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Si è mosso anche lo stato

A Lagos: un centro di accoglienza governativo

Un gruppo di ragazze si intreccia reciprocamente i capelli. Lo spazio è un po’ angusto, manca luce, ma l’atmosfera non è cupa. Sono tutte giovanissime, certamente hanno meno di 20 anni. Una di loro, solo un poco più grande, cerca di dare qualche consiglio e mantenere un po’ d’ordine. Sono tutte vittime della tratta queste ragazzine che imparano a fare le parrucchiere. Intercettate all’interno della Nigeria o nei paesi limitrofi. La polizia le ha condotte in questo stabile, che assomiglia un po’ a una casa di accoglienza, un po’ a una prigione.
Si trova alla periferia di Lagos ed è stato aperto nel dicembre 2004, grazie alla collaborazione dei governi italiano e statunitense. È gestito dalla National agency for the prohibition of traffic in persons and other related matters (www.naptip.com), l’agenzia del governo nigeriano che opera contro il traffico – interno ed esterno – non solo di donne, ma anche di minori per scopi diversi: prostituzione, lavoro domestico, lavoro agricolo… Ha sei dipartimenti a Lagos, Benin City, Enugu e Sokoto.
Lo scopo è quello di accogliere, reintegrare e riabilitare le vittime, dar loro assistenza legale e sensibilizzare la popolazione sul problema. La grande sfida è quella di perseguire i trafficanti.
«Sono stata rimpatriata dal Burkina Faso – spiega Jessica, la ragazza che insegna alle alunne-parrucchiere. Ero stata portata lì con la promessa di continuare il viaggio, ma intanto ero costretta a lavorare. Io non volevo restare, così sono andata dalla polizia. Poi l’ambasciata mi ha fatta tornare in Nigeria». Dopo il periodo di counceling e riabilitazione, Jessica ha deciso di rimanere nella struttura del Naptip per aiutare le altre ragazze che hanno vissuto un’esperienza simile alla sua. Attualmente ce ne sono una trentina (ma può ospitae sino a 120), la maggior parte sono ragazze, ma c’è anche qualche ragazzino. Sono quasi tutti minorenni. Altre 10 sono state rimpatriate dal Burkina Faso, uno dei paesi-cerniera, lungo le rotte che, spesso via terra, portano verso il Nordafrica.

Dai loro racconti emerge uno spaccato sul mondo della tratta e le sue innumerevoli varianti. Una dice di avere 13 anni e che la mamma sta in Francia e lei stava cercando di raggiungerla. Un’altra racconta di essere partita insieme a un gruppo di amici, senza sapere esattamente per dove. Non aveva niente con sé, solo i vestiti che portava addosso. Sono giovani, sprovvedute, sognatrici. Fuggono da situazioni di miseria verso un vago miraggio, che spesso si trasforma in incubo.
I responsabili del centro raccontano di un altro gruppo di ragazze molto giovani; tutte sono state trafficate all’interno del paese, e portate a Lagos, la maggior parte per essere avviate alla prostituzione.
Ci sono anche tre bambini trafficati in Nigeria dal vicino Benin per lavorare come domestici. Il Naptip sta collaborando con l’ambasciata beninese per ricongiungerli alle loro famiglie. Spesso i genitori sono poverissimi e senza istruzione, e vengono facilmente aggirati e ingannati con promesse di soldi e d’istruzione per i loro figli, che invece si ritrovano rinchiusi dentro le case dei padroni in condizioni di vera e propria schiavitù.
«Da quando siamo aperti, abbiamo accolto circa 700 ragazzi e ragazze – spiega Godwin E. Morka, capo dell’ufficio Naptip di Lagos -. A tutti viene offerta la possibilità di un periodo di riabilitazione e una breve formazione. Per le ragazze si tratta spesso di un corso per parrucchiera. Mediamente restano dalle due alle sei settimane. Chi rimane di più è perché in tribunale ha in corso un processo contro i trafficanti».
«E se hanno problemi di salute – continua – facciamo anche un controllo medico. Se sono malate vengono trasferite al vicino reparto dell’ospedale militare». Morka non ne parla esplicitamente, ma il riferimento è chiaro. Molte, specialmente quelle che rientrano dall’estero, sono sieropositive o con Aids conclamato: una malattia-tabù, da queste parti, di cui si parla troppo poco e non si fa abbastanza per prevenirla e curarla.

Dalla struttura del Naptip le ragazze non possono uscire né ricevere visite, perché in passato si sono presentati trafficanti o madame, spacciandosi per i loro parenti. Una donna è stata scoperta e arrestata. Ma complessivamente l’attività di investigazione e avvio di procedimenti penali contro i trafficanti è alquanto carente. Alcune ragazze, poi, hanno il terrore di essere avvelenate. Sanno che i loro «protettori» temono di essere denunciati e che è gente senza scrupoli, capace di tutto.
Ma le ragazze non si fidano neppure del governo nigeriano né di qualsiasi altra istituzione ad esso legata. E, dunque, anche la vita e gestione di questo centro sono alquanto complesse e problematiche.
Per non parlare poi dei problemi che si pongono quando vengono rimpatriate dall’estero. «I governi europei – spiega Morka – quando espellono le ragazze sono in contatto con l’immigrazione nigeriana, ma non specificano chi sono le vittime e chi i trafficanti. Specie dall’Italia spesso tornano in gruppo, ammanettate come criminali, mischiate a trafficanti di droga, clandestini, delinquenti veri… Sono rimpatriati tutti insieme. Talvolta il volo diventa l’occasione per intrecciare contatti e organizzare nuove partenze».
Gli operatori del Naptip, inoltre, non hanno accesso all’aeroporto per accogliere le ragazze. A volte ci sono le famiglie ad aspettarle, ma è raro, soprattutto se non rientrano con un rimpatrio volontario e sono senza soldi e dunque si vergognano di farsi vedere a mani vuote. Sempre, però, ci sono i trafficanti, pronti a offrire «assistenza» alle ragazze, per poi farle rientrare nel giro.
All’immigrazione – ci dicono – non sempre operano persone preparate e adatte a fare questo lavoro e spesso c’è molta corruzione. Non è raro, poi, che le madame e i trafficanti corrompano i poliziotti per rimettere le mani sulle ragazze. «La situazione non favorisce la collaborazione e la possibilità di avvicinarle per offrire aiuto – continua il responsabile del Naptip -. Il lavoro di cooperazione è estremamente difficile. Anche quando vengono rimpatriate volontariamente dall’Oim, a volte vengono portate nel nostro centro, altre volte vanno direttamente nelle loro città o si disperdono qui a Lagos. Le ragazze non si fidano di nessuno quando tornano, ma spesso non vogliono andare a casa a mani vuote e cercano nuovamente di arrangiarsi come possono. Così diventano estremamente vulnerabili e rischiano di ricadere facilmente nelle reti di gente senza scrupoli».

Di Anna Pozzi

Anna Pozzi