Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Paolo di Tarso: bimillenario della nascita

I l 28 giugno scorso, nella basilica di San Paolo fuori le mura, Benedetto xvi ha ufficialmente inaugurato l’«Anno Paolino», per commemorare il secondo millennio della nascita di san Paolo. Lo «speciale anno giubilare», che si chiuderà il 29 giugno del 2009, sarà caratterizzato da numerose iniziative pastorali, religiose e artistiche, con lo scopo di conoscere e far conoscere meglio la figura del più grande missionario di tutti i tempi e la ricchezza gigantesca del suo insegnamento. In secondo luogo, la celebrazione avrà una «dimensione ecumenica», secondo le parole stesse del papa: «L’apostolo delle genti particolarmente impegnato a portare la Buona Notizia a tutti i popoli, si è totalmente prodigato per l’unità e la concordia di tutti i cristiani».
L’annuncio di tale evento era già stato dato l’anno scorso, il 28 giugno 2007, nella stessa basilica paolina. Accogliendo con gioia tale annuncio, abbiamo voluto in qualche modo anticipare le celebrazioni, dedicando alla figura del grande missionario il calendario 2008 e invitando i nostri lettori a camminare per tutto l’anno in corso «sulle orme di Paolo, apostolo delle genti». E continueremo nei prossimi numeri di Missioni Consolata a presentare alcuni aspetti della personalità e dell’insegnamento del grande evangelizzatore.

P er la sua importanza nella storia delle origini del cristianesimo Paolo è stato definito «il primo dopo l’Unico», cioè secondo solo a Gesù Cristo. È chiamato pure «tredicesimo apostolo», un titolo che egli rivendica nelle sue lettere ogni qual volta i suoi avversari cercano di screditare la sua missione: più volte si definisce «apostolo per vocazione», cioè chiamato direttamente da Cristo. Al tempo stesso, con i più intimi non esita a dichiararsi servo: «Servo di Cristo», dal quale si sente «afferrato», e «servo di tutti» per amore di Cristo (1Cor 9,19-23). Senza l’infaticabile e coraggiosa impresa missionaria di Paolo, il cristianesimo avrebbe rischiato di rimanere a lungo una fra le tante sette giudaiche. Egli ha aperto le porte della chiesa, ha spalancato gli orizzonti dei discepoli e delle discepole di Gesù e ha portato la Buona Notizia al mondo intero.
Ci sembra superfluo dire che, a duemila anni dalla sua nascita, san Paolo è ancora attuale: lo è sempre stato e lo sarà per tutti i secoli a venire. Tuttavia, è utile evidenziare uno dei suoi tratti fondamentali, capaci di ispirare e rinnovare il nostro essere discepoli di Cristo nel mondo in cui viviamo oggi: un mondo globalizzato, multiculturale, di incontri e scontri di civiltà… Un mondo con molti tratti simili a quelli in cui è vissuto il grande apostolo.
«Paolo è nato bifronte» ha scritto un esegeta, nel senso che appartiene a due civiltà che non si amavano affatto: quella giudaica e quella greca. Per di più, nei suoi viaggi missionari è entrato in contatto con molti popoli, diversi per stirpe, etnia, lingua e cultura; ha incontrato uomini e donne di differenti situazioni economiche e sociali: di tutti ha riconosciuto la dignità della persona e la chiamata a fare parte dell’unica famiglia di Dio, nella quale «non c’è più né pagano né ebreo, né greco né barbaro, né schiavo né libero, né uomo né donna» (Gal 3,28). Non è stato facile per Paolo giungere a tale convinzione, se si tiene presente che, almeno fino all’età di 28-30 anni, nelle preghiere del mattino aveva recitato, come ogni pio israelita, una tripla benedizione: «Io ti benedico, o Dio, per non avermi creato pagano, ma ebreo, per avermi creato libero e non schiavo, uomo e non donna».
Uomo senza frontiere, Paolo aveva compreso che una cosa è il vangelo e un’altra la cultura dei popoli. Con la sua vita e i suoi scritti ha lavorato con passione per costruire un’umanità unificata nell’abbraccio misericordioso di Dio: umanità egregiamente espressa con l’immagine delle molte membra che formano un solo corpo. Egli continua a insegnare che la chiesa, nella sfida di inculturare concretamente il messaggio di Cristo, può avere forme molto diverse e che nessun popolo può legittimamente imporre agli altri stili di essere, di sentire, di pensare, di agire e di celebrare.

di Bnedetto Bellesi

Benedetto Bellesi