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Le «travolgenti» olimpiadi cinesi

Reportage/ La capitale cinese attende le Olimpiadi

Quando si prepara il massimo evento sportivo mondiale, non si guarda in faccia alcuno.  
È avvenuto e sta avvenendo anche per le imminenti Olimpiadi organizzate dalla Cina. Pechino ha l’opportunità di mostrarsi al mondo come una nazione modea e felice e non soltanto come una potenza economica che cresce il 10 per cento all’anno. O come un paese che avrebbe molto da spiegare nel campo dei diritti umani (se qualcuno avesse il coraggio di chiederglielo…). Storie
di ordinaria ingiustizia dalla capitale che attende atleti da ogni parte del globo.

Pechino. Il cuore pulsante di Pechino, gli spazi urbani più vivaci e intimi della megalopoli si chiamano hutong, termine che ci riporta indietro nel tempo: da hottog, che in mongolo significa «pozzo d’acqua», ricordano la «città del khan», Khanbaliq, e le prime aggregazioni urbane in prossimità dei pozzi. La traduzione «vicoli» ne riduce l’importanza: gli hutong sono luogo di incontro, comunicazione e socialità. Costituiscono una rete labirintica di stradine su cui si affacciano gli siheyuan, tradizionali complessi residenziali costituiti da quattro edifici disposti intorno a un cortile, di cui dal vicolo si vede solo l’alto muro grigio che li racchiude e i portali lignei d’ingresso finemente intagliati, decorati con scritte augurali e lantee di un colore rosso acceso. I chioschi e le bancarelle fanno da sfondo agli anziani che mangiano jiaozi, i ravioli ripieni, e giocano a mahjong, seduti su bassi sgabelli, mentre i bambini giocano e uomini in pigiama e vestaglia discutono sulle novità del quartiere. Il chiacchiericcio delle donne, le grida dei bambini e il parlottare degli anziani, il fruscio delle foglie degli alberi che abbelliscono e proteggono le corti, vengono interrotti solo dallo sferragliare dei risciò a pedali, gli unici a turbare la quiete di luoghi in cui la vita familiare, sociale, amministrativa e religiosa si svolge prevalentemente nello spazio comune che è la strada o il cortile. Oggi negli hutong il nemico temuto non è più lo sfrecciante risciò a pedali guidato da un affaticato ciclista, ma la ruspa. Le Olimpiadi del 2008 rappresentano la fine di questi antichi distretti e infliggono alla città ferite permanenti.

Dazhalan,
morte di un distretto

Sono proprio queste ferite che preoccupano Ma Lian: «I bulldozer stanno cancellando centinaia di anni di storia. Tutta la mia famiglia ha sempre abitato nello stesso hutong, qui a Dazhalan. Anche io sto aspettando che la mia casa venga demolita». Circondato da cumuli di macerie e case sventrate, ogni mattina il 60enne Lian continua ad alzare la saracinesca del chiosco dove vende sigarette, bevande fresche e semi di zucca. Gli occhi vispi, in bocca solo due denti, dalla sua voce trapela rabbia: «Il turista dovrebbe rimanere colpito dalla ricchezza artistica di Pechino, ma ciò che vi troverà per le Olimpiadi sarà solo una città rifatta e priva di carattere».
Nessuno sa cosa sorgerà al posto di Dazhalan, un distretto popolare a cinque minuti da piazza Tiananmen, intreccio di hutong a sud della Città Proibita. La sua storia testimonia la peculiarità dell’area: il suo nome, in pechinese Dashilar, «grandi cancelli», risale al 1670, quando per editto dell’imperatore fu ordinata la chiusura nottua dei vicoli. Mentre l’intero complesso della «Città Proibita» era circondato da alte e spesse mura e sottoposto al ferreo controllo del potere, a Dazhalan si garantiva la libertà di commerciare e divertirsi. Inoltre, in epoca Qing, quando l’imperatore vietò l’apertura di attività artistiche e commerciali all’interno delle mura della sua residenza, Dazhalan divenne il luogo che meglio di tutti gli altri accolse il fermento culturale e imprenditoriale degli abitanti di Pechino. Teatri, case da tè, antiche farmacie, cappellerie, templi, negozi di giada e seta, e «case dei fiori», i tradizionali luoghi di divertimento notturno, resero Dazhalan un’attrattiva per mercanti, pellegrini e viaggiatori. Ancora oggi vi si trovano antiche librerie e antiquari, ristoranti dove si degustano le specialità di Pechino come l’anatra alla pechinese, attività artigianali di ogni tipo e teatri tradizionali. Ancora per poco.
Lo sguardo dell’anziano Feng si perde tra alti coicioni di legno finemente intagliati, ormai scoloriti e rovinati dal tempo e dall’incuria. Barba bianca e canottiera nell’afa dei vicoli, così ricorda il passato del quartiere. «Questi erano tutti palazzi di artigiani della giada. Dopo le riforme di Deng Xiaoping, negli anni ’80, sono cominciate ad apparire piccole attività commerciali, ristorantini e negozietti. Ho più di 70 anni e questo è sempre stato il mio mondo». La giada arriva nella capitale dal lontano Xinjiang, la provincia nord occidentale a maggioranza musulmana. Minerale considerato quasi sacro per le sue presunte proprietà medicamentose e taumaturgiche, era il preferito alla corte dell’imperatore.
«Non so quando me ne dovrò andare – continua Feng -, le ruspe arriveranno sicuramente nei prossimi mesi, prima delle Olimpiadi: tutto deve essere rinnovato. C’è altra soluzione? Noi laobaixing (gente comune, vedi glossario a pag. 63) possiamo solo obbedire».
A Dazhalan ci sono edifici che risalgono al XVI secolo, palazzi che portano con sé la storia di due dinastie imperiali, quella dei Ming e quella dei Qing.

Per le ruspe
il lavoro non finisce mai

L’agenda politica della «Commissione per la pianificazione e lo sviluppo» della Municipalità di Pechino dedica un capitolo a parte alla tutela della città storica: le aree coinvolte sono 25, il 17% della Pechino antica, ma, dietro la retorica, sono in agguato speculazione edilizia e perdita di identità culturali.
Zhao Lianmiao è un artista che vive nel suo studio-abitazione di meno di 10 metri quadrati, ancora per poco di sua proprietà. Alle pareti sono appesi i suoi dipinti, davanti a una tazza di tè al gelsomino racconta la sua vita a Dazhalan, le persecuzioni subite durante la «Rivoluzione culturale», e quanto gli piacerebbe comprare una nuova casa in quella zona. «Stanno distruggendo tutto, è un vero peccato, io vivo qui da sempre e sono molto affezionato a questo quartiere. A un certo punto appare un foglio appeso a un muro nei vicoli che ci intima a sgomberare nel giro di un mese». Anche Fu Zheqing, giovane donna che conduce un’attività commerciale per i cui locali paga l’affitto, non sa quale sarà il suo destino: «Io e la mia famiglia viviamo nel retro del negozio, ma non essendo proprietari le cose sono un po’ diverse. Dovrò semplicemente cercare un altro locale ma di certo non a Dazhalan: dopo il rinnovamento del quartiere i prezzi saliranno alle stelle, sicuramente non riuscirò più a trovare nulla per i 150 yuan che pago qui!».
Secondo Hu Xinyu, responsabile del gruppo «Friends of Old Beijing» (Amici della vecchia Pechino), già nel 2003 la metà dei 3.000 hutong della città storica era stata demolita, e migliaia di persone trasferite in sobborghi anonimi, mentre un alto rappresentante del governo – citato in forma anonima dal Financial Times – ha paragonato i danni causati dalle odiee politiche urbanistiche alle distruzioni della «Rivoluzione culturale».  
Nel 2005 più di 800 edifici giudicati vecchi e pericolosi sono stati demoliti nella caratteristica via del Carbone, e centinaia di siheyuan risalenti al XIV sec. hanno lasciato il posto a nuovi palazzi. Ma le ruspe non hanno ancora finito il loro lavoro. Il piano del governo prevede un dislocamento di 5 milioni di residenti dal centro di Pechino alle periferie nell’arco di 15 anni, motivazione ufficiale: traffico urbano e alta densità di popolazione.
Dietro al progetto di ristrutturazione e modeizzazione delle aree storiche e fatiscenti fanno capolino dinamiche di discriminazione sociale.
«Ci stanno rubando i nostri soldi! – grida Li Wu -. Per andarmene mi daranno 10.000 yuan al metro quadro, ma i nuovi edifici saranno rivenduti a 50.000! Il governo ci sta ingannando: ha potuto attuare le sue politiche senza incontrare resistenze, qui la gente è povera, quel poco che ci danno per andarcene è sufficiente per ottenere il silenzio. Ci trasferiamo in quartieri dormitorio in nuovi appartamenti al ventesimo piano e ci illudiamo che la nostra vita migliorerà». Wu vive e lavora in uno hutong tra i più vivaci e trafficati, dove in un piccolo spazio ripara di tutto, dai vestiti agli orologi. Il rumore delle ruspe che demoliscono la casa vicina è assordante. Di fronte alla sua officina i resti di un ristorante musulmano, una vecchia targhetta in caratteri arabi a ricordare la presenza nel quartiere della minoranza islamica degli hui.

Il coraggio
della protesta

Ou Ning, che ha dedicato particolare attenzione e impegno al caso di Dazhalan, è un affermato regista e videomaker originario di Canton, ma che da anni vive e lavora a Pechino. Il giovane artista non giudica direttamente l’operato del governo, ma preferisce porre l’accento sul concetto di scelta: tutti dovrebbero avere il diritto di decidere dove e come vivere, non è giusto imporre dall’alto modelli di vita, né di città.
L’artista è uno dei promotori di Dazhalan Project, organizzato assieme a «Kulturstiftung des Bundes», fondazione tedesca che si occupa dei processi di allargamento e sviluppo dei centri urbani. Zhang Jinli è una figura chiave di questo esperimento che monitorerà l’esito delle Olimpiadi e si chiuderà nel 2008. «Abbiamo conosciuto Zhang mentre stavamo filmando la situazione a Dazhalan – ricorda Ou Ning seduto sul divano al ventesimo piano di un edificio moderno e colorato che fa parte del complesso residenziale Xiandai Soho, vicino alla city pechinese -. Stava affiggendo cartelli di protesta. Un mese dopo aveva in mano una telecamera, per riprendere la sua vita nel quartiere alla vigilia dello sgombero». Jinli conduceva una osteria frequentatissima in uno hutong chiamato Meishi jie: la sua forza è stata quella di mettere in atto forme di resistenza pubblica per difendere i suoi diritti in quanto residente in attesa di essere rimosso. «Il governo gli aveva imposto di lasciare la casa e l’attività, ma lui riteneva che la compensazione offerta fosse inadeguata – racconta ancora Ou Ning -, che sarebbe stato giusto ottenere l’assegnazione di un altro ristorante nel nuovo quartiere». La telecamera è stata usata come arma per criticare le politiche governative: l’esperimento di Zhang Jinli ha dato vita a un video (Meishi street) e a una pubblicazione (The Story of Zhang Jinli). Il prezzo pagato per aver attuato queste forme di protesta è alto: Jinli è stato sottoposto a una fortissima pressione psicologica. Inoltre, nonostante le numerose richieste, le autorità non hanno mai concesso un incontro ai responsabili di Dazhalan Project.  
«Jinli ha avuto il coraggio di denunciare l’ingiustizia delle compensazioni e ha contribuito a far nascere una certa consapevolezza nel vicinato». Uno degli obiettivi principali di Dazhalan Project (www.dazhalan-project.org) è analizzare l’influenza delle politiche governative sulle diverse realtà urbane, fino ad arrivare a quelle più piccole, all’individuo. «Nel marzo 2006, dopo mesi di protesta e sensibilizzazione della comunità, le ruspe hanno distrutto la casa e il ristorante di Jinli». Ou Ning non è contrario alla modeizzazione: «Le città devono migliorare, ma noi ci preoccupiamo di quale influenza abbia questo sviluppo sulle persone, di quali siano gli spazi per la gente nel contesto di una città nuova. La storia di Zhang Jinli rappresenta la rottura dell’equilibrio tra tradizione e sviluppo», prosegue l’artista. Secondo Ou Ning, «a Dazhalan ogni proprietario avrebbe ristrutturato le case gradualmente, lasciando invariata la zona. Invece il cittadino non ha possibilità di scelta, né sa come si trasformerà il quartiere, davanti agli occhi ha solo quelle fotografie sulle transenne che lasciano immaginare un ricco distretto commerciale». Politiche urbanistiche che distruggono il senso di comunità, cancellando la vita di strada e la vivacità delle città cinesi. «Per la Costituzione cinese la terra appartiene al popolo, ma in realtà è del governo, che si muove solo in base a valutazioni di tipo politico-economico – conclude il videomaker -. Studenti, ricercatori, studiosi e gente comune in Europa e in America si sono interessati al nostro progetto, ma le autorità non ascoltano, a meno che non ci siano scontri e dei morti. Il nostro obiettivo è far conoscere questa situazione sensibilizzando e coinvolgendo il maggior numero di persone, solo così il futuro potrà essere diverso».
Il traffico e lo smog di Pechino ricoprono di suoni e polvere una città in continuo mutamento, come mutevoli e incerte sono le vite degli abitanti di queste aree. Un tempo ricche e fiorenti, si sono impoverite con l’ingresso del Paese nel mercato globale: le  manifatture artigianali sono state soppiantate da quelle delle fabbriche della Cina sud orientale, teatri e «case dei fiori» sono stati sostituiti da night club e da centri per massaggi. 

Di Alessandra Cappelletti

Alessandra Cappelletti