:
(1)  Le cifre parlano di 20.000- 40.000 cartoneros nella sola Buenos Aires. Il massimo si ebbe nel 2001, il periodo più acuto della crisi argentina.
(2)  Nel marzo 2008 a Bogotà, in Colombia, si è tenuto un convegno dei «recicladores» del mondo. Si legga il settimanale Carta del 14 marzo 2008.

Paolo Moiola