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Da vescovo dei poveri a presidente di tutti

Feando Lugo: da vescovo a presidente della Repubblica

Primo caso nella storia: mons. Feando Lugo lascia la sua carica episcopale e viene eletto presidente della Repubblica del Paraguay, paradiso per 500 famiglie in un mare di povertà: il neopresidente si è impegnato a cambiare il paese, combattendo la corruzione e promuovendone la crescita con equità sociale, con particolare riguardo alle categorie di persone più emarginate: indigeni, donne, disabili e giovani.

«La mia cattedrale è oggi l’intero Paraguay». Parola di un vescovo che è diventato presidente della Repubblica. Si chiama Feando Lugo, e la sua parabola sta facendo il giro del mondo. Ha sorpreso tutti, una mattina del dicembre 2006, quando decise di lasciare l’abito talare per buttarsi nelle acque vorticose della politica, dopo 30 anni di servizio vescovile. E ha meravigliato di nuovo tutti, il 20 aprile scorso, quando è riuscito a vincere le elezioni del suo paese con il 41% dei voti, 10% in più della rivale del partito al potere.
A dire il vero, non proprio tutti. I campesinos, gli indigeni, gli ultimi del suo paese lo sapevano già: sono andati in massa a votarlo, perché per loro Lugo era l’unica speranza di cambiamento. Sei milioni di abitanti, in un territorio poco più grande dell’Italia, e il 5% delle persone che ha in mano il 90% delle risorse economiche: il Paraguay è oggi una nazione allo sbando che, soia e ortaggi a parte, vive di importazioni. Asunción, la capitale, è per molti aspetti modea e viva, ma in netto contrasto con il resto del paese, così povero da essere inserito al penultimo livello dell’indice economico di sviluppo dell’Osce, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di sicurezza e cooperazione.
Allo stato di cose attuale, come troppo spesso è accaduto in America Latina, ha contribuito non poco il malgoverno di una delle classi politiche più corrotte della storia. Quella del Partido Colorado, infatti, prima della sconfitta di aprile, è rimasto al potere per 60 anni ininterrotti, 35 dei quali (dal 1954 al 1989) con una feroce dittatura manovrata dal generale Alfredo Stroessner, condannato nel 1997 per crimini contro l’umanità e morto a Brasilia nel 2006. Sei decenni in cui la forbice tra ricchi e poveri si è aperta sempre di più, in cui il clientelismo era diventato la regola anche del presidente uscente, Nicanor Duarte Frutos.

Ma ora è arrivato Feando Lugo, il «vescovo dei poveri», chiamato così per il suo operato nel mezzo della foresta e degli indigeni guaraní, nella diocesi di San Pedro. «L’ho incontrato cinque anni fa: è una persona estremamente cordiale, alla mano, con un carisma enorme, ma molto semplice», dice di lui il cornoperante Giuseppe Polini, in Paraguay per conto dell’ong italiana Coopi.
 E la conferma alle parole del cornoperante è arrivata anche a noi, quando, all’indomani della richiesta a Lugo, tramite l’ufficio stampa della sua coalizione, di concederci un’intervista, la risposta è stata positiva. Mancavano ancora pochi giorni alle elezioni, ma l’ex vescovo sentiva già la vittoria vicina: «A parte colpi di scena o attentati, alcuni dei quali sono già stati minacciati» ha ammesso Lugo.
Tutto è poi filato liscio, ma ancora oggi, in ogni uscita, una folta schiera di giovani volontarie guardie del corpo lo segue. Come se non bastasse, il giorno precedente all’intervista, l’ex vescovo cattolico aveva ricevuto dal rappresentante spirituale degli indigeni guaraní un vero e proprio esorcismo contro «le forze maligne».
E il primo tema che il neopresidente affronta con noi è proprio legato alle fasce deboli del Paraguay: «Oggi nel mio paese solo uno sparuto gruppo di persone vive con dignità. La maggioranza sopporta gravi mancanze, soprattutto i più indifesi, come gli indigeni, le donne, le persone con disabilità e i giovani che, appena possono, lasciano il paese» spiega Lugo prima di entrare concretamente in quelle che saranno le sue priorità.
«La mia prima azione concreta come presidente sarà riformare l’apparato economico verso uno sviluppo che si basi sull’equità sociale. E non sto parlando solo di macroeconomia: deve crescere l’economia personale, familiare, il cambiamento deve farsi sentire nel portafoglio di ogni cittadino» aggiunge senza mezze misure. «Metteremo in atto una riforma agraria integrale che, oltre a ridistribuire terre ai contadini, li assista con forme di microcredito, protezione dal mercato, attenzione alla loro educazione, alla salute». Qual è l’obiettivo finale? «Ottenere un migliore sviluppo umano per tutti, senza discriminazioni, partendo dallo sradicare l’alta percentuale di povertà estrema».

La prima impressione è che le parole di Lugo non siano semplici promesse elettorali. A confermarlo il fatto che l’ex vescovo sia stato candidato da una serie di partiti di differenti origini, dai socialisti ai liberali, ma soprattutto da ben sette movimenti della società civile, che conoscono da vicino il suo operato avendo collaborato con lui in passato. «Lugo era l’uomo giusto al momento giusto, una figura che ha messo in moto una nuova riflessione nel paese e ha rotto a 360 gradi gli schemi politici anchilosati del passato» suggerisce Enrico Garbellini, cornoperante in Paraguay del Movimento laici America Latina (Mlal), che gestisce un progetto di sostegno agricolo a 3 mila famiglie di contadini del Chaco, un’immensa quanto desolata area che copre il 60% del territorio del paese e raccoglie solo il 2% degli abitanti.
La coalizione che ha fatto vincere Lugo è l’Alianza patriótica para el cambiamento, ma il movimento di cittadini che per primo lo ha sostenuto è il Tekojoja, parola che in guaraní (una delle due lingue ufficiali del paese, parlata più dello spagnolo, 94% contro 75%) significa «unità». «La mia scelta è stata ancora più avvalorata dall’appoggio di tante persone comuni: mi hanno fatto capire che un altro modo di fare politica è possibile» aggiunge Lugo, parafrasando il motto delle grandi mobilitazioni dei Forum sociali mondiali, da Porto Alegre a Mumbay, da Caracas a Nairobi. L’ex vescovo, e con lui la società civile del Paraguay, è riuscito a portare ai massimi livelli un modello, quello nato in seno ai Forum, che è fino ad oggi fallito in molte altre parti del mondo, soprattutto in Europa.
Qual è il segreto del successo? «Nessun segreto. Siamo riusciti a rendere la democrazia da rappresentativa a partecipativa. È quello che sta succedendo in America Latina da quasi un decennio, con l’avvento di nuove figure», spiega Lugo.
La lista di questi nuovi carismi è lunga: Lula in Brasile, i Kirchner in Argentina, Chavez (una figura però spesso discussa per il suo populismo e gli eccessi di antiamericanismo) in Venezuela, la Bachelet in Cile, Correa in Ecuador e Morales in Bolivia. «In generale, noto un crescente interesse per approfondire il concetto di democrazia, che non funziona solo tramite leggi o decreti, ma nasce da un nuovo soggetto politico, la società civile appunto, che esige uno spazio proprio sempre più ampio dove poter contare. Questo in Europa non è successo, le idee altermondialiste non hanno prosperato come molti speravano» analizza il neopresidente del Paraguay.
«Questa nuova onda creata dalla partecipazione attiva alla vita politica è in continuo avanzamento, e dalle nostre parti sta dando alla democrazia di oggi una ricchezza inestimabile. Da semplice oggetto nelle mani di poche persone al potere, la cittadinanza è diventata oggi la protagonista del proprio destino: reputo questo cambiamento la principale rivoluzione del xxi secolo».

Parole forti, dirette. Nel suo stile di vescovo abituato ad avere a che fare con problemi concreti, necessità profonde delle centinaia di suoi fedeli. Quei fedeli a cui ha dovuto dire addio un anno e mezzo fa, quando ha maturato la scelta di cambiare vita.
Su questo tema Lugo si sofferma volentieri, nonostante si trovi in una situazione delicata, soprattutto nei suoi rapporti con il Vaticano, tanto che due giorni dopo la vittoria ha chiesto ufficialmente scusa al papa per la sua richiesta di riduzione allo stato laicale, richiesta che gli era stata respinta; rimane invece la sospensione a divinis, cioè, la proibizione delle funzioni sacramentali.
«Della mia rinuncia al servizio di vescovo per dedicarmi in modo attivo alla politica si è parlato molto. E anch’io ho discusso molto con me stesso – confessa Feando Lugo -. Il 18 dicembre 2006 ho comunicato la mia decisione, ma devo confessare che la notte precedente, il 17, è stata la più lunga di tutta la mia vita. Non è stato per niente facile, non è facile lasciarsi alle spalle 30 anni di vita religiosa, totalmente dedicata alla chiesa, per poi decidere un giorno di abbandonarla e buttarsi in un’altra attività».
«Oggi, a distanza di tempo – continua il neopresidente, rivelando più apertamente i suoi sentimenti – mi sento felice, perché non ho alcun timore nel muovere i miei passi. Mi emoziona il contatto con le persone che incontro ogni giorno e sentire la speranza che suscita in loro il mio nuovo ruolo politico».
E sulla sua condizione attuale dice: «Penso di essere il primo vescovo della storia che rinuncia alla sua posizione per dedicarsi al 100% alla politica. Ho svolto i 30 anni della mia opera sacerdotale sempre in comunità rurali povere, o meglio impoverite, e ho sentito molto da vicino le loro privazioni, i loro dolori: ecco le radici del mio cambio di vita. Ho capito che la sola azione pastorale non era sufficiente, c’era bisogno di un impegno ancora più diretto. Per questo ho intrapreso la strada della politica».
Nel dire questo, Lugo non nasconde il suo terreno di formazione: «Sono un uomo religioso, fortemente influenzato dalla dottrina sociale della chiesa e dalla teologia della liberazione, che sono le fonti ispiratrici del mio pensiero e delle mie azioni».
Per molti, Feando Lugo ha raccolto l’eredità di monsignor Oscar Romero, l’arcivescovo salvadoregno ucciso da sicari governativi nel 1980 per la sua difesa incessante degli ultimi. La speranza è che, a differenza di Romero, il destino dell’ex vescovo paraguaiano prenda altre strade, quelle di un’America Latina finalmente libera dal terrorismo degli anni bui di quasi tutta la sua storia.
L’avere attorno a sé governi «amici», con cui raggiungere accordi in vari settori, di certo, può aiutare il Paraguay ad alleviare molti dei suoi problemi attuali; anche di questo aspetto il neopresidente non esita a parlare: «Mi rendo conto che il nostro è un piccolo paese tra vicini molto grandi e potenti, tanto che il nostro più celebre scrittore nazionale, Augusto Roa Bastos, lo descrisse come “un’isola circondata da terra”. Ma non ci sentiamo affatto isolati. Oggi vogliamo essere parte di questo cambiamento in atto nel continente, ovvero di un mondo in pieno processo di integrazione, che cerca con disperazione un destino migliore attraverso cammini diversi dal passato, che nascono da una sorta di “unità nella diversità”, che si riflette anche nei rapporti tra i vari leader».
A chi si sente più vicino Lugo? A Lula, che ha incontrato una settimana prima del voto? O a Chavez, che ha dichiarato di stimarlo molto? «Non ho una predilezione per l’uno o per l’altro – è la franca risposta dell’ex vescovo -. Non si cada nell’errore di cercare le similitudini fra me e loro: io rispetto tutti e mi aspetto di essere rispettato».

Il 15 agosto prossimo, giorno del passaggio di consegne tra governo uscente e nuovo, Feando Lugo siederà per la prima volta sulla poltrona presidenziale. Come arriverà a tale data? «Consapevole del grande compito che mi spetta, in primo luogo, voglio cancellare la corruzione radicata nel sistema e tradurla in onestà, per far capire ai giovani che il Paraguay è un posto dove poter rimanere a lavorare (oggi un giovane su cinque non ha un lavoro, ndr) e mettere su famiglia. La sola idea di partecipare alla costruzione di una società nuova è già di per sè una motivazione molto importante, che li può spingere ad amare il proprio paese anziché scappare altrove».
Il «vescovo dei poveri» ce la farà a essere il «presidente di tutti»? «Di sicuro l’inesperienza politica può essere un deficit per Lugo, per questo è importante che si circondi di buoni consulenti che giorno per giorno gli stiano a fianco nelle numerose battaglie che si troverà di fronte, su tutti i livelli» riprende il cornoperante del Mlal Garbellini.
Forse, da solo non ce la può fare; e comunque, se ne uscirà a testa alta, questa sua incredibile ascesa rimarrà un’esperienza che non può che far ben sperare a quanti credono nella politica sana, totalmente dedita ai bisogni della cittadinanza e non ai propri interessi.
Forse, la stessa chiesa cattolica lo rivorrà come vescovo. Forse no. Ma quella di Feando Lugo, primo vescovo-presidente della storia dell’America Latina e del mondo, rimarrà una conquista fondamentale nel campo dei diritti civili della società modea. La conferma sta nelle ultime parole che Lugo ci rivolge: «La tranquillità della mia coscienza e l’empatia verso la mia gente sono gli stimoli più grandi che posseggo in questo momento. Che mi chiamino ancora monsignore, come accade, o semplicemente Feando o signor Lugo, non ha importanza, ciò che importa è il rispetto e l’affetto che uno si è guadagnato nel tempo. Per quello che sento attorno a me, non posso che ritenermi soddisfatto. Vivo il mio nuovo cammino tenendo sempre in mente queste parole di papa Pio xi: “La politica è l’espressione più sublime dell’amore”».
Buona fortuna, Feando! 

Di Daniele Biella

Daniele Biella