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Un Chicco di grano per la vita

La missione di padre Adalberto coninua … oltre la morte

Missionario della Consolata per oltre 30 anni e per altri 5 incardinato nella diocesi di Dar Es Salaam, padre Adalberto Galassi fu stroncato da infarto a 61 anni, nel 2002. I familiari e tanti amici hanno raccolto il testimone e continuano a sostenere i progetti da lui avviati nella missione di Kibiti. 

Quando guardo il manifesto del Consorzio agrario provinciale di Macerata, mi vengono alla mente due «icone» della mia fanciullezza. Nella prima c’è un’Apetta, guidata da un passionista che, nei giorni della trebbiatura, arrivava puntuale sull’aia per la questua: apriva il sacco, i contadini vi versavano alcuni chili di grano e il frate se ne andava ringraziando e benedicendo.
Nella seconda c’è una vecchia Fiat 500, in cui scompariva la bassa statura del mio parroco, don Giulio. Anche lui arrivava sull’aia, attaccava un sacco a una bocchetta della trebbiatrice, ve lo lasciava per una decina di minuti e intanto gridava: «Butta giù!», sventolando un pacchetto di sigarette per incoraggiare gli operai a gettare nel battitore più covoni possibili.
Erano gli anni del dopoguerra. I contadini avevano pochi soldi in tasca, per cui risultava più naturale fare la carità o sostenere le opere della chiesa con doni in natura. Oggi il grano passa dal campo al consorzio quasi in un baleno, senza quell’atmosfera romantica della trebbiatura di quei tempi; rimane tuttavia il senso di solidarietà degli agricoltori; per questo il Consorzio agrario di Macerata ha organizzato «una raccolta di beneficenza in “cereali” da donarsi alla missione di Kibiti-Tanzania di padre Adalberto Galassi».
E funziona: ogni anno vengono raccolti più di 200 quintali di grano, che, tradotto in moneta e inviata al nuovo parroco di Kibiti, serve a comperare granaglie sul posto da distribuire ai più poveri o a sostenere i progetti rimasti incompiuti per la morte prematura di padre Adalberto.
I donatori maceratesi conoscono bene il defunto missionario, ma non sanno affatto dove sia Kibiti.

IN CAPO AL MONDO A DESTRA
Kibiti si trova al centro della zona costiera tanzaniana a sud di Dar Es Salaam. Facile a dirsi; ma arrivarci è un’altra cosa. Ne ho fatto esperienza in una piovosa giornata del 1997. Si lascia la città e s’imbocca la Kiliwa Road, strada dal nome altisonante, ereditato dall’amministrazione coloniale inglese, ma che di quel periodo non conserva più nulla. Per evitare le buche prodotte nell’asfalto dalle intemperie e dall’incuria, viaggiamo sulla terra battuta ai cigli della strada, zigzagando tranquillamente da destra a sinistra e viceversa, poiché non si incontrava anima viva.
Dopo circa150 km e oltre quattro ore di viaggio siamo finalmente nel villaggio di Kibiti: sembra di essere arrivati in capo al mondo. Svoltiamo a destra ed ecco la missione: una vecchia cappella e un dispensario nuovo di zecca, costruito e gestito dalle missionarie della Consolata.
La popolazione di questo sperduto angolo del mondo è prevalentemente musulmana, ma vi sono parecchi cristiani, di etnia makonde, fuggiti dal Mozambico fin dagli anni ‘60, quando in quel paese infuriava la guerriglia contro il dominio portoghese.
Un frate cappuccino olandese, di tanto in tanto si faceva 250 km dell’impercorribile Kiliwa Road, tanto era estesa la sua missione, per incontrare i cristiani. Poi costruì a Kibiti, al centro del territorio affidato al suo zelo missionario, una cappella e una casetta destinata a ospitare una piccola comunità di suore, che si prendessero cura della gente per troppo tempo dimenticata. Il suo sogno si è avverato nel 1991, due anni prima della sua morte, divorato da un tumore, quando quattro missionarie della Consolata vi si stabilirono e costruirono il dispensario.
Per sei anni le religiose hanno visto il prete, un altro cappuccino, solo la domenica, quando riusciva a venire a Kibiti per celebrare l’eucaristia e incontrare le sperdute comunità cristiane, finché all’inizio del 1997 è arrivato padre Adalberto Galassi, che, essendo senza casa, ha ricavato uno stanzino nella sacrestia: 6 mq che fungono da camera da letto, laboratorio e da cucina, quando rincasa troppo tardi.
Oltre alla cappella, il missionario ha poco da mostrarci, eccetto un paletto infisso al suolo, poco lontano dalla chiesetta, dove sarà scavato un pozzo per fornire acqua alla gente e al dispensario. Proprio in quel punto, alcune settimane prima, la bacchetta del rabdomante, padre Egidio Crema, venuto apposta da Iringa, si era agitata freneticamente, individuando una ricca vena d’acqua.

A SERVIZIO DEI FRATELLI
Adalberto è nato nel 1941 a Caldarola, uno storico e ridente paese nella Val di Chieti, affacciato sull’omonimo lago artificiale. Un luogo ideale per fare qualche scampagnata con i miei familiari, sempre accolti con calore e simpatia dalla famiglia Galassi, ben nota nel paese e in gran parte del maceratese: mamma Rosa e papà Vincenzo, quattro giovanotti, di cui Adalberto è il secondogenito, e una zia ostetrica, che ha aiutato a venire al mondo metà degli abitanti del circondario.
Finite le scuole elementari, Adalberto entrò nel seminario della diocesi di Camerino, in un momento in cui si respirava un’atmosfera di forte entusiasmo missionario. Proprio in quegli anni Giovanni Monti entrava tra i missionari della Consolata. Poco dopo, nel 1958, lo stesso direttore del seminario, mons. Attilio Marinangeli, all’età di 45 anni, entrava nello stesso istituto e l’anno seguente raggiungeva il Tanzania.
Non c’è dubbio che l’esempio del rettore abbia contagiato anche Adalberto. Terminati i corsi liceali, nel 1961 iniziò il noviziato tra i missionari della Consolata, continuò gli studi a Torino e venne ordinato sacerdote nel 1966 a Caldarola. Due anni dopo era in Tanzania, nella diocesi di Iringa, dove il suo ex rettore era amministratore apostolico, ma per pochi mesi ancora, perché minato da una grave malattia che lo portò alla tomba.
«Fortunato chi ti avrà come compagno in missione» gli aveva detto un giorno, quando era ancora a Torino, un suo compagno di classe, invidiando le sue doti pratiche, soprattutto in fatto di meccanica ed elettrotecnica. Sereno e generoso, padre Adalberto nascondeva elogi e complimenti con un timido sorriso e una battuta di humour quasi inglese.
Arrivato in Tanzania con pochi effetti personali e una cassetta di attrezzi di ogni genere, fu subito richiesto dai confratelli per un’infinità di lavoretti pratici, dove si richiedevano mani esperte. «Le radioline di tutte le missioni sono passate tra le sue dita» racconta un confratello.
Nel 1973 i confratelli lo elessero consigliere della direzione regionale del Tanzania; gli fu affidato anche l’incarico di amministratore regionale, facendosi stimare per la sua «serietà e onestà a prova di bomba», come afferma un confratello, di solito non prodigo di elogi.
Nel 1979 fu destinato a Dar Es Salaam, come procuratore: un servizio importante e delicato, che comporta contatti con ambasciate, disbrigo di pratiche burocratiche e amministrative a favore del personale impegnato nelle missioni della Consolata e di altri istituti, accoglienza e accompagnamento di missionari, volontari, medici… venuti in città per acquisti o altre urgenze.
A troncare tale servizio, nel 1988, fu una brutta avventura: una sera, un energumeno, forse in preda all’alcol o alla droga, irruppe nel suo ufficio e gli assestò due colpi di machete alla testa; padre Adalberto riuscì ad attutire i colpi riparandosi con un braccio; ma le gravi ferite ricevute lo costrinsero a venire a Torino per farsi curare.
Ce l’ho ancora davanti agli occhi, con la testa avvolta in una retina bianca per tenere ferma la fasciatura. Anche di questa disavventura sapeva ridere e scherzare. Ma mi raccomandava: «Non dire niente a nessuno, neppure ai tuoi, perché non lo venga a sapere la mamma: ne soffrirebbe troppo». Solo quando fu guarito toò a casa, con vistose cicatrici sulla parte sinistra del viso e della testa, e cercò di tranquillizzare i suoi familiari.

FINO ALL’ULTIMO RESPIRO
Nei 15 anni a servizio della missione come amministratore e procuratore, padre Adalberto era venuto a contatto con tante situazioni di povertà e abbandono, soprattutto nella zona a sud di Dar Es Salaam, dove si recava nei momenti liberi a prestare qualche servizio religioso. Era quello il tipo di missione da sempre sognato: vivere con la gente e come la gente del posto, condividee sofferenze e difficoltà, testimoniare concretamente amore e solidarietà.
Nel 1989 chiese ai superiori di affidargli una missione di quel genere. Fu invece sballottato da una missione all’altra: Matembwe, Pawaga, Kibao, Makambako, spesso per sostituire i missionari che andavano in vacanza. Finché nel 1997 chiese di andare nella missione di Kibiti.
La mancanza di personale rendeva impossibile aprire una nuova missione, tanto meno in una zona dove le autorità musulmane vedevano i cristiani con fumo negli occhi. Tuttavia, a malincuore i superiori lo lasciarono libero nella sua scelta, per mettersi, secondo le regole canoniche, sotto la diretta responsabilità del cardinal Pengo vescovo di Dar Es Salaam.  
Con una Land Rover scassata, cominciò a visitare i villaggi, radunare i cristiani emigrati dal Mozambico, stringere amicizie con i capi locali, prendere visione delle necessità della gente e abbozzare i primi progetti, che, in un breve viaggio in Italia, presentò a varie parrocchie e conoscenti per reperire i fondi necessari.
La prima urgenza della missione era promuovere la convivenza pacifica tra musulmani e cristiani. Un’opera già avviata dalle suore, presenti a Kibiti da sei anni. Dopo numerosi incontri è nata l’associazione Uwawaru, un acronimo di termini swahili che in italiano stanno per «Unione di musulmani e cristiani del Rufiji». Scopo dell’associazione è la coltivazione razionale dei cereali nel distretto di Rufiji, creando così lavoro e risorse alimentari per combattere indigenza e malnutrizione.
Un’altra urgenza ad attirare l’attenzione di padre Adalberto è stata la cecità epidemica, causata da un insetto microscopico, che infesta tuttora una vasta zona della sua missione. Per combattere tale epidemia, accettata dalla gente come una fatalità, egli avviò il progetto denominato semplicemente «Cure agli occhi». Contattati i medici della Cooperazione internazionale, che si offrirono di eseguire le operazioni agli occhi gratuitamente, cominciò a portare i pazienti accollandosi le spese di viaggio e di degenza nella struttura sanitaria.
Con un’altra iniziativa, chiamata «Progetto donna», mirava a salvare le partorienti denutrite e bisognose di speciali cure per sopravvivere insieme alla propria creatura. Le andava a prelevare nei villaggi più lontani per portarle al dispensario o, quando era necessario, farle ricoverare in ospedali più attrezzati a Dar Es Salaam.
Altrettanto a cuore gli stavano i giovani: con il progetto «Adozione studenti» li aiutò nella frequenza scolastica, con la quale potevano liberarsi da ignoranza e pregiudizi.
Con l’aiuto delle parrocchie della città di Macerata e della diocesi di Camerino, oltre a sostenere i suoi progetti, era riuscito a procurarsi un mezzo di trasporto più efficiente. Ma una notte fu assalito dai ladri, che lo legarono, lo percossero duramente e rubarono la macchina nuova insieme alla vecchia Land Rover delle suore.
Anche in questa occasione non disse nulla ai familiari, ma confidò il suo sconforto a un suo compagno di seminario, che gli pagò il biglietto dell’aereo per tornare in Italia e lo sostenne nel raccogliere i fondi necessari per continuare i suoi progetti.
Tre mesi dopo era di nuovo al volante con più entusiasmo che mai e senza risparmiarsi: portò a termine la realizzazione del pozzo, moltiplicò i trasporti di giovani non vedenti a Dar Es Salaam, si prodigò per procurare cereali per tanta gente, ridotta alla fame da un parassita che aveva distrutto le coltivazioni di granoturco.
Al tempo stesso progettò la costruzione di una modesta abitazione per accogliere un prete locale, promesso dalla diocesi per aiutarlo nella sua missione. I familiari spedirono materiale vario per realizzare la casetta; due suoi fratelli promisero di recarsi a Kibiti per eseguire i lavori di muratura, impianto elettrico a pannelli solari, condotte dell’acqua…
Mancavano pochi giorni alla partenza quando, il 14 settembre 2002, padre Adalberto fu colpito da grave infarto. Per una decina di giorni cercò di stare calmo, finché accettò di essere ricoverato all’ospedale di Dar Es Salaam, da dove i familiari furono avvisati dell’accaduto via fax.
Convinto a ritornare in Italia, fu ricoverato all’ospedale di Macerata, dove pregava i medici di guarirlo in fretta, perché a Kibiti lo aspettavano tante opere incompiute. Il suo recupero lasciava sperare per il meglio; invece, tornato in famiglia, fu colpito da un nuovo infarto: il 24 novembre padre Adalberto si spegneva serenamente tra le braccia della madre. «Il Signore ha visto tutta la sua vita, intessuta di grandi sofferenze e tante giornie, e ha deciso di premiarlo, chiamandolo con sé in paradiso» diceva mamma Rosa, accettando con tanta fede quest’ultimo sacrificio, consolando i familiari per la grave perdita.

LA MISSIONE CONTINUA
Mentre Adalberto era ricoverato all’ospedale e raccontava ciò che gli era accaduto, uno dei familiari ebbe un accento di rimprovero, quando sentirono che, il giorno dopo l’infarto, si era recato a una quindicina di chilometri, per consegnare dei soldi all’autista del pullman che doveva portare a Dar Es Salaam 40 ragazzi ciechi, per essere sottoposti a interventi chirurgici. «Senza soldi l’autista non sarebbe partito – rispose padre Adalberto -. Vi sarei andato anche carponi! Non potete immaginare cosa può provare una persona, soprattutto giovane, che riacquista la vista dopo aver vissuto per anni nella cecità».
Di fronte a tanta tenacia, i familiari decisero di continuare le opere avviate da padre Adalberto. Presi i contatti con la diocesi di Dar Es Salaam, le suore e il nuovo parroco di Kibiti, fu mantenuta la promessa fatta a suo tempo: andarono nella missione per costruire la nuova abitazione.
Gli altri progetti cari al missionario scomparso furono presentati a un centinaio di benefattori, tra singoli e associazioni (comunità e gruppi parrocchiali, centri missionari, caritas, organizzazioni sindacali e produttive…) che risposero all’appello e continuano la missione di padre Adalberto.
Il progetto «Cure agli occhi» ha già restituito la vista a oltre 4 mila persone, soprattutto giovani e bambini; il «Progetto donne» ha salvato la vita a centinaia di mamme e bimbi; l’«Adozione studenti» mantiene a scuola varie decine di alunni (ragazze e ragazzi) dalle scuole primarie alle superiori.
Visti i risultati, sembra che, appena arrivato in cielo, il missionario si sia rimesso subito al lavoro: nel maggio 2003, a sei mesi dalla sua morte, l’Associazione Uwawaru è stata riconosciuta dal governo tanzaniano; e l’Iscos Marche (Istituto sindacale per la cooperazione e lo sviluppo) ha cominciato a fornire il suo apporto istituzionale, gestionale e di assistenza tecnica. Nello statuto di questo primo progetto di padre Adalberto sono stabiliti anche i seguenti scopi: assistere orfani e disabili, combattere fame e malnutrizione, senza proselitismo e nel rispetto delle proprie convinzioni religiose. La realizzazione di tali principi può diventare un esempio da imitare, non solo per la popolazione del Tanzania, ma anche per quelle dei paesi confinanti. 

di Benedetto Bellesi

Benedetto Bellesi