Il coraggio della verità

Lo scrittore turco Orhan Pamuk, premio Grinzane Cavour 2002 nella sezione Narrativa straniera e premio Nobel per la letteratura 2006, è stato portato davanti ai giudici per «avere offeso la turchità».

Orhan Pamuk, che nei suoi romanzi spazia dalla realtà al sogno, ha vissuto un vero e proprio incubo nel dicembre 2005, quando fu costretto a comparire davanti al giudice di un tribunale turco con l’accusa «di avere offeso la turchità», poiché, come dichiara lo stesso scrittore, «in un’intervista per una rivista svizzera nel febbraio dello stesso anno ho detto che in Turchia sono stati uccisi 1 milione di armeni e 30 mila curdi. Ho detto anche che nel nostro paese non si parla di queste cose perché rappresentano un tabù. Mi riferivo a quello che è accaduto agli armeni ottomani a partire dal 1915… Alcuni giornali hanno dato il via a una campagna d’odio; alcuni editorialisti hanno detto apertamente che era il momento di farmi tacere; gruppi di fanatici nazionalisti mi hanno insultato per le strade e hanno organizzato dimostrazioni; i miei libri e le mie fotografie sono stati bruciati».
Pamuk ha rischiato tre anni di carcere ma, grazie anche al sostegno a livello internazionale, il processo è stato interrotto e le accuse sono state ritirate il 22 gennaio 2006.
È stata, perciò, una splendida realtà vedere cento e più persone in coda per far firmare copie dei suoi libri a Orhan Pamuk, dopo una conferenza organizzata a Torino, giovedì 6 settembre 2007, dal Premio Grinzane Cavour nel bel cortile di palazzo Chiablese, conferenza a cui ha partecipato un pubblico di circa 400 persone. 
Durante tale conferenza Pamuk, con la consueta sincerità e chiarezza, ha sviscerato il suo rapporto amore-odio nei confronti dell’Occidente, ricordando come nei primi volumi del Diario di André Gide, premio Nobel per la letteratura 1947, «s’incontrano punte beffarde e irose scagliate contro la Turchia, da lui visitata nel 1914, dopo le guerre balcaniche». Eppure Gide è ammirato da tanti intellettuali turchi come Tanpinar, che prova «stupore» davanti al suo «disprezzo per i turchi».
Lo stesso Gide, però, ammira Dostoevskij che, nel suo Diario di uno scrittore parla «dell’ipocrisia francese, di come i grandi principi di questa terra siano svaniti, estinti di fronte al denaro». Uno scrittore può, quindi, amarci o non amarci, ma ci attrae «per i mondi, i valori, la maestria».
Pamuk sviscera i suoi sentimenti affermando: «Dalla finestra da cui mi pongo a osservare l’idea d’Europa o d’Occidente si manifesta appunto fra le ombre di quel rapporto. Essa non è solare, brillante. Immaginare l’Europa, per me, significa trovarmi in forte tensione tra ripugnanza e amore, attiva nostalgia e disprezzo patito». Ricorda, poi, le riforme influenzate dall’Occidente, effettuate da Mustafa Kemal Ataturk, il fondatore della Repubblica, il padre della nazione turca modea, dal 1923 agli anni Trenta. Infatti, «accanto a cambiamenti formali, quali il passaggio dall’alfabeto arabo a quello latino, l’adozione del calendario “cristiano”, lo spostamento alla domenica del giorno festivo settimanale, ne esistono altri che hanno lasciato tracce più marcate nella società, come il miglioramento dei diritti delle donne».  Riforme, ancora oggi, oggetto di tante dispute tra gli intellettuali turchi.

Mentre Pamuk mi firmava una copia de Il libro nero gli ho detto, in inglese, che quando leggo i suoi libri non posso fare a meno di pensare a Pirandello. Lo scrittore turco si è fatto una bella risata, affermando che era arrivato a Pirandello tramite Borges. Ha poi risposto con un vigoroso assenso con il capo quando gli ho chiesto se è stato influenzato dal drammaturgo siciliano.
Infatti, solo pensando a Pirandello, che spazia sul continente e trasforma i suoi personaggi al massimo in Enrico iv, sono finalmente riuscita a capire Il castello bianco di Pamuk, ambientato nel 1600, dove la trasformazione avviene tra Oriente e Occidente, ovvero il sosia turco di un dotto prigioniero schiavo veneziano ne assume sembianze e sapere.
Chi è lo scrittore Orhan Pamuk, amato ed odiato, certamente perseguitato per la sua sete di «verità»?
Sin da giovanissimo Orhan Pamuk, nato a Istanbul nel 1952, ha navigato tra i 1.500 libri della biblioteca di suo padre, erede di un’agiata famiglia e lui stesso imprenditore di altee fortune con l’animo del poeta. Durante i suoi frequenti viaggi, molti a Parigi, Pamuk padre prendeva appunti, scriveva poesie, ascoltava gli amati scrittori francesi, acquistava libri e, sollecitando la fantasia del figlio, inconsciamente forgiava lo scrittore.
Orhan ricorda: «Quando divenni uno scrittore, non ho potuto mai dimenticare che era in parte grazie al fatto che ho avuto un padre che mi parlava degli scrittori del mondo molto più che di pascià o leader religiosi».
Nel 1974, osteggiato dalla madre e incoraggiato dal padre, Pamuk ha iniziato a scrivere regolarmente, dopo aver frequentato la facoltà di architettura all’Università di Istanbul e essersi laureato in giornalismo. Da allora ha vinto prestigiosi premi letterari a livello internazionale, tra cui il Grinzane Cavour nel 2002 con Il mio nome è Rosso, e ha continuato da laico, ma quasi come un eremita, nel faticoso lavoro d’introspezione in se stesso e a produrre romanzi di altissimo livello letterario.
Pur non avendo mai fatto il giornalista, Pamuk conosce tutti i trucchi, le grandezze e le meschinità del mestiere. Lo dimostra bene ne Il libro nero, tratteggiando, anche con un pizzico di ironia, il personaggio «fantasma» del famoso giornalista Celâl, fratellastro di Ruya, la moglie sparita dell’avvocato Galip, che alla ricerca dei due ci conduce dagli interminabili e prevedibili pranzi di famiglia ai meandri più segreti di Istanbul. Pamuk è stato insignito del premio Nobel per la letteratura proprio perché «nella ricerca dell’anima melanconica della sua città natale ha scoperto nuovi simboli per lo scontro e l’intreccio delle culture». 

Nel discorso ufficiale a Stoccolma, dedicato con affetto al padre scomparso nel 2002, Pamuk afferma: «Solo scrivendo libri ho potuto raggiungere la comprensione dei problemi dell’autenticità (come ne Il mio nome è Rosso e Il libro nero) e i problemi della vita in periferia (come in Neve e Istanbul)». Ma ricorda anche il travaglio e la fatica del bravo scrittore: «Il segreto dello scrittore non è l’ispirazione – non è mai chiaro da dove arriva – ma la sua ostinazione e pazienza… Nel mio romanzo Il mio nome è Rosso, quando scrissi degli antichi miniaturisti persiani che hanno disegnato lo stesso cavallo con la stessa passione per molti anni, memorizzando ogni pennellata tanto da poter ricreare lo stesso bellissimo cavallo anche a occhi chiusi, sapevo che stavo parlando della stessa professione dello scrittore e della mia vita». E, finalmente, dopo aver cercato a lungo un «centro» di vita ha capito che: «Per me il centro del mondo è Istanbul. Non perché ho vissuto qui per tutta la vita, ma perché negli ultimi 33 anni, ho raccontato le sue strade, i suoi ponti, la sua gente, i suoi cani, le sue case, i suoi giorni e le sue notti, facendole divenire parte di me, abbracciandole tutte».
Eppure è con il romanzo Neve, ambientato nella città di Kars sul confine orientale della Turchia ai piedi del Caucaso, che Pamuk nel microcosmo di una società ristretta, per di più isolata dalle abbondanti nevicate, ci svela idee, azioni ed emozioni degli attori che animano lo scontro islam-occidente, spaziando dalle azioni violente dei fondamentalisti, della polizia e delle frange comuniste allo sgomento dei poeti, di tante donne e dei veri credenti di Allah.
Il protagonista del romanzo è Ka, un poeta esule in Germania, che dopo tre giorni di viaggio raggiunge Kars per indagare sulla misteriosa vicenda di ragazze suicide, perché non è loro permesso di portare il velo all’università, ma anche per incontrare la bella Ipek di cui è sempre stato innamorato. Quattro anni dopo questo viaggio, che ha risvegliato in lui la creatività del poeta, Ka sarà assassinato in Germania da mani misteriose.
L’amico del poeta, lo scrittore Orhan (alias Pamuk), indaga ripercorrendo, aiutato da un diario, le vicende di Ka.  Omicidi, faide, tradimenti (lo stesso Ka si rivelerà un traditore), dolore, tanto dolore, esaltazioni mistiche e ambizioni di potere accompagnano i protagonisti disperati di questa saga. Malgrado ciò, contemplando la neve, il poeta sente che «quei fiocchi suscitavano in lui un sentimento che gli ricordava la bellezza e la brevità della vita e gli faceva pensare che, malgrado le ostilità, gli uomini si somigliassero: l’universo e il tempo erano vasti, mentre il mondo dell’uomo era piccolo». •

Silvana Bottignole




Tanto sottili, tanto assassine

Che cosa respiriamo?

Si chiamano micropolveri (Pm10, Pm2,5, Pm1) o nanopolveri (Pm0,1). Hanno dimensioni talmente piccole da risultare di difficile comprensione. Ma ci sono e fanno danni pesanti: sulla salute individuale, su quella collettiva e sul futuro. Nonostante ciò, l’uomo ne produce sempre di più.

Parlare di polvere può sembrare banale: tutti noi sappiamo cos’è. La polvere si annida dappertutto e per rimuoverla occorre una scopa, uno straccio e tanta fatica.
Si può usare anche un aspirapolvere, che la rimuove e la fa finire in un sacchetto di carta con caratteristiche tali da funzionare come un filtro. In questa puntata di Nostra Madre Terra, noi non parleremo di quella polvere, ma di una polvere molto più fine, che riesce a superare anche il filtro dell’aspirapolvere. Qualcuno, cambiando il sacchetto dell’aspirapolvere, avrà notato una polverina molto fine, simile al borotalco, che si annida all’interno dell’apparecchio e che, purtroppo, non viene trattenuta dai filtri e ritorna nell’ambiente.
Da alcuni anni si stanno studiando le interazioni tra queste polveri inorganiche finissime e l’organismo.

Le polveri: dimensioni e provenienza

Le polveri sottili si dividono in nanopolveri e micropolveri.
Le nanopolveri hanno un diametro tra 10-9 e 10-7 metri, cioè tra un miliardesimo di metro e un decimo di milionesimo di metro. Le micropolveri sono più grandi: tra 10-6 e  10-5 metri, che vuol dire che sono comprese tra un milionesimo ed un centomillesimo di metro.
L’unità di misura più comunemente utilizzata per queste misure è il µm (micron), che è il millesimo di millimetro, cioè 10-6 metri.
Tutti noi abbiamo sentito parlare delle PM10, che sono quelle polveri che vengono misurate per valutare il livello di inquinamento nelle città. La sigla PM10 identifica le particelle che hanno un diametro di 10 µm, ovvero 10 millesimi di millimetro.
La legge attualmente in vigore individua due valori limite di PM10:
– il primo è un valore limite di 50 µg/m³ come valore medio misurato nell’arco di 24 ore da non superare più di 35 volte/anno;
– il secondo come valore limite di 40 µg/m³ come media annuale.
Queste particelle si possono trovare in natura e possono coprire grandissime distanze.
Sono prodotte dai vulcani, dagli incendi, dai fulmini e dall’erosione delle rocce (da parte del vento e dell’acqua).
La sabbia del deserto è un esempio evidente: l’abbiamo vista cadere, a volte insieme alla pioggia, e sporcare le automobili e i vetri delle finestre. Si tratta di sabbia che, per effetto dei venti, ha percorso migliaia di chilometri.

Le micropolveri: le difese del corpo umano

Le polveri fini inorganiche prodotte dalla natura non hanno grossi effetti sulla nostra salute, perché sono in quantità molto ridotte e si trovano solo in rare occasioni, ad esempio durante le eruzioni vulcaniche.
Il nostro organismo è molto ben difeso dalle polveri di dimensioni maggiori. Mentre respiriamo, le polveri più grossolane si fermano nel naso e quelle di dimensioni inferiori si fermano nella trachea e nei bronchi, raggiungendo le parti più profonde del polmone in modo inversamente proporzionale alle loro dimensioni.
Le micropolveri PM10 si fermano nel naso e nella gola, le PM2,5 raggiungono i bronchi più piccoli e le PM1 arrivano fino agli alveoli polmonari. All’interno dei bronchi esiste un meccanismo mirabile per ripulirli: si tratta di un sottile strato di muco a cui la polvere si fissa. Questo muco non sta fermo, ma, per effetto del movimento delle microscopiche ciglia delle cellule che rivestono i bronchi, il muco viene sospinto verso le vie aeree superiori fino al retrobocca, dove viene espulso con la tosse o deglutito, insieme con la polvere.
Queste polveri, evidentemente, possono causare irritazione delle vie aeree e qualche fastidioso «mal di gola».

Le nanopolveri: niente riesce a fermarle

Molto diverso è il discorso che riguarda le nanopolveri (inferiori a PM0,1), che dopo essere state inalate, si possono trovare nel sangue già dopo circa un minuto e di seguito possono raggiungere tutti gli organi (fegato, reni, ecc.).
Alcuni studiosi hanno dimostrato che queste particelle nel sangue aumentano la produzione di fibrina, in altre parole favoriscono la coagulazione del sangue all’interno delle arterie e delle vene formando i cosiddetti trombi, che possono essere causa di infarti, di embolie e di ictus.
Queste particelle, che a tutti gli effetti sono corpi estranei, possono essere causa di granulomi all’interno dei tessuti: i granulomi sono una reazione dell’organismo alla presenza di germi o sostanze in grado di fare danni; per effetto dell’infiammazione si forma un tessuto di difesa che, nel tempo, può anche causare il cancro.
È chiaro che soltanto la sabbia del deserto e le eruzioni vulcaniche non sarebbero un grosso problema per la nostra salute, ma, purtroppo l’uomo è diventato un grande produttore di nanopolveri, che si sviluppano soprattutto per effetto delle attività manifatturiere.

Polveri, ma «a norma di legge»

Sono grandi produttori di polveri le fonderie, le acciaierie, le centrali elettriche, gli aerei, le cave e le miniere a cielo aperto, i cementifici, i cantieri e le attività di saldatura dei metalli.
Anche i veicoli sono produttori di nanopolveri, non solo per le emissioni dei motori, ma anche per l’usura dei freni, delle gomme e, naturalmente, dell’asfalto.
Una nota a parte la meritano i grossi veicoli con motore Diesel, ad esempio i SUV, che vediamo sempre più spesso in città (su questa moda devastante e diseducativa si legga alle pagine 66-67). Questi veicoli sono dotati di un filtro che dovrebbe ridurre le emissioni delle PM10, le micropolveri controllate per legge nelle città. In realtà, questi filtri fermano effettivamente le PM10, che, si noti, vengono espulse dopo essere state degradate a dimensioni molto più ridotte e, attenzione, più micidiali, ma «a norma di legge», nel senso che la legge tiene conto solo delle polveri PM10, che si fermano nelle prime vie aeree e vengono espulse con qualche colpo di tosse. Abbiamo visto che assai peggiori sono gli effetti delle polveri con granulometria più fine, delle quali la legge non prevede un controllo.
Purtroppo troviamo nanoparticelle anche negli alimenti (ad esempio, nelle farine, per effetto della macinatura industriale) e nei farmaci, dove vengono aggiunti talco o silicati come eccipienti delle pastiglie.
Altre nanoparticelle si possono trovare negli edifici, per effetto del degrado dell’intonaco dovuto al tempo, ma anche per il rilascio di fibre di amianto da parte di tubi di eternit, di pannelli interni e di linoleum, che, fino ad epoca relativamente recente, sono stati realizzati con questo pericolosissimo minerale (si legga MC, maggio 2007).
Per curiosità, ricordiamo anche certi dentifrici e alcune gomme da masticare, che dovrebbero ripulire i denti per effetto dell’aggiunta di abrasivi, i quali non sono altro che polvere di vetro.

I pericoli (taciuti) dell’incenerimento

Una nota a parte la meritano gli inceneritori di rifiuti ed, ancor più, i cosiddetti «termovalorizzatori» (si legga MC, marzo e giugno 2007), che più sono modei e più emettono nanopolveri. Sembra un paradosso, ma, per evitare, per quanto possibile, l’emissione di diossine, si tende ad aumentare la temperatura del foo, fino a mille gradi e più. Le alte temperature sono responsabili dell’emissione di grandi quantità di nanoparticelle, la cui composizione è la più disparata, potendosi trovare anche metalli pericolosi come il piombo, il mercurio, il cadmio, il cromo, ecc.
Tutte le volte che un manufatto di composizione eterogenea, come lo sono i rifiuti, viene incenerito ad alta temperatura, vengono emessi nell’aria i vari elementi che lo costituivano sotto forma di atomi non legati fra loro; questi ultimi possono di seguito riaggregarsi in modo disordinato sotto forma di leghe, che non troverete mai in un trattato di metallurgia, perché sono il frutto della combinazione casuale degli atomi.
Il fatto che agglomerati «strani» si possano trovare nell’aria e all’interno dell’organismo di persone, che abitano nei paraggi di un inceneritore consente di affermare, con sicurezza quasi assoluta, che tali nanoparticelle provengono dall’inceneritore, perché soltanto le alte temperature possono sintetizzare leghe casuali, che non sono biocompatibili né biodegradabili e non figurano tra gli inquinanti ricercati di norma nelle emissioni dell’inceneritore.
Parlando di nanopolveri prodotte dalle alte temperature, non bisogna dimenticare gli effetti dell’uranio impoverito, usato nelle munizioni delle armi modee e associato con gravi malattie non solo dei soldati, ma anche delle persone che vivono in aree di guerra o vicino ai poligoni militari.
L’uranio impoverito è un’arma formidabile, perché riesce a perforare anche le corazze più robuste per via della grande forza di penetrazione e del fatto che esplode a 3.000 gradi «polverizzando» i bersagli. È verosimile che le gravi malattie riscontrate siano determinate non solo dalle radiazioni dell’uranio, ma anche dalle nanopolveri, che entrano nell’organismo e determinano reazioni non del tutto prevedibili e, in ogni caso, sicuramente non benefiche.
L’uranio impoverito emette una modesta quantità di radiazioni alfa, che sono le più pericolose per l’organismo. Gli esperti dicono che basterebbe un foglio di carta per fermare queste radiazioni e che si potrebbe dormire tranquilli con un proiettile di uranio impoverito nel cassetto del comodino. Il fatto grave, però, è che dopo l’esplosione anche l’uranio si trova disperso nell’aria sotto forma di nanopolveri e può raggiungere il sangue e gli organi interni, dove le radiazioni possono fare danni non trovando nessuna barriera.
Tutta la questione che riguarda l’uranio impoverito è ancora oggetto di studio e le uniche tragiche certezze sono i tumori dei soldati e le malformazioni dei loro figli.
Tutto il discorso sulle nanopolveri dovrebbe indurre ad una attenta riflessione sulle attività dell’uomo, che sta devastando l’ambiente non solo con mezzi di distruzione, ma anche con lo sviluppo di tecnologie che tendono a produrre sempre di più e sempre più velocemente.

I costi della velocità

La velocità è la causa principale dell’inquinamento, sia per la necessità di maggiore energia, che per la notevole produzione di polveri.
E non si parla solo dei veicoli a motore. Una delle attività più antiche (e nobili) dell’uomo è la lavorazione del legno per la realizzazione di suppellettili e altri oggetti di uso comune, a volte di notevole pregio.
Il legno è il prodotto naturale per eccellenza; si potrebbe pensare che il falegname sia un lavoratore che non corre rischi a causa della sua attività. Invece stiamo osservando un numero crescente di tumori delle fosse nasali e dei seni paranasali, dovuti all’inalazione delle polveri di legno, che si sviluppano con l’uso di strumenti modei (e veloci) usati nella lavorazione. In questo caso, il progresso ha determinato un aumento della polvere sviluppata, che essendo sempre più fine ha potuto penetrare all’interno del corpo. I tumori dei falegnami sono molto invasivi e richiedono interventi chirurgici demolitivi e terapie radianti, che spesso interessano anche gli occhi, lasciando esiti molto gravi.
I lavoratori utilizzano molti strumenti, che oltre ad aiutarli nell’attività possono anche essere causa di infortuni, di malattie professionali e di inquinamento dell’ambiente non solo lavorativo.
A titolo di esempio, vogliamo descrivere due macchine che possiamo osservare nelle nostre città e che potrebbero dimostrare quanto possa essere pericoloso il cosiddetto «sviluppo tecnologico».
La prima è una sega circolare che taglia l’asfalto prima di iniziare a scavare nei cantieri. A parte il rumore assordante, lo sviluppo di polvere è impressionante e si tratta di polveri sicuramente pericolose: l’asfalto è fatto di catrame mescolato con pietrisco che, nella migliore delle ipotesi, è composto da silicati, ma potrebbe contenere anche amianto. La macchina dispone a volte di un piccolo getto d’acqua per abbattere le polveri, però l’acqua asciuga presto, la polvere resta nell’ambiente e viene sollevata dal traffico veicolare.
La seconda meriterebbe un premio per la follia: si tratta di un soffiatore portatile, che evita di usare la scopa per rimuovere le foglie cadute dagli alberi. L’addetto, provvisto di cuffie (per il rumore) e di mascherina, utilizza una specie di grande asciugacapelli con motore a scoppio, per spostare le foglie, sollevando nubi di polvere, facendo rumore e inquinando con le emissioni del motore, che, in genere, è un motore a due tempi, che brucia una miscela di benzina e olio ed è, di gran lunga, il motore più inquinante tra quelli a combustione intea.

Napoli e dintorni:  disinformazione e colpe

Mentre scriviamo (gennaio 2008), tutti i media (anche inteazionali) parlano dell’emergenza rifiuti a Napoli… Fare informazione corretta è vitale per stimolare le amministrazioni ma anche i cittadini a fare molto di più contro l’inquinamento. Nella storia del pianeta noi siamo la prima generazione che respira un’aria diversa da quella della generazione precedente.
È fondamentale che l’informazione raggiunga anche i singoli individui e che venga trasmessa da genitori e insegnanti ai giovani, al fine di stimolare comportamenti finalizzati al risparmio energetico (coibentazione delle abitazioni, sostituzione delle vecchie lampadine con quelle fluorescenti, utilizzo ragionato degli elettrodomestici, utilizzo di fonti energetiche rinnovabili).
L’utilizzo dei mezzi di trasporto motorizzati dovrebbe essere limitato alle situazioni di stretta necessità; in molti posti si può andare a piedi o in bicicletta risparmiando soldi e preoccupazioni legate al traffico, alle code e ai parcheggi.
In Italia, la raccolta differenziata dei rifiuti è altamente insoddisfacente (si va dal 30 all’8 per cento!), forse perché richiede una grande collaborazione da parte di noi tutti. È possibile raggiungere percentuali molto elevate di materiale riutilizzabile separando in contenitori diversi i rifiuti organici, il vetro, la carta, la plastica, i metalli. Con un minimo di volontà ed attenzione è possibile raggiungere percentuali di raccolta differenziata che superano il 70%.
Se pensiamo che un inceneritore di rifiuti produce circa 350 chilogrammi di ceneri per ogni tonnellata di rifiuti prodotta, possiamo renderci conto che la raccolta differenziata può sostituire vantaggiosamente l’incenerimento con incomparabili vantaggi per la nostra salute.
Un inceneritore di media taglia, capace di trattare un migliaio di tonnellate di rifiuti al giorno, emette quotidianamente oltre 5 milioni di metri cubi di fumi.

Purtroppo, nel caso dei rifiuti, la tutela della salute delle persone non va d’accordo con gli interessi di alcuni gruppi industriali e dei politici che li assecondano, confidando sulla scarsa informazione sui rischi o peggio sulla disinformazione da parte della televisione e dei giornali.  Di Roberto Topino e Rosanna Novara

Una moda devastante e diseducativa

L’invasione dei «SUV»

Dicembre 2007, «Dossier motori» de La Stampa: pagina 4 pubblicità SUV Honda; pagina 6 descrizione di un nuovo SUV Hummer; pagina 7 pubblicità SUV Citroën; pagina 21 pubblicità SUV Nissan; pagina 23 pubblicità SUV Suzuki; pagina 27 pubblicità SUV Jeep; pagina 33 pubblicità SUV Land Rover; pagina 47 descrizione del nuovo SUV Iveco.
Se un inserto di 52 pagine ne dedica così tante ai SUV, significa che siamo dinanzi ad un fenomeno rilevante, come d’altra parte dimostrano i dati delle vendite, da anni in continuo aumento. I SUV – letteralmente Sport Utility Vehicles  – sono automobili pesanti, spesso con finiture di pregio, con una linea e,  a volte, anche con un nome ed una immagine commerciale, che trasmettono l’idea di un atteggiamento minaccioso ed arrogante nei confronti delle altre vetture (ma – volendo dar credito alle asillanti pubblicità – rispettoso dell’ambiente e della natura!). Alcuni hanno paraurti alti, sporgenti e rinforzati, definiti bull bars (barre anti-bufali), che possono essere causa di gravi danni in caso di incidenti con altre vetture, ciclisti, pedoni.
Si direbbe che il guidatore di questi veicoli voglia presentarsi come un dominatore della strada, muscoloso, potente e, allo stesso tempo, elegante. Ha scritto il prof. Giampaolo Fabris: «Il SUV è un fuoristrada di lusso che consente all’automobilista di sentirsi padrone dell’asfalto. Di fare veramente tutto quello che vuole. Si può guidare comodamente in città, parcheggiare sui marciapiedi e, almeno con la fantasia, attraversare il deserto. Chi guida si sente protetto da una vettura considerata sicura, avvolto in un grande scudo protettivo. (…) L’impressione è di un maggior dominio sulla strada e nei confronti con gli altri automobilisti. Che si guardano letteralmente dall’alto in basso».
In realtà, un SUV è un veicolo che fa fatica a fare manovre banali, che si muove impacciato nelle vie strette, che non rispetta le precedenze e che, per parcheggiare, spesso sale sui marciapiedi.

Per quale motivo una persona che vive in città e non deve affrontare percorsi in savane o praterie, dovrebbe viaggiare su un veicolo con caratteristiche da fuoristrada di lusso? Per decenza, lasciamo perdere l’amore per la natura, anche se qualcuno (editoriale di Auto&fuoristrada, settembre 2006) tenta di metterla in poesia: «Siamo dei privilegiati: per noi è più facile mettere le ruote fuori dall’asfalto, con la gratificante sensazione di lasciarci alle spalle traffico, rumori, pensieri». Per semplicità, lasciamo perdere pure le ragioni di tipo socio-antropologico, anche perché, stando a quanto scrive un editoriale de La mia auto 4×4 (agosto 2007), «Ma chi sono i nuovi acquirenti di 4×4? Un po’ tutti».
La risposta più frequente (quella che, in teoria, consentirebbe di giustificare eticamente il possesso di un SUV) riguarda la volontà di viaggiare in sicurezza con la famiglia. Questi veicoli sono proprio così sicuri? Il Centro prove di Quattroruote, la fonte settoriale più autorevole d’ Italia, ha fatto dei test e, per quanto riguarda la tenuta di strada e la frenata, è giunto alla conclusione che il miglior SUV non riesce neanche ad eguagliare le prestazioni della peggiore berlina.
Il collaudatore di Quattroruote ha riferito che il comportamento di questi pesanti veicoli, che hanno un baricentro alto e pneumatici con fianchi alti e cedevoli, è spesso imprevedibile e non sempre facilmente controllabile dal conducente, soprattutto su fondo bagnato. Ne deriva che manovre improvvise, come quella di cercare di evitare un ostacolo imprevisto, possono portare anche al ribaltamento del veicolo. I ribaltamenti possono avvenire anche in caso di uscite di strada e di collisioni con ostacoli fissi, ad esempio i marciapiedi. Il ribaltamento è un tipo di incidente particolarmente pericoloso perché si associa spesso a gravi traumi della testa.
Oltre a non essere sicuri per gli occupanti, i SUV sono particolarmente pericolosi per gli altri utenti della strada, che non viaggiano su veicoli più pesanti: ad esempio, secondo Quattroruote, il guidatore di una berlina, che viene urtata lateralmente, ha una probabilità di perdere la vita 30 volte superiore se a urtarlo è un fuoristrada o un SUV. Bergamo, 26 dicembre 2007: «Tre persone, padre, madre e la loro figlia di 10 anni sono morte in un incidente stradale accaduto a Grumello del Monte (Bergamo). La loro auto, una Fiat Punto, è stata investita da un SUV Grand Cherokee guidato da un conducente ubriaco (italiano, ndr). Illeso il conducente del fuoristrada». Napoli, 1 gennaio 2008: «Stavano litigando sulla tangenziale di Napoli per un banale incidente, quando un SUV Bmw X5 è sopraggiunto e ha investito le auto ferme sulla strada. Il bilancio è drammatico: tre morti».

Premesso che ognuno è libero di comprare la vettura che più gli piace (mai vorremmo venire accusati di essere contro il «libero mercato», icona intangibile dei nostri giorni), viene da chiedersi cosa possiamo pensare di un guidatore cittadino o autostradale che ha un veicolo che pesa, consuma (una Porsche Cayenne fa in città 4,4 chilometri con un litro di benzina, secondo i dati ottimistici del costruttore) (1)  e inquina il doppio di una normale vettura, confortevole, veloce, che ha meno probabilità di ribaltarsi e che tiene la strada e frena in condizioni di maggiore sicurezza.
Dipenderà dal fatto di guidare un’auto con i paraurti contro i bufali oppure di poter comprare (a 15.900 euro, sottocosto) un SUV cinese all’ipermercato (Corriere della sera, 19 e 24 dicembre 2007). Oppure, come si  legge su www.suv.it, dipenderà dai sentimenti: «A cosa serve la Cayenne? A far invidia a chi è invidioso!».
Come scrive il già citato editoriale de La mia auto 4×4, «il mondo si muove sempre più in fretta». È vero. Peccato che si muova verso la follia più distruttiva (ed autodistruttiva).

Di Roberto Topino e Paolo Moiola

(1) Una Volkswagen Touareg fa 4,4 chilometri con un litro; una Nissan Patrol 6,9 eccetera. I consumi ufficiali (già molto elevati) sono però ben distanti dalla realtà. Un’inchiesta del dicembre 2007 ha dimostrato che le case automobilistiche dichiarano consumi falsi, inferiori fino al 50% a quelli effettivi. Così facendo anche le norme relative alle categorie d’appartenenza (Euro 3, Euro 4, ecc.)  perdono gran parte del loro significato.

Roberto Topino e Rosanna Novara




La notte è troppo lunga

Reportage: tra i bambini di strada della capitale argentina (2.a puntata)

Ci sono quelli della stazione dei treni. Quelli della metro. Quelli che stanno sotto un porticato. Sono chicas y chicos de la calle che si arrabattano per sopravvivere nelle strade, tra droghe, pericoli e polizia. E poi c’è lui, Mario, insegnante di arti marziali e factotum, ma soprattutto ex bambino di strada. Oggi investe molto tempo ed energie per aiutare i bambini direttamente, senza intermediari. Assieme a Mario abbiamo trascorso una notte tra le ranchadas di Buenos Aires, nascoste dietro le luci della città, metafora di una società che, ad un tempo, abbaglia ed esclude.

Buenos Aires.  Barracas è un quartiere della capitale cresciuto lungo il Riachuelo, un fiumiciattolo (oggi inquinatissimo) che sfocia nel Río de la Plata. Il barrio non ha la notorietà dei confinanti San Telmo e Boca.  È un quartiere senza pretese, proletario.
Sulla via Salom le case sembrano abbandonate. La strada, poco illuminata, è praticamente deserta, sia di passanti che di automobili.
L’abitazione in cui entriamo è una vecchia casa in assi di legno. All’interno ci sono due stanze ammobiliate in maniera essenziale.

Il bambino con il rosario  al collo

Fisico possente, viso da indio, baffi e pizzetto, giaccone, cappellino con visiera alla rovescia, di prim’acchito Mario Julio Sotelo, 47 anni, incute un po’ di timore. 
Un passato in Costa Rica e Stati Uniti, una piccola attività di messaggeria (portare documenti e cose da una parte all’altra della città), Mario fa volontariato al Centro Miguel Magone: insegna arti marziali ai piccoli ospiti.  Proprio al centro gestito dai salesiani lo abbiamo incontrato per la prima volta. «Nel mio piccolo anch’io cerco di aiutare i bambini di strada» ci aveva detto, invitandoci a visitarlo.
«Questa è la mia umile casa. Un livello poco sopra della ranchada della strada», avverte Mario, quasi per scusarsi. Con il termine ranchada si indica l’estemporaneo rifugio dei bambini di strada: il luogo dove si ritrovano in gruppo, dove dormono, dove stabiliscono il da farsi.
Che fanno i bambini nelle ranchadas? «Decidono le loro attività», spiega Mario, senza cercare di abbellire la situazione. «Attività che spesso sono furti; sono pochi i gruppi che vivono con l’attività di cartoneros». Quindi, il nostro ospite, che parla con visibile partecipazione emotiva, aggiunge: «E poi nelle ranchadas si consumano droghe».
Mario Julio Sotelo non è un assistente sociale, non è un religioso, certamente non è ricco, ma da anni segue i bambini di strada. Perché?
«Ne sento la necessità, perché io fui della strada. Anzi, di più se possibile, dato che sono orfano e non ho mai conosciuto i miei genitori. Sono cresciuto in istituto e in istituto (che comunque era un luogo rispettabile) ho imparato a sopravvivere».
La casa di Mario è aperta a tutti. «Ripeto – insiste – : questa è una ranchadita, non una vera casa, dove ci sono letti e comodità. Io vivo la casa e non il contrario. Mi basta l’essenziale. Vivo con mio figlio. Ho 3 forchette: una per me, una per lui ed una per il visitatore di tuo, che adesso è Maxi».
 L’interessato ascolta ed annuisce. «Maxi – prosegue Mario – lo conosco da qualche anno, ma da poco vive qui con me. Mi aiuta nel lavoro di messaggeria, che è un lavoro libero perché si fa all’aperto».

Nelle ruvide mani della polizia

Cappellino, capelli ricci, maglietta calcistica, un rosario tenuto a mo’ di collana, occhi espressivi, labbro superiore un po’ gonfio: è Massimiliano detto Maxi.
«Quando ero piccolo, rimasi con mio padre per 7 anni. Poi con mia mamma per 2 anni, finché lei non morì di Sida. Non volevo stare con i miei parenti e scelsi la strada. Da 6 anni non vedo alcuno di loro e non ho nessuna voglia di vederli».
Maxi, come si vive in strada? «Si apprendono sia cose buone che cose cattive. Quelle buone sono che impari a convivere con altre persone; quelle brutte è che impari a drogarti e a rubare».
Tu quante volte sei stato nelle mani della polizia?, domandiamo. «Un paio di volte. Non posso dire che tutta la polizia sia cattiva. Ci sono alcuni che ti portano da mangiare, altri che ti tengono tutto il giorno senza un bicchiere di acqua».
Maxi continua a raccontare, con tranquillità, senza particolare enfasi, quasi fosse una cosa normale. Spiega la sua ultima disavventura con le forze dell’ordine, quella che si è conclusa con il suo affidamento a Mario. «Nel portafogli dell’amico con cui ero hanno trovato della marijuana, una piccola dose. Dato che io non avevo alcun precedente di droga, ho detto che era mia per mio consumo personale. Sono stato 11 ore nel commissariato senza neppure il permesso di andare al bagno. E senza la possibilità di fare una telefonata».
«Alla fine è venuto Mario, ma anche per lui non è stato semplice perché non sapeva i miei dati personali, dato che mi conosceva soltanto come Maxi».
Massimiliano conclude la sua storia: «Io non sono una cattiva persona. Anche se la gente pensa subito così, appena ti avvicini per chiedere una moneta. Cominciano a guardare la loro borsa, il cellulare. Ma non tutti siamo eguali, come sa Mario che ha accettato di farmi da tutore».

Una telefonata alla mamma

Mentre parliamo arrivano altri 2 ragazzi. Si accomodano sul divano, mentre il figlio di Mario e la sua ragazza preparano loro un tè caldo. Uno dei due ha un labbro spaccato, ma non è a causa di quello che parla biascicando.
Mario gli dice di telefonare alla mamma, che da giorni lo sta cercando. «Pronto, mamma», la conversazione prosegue, come tutto fosse normale. La mamma si preoccupa della sua salute e lui la rassicura: «Sì, ho un po’ di tosse, ma va già meglio». Poi promette: «Domani passo da casa».  Il padrone di casa si fa passare la cornetta del telefono per tranquillizzare la mamma: «Questa notte lo faccio dormire da me».

Estacion Constitución, una «corte dei miracoli»

Mario non possiede un’automobile. Lui si muove in moto. Per questa sera, però, ha chiesto al vicino di casa la sua auto in prestito. Vuole portarci a visitare alcune ranchadas del centro. Ci faremo accompagnare dai 2 bambini, che ben conoscono i luoghi e i loro frequentatori. 
Arriviamo a Constitución. La stazione dei treni è una sorte di «corte dei miracoli», soprattutto durante la notte. Qui si incontrano cartoneros, bambini di strada, malviventi. Mario vuole farci parlare con i bambini che nella stazione hanno la loro base. Li troviamo senza difficoltà e ci sistemiamo sui gradini di una scala per conversare. Ma siamo subito disturbati da alcuni ragazzi più grandi, visibilmente alterati, che non gradiscono la nostra presenza. Mario, pur molto conosciuto in questi ambienti, decide però che è meglio uscire dalla stazione.

La ranchada di Maria

Facciamo pochi minuti di auto. Ci fermiamo nei pressi di un porticato dove dormono molte persone e famiglie con bambini.  I giacigli sono improvvisati, ma almeno ci sono le coperte. Tutt’attorno borse e sacchi di plastica riempiti con le cose personali. Qualcuno ha raccolto del cartone, per venderlo o per usarlo come riparo. E poi ci sono vari carrelli di supermercato, usati come mezzo di trasporto dei propri averi.
Viso da adolescente, bel sorriso, una sigaretta in mano, Martin è un po’ timido davanti alla videocamera ma, dietro richiesta di Mario, si convince a dire qualche parola.
Che fai qui? «Niente. Dormo. Sono solo, per questo sono venuto alla ranchada di Maria, che è un’amica».  E durante il giorno che fai? «Il giocoliere nelle strade».
Quanti anni hai, Martin? «Tredici. Sono di Buenos Aires. Vivo in strada dall’età di 9 anni. Mia mamma vive con il mio patrigno e una sorellina, ma non li vedo da molto tempo».
Come si vive in strada? «Freddo, fame, problemi con la polizia. Tutti i giorni».
Mario gli dice di mostrarci le mani.  Un po’ titubante, Martin apre le mani: sono rovinate come quelle di un manovale di lungo corso. «Sono i segni che lascia il Poxiran», spiega Mario.
La ranchada di Maria è in un angolo del porticato, davanti alle serrande di un negozio. Maglione verde, capelli lunghi e neri, la troviamo con un neonato in braccio: è il figlio di sua figlia (minorenne). Il figlio maschio, Victor, è un consumatore di droga. Caduto dal treno, ha subito l’amputazione di un piede. Una serie impressionante di disgrazie che atterrerebbe chiunque.
Invece, Maria riesce ancora a sorridere, mostrando la bocca sdentata. Ma il suo è un sorriso stanco. Quanti anni hai, Maria?, domandiamo, ormai bloccati dalla crudezza della situazione, incapaci di fare domande che abbiano un senso e che non abbiano il sapore di un’inutile curiosità. Maria risponde «29». Ci guardiamo sorpresi, perché non può avere l’età che dice. «Non è un vezzo», ci spiega Mario. «Maria non ha realmente cognizione della sua età».
Arriva anche la figlia con un amico e tutti fanno festa a Mario. Ma per noi è ora di salutare Maria e la sua famiglia e andare a visitare un’altra ranchada.

Subte, linea «B», fermata «Florida»

Arriviamo in centro, a poca distanza dall’Obelisco e da Florida, la lunga via pedonale nota a tutti come paradiso dello shopping. E ai ragazzi di strada come un luogo dove si può «lavorare» bene, nonostante la presenza della polizia.
Ci fermiamo sulla scala della linea «B» della metro di Buenos Aires, a quest’ora della notte chiusa agli utenti. 
 Victor vive nella strada da 8 anni. Perché? «Mi piace», risponde alzando le spalle e ridendo. Un bambino, più piccolo di statura rispetto ai compagni, si fa avanti. È particolarmente vivace. Dice di avere 13 anni. Vive nella strada da poco, meno di un anno. Mario fa un cenno di conferma.
Dove dormite?, chiediamo. Invece di rispondere, due di loro ci mostrano come si rannicchiano sulle scale della metro durante la notte. Dormono sui gradini finché, al mattino, non si aprono le porte della metro o finché non passano i poliziotti a scacciarli.
«Chi sta fumando?», chiede Mario, con fare amichevole.

Pegamento, paco, o marijuana?

Il gruppo si è allargato ad altri, richiamati dalla presenza di Mario, una persona conosciuta ed affidabile. Tutti vogliono dire la loro. I ragazzi ridono divertiti e sventolano davanti alla videocamera una busta di pegamento e un sacchettino di marijuana. Mario li guarda, comprensivo ma non consenziente.  

Di Paolo Moiola

Paolo Moiola




AFRICA, UNITA?

La lunga strada verso gli Stati Uniti d’Africa

Per primo ci pensò Kwame Nkrumah, poi nacque l’Organizzazione degli stati africani, che divenne l’Unione africana. Oggi i capi di stato discutono sui tempi e modi per la creazione degli Stati Uniti d’Africa. C’è chi accelera e chi frena. Ma oltre all’unione degli stati occorre fare quella dei popoli. E l’identità
degli africani è ancora più legata al proprio clan che al continente.

«Un solo dito non può ammazzare un pidocchio» recita un proverbio africano. Ci ricorda che comunione e unità sono alla base della società sul continente. Basta entrare in un villaggio e subito, dopo i saluti, si comincia a cercare se esiste qualche collegamento famigliare, di consanguineità o matrimoniale. Trovato, non ci si chiama più per nome ma secondo il legame che esiste tra noi. Così è la mentalità africana in genere: ogni uomo o donna è collegato in qualche modo con gli altri.
Questo forte senso di comunità era però limitato, solo rivolto all’interno delle diverse tribù e gruppi etnici e dunque gli altri erano considerati estranei.  Con la colonizzazione e globalizzazione, gli africani si sono accorti che i loro vicini non erano dei nemici ma collaboratori per un mondo più grande e sicuro.  Dopo l’indipendenza, i diversi capi fondatori degli stati post coloniali sentirono il bisogno di unità per affrontare le sfide dello sviluppo insieme. Così nacque l’idea delle cornoperazioni regionali tra stati vicini. Ad esempio, il Mercato comune dell’Africa orientale e australe (Comesa), e la Comunità economica degli stati dell’Africa dell’Ovest (Cedeao / Ecowas), e altre aggregazioni ancora. 
A livello continentale prima nella forma di Organizzazione dell’Unità Africana (Oua), che diviene nel 2001 l’Unione africana (Ua). Ora si parla di Stati Uniti d’Africa e c’è chi vorrebbe un unico governo per tutto il continente il più presto possibile, scatenando non poche discussioni. L’uomo che spinge di più su questo è il presidente di Libia, Muhammar Gheddafi. Si dichiara «soldato per l’Africa» e sogna una confederazione di tutti gli stati africani senza aspettare troppo. Secondo lui, più si aspetta, più danni si fanno al continente.

«Africa must unite!»

Gheddafi sostiene che l’Unione africana ha fallito e che non c’è un futuro per i «micro stati» nel mondo odierno. L’unica salvezza per l’Africa è l’unità in un unico governo. L’antico slogan del dopo indipendenza torna attuale: «L’Africa deve unirsi!».
Alpha Oumar Konaré presidente della Commissione dell’Unione africana, è convinto che gli Stati Uniti d’Africa aiuterebbero lo sviluppo dei paesi più piccoli e deboli. Sostiene che una tale confederazione non minaccerebbe l’autonomia nazionale dei paesi, ma sarebbe un’opportunità per confrontare i problemi reali per l’autonomia, individuati nelle multinazionali e nell’economia mondiale.  Alcuni gruppi umanitari del continente appoggiano una tale proposta e sostengono che le barriere economiche tra gli stati dovrebbero essere tolte e che una cittadinanza africana sia una priorità. 
È stato il sogno dei padri fondatori dell’Africa post indipendenza, quegli uomini che hanno lottato contro il colonialismo. Un esempio fra tutti Kwame Nkrumah, il primo presidente del Ghana. Sognava un unico governo per tutta l’Africa con una sola capitale. Suggeriva addirittura Bangui, nella Repubblica Centroafricana, o Kinshasa, nella Repubblica democratica del Congo. Poi un unico sistema economico, e un programma di sviluppo economico e industriale, una moneta unica, così come una sola politica estera, un esercito e una cittadinanza africana.
Julius Nyerere, l’allora presidente della Tanzania affermava: «Lavoriamo per l’unità, con la convinzione che senza di essa, non c’è futuro per l’Africa».

Capi di stato riuniti

Così nella conferenza di Accra (Ghana) dei capi di stato africani, del luglio scorso, la questione è stata a lungo dibattuta.
Nella dichiarazione finale i capi di stato si dicono convinti «che l’ultimo obiettivo dell’Unione africana è la nascita degli Stati Uniti d’Africa, come previsto dai padri fondatori dell’Organizzazione di unità africana». Ma, come afferma il ministro degli esteri del Kenya, Raphael Tuju: «Il diavolo sta nei contenuti», ovvero: tutti sono d’accordo che l’unità è indispensabile, ma le modalità e i tempi con cui arrivarci fanno discutere. Per molti leader africani resta valido quel proverbio swahili che dice: «La strada per concretizzare questo sogno è disseminata di grandi ostacoli, tanto estei che interni». 
 Il piccolo gruppo di Gheddafi e del presidente senegalese Abdoulaye Wade, che vogliono un processo rapido con un singolo atto dai leader, sognano una rivoluzione che muterebbe i 53 paesi del continente dal mattino alla sera, in un unico stato, con un solo presidente e parlamento, sul modello statunitense.
Quelli che invece sostengono un approccio graduale sono: Thabo Mbeki del Sud Africa e Yoweri Museveni dell’Uganda. Quest’ultimo è molto categorico: «Mentre appoggiamo l’integrazione economica, siamo disposti all’integrazione politica solo con persone che sono simili a noi o almeno compatibili». La presidente della Liberia Ellen Johnson Sirleaf si dichiara favorevole ma dice: «Ci vorrà tempo». Si fa sentire anche il capo del Mozambico, Armando Guebuza: «Prima si deve sapere dove andiamo e come arrivarci», ovvero si deve pensare con i piedi per terra.
La maggioranza dei leader africani dunque frenano e pur ritenendo di importanza capitale l’unità, pensano che la questione deve essere tema di confronto sereno.
Ecco i due punti fondamentali nella dichiarazione di Accra il 3 luglio 2007:
1. Accelerare l’integrazione economica e politica del continente, compresa la formazione di un governo unico e, come ultimo obiettivo, la creazione degli Stati Uniti d’Africa.
2. Razionalizzare e rinforzare le Comunità economiche regionali per armonizzare le loro attività…, in modo da condurre alla creazione di un mercato comune africano, con una tempistica rivista e più breve, per accordare l’economia con l’integrazione politica.
Si favorisce quindi l’integrazione delle strutture economiche regionali. L’idea di un passaporto unico africano non è inclusa nella dichiarazione finale.  

Con i piedi per terra

Prima si devono riconoscere le differenze enormi che esistono tra i paesi africani. Non solo politiche, economiche, ideologiche, ma anche sociologiche e culturali. Se c’è un filo comune nella maggioranza dei gruppi etnici africani, esiste anche un’enorme diversità.  La gente dovrebbe essere sensibilizzata a sentirsi più «africana», che membro di una specifica nazione o gruppo etnico o tribù. Si potrebbe fare un esempio del Marocco che prova a entrare nell’Unione europea pur appartenendo alla Lega Araba. Un punto importante sarebbe determinare cosa comporti l’«africanità» e che cosa unisce i popoli, prima di procedere ad un’unità politica senza alcun accordo tra la gente.
È vero che in questi ultimi anni sono diminuite le guerre civili, ma esiste ancora all’interno di molti stati una enorme polarizzazione e disuguaglianza tra gruppi etnici e tribali. Per esempio in Etiopia, Sudan, Zimbabwe, e altri ancora. Come potrà un paese diviso in se stesso fare parte di una più grande federazione? Forse hanno ragione quelli che spingono per un maggiore consolidamento all’interno degli stati stessi. 
La differenza è anche nel modo di concepire l’esercizio di potere. È anche vero che ci sono progressi di democrazia nei paesi africani e la libertà di espressione e diritti umani sono maggiormente rispettati, ma ci sono ancora forme di governo non democratiche come la stessa Libia e lo Zimbabwe. Ma allora quale stile di governo si vuole per gli Stati Uniti d’Africa? Un modello simile agli Usa? Si discute se questo tipo di approccio sarà appropriato per esercitare il potere sui popoli africani così diversi sul piano sociologico.
Quale sarà la sorte dei singoli stati federali e quale sistema per l’elezione del governo? Non è da sottovalutare l’attaccamento al potere dei capi di stato e politici attuali. Confederazione significherebbe la delega del loro potere a un livello superiore, e anche molte «poltrone» si perderebbero. Ma i problemi veri sono di tipo economico. L’Africa di oggi si presenta come un continente di miserie che dipende per sviluppo e sicurezza dai suoi «padroni coloniali» e dalle multinazionali. Questi non hanno interesse che la situazione migliori, anzi approfittano di debolezza e povertà per arricchirsi. Una dipendenza economica, finanziaria e dunque politica.

Ancora colonialismo?

Anche in Africa negli ultimi 20 anni le politiche inteazionali di aggiustamento strutturale hanno imposto la privatizzazione del settore pubblico.
Ma questa svendita ai privati delle imprese e servizi statali ha avuto come risultato il trasferimento dell’enorme patrimonio nazionale nelle mani degli stranieri, in particolare delle multinazionali. Insieme al debito estero, illegittimo e opprimente, questo fatto ha rinsaldato la dipendenza estea e ha aumentato il trasferimento di ricchezze del continente verso i paesi e le istituzioni multilaterali occidentali, come ha riconosciuto la «Commissione per l’Africa» nel 2005. Una commissione istituita da Tony Blair, allora premier britannico, nel 2004 e composta da 17 «saggi», di cui 9 africani, con il compito di elaborare un piano coerente e globale dei reali cambiamenti che avrebbero contribuito a realizzare un’azione energica e proficua per il continente africano.
Questa fuga di capitali, agevolata dalla liberalizzazione, ha raggiunto proporzioni allarmanti che ammontano a oltre la metà del debito estero, secondo i dati della stessa commissione. Secondo Christian Aid (grossa Ong britannica) la liberalizzazione commerciale da sola è costata alla regione più di 270 miliardi di dollari in un periodo di 20 anni.  Il vero problema, dunque, sta nel fatto che i leader africani dipendono dai paesi ex coloniali e dalle multinazionali.
Il peso economico e ideologico degli occidentali è ancora enorme.
Occorrono governanti che sappiano liberarsi da questi legami e possano, oltre a prendere decisioni rigorose, avere la determinazione di attuarle. La lentezza dell’integrazione e la mancanza di solidarietà, riflettono l’assenza di volontà, comune a molti leader africani, di mettere gli interessi fondamentali del continente davanti a quelli nazionali o personali, per avanzare in modo decisivo verso una vera unità. 
La partecipazione popolare alle decisioni e alle politiche pubbliche è importante per una reale unione. Questo significa che il successo degli Stati Uniti d’Africa dipende dagli africani stessi, ma allora il mandato deve venire dalle popolazioni.  Il documento pubblicato dall’Unione africana nel 2006 sembra aver compreso tale principio e dichiara che: «L’Unione deve essere degli africani e non soltanto degli stati e dei governi». Ma questo, per ora, sembra essere rimasto solo nella carta.

 Ricchezza di valori
 
Ma è proprio perché esistono questi problemi e sfide che l’Africa in un modo o nell’altro si deve unire. Ha molto da guadagnare. Mettere insieme tutte le sue risorse culturali, umane, naturali ed economiche darà un grande impulso allo sviluppo.  Le culture sono ricche di valori umani. Un incontro e dialogo di tutte le diversità che si trovano sul continente porterebbe ad un enorme vantaggio per tutto il mondo. Ma sembra che questo aspetto venga trascurato mentre dovrebbe essere sfruttato per determinare, ad esempio, il sistema educativo dell’unione.
Hanno ragione quelli che dicono che i singoli paesi d’Africa, nell’attuale sistema economico mondiale non hanno posto. Un’unione, in qualsiasi forma fosse realizzata, aiuterebbe l’Africa nelle negoziazioni con gli altri blocchi economici sui mercati inteazionali. È solo così che i prodotti africani avrebbero il valore che meritano. Quelli che fanno affari lo hanno capito da tempo. Si dice che oggi l’Africa è il grande mercato dei telefonini. Infatti le compagnie di telecomunicazione cellulare coprono ormai intere regioni del continente. Anche le banche commerciali stanno aprendo filiali sulla base delle unioni economiche regionali.
Ci sono alcuni segnali positivi: le guerre tribali e civili all’interno degli stati africani sono diminuite e si va verso una stabilità politica, con governi più o meno democratici.  Ma occorre del tempo e l’integrazione regionale, come base di una più grande federazione, è la risposta dei dirigenti africani riuniti alla conferenza di Accra nel luglio scorso. Forse una risposta evasiva, visto che i raggruppamenti regionali degli stati africani non sempre funzionano così bene.  

Di Nicholas Nyamasyo Muthoka

Nicholas Muthoka




Volontari «governativi»

Dal quartier generale del Peace corps (corpi di pace)

Prestano servizio in 67 paesi del mondo.  Sono giovani (e meno giovani) cittadini statunitensi. Sottoposti a regole ferree di comportamento e sicurezza. Li finanzia il governo americano, per promuovere l’immagine «buona» dello «Zio Sam». O anche qualcosa di più.

Manhattan, New York city, quartiere generale del Peace corps, letteralmente «corpi di pace». Le misure di sicurezza per entrare nell’edificio sono rigidissime. Mi accorgo subito che sto per entrare in un palazzo dove hanno sede gli uffici federali più svariati, la polizia sorveglia tutte le entrate e per i visitors, come me, il controllo è ancora più severo.
Finalmente mi fanno accedere all’ufficio del Peace corps. Ad accogliermi un’enorme bandiera americana e la faccia ben immortalata del presidente Bush. Mi presento, spiego che credo nei valori della pace e della democrazia e dico che voglio prestare servizio all’estero come volontaria. Mi chiedono se sono cittadina americana e non appena rispondo no, l’interesse della persona con cui stavo parlando svanisce.
Solo i cittadini americani possono partecipare. L’unica eccezione è se hai già presentato domanda per la cittadinanza e se sei in attesa di ricevere la green card (documento che permette di lavorare negli Usa, ndr). Mi offrono depliant e materiale informativo in abbondanza. L’organizzazione deve investire molto nella promozione del programma a vedere dagli opuscoli che producono. Slogan attraenti come «Ti sei mai chiesto cosa c’è dopo?» , «Un viaggio di speranza» o «La vita sta chiamando. Quanto lontano andrai?» ricoprono i muri e riempiono le pagine degli opuscoli. Continuo a chiedermi, (la stessa domanda la pongo all’impiegato che ho di fronte), perché se i Peace corps promuovono valori quali la pace e lo sviluppo, non può ammettere tutti coloro che vogliono contribuire a questa missione? Perché un movimento dallo scopo universale deve avere delle barriere nazionali nella propria struttura?

Voluti da J.F. Kennedy

Bisogna risalire la storia di 45 anni: è il 1 marzo del 1961 quando un ordine esecutivo istituì il Peace corps come agenzia federale indipendente degli Stati Uniti d’America. L’atto di fondazione fu approvato dal Congresso il 22 settembre 1961 con il «Peace Corps Act» che dichiarò la missione dell’ente.
Il Peace corps promuove la pace e le relazioni amichevoli tra gli stati mettendo al servizio di paesi e aree interessate uomini e donne degli Stati Uniti d’America. Persone qualificate e desiderose di prestare servizio, anche in condizioni di vita difficili, al fine di aiutare i popoli di tali paesi a soddisfare i loro bisogni e a crescere.
A monte dell’istituzione del movimento sono gli anni ‘50, il secondo dopo guerra e il delinearsi del bipolarismo. Vari senatori americani già in quel periodo avevano proposto la formazione di un esercito di giovani americani «missionari della democrazia». Alcuni tentativi portarono alla luce organizzazioni private non religiose che iniziarono a mandare volontari nei paesi in via di sviluppo.  Ma solo nel 1959 l’idea di creare un programma nazionale divenne realistica e soprattutto trovò l’appoggio di John F. Kennedy il quale fece stanziare dei fondi e coinvolse rinomati accademici per studiae la fattibilità e delineae gli obbiettivi. Nixon si oppose apertamente così come altri, che dubitarono dell’adeguatezza di far intervenire in contesti così rischiosi giovani collegiali, impreparati e spesso mossi solo dalla curiosità dell’esotico e ricerca dell’avventura.
Secondo Kennedy invece, il movimento dei Peace corps sarebbe servito a promuovere l’immagine positiva degli Stati Uniti nel «Terzo Mondo», così come veniva definito all’epoca l’insieme disomogeneo dei paesi in via di sviluppo. Gli americani non dovevano solo essere visti come i cattivi o come gli yankee imperialisti, in particolare nelle neonate nazioni dell’Africa o dell’Asia post coloniale.
La macchina organizzativa iniziò rapidamente a crescere, le selezioni avvenivano su tutto il continente americano e prevedevano un test attitudinale e uno linguistico (da capire quali lingue straniere potevano essere richieste considerando la varietà dei contesti geografici in cui i volontari avrebbero prestato servizio). In due anni dalla sua fondazione il movimento aveva raggiunto 7.300 volontari che servivano in 44 paesi. Nel 1966 il numero toccò i 15.000 volontari, il più elevato nella storia dei Peace corps. Con un pizzico di malizia viene da pensare che forse non è una coincidenza che tra il 1952 e il 1966, con lo sviluppo decisivo del movimento di decolonizzazione, la maggior parte dei paesi nel Sud del mondo raggiunse l’indipendenza e si delineò un nuovo assetto delle relazioni inteazionali.

propaganda o facciata?

Mentre il movimento cresceva si prefiguravano nuove prospettive di intervento. Se all’inizio i progetti si focalizzavano unicamente sul settore educativo e quello agricolo, a partire dagli anni ‘80, sotto la presidenza di Reagan, vennero sviluppati interventi nell’ambito della creazione di attività produttrici di reddito e del microcredito.
La composizione del movimento e dei suoi volontari sembra abbia sempre riflettuto l’evoluzione del contesto socio politico interno degli Stati Uniti e abbia subìto gli effetti dei tagli o degli aumenti di bilancio voluti dalla maggioranza in carica. Negli anni ‘80 ad esempio, i fondi furono drasticamente ridotti e il numero dei volontari scese a 5.000. Dopo l’attacco dell’11 settembre 2001, invece, l’amministrazione Bush pensò fosse importante aumentare la presenza dei Peace corps per contrastare il sentimento antiamericano emergente in molte aree del pianeta. Rientra nella lotta al terrorismo proclamata dai conservatori l’approvazione per il 2004 di un bilancio di 325 milioni di dollari per sostenere il movimento e l’obiettivo di duplicare in 5 anni la dimensione dell’organizzazione.
«La reputazione americana non è mai stata così minacciata come in questo periodo – dichiara il politologo Joseph Kennedy – e la necessità dei Peace corps non è mai stata così urgente. Occorre mostrare al mondo la faccia migliore degli Stati Uniti d’America, la generosità della nostra nazione».
Risulta quindi importante agli occhi della direzione del movimento rinnovare l’immagine esportata in modo da riflettere al meglio lo spaccato buono della società americana.
Nel 2002  Gaddi Vasquez è il primo ispano-americano nominato direttore dell’agenzia. Il suo principale obbiettivo diventa quello di reclutare volontari che rappresentino tutti i gruppi etnici del melting pot americano. Campagne specifiche sono indirizzate a gruppi minoritari della società, quali afro-americani, latini, per arrivare anche ai nativi dell’Alaska e agli indiani della first nation. Si vuole cercare di coinvolgere le varie fasce d’età della popolazione e per questo vengono adottate misure per incentivare gli over 50 a servire nel corpo di pace.  Questi hanno una più lunga esperienza e maturità da mettere al servizio e possono contribuire in modo unico alla missione dei Peace corps. Circa il 5% dei volontari nel 2006 aveva più di 50 anni.
Nel 2007 quasi 8.000 volontari americani hanno prestato servizio in 73 paesi del mondo. L’età media è di 27 anni, il 59% dei partecipanti è di genere femminile e solo il 7% è sposato. Si può dire che la forza dei Peace corps è qualificata, con il 97% di membri laureati. Il bilancio del 2006 si chiude con 318 milioni di dollari.

Cosa offre in cambio

Viene spontaneo chiedersi cosa offra il Corpo di pace in cambio di 27 mesi vissuti lontani da casa in condizioni disagiate? Perché un giovane o un anziano americano dovrebbero essere incentivati a prendee parte? I vantaggi che l’organizzazione è in grado di offrire sono molti e spesso servono da incentivo per convincere classi della società emarginate a prendere servizio. Forse tali gruppi vedono il Peace corps non tanto come la possibilità per aiutare i bisognosi, ma piuttosto come l’opportunità per riscattarsi socialmente e per avere determinati benefit.
I volontari sicuramente possono rivendere sul mercato del lavoro l’esperienza che fanno all’estero, per cui il primo beneficio è in termini di formazione e di sviluppo di determinate competenze. I volontari rientrati ricevono assistenza per l’inserimento lavorativo e soprattutto hanno vantaggi diretti nell’assunzione federale. Possono infatti essere assunti dagli svariati uffici federali senza seguire l’iter di selezione ma su base discrezionale dell’agenzia che li assume. I volontari che hanno prestato servizio al loro rientro  ricevono una copertura sanitaria, che copre addirittura le spese dentistiche, per 18 mesi (è bene ricordare che l’assistenza sanitaria negli Stati Uniti è totalmente privata). Inoltre possono beneficiare di speciali programmi di studio post universitario con agevolazioni a livello di tasse scolastiche e di iscrizione.
Infine, per meglio reintegrarsi al rientro a casa,  si riceve un fondo perduto di 6.000 dollari quale forma di supporto alla transizione.
Non stupisce a questo punto vedere alcune statistiche sui giovani che hanno prestato servizio nel Peace corps e notare come molti di loro abbiano proseguito la loro carriera in ministeri, uffici federali, Università o addirittura all’interno della stessa struttura sul territorio Usa.

Un’esperienza

Tory ha 27 anni e ne ha trascorsi più di due  in Kenya al servizio del Peace corps. I suoi genitori negli anni Ottanta avevano fatto domanda per entrare nel movimento ed erano stati accettati ma poi decisero di non partire. Lei è cresciuta in parte con il loro rimpianto e ha deciso di completare il percorso. Ci spiega come il programma negli Usa sia conosciuto da tutti e che rappresenti un sogno per molti. Le prime fasi della sua selezione sono avvenute nel campus universitario. Tory ha studiato psicologia e letteratura inglese.
Dopo la selezione è accettata e parte per Nairobi dove trascorre 10 settimane in cui riceve formazione riguardo il paese, le misure di sicurezza, nozioni di sopravvivenza, igiene e sanità. Una parte del training si concentra sull’apprendimento della lingua locale. Dopo questa prima fase viene assegnata ad un villaggio del paese dove vivrà per due anni insegnando inglese nella scuola locale e organizzando corsi di formazione per gli insegnanti sulla diffusione dell’Hiv. Ogni 4 mesi torna in capitale per una riunione con tutti i volontari e con i quadri locali dell’organizzazione.
I Peace corps sono inoltre tenuti a compilare rapporti dettagliati sul loro servizio e fornire informazioni sull’area in cui sono dislocati.  Le chiedo cosa pensa delle accuse che vengono mosse ai volontari di essere spie americane, pedine non consapevoli di un più ampio progetto di impronta neo-colonialista. Mi risponde solo che per lei l’esperienza è stata unica e meravigliosa. Non può immaginare di essere stata una spia del suo governo. Oggi lavora in Tanzania per una fondazione che finanzia progetti in ambito sanitario. Gran parte di quello che fa si basa sulla sua precedente esperienza in Kenya.

L’impatto che non c’è

Non è facile tracciare un bilancio conclusivo su un argomento così ampio e dibattuto quale quello del Peace corps. Chiunque abbia lavorato in un paese in via di sviluppo ha avuto modo di conoscere qualche rappresentante del movimento, di vederli ubriacarsi in capitale o affrontare lunghi tragitti nella savana in bici dotati di caschetto di protezione. Di alcuni non era facile cogliere lo scopo del loro intervento, altri invece erano preparati e professionali.
Le campagne di selezione in America così come la storia del movimento sembrano chiarire che al primo posto della missione dei Peace corps non vi è la promozione della pace o dello sviluppo ma piuttosto l’esportazione di un’immagine positiva degli Stati Uniti d’America, la faccia buona di una nazione che altrove condanna alla guerra e alla privazione di diritti fondamentali.
Tuttavia sembra legittimo quanto meno dubitare dell’impatto dell’azione dei Peace corps in termini di sviluppo e di miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni locali. Non si tratta infatti di un approccio co-partecipato allo sviluppo, e neppure di progetti strutturati e sostenibili, ma della dislocazione capillare sul territorio di donne e uomini americani inquadrati da una sovrastruttura governativa che cura soprattutto i propri interessi politici. 

Di Ermina Martini

Voci dal campo

Quei giovani dal viso arrossato

Li ho visti impiegati in più settori: educazione, salute, promozione dei giovani, ecc… direi che in nessun caso hanno compiti operativi diretti: per esempio, quelli assegnati a un dispensario sono incaricati solo della sensibilizzazione (niente cure).
Tutto si riassume a due categorie: ci sono ragazzi che sanno fare qualcosa e ragazzi che non sanno fare niente.
I primi sono impiegati in modo efficace nei settori in cui c’è più bisogno: penso soprattutto a quelli assegnati a dei licei pubblici come insegnanti di inglese, chimica, fisica… Materie in cui il personale locale scarseggia e in cui la prestazione di un laureato americano si rivela molto utile. O penso anche al volontario che in Mali ha lanciato l’idea delle banche culturali (operazione volta a conservare e diffondere la cultura africana).
Quelli che non sanno fare niente: si ritrovano ad avere compiti di animazione e sensibilizzazione presso qualche dispensario, centro per giovani, ecc… Il risultato del loro lavoro è tutt’altro che scontato. Se una ragazza americana che non ha mai visto un verme e non sa dov’è la Guinea deve andare in giro a parlare del «verme di Guinea», è probabile che il risultato non sia un successone. Di sicuro l’operazione richiederà anche una mobilitazione abbastanza importante di altre persone in appoggio.
Poi c’è chi semplicemente non sa fare niente e non fa niente. In questi casi i danni sono limitati.

Mi sembra che questo illustri bene il principio del Peace corps. Ovvero poco importa che il volontario abbia qualcosa da apportare, da dire o da fare: il principio che anima l’istituzione è che questa permette di formare generazioni di giovani americani che attraverso l’esperienza in un paese povero rientrano più sensibili, informati, aperti. Il Peace corps serve al «terzo mondo» molto meno di quanto questo serva al Peace corps e, attraverso di lui, agli Stati Uniti. Credo che questo fosse uno degli obiettivi di John F. Kennedy, padre dell’istituzione.
Ma penso anche che questo rifletta tuttora un’idea che gli Usa hanno del resto del mondo: questo esiste in funzione di quanto può apportare all’America. I paesi poveri servono a far fare un’esperienza umana a dei giovani, di cui approfitteranno solo gli americani.
Il lato B di questo paradigma è che il semplice fatto di essere americani è una fonte di legittimazione della propria presenza. Soprattutto in un paese povero: io americano, per quanto ignorante, avrò sempre qualcosa da portare a te, africano magari multi laureato.
 
Alcuni dati confermano questa mia ipotesi:
1. Non esiste selezione: se di buona costituzione fisica, qualunque americano dai 18 anni in su è accettato.
2. I Peace corps godono di un forte riconoscimento sociale quando rientrano: facilitati sul lavoro e nell’ottenimento di borse per l’università. Molti ex fanno carriera in istituzioni inteazionali…
Fino a qui comunque stiamo parlando di un servizio globalmente innoquo. E al limite riuscito rispetto al primo obiettivo esposto sopra: è vero infatti che le condizioni molto rudi in cui vivono e lavorano i volontari permettono una grande prossimità alla popolazione e una conoscenza del contesto invidiabile. Per esempio parlano tutti le lingue locali, e questo fa loro onore.

Veniamo al sospetto che pesa sull’istituzione: che sia un’agenzia di informazione per il governo americano. Possibile, ma non direi che sia davvero un’agenzia.
La mia opinione è che l’istituzione dei Peace corps non sia in origine un’agenzia, ma che sia stato e sia tuttora molto semplice per la Cia usarla come copertura per un buon numero di suoi agenti.
Insomma il Peace corps non è una spia, ma una spia può facilmente essere mandata in un paese come Peace corps.
Dopo di ché, credo che i rapporti d’attività che loro inviano siano tutti registrati in qualche servizio di informazioni. Ma è difficile che il ragazzo che passa un anno sperduto nell’Africa profonda a fare poco o niente abbia delle informazioni interessanti per Washington. Immagino che con le tecnologie attuali gli Usa ne sappiano di più da un satellite che da un volontario.

Di sicuro i Peace corps non sono tutti spie, ma questo è evidente. Molto probabilmente alcuni di loro sono agenti che si passano per volontari. Difficile sapere il livello di connivenza tra la Cia e la direzione. Teniamo presente che i Peace corps dipendono dal Ministero dell’interno e non da quello degli esteri.
Il fatto che siano tenuti a rispettare delle procedure di comunicazione in codice e delle procedure di sicurezza quasi militare, non significa granché, si pensi che il personale delle Ong in situazione di emergenza fa la stessa cosa.
E che il ruolo di informazione del governo – tuttora probabilmente esistente – in realtà tocca un numero limitato di volontari consenzienti e inviati in alcuni punti caldi ben precisi.
Il resto sono ragazzi di buona volontà e spirito di avventura o solidarietà. Esistono molti siti e i blog fatti dai Peace corps. Che la Cia li utilizzi per aggioare i suoi archivi?                                      
  L.A.

Ermina Martini




Orizzonti accorciati

Un paese in bilico tra passato e futuro

Conciliare la modeità con la fedeltà alle radici islamiche: è questa la sfida dell’Algeria, disattesa dalla classe dirigente e funestata da rigurgiti di violenza di frange estremiste. In bilico tra le spinte al cambiamento e i segni di ritorno al passato, gli algerini si preparano alle elezioni del 2009 e si capirà quale direzione imboccherà il paese.

«L’Algeria deve dare l’esempio di un progetto di società, dove autenticità e modeità possano coniugarsi. Deve imparare a vivere in modo moderno, a iscriversi nel xx secolo, pur restando fedele ai suoi riferimenti e valori. Perché non è questione di dimenticare: non c’è futuro senza memoria. È questione di costruire un progetto di società e mi dispiace che questo sia insufficiente o addirittura assente nel mio paese».
Mustapha Cherif, intellettuale algerino, esperto di relazioni inteazionali e dialogo fra le culture e le religioni non è tenero con il suo paese. Anche se l’esperienza di ex ministro dell’Istruzione superiore e della Ricerca scientifica e di ambasciatore l’ha reso avvezzo a misurare scrupolosamente le parole. Soprattutto quando si tratta di questioni politiche. E, tuttavia, non si sottrae dallo stigmatizzare alcuni nodi cruciali della complessa e talvolta drammatica attualità algerina. Un paese in bilico tra passato e futuro, tra desiderio di apertura e «modeità» e spinte retrograde e oscurantiste. Un paese che deve ancora fare i conti con una storia di lotte e violenze e che continua a essere ferito da sanguinosi attentati, che colpiscono indiscriminatamente i simboli delle istituzioni e la gente comune. L’ultimo, quello dello scorso 11 dicembre, ha ferito al cuore la capitale, uccidendo 62 persone (tra cui tre stranieri). Due gli obiettivi: un simbolo del potere algerino, la sede del Consiglio costituzionale sulle alture di Ben Aknoun, e uno degli emblemi della presenza occidentale, la palazzina dell’Onu, a Hydra, nel quartiere dei ministeri e ambasciate, dove è presente l’Alto commissariato per i rifugiati (Acnur) e il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp).
Non è che l’ultimo di una serie di attentati rivendicati dal Gruppo salafista per la predicazione e il combattimento (Gspc), che dalla fine del 2006 si proclama braccio di Al-Qaida nel Maghreb islamico (Aqmi) e che si pretende impegnato a liberare la regione da tutti gli infedeli, mirando sempre più in alto.
Solo nel 2007 si è reso protagonista di una serie impressionante di operazioni terroristiche. Tra le più clamorose, il duplice attentato ad Algeri, l’11 aprile, che ha provocato almeno 30 morti e più di 200 feriti e che ha preso di mira il Palazzo del governo in pieno centro città e un commissariato alla periferia est della capitale. E poi, il 6 settembre a Batna, nell’est del paese, dove sono morte 22 persone e più di 100 sono rimaste ferite in un attentato-suicida contro il corteo del presidente Abdelaziz Bouteflika, vero obiettivo di un attacco, rivolto direttamente contro la più alta carica dello stato.
Uno stato che fa sempre più fatica a gestire non solo questo rigurgito di terrorismo islamico, ma che non ha ancora fatto pienamente i conti con il suo passato: prima la guerra di liberazione contro i colonizzatori francesi, una delle più lunghe e cruente, con una stima di oltre un milione e mezzo di morti algerini, quei mujahiddin (combattenti), che ancora oggi sono celebrati come eroi nazionali; e poi il decennio funesto del terrorismo, quegli anni Novanta, segnati da una follia sanguinaria impregnata di estremismo islamico, che ha spazzato via più di 200 mila vite umane.
E oggi, un presente in bilico tra pressioni e spinte spesso opposte e contraddittorie. «L’avvenire dei paesi arabi e musulmani – continua il professor Cherif – si gioca sulla definizione di un progetto di società adatto ai nostri tempi. Anche in Algeria. Noi siamo vicini all’Europa e all’Occidente, e allo stesso tempo gelosi delle nostre radici. È qui che questa congiunzione e questo rapporto devono realizzarsi. La maggioranza del popolo algerino desidera il progresso, ha sete di giustizia sociale e di sviluppo e, contemporaneamente, è fiera di essere musulmana. È questa combinazione che dobbiamo costruire e non possiamo permettere agli estremisti, di qualsiasi tipo, di impedirci di realizzarla, perché separarci dalle nostre radici da un lato, o dal resto del mondo dall’altro, sarebbe come finire in un’impasse senza vie d’uscita».

E ppure, quella che si presenta come una sfida ineludibile per l’Algeria, sembra oggi disattesa da più parti. A cominciare dai vertici dello stato, dove è in corso una lotta acerrima per il potere. All’orizzonte, le elezioni presidenziali del 2009, cruciali per il futuro del paese. Lo sa bene il presidente Abdelaziz Bouteflika, al termine del suo secondo e, teoricamente, ultimo mandato, ma che, nonostante la grave malattia che lo minaccia da tempo, non intende rinunciare a brigare per un terzo incarico. Anche se questo significa necessariamente un cambiamento della Costituzione.
Del resto, la posta in gioco è enorme e riguarda innanzitutto la gestione di milioni di barili di petrolio, il cui prezzo è impennato sino a sfiorare i 100 dollari l’uno. Una manna a cui nessuno vuole rinunciare e che rappresenta un altro dei paradossi dell’Algeria, paese potenzialmente ricchissimo, con una popolazione che vive in miseria o quasi.
Ma la classe dirigente – generali dell’esercito compresi – impegnata a garantire la propria sopravvivenza, non sembra in alcun modo intenzionata a promuovere cambiamenti e riforme. È vero che, negli ultimi anni, nel paese si sono moltiplicati i cantieri: strade, autostrade, ferrovie, dighe, la metropolitana di Algeri… Ma i lavori proseguono a rilento e, come per tutto, un sistema di corruzione e cattiva gestione ne ipoteca sin dall’origine i risultati. Recentemente ha fatto molto discutere e ha suscitato un mare di polemiche il progetto di una nuova immensa moschea ad Algeri – la terza per grandezza dopo quella della Mecca e di Medina – che costerà la bellezza di 3 miliardi di dollari. Uno spreco inconcepibile agli occhi di molti che faticano letteralmente a sopravvivere.

L a situazione economica e sociale, del resto, è alquanto precaria. Con un tasso di disoccupazione che tra i giovani supera il 50%, la mancanza cronica di alloggi, una burocrazia ammorbante e un costo della vita proibitivo, le prospettive di futuro, soprattutto per i giovani, sono praticamente bloccate. Non per nulla molti tentano in tutti i modi di andarsene. Li chiamano harraga, questi disperati che su barche di fortuna, cercano di attraversare il Mediterraneo, spesso senza riuscirci. Nel 2006, la guardia costiera ha intercettato e rispedito indietro 4.500 giovani algerini. Ma quanti altri siano morti in mare nessuno è in grado di dirlo.
«Non c’è lavoro, non ci sono alloggi, non c’è speranza che le cose cambino. Per questo i giovani se ne vanno!», denuncia con forza Baya Gacemi, giornalista e scrittrice. Uno dei suoi libri, Nadia, tragica storia della moglie di un emiro del Gruppo islamico armato (Gia), è stato tradotto e distribuito in Italia da Sperling & Kupfer. Il suo giudizio sulla situazione politica algerina è decisamente tranchant. «Abbiamo un potere politico falso e non democratico, persone senza competenza e credibilità, che impongono alla gente di tacere, che cercano di escludere la società civile da tutte le dimensioni della vita politica, economica e sociale. Per questo molti si scoraggiano e lasciano perdere e molti altri se ne vanno. Anche gente istruita e professionalmente preparata: circa 450 mila quadri hanno lasciato l’Algeria. E molti altri sono pronti a partire, perché vedono il loro orizzonte qui completamente chiuso. In questo modo, però, perdiamo tutta la parte più dinamica della società».
Secondo la Gacemi, la politica è un affare di «parassiti e corrotti. Per questo la gente se ne sta sempre più alla larga». Lo dimostrano anche le ultime elezioni amministrative dello scorso 29 novembre: ufficialmente si è recato alle ue il 44,09% degli aventi diritto; ma molti sostengono che la percentuale fosse ancora più bassa. Come del resto era successo per le legislative del maggio 2007 e per il referendum del novembre 2006.
«Questo potere ha scavato un fossato tra politica e società – sostiene la giornalista -. La gente si sente esclusa dalle decisioni di un governo che si impone con la forza. Il solo modo per far fronte alle difficoltà che vive questo paese e per evitare un ritorno alla violenza è scegliere la democrazia. E coinvolgere la società civile nelle decisioni politiche».

N on sono molte, tuttavia, le associazioni che riescono effettivamente a far sentire la propria voce o che sono realmente ascoltate. Molte sono quelle che si occupano dei diritti e promozione della donna, in un contesto islamico che, dopo una parziale apertura alla fine degli anni del terrorismo, sta richiudendosi di nuovo su se stesso. E anche in una città mediterranea e vivace come Algeri, il numero dei veli che sono ricomparsi sulle teste delle donne continua ad aumentare in maniera percettibile.
È solo un segno, tra i molti, che dicono della paura o incapacità di accettare un reale pluralismo e una differenza all’interno di una società che, specialmente nelle grandi città, sta progressivamente perdendo i riferimenti tradizionali, affascinata, ma anche spaventata, da modelli occidentali carichi di miraggi e contraddizioni.
E così anche la presenza, numericamente insignificante, di pochi cristiani, quasi tutti stranieri, provoca le reazioni spesso spropositate del potere che, in più occasioni, durante il 2007, ha tentato di espellere religiosi e laici presenti nelle quattro diocesi del paese. O che rende quanto mai problematico l’ottenimento di visti per i nuovi arrivi.
«La nostra presenza qui – commenta mons. Henri Teissier, arcivescovo di Algeri – si situa all’interno di una società, che è attraversata da difficoltà evidenti, ma dove continuano a esistere possibilità di incontro e collaborazione. Grazie soprattutto alle molte persone che cercano di superare certe chiusure per favorire una possibilità di conoscenza e arricchimento reciproco».
«La nostra chiesa – gli fa eco mons. Claude Rault, vescovo di Laghouat-Ghardaïa, l’immensa diocesi del Sahara – condivide con il popolo algerino un’esperienza di vicinanza, solidarietà e fedeltà e, nello stesso tempo, introduce all’interno di questa società un elemento di “differenza”, che aiuta i nostri amici algerini a sentirsi, loro stessi, più aperti. Più capaci, vorremmo sperare, di vivere la loro stessa appartenenza all’islam in maniera più libera e “plurale”. Un islam che non può essere solo quello intollerante predicato da frange di estremisti o quello “socialista” imposto dal potere».
I prossimi mesi di avvicinamento alle elezioni presidenziali del 2009 saranno decisivi per comprendere in quale direzione vorrà incamminarsi questo turbolento paese che è l’Algeria. 

Di Anna Pozzi

Anna Pozzi




L’opposizione e il ministro

Incontri

Incontro con l’opposizione

«Il governo Ortega? Pura propaganda»

Nell’assemblea nazionale (unicamerale) a Managua abbiamo incontrato i capogruppo dei partiti dell’opposizione (52 deputati su un totale di 90).  Abbiamo chiesto loro di spiegarci come vedono questo primo anno di governo sandinista. Il deputato Victor Hugo Tinoco dell’Mrs ci spiega che a suo parere ci sono due tendenze che caratterizzano il nuovo governo sandinista: «Da una parte, un’enfasi su alcuni aspetti sociali, che sono soltanto palliativi per la miseria, come ad esempio l’accesso all’educazione e alla salute. Dall’altra, vedo un processo di centralizzazione del potere attorno al presidente Ortega a discapito del potere dei cittadini in generale e delle istituzioni dello stato e dello stesso parlamento. Le contraddizioni di questo governo sono sul piano politico, tra autoritarismo e democrazia. Il governo sta seguendo la stessa logica del governo anteriore. Io credo che avrebbe perfettamente la possibilità di fare una riforma importante al bilancio nazionale 2008-2009, ma non lo fanno perché significherebbe rompere con la logica di intesa con il Fondo monetario internazionale».
Il bilancio nazionale 2008-2009 è un altro dei punti «criticabili», secondo l’opposizione. In questo – dicono – si percepisce la stessa logica dei 5 anni di governo Bolanõs: per il servizio del debito sono stati assegnati 298 milioni di dollari e per il programma «hambre cero» soltanto 15 milioni. D’altra parte, per affrontare l’emergenza nella zona atlantica ereditata dall’uragano Felix (settembre 2007), sono stati stanziati soltanto 6 milioni di dollari. Secondo stime delle Nazioni Unite, per far fronte alla sequenza di disastri dell’uragano e delle piogge delle settimane seguenti, ci vorrebbero intorno ai 400 milioni di dollari.
Incontriamo poi il capogruppo del Plc, Maximino Rodriguez. Parlandoci del primo anno di governo, Rodriguez spiega: «Il governo sandinista non ingrana e ha soltanto riempito di manifesti il territorio nazionale, come fa un qualsiasi tiranno con la sua fotografia e con un messaggio che dice: “Arriba los pobres del mundo” (in alto i poveri del mondo), ma i poveri non vivono di questi manifesti. Bisogna fare opere concrete per combattere la povertà».
Proseguendo la visita all’assemblea nazionale, incontriamo la deputata Maria Eugenia Sequeira, capogruppo della Aln. Lei assicura che con l’attuale governo ci sono stati soltanto cambi negativi. «In questo primo anno – dice -, si è sentito l’indebolimento del processo democratico, che abbiamo portato avanti negli ultimi 16 anni. Pur riconoscendo che il governo dell’Fsln ha una tendenza sociale, d’altra parte questo governo sta isolando il paese, favorendo soltanto le relazioni con il Venezuela. L’intenzione è quella di applicare un sistema politico di tipo chavista e mantenere il Nicaragua con un’alta dipendenza economica, sociale e politica da Caracas».

Incontro con il ministro dell’Agricoltura, Ariel Bucardo

«La sicurezza alimentare è la nostra priorità»

Signor ministro, qual è la struttura agraria del Nicaragua?
«Il Nicaragua è un paese di piccoli produttori. Noi contiamo quasi 200.000 produttori, ma appena 1.300 di loro sono grandi, cioè hanno più di 500 manzanas (una manzana equivale a 0,70 ettari, ndr). L’immensa maggioranza sono produttori con proprietà terriere che hanno tra 20 e 50 manzanas. Questo ci garantisce che, a dispetto di una tendenza verso la concentrazione delle terre, per il momento la distribuzione di questa è equilibrata in Nicaragua. D’altra parte, però, abbiamo un problema strutturale: un produttore di 500 manzanas in Nicaragua è meno ricco di un produttore delle stesse dimensioni del Salvador o del Costa Rica, questo succede per un problema di sviluppo tecnologico. In Nicaragua, con le tecnologie disponibili, un produttore di 500 manzanas produce le stesse quantità di un produttore di 100 manzanas in Salvador».

Quali sono stati i cambiamenti con il nuovo governo di Daniel Ortega in materia di sicurezza alimentare?
«È ancora troppo presto per parlare di cambi nella sicurezza alimentare. Abbiamo ricevuto l’eredità di un decennio e mezzo di neoliberismo: per fare dei cambi nella struttura del sistema alimentare nazionale c’è bisogno di più tempo. Quel che possiamo assicurare è che esistono politiche del nuovo governo che ci portano ad aspettare per il futuro una migliore possibilità di alimentazione della gente, soprattutto della famiglia contadina nicaraguense che è quella più povera. Negli ultimi 16 anni, si sono spesi in materia di lotta alla povertà quantità di risorse economiche, da una parte dal bilancio statale, dall’altra dalla cooperazione internazionale. L’impatto di queste misure è stato però negativo: ogni giorno i poveri sono diventati più poveri e i ricchi più ricchi. Questo vuol dire che tutte le risorse spese per questo obiettivo in qualche maniera sono tornate alle élites che avevano gestito la loro distribuzione. Oggi invece stiamo lavorando nella produzione di alimenti da parte delle stesse persone che poi li consumeranno, soprattutto nel settore rurale. Stiamo lavorando sul progetto “hambre cero” (fame zero), con l’obiettivo che la gente smetta di chiedere cibo, perché ci sono stati molti programmi contro la povertà che regalavano cibo. Questo ha fatto diventare gran parte delle famiglie contadine dipendenti e di conseguenza sempre più povere. In quest’ambito, stiamo consegnando beni d’investimento perché producano. La priorità del governo è la produzione alimentare, in primo luogo per i nicaraguensi, e soltanto successivamente per le esportazioni. Abbiamo cambiato radicalmente la concezione che avevano i governi anteriori, concezione che consisteva nel concentrare tutti gli sforzi produttivi per l’esportazione. Noi abbiamo scelto la via che ci porta a garantire la sicurezza alimentare nazionale».

Parlando di politica estera, in che fase dell’applicazione si trova il Trattato di libero commercio Usa-Centro America (Dr-Cafta)?
«Questo trattato commerciale ha ormai un anno di vigenza. Noi crediamo che avrà un impatto negativo nel futuro del paese e in particolare nel suo settore agricolo. Perché è un trattato che nasce in totale svantaggio con gli Stati Uniti. Il Nicaragua è un paese con tecnologie molto arretrate in confronto al paese nordamericano. Noi non abbiamo irrigazione né macchinari né strade; in compenso, abbiamo cronici black-out di energia elettrica.   Inoltre, abbiamo una classe contadina quasi analfabeta. Dall’altro versante, gli Usa non solo posseggono tecnologie avanzate ma sussidiano i propri produttori. Ci piacerebbe un trattato commerciale in cui potessimo competere almeno in eguaglianza di condizioni. Ma non è questo il caso».

In questa situazione, che ruolo hanno gli accordi di associazione con l’Unione europea (Epas)?
«Questo tema è circondato da molte incognite. Noi aspiriamo ad avere buoni rapporti commerciali con l’Europa, ma non sono convinto che il mio paese sia in grado di avere i requisiti per entrare sul mercato europeo, perché l’Europa è uno dei maggiori protezionisti mondiali delle proprie produzioni agricole. Ci piacerebbe che questi trattati, se non ci accordano delle preferenze a livello commerciale, almeno ci consentano di partecipare in condizioni di eguaglianza, ovvero che si eliminino i sussidi ai prodotti europei, la protezione alle proprie produzioni e gli ostacoli non tariffari (ad esempio, il tipo di confezionamento, di imballaggio e altre esigenze a cui i piccoli produttori del Sud non sono in grado di adeguarsi, ndr). È un tema complesso. Ho avuto l’opportunità di incontrare funzionari dei governi europei e sembrerebbe che loro vogliano un’associazione tra Europa e Centroamerica che in futuro metta in condizione i paesi poveri di entrare nei mercati europei. E da qui deve partire la nostra grande sfida: i nostri produttori, cornoperative ed associazioni, smettano di essere soltanto fornitori di materie prime ai grandi consorzi inteazionali; essi debbono crescere ed attrezzarsi per trasformare la loro produzione in prodotti finiti, da poter commercializzare direttamente all’estero».

Abbiamo visto i rapporti con gli Stati Uniti e quelli con l’Unione europea. Ci rimane l’«Alteativa bolivariana per le Americhe» (Alba). Che ne pensa lei?
«È un’iniziativa nuova per noi. Speriamo che sia più di un accordo commerciale, che sia una politica orientata verso il commercio giusto, ma anche verso l’investimento giusto. Vogliamo sviluppare un’alleanza strategica in cui è la solidarietà a muovere gli interessi di queste nazioni povere e non la competizione, l’opportunismo economico, come succede con i trattati commerciali classici. L’intenzione è di creare alleanze in cui possiamo vederci come una sola nazione con un trattamento egualitario, è una dinamica che stiamo già vedendo concretizzarsi sulla tematica del petrolio venezuelano, che sta arrivando al Nicaragua e la metà del pagamento di questo rimane nel paese per 25 anni, perché si investa nell’agricoltura, nell’allevamento e nell’industria, che sono i nostri punti deboli. Io vedo l’Alba non unicamente dal punto di vista politico-ideologico, ma come un’opportunità di relazioni più eque dal punto di vista commerciale, finanziario e della produzione, che aiutino i nostri popoli a progredire con un po’ più di eguaglianza».

Di José Carlos Bonino

José Carlos Bonino




Un paese per 12 (agli altri neppure tortillas)

La situazione odiea   

Ha subito la privatizzazione dell’economia, la concentrazione della ricchezza, la generalizzazione della povertà: oggi il Nicaragua è un paese allo stremo. Per il nuovo governo la sfida è ad altissimo rischio. Stretto tra promesse, nuovi compromessi e vecchi nemici, Daniel Ortega riuscirà a trovare la strada giusta?

Dopo cinque decenni di dittatura, un decennio di rivoluzione socialista ed uno e mezzo di globalizzazione neoliberista, il Nicaragua si sente logorato. Ha transitato per la sua storia contemporanea con brusche metamorfosi, che hanno messo allo scoperto il meglio ed il peggio di questo paese centroamericano.

La complessa geografia del potere politico

Daniel Ortega, dopo 16 anni di opposizione, ritorna al potere in un Nicaragua trasformato, con un panorama politico costituito da quattro partiti politici: due neoliberisti di destra e due che fanno riferimento al sandinismo. Da una parte, il partito Alleanza liberale nicaraguense (Aln), legato all’ultimo presidente Enrique Bolaños, dall’altra il Partito liberale costituzionalista (Plc), eredità di Aoldo Alemán. La divisione tra questi due partiti ha dato la vittoria all’Fsln di Ortega. Come dice Dionicio Marenco, attuale sindaco di Managua per il Fronte sandinista, in recenti dichiarazioni al Nuevo Diario, quotidiano nazionale: «Nelle passate elezioni, il Fronte sandinista ha avuto meno voti che nelle elezioni precedenti, la vittoria dell’Fsln è dovuta alle divisioni della destra, anche se l’ambasciata statunitense ha fatto l’impossibile per unificarla».
Dall’altro versante, si trova il Movimento di rinnovamento sandinista (Mrs) che si presenta come una forza di sinistra alternativa al Fronte sandinista, anche se due mesi prima delle elezioni del 2006, il senatore Usa Burton (quello della legge Helms-Burton, che inaspriva l’embargo contro Cuba) nel suo viaggio in Nicaragua aveva accettato di incontrare soltanto il Pln e l’Mrs.

Fuga dalle campagne e fuga dal paese

La geografia del potere economico e politico a Managua, e in Nicaragua, è cambiata radicalmente negli ultimi tre lustri. Oggi l’élite nicaraguense è formata da 12 famiglie, ciascuna delle quali controlla megacapitali di 100 milioni di dollari con posizione egemonica sul mercato nazionale. Negli ultimi 16 anni si è consolidato nel paese un modello di concentrazione del capitale nel commercio e nei servizi privati, senza investimenti nell’industria  (maquillas escluse) e nel settore agricolo e dell’allevamento.
Una nota a parte merita il sistema bancario e creditizio. Basta considerare che nel 1993 il credito si distribuiva in forma più equilibrata che oggi: il 34% andava al settore agricolo, il 39% al settore commerciale; con la privatizzazione della banca nazionale, dieci anni dopo, nel 2002, il settore agricolo riceveva soltanto il 4% del credito, mentre il settore commerciale arrivava all’87%.
La controriforma agraria conseguente, insieme alla privatizzazione delle imprese statali, hanno prodotto una metamorfosi dell’economia di questo paese, che ha alimentato sia l’esodo dalle campagne alle città che l’emigrazione verso l’estero. Le rimesse degli espatriati sono diventate la colonna portante dell’economia popolare e insieme alla cooperazione internazionale (1.000 milioni di dollari all’anno) costituiscono oggi il motore dell’economia del Nicaragua. L’abbandono statale della campagna moltiplica la povertà. Questa poi alimenta da un lato l’emigrazione, dall’altro l’arrivo della cooperazione internazionale: questi due fenomeni, con i flussi di valuta pregiata che comportano, finiscono con il diventare il salvagente degli attuali governi neoliberisti e in definitiva il grande affare della globalizzazione centroamericana.
Secondo un recente studio di Francisco Mayorga, ex presidente del Banco centrale del Nicaragua nel governo di Violeta Barrios de Chamorro: «Il Nicaragua è passato dall’avere una oligarchia, una classe media e un proletariato ad essere un paese con 5 classi sociali, 4 intee ed una all’estero. In primo luogo, una cupola di 12 famiglie con megacapitali, poi 1.500 milionari, sotto questi una classe media molto rachitica, dove si collocano i più ricchi tra i sandinisti, insieme ai commercianti, ai professionisti e ai dipendenti di rimesse. Uno scalino più in basso c’è poi l’80% dei nicaraguensi, che vive con meno di 2 dollari al giorno. Infine, la classe degli espatriati, più di mezzo milione di nicaraguensi che, facendo lavori di bassa manovalanza, sostengono con le loro rimesse l’economia nazionale».
Questo è il modello popolarmente chiamato in Nicaragua «Hood-Robin» (dai poveri ai ricchi): le rimesse entrano nel paese e vengono quasi interamente spese dai poveri in beni e servizi, venduti al dettaglio dai commercianti, questi commercianti a loro volta comprano la merce dai grandi distributori che si foiscono di capitali dalle 12 famiglie, passando attraverso i 1.500 milionari che fanno da intermediari finanziari. Tirando le somme, questa cupola di 12 famiglie concentra questo flusso ascendente di ricchezza per poi utilizzarle investendole all’estero, dato che il Nicaragua non dà garanzie.

Gli equilibrismi di Daniel (e signora)

Nel Nicaragua lasciato dal governo Bolaños, il Fronte sandinista vince le elezioni. Molti fattori influiscono sul ritorno al potere di Daniel Ortega. Il fattore principale è una destra divisa. Divisa perché le ricette neoliberiste non hanno funzionato in questo paese povero. L’illusione di progresso, venduto nel «kit della globalizzazione», è entrata in crisi per incompatibilità con la generalizzazione della povertà, la privatizzazione dell’economia e la concentrazione della ricchezza.
I nicaraguensi hanno dato il loro voto all’Fsln sperando in un cambio, dopo aver dato per tre volte consecutive la fiducia a tre governi neoliberisti.
Questo primo anno di governo Ortega era iniziato sotto buoni auspici.Una disposizione presidenziale ha ridotto i salari dei ministri e dei direttori generali degli enti autonomi. Ortega ha cominciato tagliando il suo stipendio del 69%, passando con ciò da circa 10.000 dollari mensili a 3.200. Le somme risparmiate sono state destinate a progetti per i giovani per un totale di 600 mila dollari.
D’altra parte, il presidente è stato criticato per aver instaurato con l’impresa privata nicaraguense (Cosep, Consejo nacional de la empresa privada, la Confindustria locale) e l’Fmi «buoni rapporti». Inoltre, ha firmato con quest’ultimo un accordo con cui dà garanzie di stabilità ai ricchi del Nicaragua e agli investitori stranieri per i prossimi 3 anni. Il governo è inoltre stato accusato di nepotismo, tanto da essere soprannominato «governo Ortega-Murillo», dal cognome della moglie di Ortega, Rosario Murillo. Critiche che si sono inasprite alla fine di novembre 2007 con la creazione forzata (per decreto) dei Cpc, «Consejos de poder ciudadano», formati da circa un milione di nicaraguensi, riuniti in una sorta di «Consigli di democrazia diretta», forse un po’ troppo vicini alla massima istanza di consulta della società civile con il governo, los Compes, entrambi capeggiati da Rosario Murillo.

I nemici del governo: quelli dentro, quelli fuori

In questo momento, la strategia dell’Fsln consiste nell’usare meccanismi democratici per fare cambi rivoluzionari dentro il solco costituzio­nale. Ecco qui, dunque, l’importanza strategica per il Fronte dei Cpc. Questi consigli istituzionalizzeranno l’appoggio popolare principalmente nella capitale e faranno da contrappeso al potere che il Cosep ha nell’assemblea nazionale. In caso di bisogno, i Cpc appoggerebbero il progetto sandinista facendo pressione sociale, una carta da utilizzare in momenti in cui gli equilibri nell’assemblea non sono sufficienti per realizzare i programmi governativi o una riforma costituzionale. L’attuale costituzione di nascita rivoluzionaria è stata continuamente rattoppata dai tre ultimi governi con l’unico obiettivo di privatizzare il Nicaragua.
Nel Nicaragua rurale è il programma «hambre cero» a creare il consenso e allo stesso tempo a cercare di risolvere il problema dell’estrema povertà.
Dicevamo che Daniel Ortega è stato fortemente criticato per il clima di distensione tra il suo governo, l’Fmi e il Cosep. Questa distensione, però, è quella che mantiene divisa la destra in Nicaragua, anche dopo le elezioni. Se Daniel intaccasse i privilegi dell’impresa privata, i deputati di destra nell’assemblea, da neoliberisti, rappresentando l’impresa privata nazionale e straniera, si unirebbero al loro alleato statunitense che rimane in attesa nell’ombra dell’ambasciata. Washington sta aspettando il momento propizio per destabilizzare il Nicaragua e far traballare il governo sandinista, legittimamente scelto dalla maggioranza dei nicaraguensi. Con gli impoveriti (che – è meglio precisarlo – sono diversi dai poveri) che nuovamente pagherebbero il costo sociale della giocata. Quella del governo Ortega è, quindi, una convivenza forzata.

Le tortillas e le sfide di «fame zero»

L’altro prezzo delle tortillas è un altro dei capricci dell’ordine internazionale che mette a nudo l’interconnessione degli eccessi della globalizzazione.
L’insicurezza alimentare (la fame), una delle conseguenze più drammatiche del neoliberismo, continua ad essere il collettore degli effetti negativi della globalizzazione. Il Centro America oggi si trova tra l’incudine ed il martello. Da una parte, la povertà si moltiplica allo stesso ritmo degli sbalzi del prezzo internazionale del petrolio, dove – giorno dopo giorno – il contadino mangia di meno e lavora di più («el campesino come menos y tiene que trabajar mas»). Dall’altra, l’«effetto etanolo» fa esplodere i prezzi (soprattutto con il futuro incerto della produzione petrolifera) della produzione di cereali, che costituiscono la base della sicurezza alimentare.
Gli sbalzi del costo del petrolio si irradiano nel sistema dei costi dell’alimentazione (principalmente nei prodotti cerealicoli, più debolmente nel costo della carne e del pollame) e si depositano schiacciando l’insicurezza alimentare. Lo stesso che l’effetto etanolo, tenendo così in scacco il  paese e il suo futuro.
La gamma di risorse naturali di cui dispone il paese per lo sviluppo agricolo è la più abbondante tra i paesi centro americani, dove però la produzione si ottiene mediante tecnologie molto rudimentali e dove predominano i piccoli produttori rurali.
Il deputato Edwin Castro, capogruppo al parlamento per l’Fsln, assicura che il governo di unità e riconciliazione nazionale ha programmato come priorità la ricomposizione del settore agricolo: «Il nostro sviluppo deve essere vincolato all’agricoltura e all’allevamento, eliminando il flagello della povertà estrema. Per questo abbiamo creato un programma trasversale di politica di stato che è il programma fame zero. Con questo puntiamo alla sicurezza alimentare delle famiglie nelle campagne, che sono quelle che hanno il maggior grado di denutrizione e non possiamo avere uno sviluppo economico, sociale e culturale con il livello di povertà che sorpassa il 60 per cento. E un livello di disoccupazione reale oltre il 30 per cento. Il Nicaragua sta arrivando a livelli di fame nera. Questo programma era stato sperimentato a livello micro e adesso è stato applicato a livello nazionale. Non vogliamo che sia però un programma assistenzialista, ma un programma di reinserimento produttivo di queste famiglie. Dopo questi 16 anni di abbandono statale delle campagne, stiamo progettando di assistere in 5 anni quasi 50.000 famiglie, dando a ciascuna una mucca, una scrofa con i porcellini e 3 galline. nonché semi per la semina. Questo progetto, inoltre, sfrutterebbe il biogas prodotto con i rifiuti organici e con i resti si otterrebbe dell’ottimo concime. Questo progetto in generale obbliga a dinamizzare il settore produttivo, portando ad una crescita del settore agricolo e dell’allevamento, insieme all’autosufficienza alimentare».
Il programma fame zero costituisce il punto centrale del programma sandinista, ma allo stesso tempo è punta di lancia che si inserisce nel tallone di Achille del Nicaragua odierno, cioè l’estrema povertà e l’insicurezza alimentare. Negli ultimi 16 anni, i governi hanno privatizzato tutto il privatizzabile, fino ad inventare nomi per poterlo fare. Un decennio e mezzo di abbandono statale delle campagne con un esodo rurale di emigrazione per gli uomini e maquillas per le donne; di disoccupazione per i giovani e violenza nelle città.

La proprietà delle terre: l’eterna questione

Incontriamo Sinforiano Caceres della Fenacornop (la Federazione nazionale delle cornoperative) nel suo ufficio, a Managua. Ci dice: «Il governo ha dato segni di confusione, che lasciano nell’incertezza il settore agricolo. Il principale problema è che non ha spiegato ufficialmente la sua politica agraria, limitandosi ad una relazione di 6 pagine. Questa proposta non ha le risorse per essere attuata».
«Sappiamo del programma “hambre cero” e del rifoimento di concime che viene da un credito venezuelano, ma non abbiamo più informazioni dettagliate sul tema agricolo da parte del governo».
Il tema della proprietà delle terre è un punto debole nella programmazione in ambito agricolo e alimenta il «cortoplazismo» (cioè l’affrontare i problemi giorno dopo giorno, senza un progetto di lungo termine), in cui si vedono sommersi i programmi di sviluppo del settore agricolo in Nicaragua.
Questo paese si è impoverito per le forme di conduzione e la variabilità delle politiche strategiche attuate negli ultimi 30 anni, Sinforiano Caceres assicura che la proprietà della terra è uno dei temi centrali: «Nel decennio sandinista, si fece un processo di riforma agraria profondo, ma senza arrivare alla legalizzazione formale per assicurare il passaggio di proprietà dai latifondisti somozisti ai piccoli proprietari. Questa riforma incompiuta ha alimentato la corruzione e il traffico di favori. Il tema della proprietà è dunque un tema essenziale da risolvere, indispensabile per poter generare la stabilità non solo per i grandi investitori, ma anche per i piccoli e medi produttori».

L’incerto futuro dei contadini

Una visione differente del panorama agricolo ce la dà Edgardo García, presidente della Atc (Associazione dei lavoratori agricoli): «Con l’arrivo del governo di riconciliazione nazionale del presidente Ortega è arrivata la promessa di una riattivazione della produzione nicaraguense, senza recessione né aggiustamenti strutturali. Il programma del governo va a formalizzare i nostri progetti, come la promozione di casse di credito eque o come la produzione per il sistema del commercio equo e solidale in espansione nel Nord del mondo. In questo momento, noi siamo aiutati da diversi programmi del governo, come “hambre cero” o “usura cero”».
Questo programma rappresenta il futuro autosostenibile del Nicaragua parallelamente alla produzione per l’esportazione. Sinforiano Caceres ci spiega: «Attualmente i contadini poveri per produrre finiscono per impoverirsi ulteriormente. E spesso producono sfruttando ancora di più i membri della loro famiglia, bambini compresi. Questa situazione crea un circolo vizioso che produce come conseguenza un processo moltiplicativo della povertà perché le politiche che esistono attualmente non compensano gli sforzi dei piccoli agricoltori. Il programma “hambre cero” vuole cambiare questa situazione».
Pur favorevole al programma, Sinforiano sottolinea la centralità della definizione di una politica agricola trasparente: «Il governo deve risolvere con urgenze le incertezze che ha rispetto alla politica agricola, deve definire quale sarà l’approccio centrale per risolvere il problema della sicurezza alimentare: un approccio basato sulla produzione per l’autoconsumo, un approccio assistenzialista o con un insieme dei due. O ancora incrementando i programmi di cooperazione dall’Unione europea, dagli Stati Uniti o dall’Alba. Il punto principale è quale scommessa il governo farà sul tavolo della politica agraria del Nicaragua».

Di José Carlos Bonino

José Carlos Bonino




Il sandinismo rivive (nonostante tutto)

Da Somoza al ritorno di Ortega

Un piccolo paese «strangolato» più volte nel corso della sua storia: prima dalla dittatura della famiglia Somoza, poi dalle decisioni del presidente Usa Ronal Reagan ed infine dalle devastanti politiche neoliberiste. Oggi il Nicaragua torna a guardare al proprio passato rivoluzionario. Anche se i tempi sono cambiati.

Il Nicaragua si fa conoscere nel mondo tra gli anni Settanta ed Ottanta per la rivoluzione sandinista, che trionfa sulla tirannia della dinastia dei Somoza, famiglia imposta e sostenuta dagli Stati Uniti, poco prima dell’assassinio di Sandino nel lontano 1934. Dopo quasi 45 anni di governo dittatoriale, la famiglia Somoza aveva spinto contadini, studenti e sindacati alla clandestinità e all’opposizione in forma di guerriglia.
Nel 1978 la guerriglia si amplia e diventa insurrezione popolare, in cui si coalizzano 3 tendenze: la tendenza proletaria, quella della guerra popolare prolungata e quella insurrezionale. Quest’ultima, che fa capo a Daniel Ortega, nel 1979 trionfa. Negli anni Ottanta, dopo 4 anni di rivoluzione, si propongono elezioni che vedono la schiacciante vittoria del «Frente sandinista de liberacion  nacional» (Fsln) di Ortega, a capo di una direzione nazionale formata da 9 comandanti.
Il Nicaragua sviluppa un processo rivoluzionario molto simile a quello cubano, ma con alcune fondamentali differenze: il pluralismo politico, il suffragio universale, un sistema economico misto (stato e privati) e la scelta del non-allineamento sul piano internazionale.
Si comincia ad installare giganteschi complessi agroindustriali statali (con l’aiuto di Cuba e dell’Unione Sovietica) per l’agroesportazione. Il governo statunitense, per frustrare l’industrializzazione e destabilizzare il paese, comincia allora una guerra di aggressione, obbligando il Nicaragua a destinare la maggior parte delle sue risorse alla difesa nazionale. In questo stesso decennio, Washington decreta l’embargo alle esportazioni e mina i porti nicaraguensi.
Nel contempo, i reduci della Guardia nazionale somozista, guidati dal colonnello Enrique Bermudez, vengono riuniti, assessorati e finanziati dalla Cia e dai militari argentini della dittatura militare. La Guardia, ribattezzata «la Contra», partendo dall’Honduras e dal Costa Rica, intraprende una guerra (non dichiarata) di guerriglia, che il presidente Usa Ronald Reagan chiama «guerra a bassa intensità» (sull’esperienza dei vietcong in Vietnam). Una guerra, fatta con l’obiettivo di impedire il successo della rivoluzione e bloccare la diffusione dell’entusiasmo rivoluzionario al Salvador e al Guatemala, che alla fine lascerà sul terreno ben 50.000 vittime.
Dopo un decennio di guerra, di scandali inteazionali (come quello dell’Iran-Contras: vendita illegale di armi al paese mediorientale per finanziare i mercenari antisandinisti all’insaputa del Congresso statunitense) e di insuccessi bellici dei Contras, il governo nordamericano democratico di Jimmy Carter decide di intavolare conversazioni di pace con il governo di Daniel Ortega. Al tempo stesso, anche i sandinisti, senza l’appoggio del blocco sovietico (ormai traballante) e per evitare una sconfitta militare, propongono la fine della guerra e le trattative di pace con presenza internazionale (Esquipulas II).
Nel 1990 Ortega indice elezioni generali per la seconda volta. L’opposizione (formata da liberisti-somozisti, liberisti indipendenti, conservatori, socialcristiani e sandinisti pentiti, in tutto 14 partiti) si unisce contro i sandinisti nella Uno («Union nacional opositora») e con Violeta Barrios de Chamorro vince le libere elezioni.

Il nuovo governo di Violeta Chamorro trova un paese prostrato da anni di guerra, l’economia altamente indebitata con gli organismi finanziari inteazionali del Nord del mondo e un legame strettissimo con Washington. La formula principale di stabilizzazione economica che il governo di Violeta Chamorro applica consiste nella «donazione» del governo statunitense di 3.550 milioni di dollari al Banco centrale del Nicaragua per garantire il «cordoba oro», la nuova moneta cambiata alla pari con il dollaro. La donazione viene pagata a caro prezzo: la rinuncia alla richiesta di pagamento di 17.000 milioni di dollari, secondo quanto previsto dalla sentenza della Corte internazionale dell’Aja delle Nazioni Unite come indennizzo per l’intervento nella guerra di aggressione degli anni Ottanta.
Al momento della sconfitta elettorale del Fsln, Daniel Ortega fa un appello ai suoi militanti a «governare dal basso». Ma la sconfitta provoca nei sandinisti una grande tristezza e spesso rassegnazione. Una sorta di «si salvi chi può» e «si rompano le fila» colpisce gli intellettuali, nonché gli ex ministri e ambasciatori: Daniel Ortega rimane da solo.
Dall’inizio del governo Chamorro, i sandinisti sono all’opposizione. Come risposta all’apertura del libero mercato, alla privatizzazione delle imprese statali, al licenziamento di massa del personale statale e all’incremento dei prezzi degli alimenti base, insieme alle organizzazioni dei lavoratori, dei contadini e dei rappresentanti dei quartieri popolari, essi paralizzano il paese in varie occasioni con violente proteste di piazza, esigendo che si preservino le conquiste sociali della rivoluzione.
Questa situazione polarizzata porta ai cosiddetti «accordi di transizione», in cui il governo neoliberista promette di lasciare intatte  molte delle conquiste economiche e sociali della rivoluzione. Un accordo che sarà denominato la «piñata sandinista». Questi accordi rallentarono lo smantellamento dei benefici ottenuti nel periodo sandinista. Tuttavia, lo scontento per i risultati elettorali e per questi accordi producono la più importante scissione all’interno dei sandinisti: nasce il «Movimento di rinnovamento sandinista» (Mrs).

Nelle successive elezioni del 1996 vince il «Partito liberale costituzionalista» (Plc), un partito con una base elettorale di tipo tradizionalista-clientelare. Presidente è Aoldo Alemán, un avvocato difensore delle cause somoziste, di sinistra reputazione, leader antisandinista, immagine del karma politico di Anastacio Somoza. Il governo di Alemán approfondisce l’applicazione del neoliberismo, con nuovi licenziamenti di massa, smantellamento delle dirigenze sindacali, sgombero di massa delle terre occupate, privatizzazione dei servizi pubblici e una grottesca corruzione e saccheggio delle risorse dello stato, accompagnata da bancarotta fraudolenta delle banche e infine ripartizione delle terre dei popoli indigeni agli ex contras. Nonostante queste premesse, la minima differenza di rappresentazione nel parlamento, le elezioni avvolte dall’ombra dei brogli, lo scandalo che produsse l’accusa di abuso sessuale della figliastra di Daniel Ortega inducono il fronte sandinista a proporre un patto di convivenza con il Plc di Alemán. Questo patto riguardava la ripartizione proporzionale dei rappresentanti degli organismi statali e giudiziali, insieme alla riforma della costituzione.
Questo accordo politico ha profonde ripercussioni nell’autorità morale del leader sandinista, generando sfiducia e alimentando le proposte dell’Mrs, proposte che consistevano nel cambio di direzione del sandinismo verso una democratizzazione della sua struttura centralista, derivata dalla guerra, ma più che altro al rinnovamento della sua dirigenza, considerata logorata dai suoi errori.
Al governo di Alemán succede  quello del suo vicepresidente, il conservatore Enrique Bolaños, un latifondista, che per uno stretto margine vince le elezioni del 2001 su Ortega. Il nuovo presidente si proclama nemico della corruzione che aveva caratterizzato il predecessore. Era stato infatti scoperto un saccheggio milionario dei fondi dello stato, insieme a tutti gli aiuti inteazionali arrivati per la ricostruzione a seguito dell’«uragano Mich» del 1998, che aveva distrutto la struttura produttiva del Nicaragua. 
Alemán viene scaricato anche dal governo statunitense. La divisione della destra lascia Bolaños con una minima rappresentanza parlamentare, che lo obbliga ad allearsi con l’Fsnl. Alleanza con cui riesce a togliere l’immunità parlamentare ad Alemán e a portarlo davanti alla giutizia. Una giudice sandinista lo condanna a 20 anni di prigione. L’ex presidente entra ed esce dal carcere più volte, in relazione al momento politico contingente, fino al dicembre 2007, quando viene deciso il suo incarceramento.
Il governo Bolaños continua a sviluppare la politica neoliberista, privatizzando i servizi pubblici che ancora restano come l’educazione pubblica (sotto la finzione della «autonomia scolastica») e l’acqua (sotto il travestimento di «contratti privati di industrializzazione ed ampliamento del servizio»).
Il governo è però minato dall’instabilità. Il presidente tenta di utilizzare l’esercito per controllare le proteste popolari e lo scontento per il moltiplicarsi della povertà e gli intenti di privatizzazione. Bolaños spacca infine la destra, formando il «Partito dell’alleanza liberale nicaraguense» (Aln), che però viene sconfitto nelle ultime elezioni (novembre 2006). 

Aconti fatti, tutti e tre i governi neoliberisti – di Violeta Chamorro, Aoldo Alemán ed Enrique Bolaños – hanno perseguito la privatizzazione dello stato nazionale, includendo i servizi base tra cui l’energia, la salute, l’educazione, l’acqua, il trasporto, le infrastrutture e il sistema pensionistico.
Questi governi hanno proceduto sottraendo al bilancio dello stato fondi destinati ai servizi pubblici, rendendoli così sempre più deficitari. L’intento era di arrivare ad una privatizzazione senza resistenze popolari e offrendo, a prezzi di bancarotta, alle società transnazionali 200 anni di conquiste sociali.
Una politica siffatta ha facilitato lo smantellamento del sistema produttivo nazionale, affossato anche dalla privatizzazione della Banca nazionale e di conseguenza del credito (colpendo con ciò i piccoli produttori, sia contadini che microimprenditori, che sono la maggioranza in Nicaragua).
In un secondo momento, viene distrutto il commercio interno, trasformando il Nicaragua in un grande importatore di beni e servizi esteri, che costituiscono il grande business della globalizzazione. Globalizzazione che in realtà, nei paesi poveri, altro non è se non una neocolonizzazione.

Di José Carlos Bonino

José Carlos Bonino




Qualcosa è cambiato

Introduzione

In passato, l’America centrale è stata al centro dell’attenzione dei media mondiali, che seguivano (invero non sempre con serena obiettività) la rivoluzione popolare sandinista in Nicaragua e quelle che erano in gestazione in Salvador e Guatemala. Il Costa Rica veniva chiamato «la Svizzera centroamericana», per la sua imparzialità e per aver «abolito» il suo esercito, mentre la stampa più attenta segnalava l’Honduras per essersi trasformato in una base militare controrivoluzionaria dei potenti vicini nordamericani.
Oggi l’America centrale si trova in una situazione differente. In Guatemala, ha appena (gennaio 2008) preso il potere Alvaro Colom, un presidente che si dice di centrosinistra. Per parte sua, il presidente dell’Honduras, Manuel Zelaya, lo scorso 19 luglio, si è presentato ai festeggiamenti per l’anniversario della rivoluzione sandinista sulla piazza della Rivoluzione, a Managua, e si è seduto tra Daniel Ortega ed Hugo Chávez. A Panamá guida il paese Martin Torrijos, figlio di un grande amico della rivoluzione sandinista.
Nel Salvador, il Farabundo Martì per la liberazione nazionale (Fmln), seguendo i passi del Fronte sandinista (Fsln), si sta attivando per costruire una piattaforma elettorale con buona possibilità di vincere le prossime elezioni presidenziali.

Il Nicaragua ha lasciato nel passato la dinastia dei Somoza; la nobiltà della sua rivoluzione e le distruzioni della guerra d’aggressione statunitense degli anni Ottanta; l’instabilità della sua transizione all’inizio degli anni Novanta e la tristezza della corruzione sotto i governi di Aoldo Alemán e Enrique Boloños. Oggi il Nicaragua cerca nel suo passato rivoluzionario, sperando di trovare una risposta che gli permetta di avere fede nella globalizzazione centroamericana, per la quale finora si è soltanto sacrificato…

In questo nostro dossier, abbiamo tentato con semplicità di formulare un’interpretazione della realtà nicaraguense, di quel che si sta facendo, di quel che si vede e di quel che crediamo stia dietro l’apparenza.

José Carlos Bonino

José Carlos Bonino