Il pane della crisi

Analisi della situazione (1)

Il libero mercato, l’ingegneria finanziaria, la speculazione: il sistema economico è alle corde. O forse sull’orlo del baratro. Ma a pagare non sono i colpevoli, ma le vittime, quelle stesse che un’abile campagna mediatica e politica avevano convinto a credere nell’infallibilità del sistema, l’unico possibile per il progresso e lo sviluppo.

Quando il Fondo monetario internazionale valuta in quasi 1.000 miliardi di dollari le perdite  finanziarie è chiaro che qualcosa, nell’economia mondiale, non va.
La crisi è stata scatenata al tracollo dei mutui subprime: si tratta di mutui per l’acquisto della casa concessi dalle banche statunitensi anche a chi non poteva permetterseli, ovvero con un rischio altissimo di sofferenza. Solo che poi le banche statunitensi hanno rivenduto i mutui subprime, e con essi il loro essere estremamente rischiosi, sui mercati inteazionali finanziari. Come era prevedibile, tantissime famiglie non sono state in grado di saldare i loro debiti, e questo si è tradotto in una crisi globale.
Crisi che oggi appare assai più dura di quanto si prevedesse solo qualche mese fa. Si tratta di enormi perdite che stanno travolgendo i conti di molte banche, compagnie d’assicurazione, fondi pensione (sì, quelli che dovrebbero garantirci la pensione), ma che sembrano destinate ad avere ripercussioni sull’intera economia planetaria, contribuendo a rimuovere le fragili paratie fra sistemi finanziari e sistemi produttivi.

I FALLIMENTI
DEL «LIBERO MERCATO»

Vediamo in che condizioni è l’economia mondiale. Gli Stati Uniti nella migliore delle ipotesi cresceranno solo dello 0,5% nel 2008, mentre, proprio a causa del rallentamento Usa, il mondo non dovrebbe andare oltre il 3,7%, a conferma dell’incapacità dei paesi emergenti di sostituire i mercati più tradizionali nel ruolo di traino dei consumi globali.
Gli artifici dell’ingegneria finanziaria – di cui i subprime sono ormai un paradigma – che avrebbero dovuto limitare il rischio, disperdendolo fra più soggetti, hanno mostrato gravi carenze e hanno seminato una profonda paura. Per evitare guai peggiori, le banche centrali si sono adoperate a più riprese al fine di fornire copiose iniezioni di liquidità agli operatori, correndo il pericolo però di scatenare spirali inflazionistiche (cioè di far alzare i prezzi) oltre a ripristinare forme di interventismo statale che costringono i contribuenti a pagare i costi dell’«azzardo morale» dei soggetti finanziari.
Tanto per fare degli esempi, la Commissione europea è stata obbligata a sottoporre ad attenta valutazione sia gli aiuti del governo britannico alla banca Northe Rock e i sussidi erogati dai Land a tre istituti creditizi regionali sia quelli indirizzati dalla Federal Reserve ai colossi come JP Morgan che operano anche in Europa.
Il rischio del costituirsi di situazioni di monopolio privato per effetto del sostegno pubblico è decisamente concreto e l’artificiosa alimentazione di tale monopolio trova le proprie paradossali motivazioni nella gravità delle conseguenze che derivano dagli «eccessi speculativi». Come dire, più il mercato è libero e senza regole, più serve l’intervento dello Stato per salvare i privati dalla bancarotta.
Ecco quindi un evidente paradosso: anziché evolvere secondo una linea qualsiasi, il mercato finanziario sembra crescere negando i suoi stessi presupposti, ovvero la totale deregolamentazione. La «mano invisibile» tanto in auge ha provocato tanti danni da costringere i legislatori a fare da curatori fallimentari. Eppure nessuno contesta che lo sviluppo economico può essere solo garantito  dalla libera concorrenza, che i modelli alternativi hanno dato risultati pessimi.
La centralità di un mercato totalmente deregolato come unica fonte non solo di benessere sociale, ma anche di diritto, e come motore della politica rispetto a modelli immancabilmente bollati come ideologici, antistorici o dirigisti, è un pregiudizio ormai talmente radicato da non venire nemmeno percepito come tale. Un dogma, sarebbe da dire.

LA SPECULAZIONE PASSA 
AI PRODOTTI ALIMENTARI

Toiamo a quello che accade all’economia mondiale. La mancanza di trasparenza nei bilanci, unita al diffuso deprezzamento di molta carta commerciale a causa dell’insicurezza dilagante fra le stesse istituzioni finanziarie, ha amplificato a dismisura danni inizialmente ritenuti circoscritti, tanto da indurre un sovvertimento radicale dei comportamenti persino delle istituzioni più ortodosse del «mercatismo».
Dominique Strauss-Kahn, alla testa del Fondo monetario internazionale (Fmi), ha auspicato la creazione di una «terza linea di difesa», rappresentata dall’impiego continuativo di risorse pubbliche, per proteggere le banche ed evitare la scomparsa della liquidità; nella stessa prospettiva Ben Beanke non solo ha consentito alla Fed di far accedere al proprio credito le banche d’investimento ma ha anche deciso di cedere i buoni del Tesoro in possesso della banca centrale Usa in cambio di titoli «spazzatura».
Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia, e il Financial Stability Forum, consapevoli della gravità della situazione, hanno steso severe raccomandazioni per gli operatori finanziari, invitandoli ad abbandonare la pratica dell’indebitamento selvaggio attraverso l’effetto moltiplicatore della leva. È chiaro quindi che l’asprezza della crisi in atto sta provocando avvertibili modifiche nella visione a lungo coltivata di un mercato finanziario in grado di generare ricchezza e di sanare le proprie contraddizioni «inventando» nuovi strumenti e coinvolgendo sempre nuovi soggetti.
Attenzione però, perché per uscire dalle difficoltà scatenate dal crollo dei rendimenti dei valori mobiliari stanno prendendo corpo alcune pratiche molto pericolose.
Se i titoli di settori fondamentali come i bancari, gli assicurativi e gli immobiliari registrano cadute vertiginose, milioni di investitori in giro per il pianeta tendono ad orientarsi verso altre destinazioni di maggiore resa. In tale ottica i contratti relativi alle commodities, cioè i prodotti alimentari, grazie a prezzi in costante ascesa per effetto delle previsioni di una domanda mondiale in marcato aumento, stanno diventando veri e propri beni rifugio al pari dell’oro, contribuendo in maniera decisiva all’esplosione dell’«agrinflazione», dell’impennata dei prezzi dei prodotti agricoli attraverso la loro finanziarizzazione. La crisi dei mutui innesca così la ricerca di impieghi remunerativi in ambiti molto delicati che si legano in modo diretto all’alimentazione primaria del pianeta.

2008: LE RIVOLTE 
PER IL PANE

Ecco perché ad Haiti le rivolte per l’impennata dei prezzi dei generi alimentari hanno condotto a violenti scontri con le forze dell’ordine: almeno cinque persone sono state uccise, altre decine sono rimaste ferite. In Egitto, dove gran parte della popolazione ha pranzo e cena assicurati grazie al prezzo calmierato del pane, la carenza di grano (probabilmente dirottato sul fiorente mercato nero) ha portato ad autentici assalti ai foi. Altre rivolte sono state segnalate in Marocco, Mauritania, Costa d’Avorio, Camerun, Senegal, Indonesia. Secondo alcune stime il prezzo internazionale del grano è più che raddoppiato in un anno, quello del riso è salito del 75%. Robert Zoellick, presidente della Banca mondiale, è arrivato a presentarsi davanti ai giornalisti con una pagnotta in mano, per invocare piani d’emergenza necessari a sfamare «cento milioni di persone – ha detto – che rischiano di essere spinte sotto la soglia di povertà».

I BIOCARBURANTI 
SONO UN CRIMINE?

Molti economisti sostengono che i prezzi degli alimentari difficilmente scenderanno in tempi brevi: a tenerli alti concorrono poi, oltre ai meccanismi speculativi, cause naturali (come le inondazioni che hanno limitato i raccolti) e la destinazione di ampie coltivazioni alla produzione di biocarburanti. Quest’ultimo elemento ha scatenato una serie di reazioni politiche stizzite, specie dopo che Jean Ziegler, relatore dell’Onu sull’alimentazione, ha detto di ritenere la produzione massiccia di carburanti dalle produzioni agricole «un crimine contro l’umanità».
Angela Merkel, premier tedesca, ha replicato che la vera causa dell’impennata dei prezzi è la repentina crescita dei consumi: «In India adesso la gente mangia due volte al giorno…». Dal Brasile il presidente Lula è stato molto netto: «Non accetto più questa contrapposizione fra biocombustibili e alimenti». Va detto che la Merkel ha parlato mentre inaugurava un impianto per ricavare combustibile dalle biomasse e che il Brasile sta puntando molto forte sui biocarburanti, ma intanto l’emergenza alimentare resta fuori dall’agenda politica internazionale. 

di Pietro Raitano e redazione di «Altraeconomia»

Pietro Raitano