DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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Cari missionari

Passione
per la Parola di Dio

Cari missionari,
il commento di don Paolo Farinella alla parabola del Figliol prodigo è un dono grande. Don Paolo è riuscito in un’impresa che riesce a pochi, quella di coniugare rigore scientifico e cuore, passione, capacità di coinvolgere il lettore in profondità. Con la sua esegesi don Paolo ci ha comunicato qualcosa di veramente importante, ci ha dimostrato che la parola di Dio non è mai scontata, che è sempre in grado di dare, a chi le lascia un minimo di spazio, nuovi stimoli, nuovo slancio, nuovo vigore.
Per me don Paolo è come quella terra fertile di cui ci parla Gesù nella parabola del seminatore, una terra capace di produrre ora il trenta, ora il sessanta, ora il cento per uno. Spero che quel che ha fatto con la parabola del Figliol prodigo don Paolo possa presto farlo anche con altre pagine evangeliche, per esempio la parabola dell’amministratore disonesto (Luca 16,1-14). Cordiali saluti.
Ludovico Torrigiani
Pesaro Urbino

Sono molti che, come il signor Torrigiani, ringraziano per il commento alla parabola del Figliol prodigo. Siamo grati anche noi a don Paolo per la sua collaborazione, per la «passione» con cui ci spezza il pane della Parola e ce la rende affascinante e «coinvolgente».
La lunga spiegazione della parabola è nata dalla lettera a lui scritta da un nostro lettore; per cui benvenuti altri suggerimenti, come quello del signor Torrigiani.
A proposito
di morti bianche

Cari missionari,
anche se non sono di Torino e finora l’ho vista solo in televisione e sui giornali questa bellissima città, la città della Madonna della Consolata, la simpatia che ho per lei è grande ed è proprio questo sentimento di simpatia che mi fa sentire in dovere di scrivervi per esprimere alle famiglie di Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marco, Rosario Rodinò, Giuseppe Demasi, tutto il mio cordoglio e la mia vicinanza.
Da decenni si ripete che in Italia ci sono troppe morti bianche, che si investe troppo poco in sicurezza, che coloro che dovrebbero fare le ispezioni sono troppo pochi e persino che, spesso e volentieri, gli imprenditori vengono avvisati dell’arrivo dell’ispettore, per cui l’ispezione stessa si risolve in una farsa…
Nello stesso tempo però, ci si lamenta che l’Italia corre poco, il suo Pil cresce troppo lentamente, le imprese hanno troppi vincoli, gli imprenditori, quando vogliono licenziare qualcuno, incontrano ostacoli inconcepibili e che tutto questo ci fa sempre più regredire nella classifica della competitività. C’è addirittura chi sostiene che bisogna dare nuovo impulso all’edilizia, che le aree fabbricabili vanno aumentate, che i giovani debbono smetterla di fare i bamboccioni e che è ora di piantarla con la storia del lavoro precario che scoraggia la ricerca dell’autonomia, della flessibilità che deprime il desiderio di creare nuovi nuclei familiari e dei contratti a termine che scoraggiano la mateità. Guai anche a ricordare che il tasso di abortività è in crescita tra le lavoratrici extracomunitarie, guarda caso, quelle più esposte ai ricatti padronali.
Ecco, io credo che, se vogliamo veramente bene alle vittime dei roghi, delle cadute dalle impalcature, del caporalato, del mobbing, degli abusi – sessuali e non – sul posto di lavoro, non possiamo astenerci dal dire queste cose, non possiamo – e qui mi rivolgo innanzitutto al clero e all’episcopato – fare campagne giuste, anzi sacrosante contro l’aborto e la RU486 e poi girare gli occhi dall’altra parte quando un movimento, sindacato, partito chiedono, ad esempio, l’estensione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori a tutte le aziende, siano esse acciaierie, calzaturifici o aziende agricole, e a prescindere dal fatto che abbiano 1, 5, 15, 100 o un milione di persone alle loro dipendenze.
Cari vescovi e cari preti, che ogni prima domenica di febbraio riempite le sedie e le panche delle chiese di volantini inneggianti alla bellezza e alla vita e invitate i Casini e gli Sgreccia a tener conferenze contro la mentalità abortista e relativista, dove stavate rintanati domenica 15 giugno 2003, giorno del referendum sull’articolo 18? Perché tante belle omelie contro il liberismo selvaggio delle multinazionali, quando presiedete le esequie funebri di chi muore in incidenti come quello alla ThyssenKrupp e tanto, tanto silenzio (in alcuni casi addirittura ostilità…) quando, attraverso proposte di modifiche legislative, qualcuno cerca semplicemente di responsabilizzare chi gestisce un’azienda e togliergli l’illusione pericolosa (pericolosa per lui e i suoi familiari oltre che per gli operai e comunità civile…) di essere anche giudice supremo, oltre che imprenditore e manager, e che certe sue decisioni sono insindacabili, incontestabili e irrevocabili? Cordialmente.
Francesco Rondina
Fano (PU)

Errata corrige

Cari missionari,
la vostra rivista è bella e interessante, la trovo anche varia nella scelta degli argomenti e scritta in modo semplice, ma comunque di un buon livello culturale. Però, forse, andrebbe un po’ più curata nei particolari, nella correzione delle bozze, perché qualche strafalcione, purtroppo, ogni tanto si trova.
Due esempi. Nel numero di ottobre-novembre 2007, a pag. 106 si parla della moglie di Maometto, dicendo che è vissuta nel xvi secolo e che era una donna musulmana. Il profeta Muhammad, ovviamente, è vissuto mille anni prima, e la moglie non può, a rigore, essere definita musulmana, considerando che, al momento delle nozze con Maometto, l’islam non era ancora sorto. Invece, nel numero di gennaio 2008, a pag. 46, si dice che della non violenza «l’antesignano fu Indira Gandhi»; ovviamente non è il Mahatma Gandhi, con cui non era neppure imparentata.
Scusate la pignoleria, ma mi sembra giusto collaborare, affinché MC diventi sempre migliore, anche grazie alla necessaria precisione nei contenuti.
Franco Eustorgio Malaspina
Milano
Prima di tutto grazie per la collaborazione. Sono due strafalcioni imperdonabili, di cui avremmo dovuto accorgerci prima di passare le bozze alla correzione finale.
E poi, ci scusiamo con i nostri lettori.

Kosovo indipendente – Interesse d’Italia

Cosa farebbero gli italiani se un giorno gli albanesi (o qualsiasi altro gruppo etnico presente nel territorio) diventassero la maggioranza in una delle regioni italiane, perché le famiglie italiane hanno pochi figli, e decidessero di proclamare quella regione «Repubblica indipendente»?
Gli italiani non hanno conosciuto  gli effetti della «lotta demografica» (significa fare più figli possibile) per poter vendicare il diritto di «autodeterminazione», una volta diventati maggioranza assoluta.
Forse gli italiani pensano che questo non potrebbe mai succedere  alla loro terra, o credono di poter adottare due misure nel reagire: una  per se stessi e l’altra per gli altri?
«È nell’ interesse d’Italia il Kosovo indipendente»! Per questo motivo l’Italia è pronta a riconoscere l’indipendenza del Kosovo, legittimare lo strappo di un territorio a un paese sovrano, indipendente, riconosciuto come tale dal diritto internazionale. Ma è veramente questo l’interesse d’Italia? Non è il vero interesse di un paese pensare al futuro delle giovani generazioni, trasmettere loro dei valori, e guardarsi di  fare quello di cui quelle generazioni possano vergognarsi?

I serbi sono un popolo con profonde radici cristiane, che nel corso dei secoli è riuscito a sopravvivere e a trasmettere alle generazioni dei valori cristiani, nonostante il secolare dominio ottomano, nonostante mezzo secolo di ateizzazione comunista. Sopravviverà anche in questa Europa, che ha rinnegato le proprie radici cristiane, proprio perché ha sempre avuto la ricchezza spirituale che è il Kosovo.
Nei Balcani non è cominciato tutto il 28 giugno 1989 con Milosevic, come dicono i giornali, informati dall’Osservatorio dei Balcani, ma secoli prima: il 28 giugno 1389 con il sultano Murat e lo zar Lazzaro, quando entrambi persero la vita in battaglia sul Campo dei Merli (Kosovo), mentre Murat occupava e Lazzaro difendeva la Serbia. I serbi per la prima volta persero il Kosovo e vissero per secoli sotto dominio turco.
La seconda volta lo persero durante il comunismo di Tito, che proclamò il Kosovo e la Metohija una provincia autonoma, accolse tutti gli albanesi che venivano dall’Albania, favorì la loro natalità essendo lui stesso il padrino di ogni famiglia che aveva più di nove figli.
Gli albanesi possono impossessarsi della terra che non appartiene loro, dei monasteri medievali della chiesa ortodossa serba, e presentarli ai turisti come fossero loro, come stanno già facendo, possono edificare il «loro stato» sulle altre bugie, e cercare sostegno e protezione dei potenti che non temono Dio, ma questo non può durare. È passato l’impero ottomano, è passato il comunismo, passerà anche questo nuovo impero, che sfrutta, sottomette o cancella il più debole.
I serbi continueranno a trasmettere ai loro figli la via, verità e vita che è Gesù Cristo, convinti che quello è il più grande interesse di ogni generazione.
Snežana Petrović, Rovereto (Trento)

Comprendiamo l’amarezza della signora Petrović, da molti anni nostra collaboratrice, e ne condividiamo le ragioni, per la perdita di una parte storicamente così importante del territorio del suo paese. Ogni separazione, a qualsiasi livello e in qualsiasi ambito, porta solo dispiaceri. Proverei anch’io gli stessi sentimenti, qualora un pezzo d’Italia dichiarasse unilateralmente la propria indipendenza o si staccasse per confluire in un altro stato.
Nei decenni passati, anche in Italia ci sono stati (e ci sono ancora) movimenti indipendentisti o separatisti, come quello dell’Alto Adige o Südtirol, caratterizzato da tensioni e attentati terroristici, per ottenere la secessione dall’Italia e l’unione con l’Austria. Ma grazie al dialogo e agli accordi pacifici tra i maggiori responsabili delle due nazioni, le tensioni sono state dissolte. Da quando, poi, anche l’Austria è entrata nella Comunità europea, nessun tirolese si sogna di modificare i confini tra i due paesi.

S ulla nostra rivista abbiamo seguito con apprensione e rammarico le tensioni e violenze etniche che hanno insanguinato l’ex Jugoslavia negli ultimi anni. Più che ricercare i colpevoli della tragedia balcanica, abbiamo riportato le testimonianze di persone impegnate nella pacificazione tra i popoli, mediante il dialogo e la cooperazione disinteressata: unica strada valida anche per il futuro.
Auguriamo che Serbia e Kosovo entrino nella grande famiglia di popoli che è l’Unione europea, in cui i confini geografici perdono la loro importanza, i nazionalismi vengono stemperati e le identità e i diritti delle minoranze etniche più garantiti… con l’aiuto di Dio, che guida la storia dei popoli.