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Un paese per 12 (agli altri neppure tortillas)

La situazione odiea   

Ha subito la privatizzazione dell’economia, la concentrazione della ricchezza, la generalizzazione della povertà: oggi il Nicaragua è un paese allo stremo. Per il nuovo governo la sfida è ad altissimo rischio. Stretto tra promesse, nuovi compromessi e vecchi nemici, Daniel Ortega riuscirà a trovare la strada giusta?

Dopo cinque decenni di dittatura, un decennio di rivoluzione socialista ed uno e mezzo di globalizzazione neoliberista, il Nicaragua si sente logorato. Ha transitato per la sua storia contemporanea con brusche metamorfosi, che hanno messo allo scoperto il meglio ed il peggio di questo paese centroamericano.

La complessa geografia del potere politico

Daniel Ortega, dopo 16 anni di opposizione, ritorna al potere in un Nicaragua trasformato, con un panorama politico costituito da quattro partiti politici: due neoliberisti di destra e due che fanno riferimento al sandinismo. Da una parte, il partito Alleanza liberale nicaraguense (Aln), legato all’ultimo presidente Enrique Bolaños, dall’altra il Partito liberale costituzionalista (Plc), eredità di Aoldo Alemán. La divisione tra questi due partiti ha dato la vittoria all’Fsln di Ortega. Come dice Dionicio Marenco, attuale sindaco di Managua per il Fronte sandinista, in recenti dichiarazioni al Nuevo Diario, quotidiano nazionale: «Nelle passate elezioni, il Fronte sandinista ha avuto meno voti che nelle elezioni precedenti, la vittoria dell’Fsln è dovuta alle divisioni della destra, anche se l’ambasciata statunitense ha fatto l’impossibile per unificarla».
Dall’altro versante, si trova il Movimento di rinnovamento sandinista (Mrs) che si presenta come una forza di sinistra alternativa al Fronte sandinista, anche se due mesi prima delle elezioni del 2006, il senatore Usa Burton (quello della legge Helms-Burton, che inaspriva l’embargo contro Cuba) nel suo viaggio in Nicaragua aveva accettato di incontrare soltanto il Pln e l’Mrs.

Fuga dalle campagne e fuga dal paese

La geografia del potere economico e politico a Managua, e in Nicaragua, è cambiata radicalmente negli ultimi tre lustri. Oggi l’élite nicaraguense è formata da 12 famiglie, ciascuna delle quali controlla megacapitali di 100 milioni di dollari con posizione egemonica sul mercato nazionale. Negli ultimi 16 anni si è consolidato nel paese un modello di concentrazione del capitale nel commercio e nei servizi privati, senza investimenti nell’industria  (maquillas escluse) e nel settore agricolo e dell’allevamento.
Una nota a parte merita il sistema bancario e creditizio. Basta considerare che nel 1993 il credito si distribuiva in forma più equilibrata che oggi: il 34% andava al settore agricolo, il 39% al settore commerciale; con la privatizzazione della banca nazionale, dieci anni dopo, nel 2002, il settore agricolo riceveva soltanto il 4% del credito, mentre il settore commerciale arrivava all’87%.
La controriforma agraria conseguente, insieme alla privatizzazione delle imprese statali, hanno prodotto una metamorfosi dell’economia di questo paese, che ha alimentato sia l’esodo dalle campagne alle città che l’emigrazione verso l’estero. Le rimesse degli espatriati sono diventate la colonna portante dell’economia popolare e insieme alla cooperazione internazionale (1.000 milioni di dollari all’anno) costituiscono oggi il motore dell’economia del Nicaragua. L’abbandono statale della campagna moltiplica la povertà. Questa poi alimenta da un lato l’emigrazione, dall’altro l’arrivo della cooperazione internazionale: questi due fenomeni, con i flussi di valuta pregiata che comportano, finiscono con il diventare il salvagente degli attuali governi neoliberisti e in definitiva il grande affare della globalizzazione centroamericana.
Secondo un recente studio di Francisco Mayorga, ex presidente del Banco centrale del Nicaragua nel governo di Violeta Barrios de Chamorro: «Il Nicaragua è passato dall’avere una oligarchia, una classe media e un proletariato ad essere un paese con 5 classi sociali, 4 intee ed una all’estero. In primo luogo, una cupola di 12 famiglie con megacapitali, poi 1.500 milionari, sotto questi una classe media molto rachitica, dove si collocano i più ricchi tra i sandinisti, insieme ai commercianti, ai professionisti e ai dipendenti di rimesse. Uno scalino più in basso c’è poi l’80% dei nicaraguensi, che vive con meno di 2 dollari al giorno. Infine, la classe degli espatriati, più di mezzo milione di nicaraguensi che, facendo lavori di bassa manovalanza, sostengono con le loro rimesse l’economia nazionale».
Questo è il modello popolarmente chiamato in Nicaragua «Hood-Robin» (dai poveri ai ricchi): le rimesse entrano nel paese e vengono quasi interamente spese dai poveri in beni e servizi, venduti al dettaglio dai commercianti, questi commercianti a loro volta comprano la merce dai grandi distributori che si foiscono di capitali dalle 12 famiglie, passando attraverso i 1.500 milionari che fanno da intermediari finanziari. Tirando le somme, questa cupola di 12 famiglie concentra questo flusso ascendente di ricchezza per poi utilizzarle investendole all’estero, dato che il Nicaragua non dà garanzie.

Gli equilibrismi di Daniel (e signora)

Nel Nicaragua lasciato dal governo Bolaños, il Fronte sandinista vince le elezioni. Molti fattori influiscono sul ritorno al potere di Daniel Ortega. Il fattore principale è una destra divisa. Divisa perché le ricette neoliberiste non hanno funzionato in questo paese povero. L’illusione di progresso, venduto nel «kit della globalizzazione», è entrata in crisi per incompatibilità con la generalizzazione della povertà, la privatizzazione dell’economia e la concentrazione della ricchezza.
I nicaraguensi hanno dato il loro voto all’Fsln sperando in un cambio, dopo aver dato per tre volte consecutive la fiducia a tre governi neoliberisti.
Questo primo anno di governo Ortega era iniziato sotto buoni auspici.Una disposizione presidenziale ha ridotto i salari dei ministri e dei direttori generali degli enti autonomi. Ortega ha cominciato tagliando il suo stipendio del 69%, passando con ciò da circa 10.000 dollari mensili a 3.200. Le somme risparmiate sono state destinate a progetti per i giovani per un totale di 600 mila dollari.
D’altra parte, il presidente è stato criticato per aver instaurato con l’impresa privata nicaraguense (Cosep, Consejo nacional de la empresa privada, la Confindustria locale) e l’Fmi «buoni rapporti». Inoltre, ha firmato con quest’ultimo un accordo con cui dà garanzie di stabilità ai ricchi del Nicaragua e agli investitori stranieri per i prossimi 3 anni. Il governo è inoltre stato accusato di nepotismo, tanto da essere soprannominato «governo Ortega-Murillo», dal cognome della moglie di Ortega, Rosario Murillo. Critiche che si sono inasprite alla fine di novembre 2007 con la creazione forzata (per decreto) dei Cpc, «Consejos de poder ciudadano», formati da circa un milione di nicaraguensi, riuniti in una sorta di «Consigli di democrazia diretta», forse un po’ troppo vicini alla massima istanza di consulta della società civile con il governo, los Compes, entrambi capeggiati da Rosario Murillo.

I nemici del governo: quelli dentro, quelli fuori

In questo momento, la strategia dell’Fsln consiste nell’usare meccanismi democratici per fare cambi rivoluzionari dentro il solco costituzio­nale. Ecco qui, dunque, l’importanza strategica per il Fronte dei Cpc. Questi consigli istituzionalizzeranno l’appoggio popolare principalmente nella capitale e faranno da contrappeso al potere che il Cosep ha nell’assemblea nazionale. In caso di bisogno, i Cpc appoggerebbero il progetto sandinista facendo pressione sociale, una carta da utilizzare in momenti in cui gli equilibri nell’assemblea non sono sufficienti per realizzare i programmi governativi o una riforma costituzionale. L’attuale costituzione di nascita rivoluzionaria è stata continuamente rattoppata dai tre ultimi governi con l’unico obiettivo di privatizzare il Nicaragua.
Nel Nicaragua rurale è il programma «hambre cero» a creare il consenso e allo stesso tempo a cercare di risolvere il problema dell’estrema povertà.
Dicevamo che Daniel Ortega è stato fortemente criticato per il clima di distensione tra il suo governo, l’Fmi e il Cosep. Questa distensione, però, è quella che mantiene divisa la destra in Nicaragua, anche dopo le elezioni. Se Daniel intaccasse i privilegi dell’impresa privata, i deputati di destra nell’assemblea, da neoliberisti, rappresentando l’impresa privata nazionale e straniera, si unirebbero al loro alleato statunitense che rimane in attesa nell’ombra dell’ambasciata. Washington sta aspettando il momento propizio per destabilizzare il Nicaragua e far traballare il governo sandinista, legittimamente scelto dalla maggioranza dei nicaraguensi. Con gli impoveriti (che – è meglio precisarlo – sono diversi dai poveri) che nuovamente pagherebbero il costo sociale della giocata. Quella del governo Ortega è, quindi, una convivenza forzata.

Le tortillas e le sfide di «fame zero»

L’altro prezzo delle tortillas è un altro dei capricci dell’ordine internazionale che mette a nudo l’interconnessione degli eccessi della globalizzazione.
L’insicurezza alimentare (la fame), una delle conseguenze più drammatiche del neoliberismo, continua ad essere il collettore degli effetti negativi della globalizzazione. Il Centro America oggi si trova tra l’incudine ed il martello. Da una parte, la povertà si moltiplica allo stesso ritmo degli sbalzi del prezzo internazionale del petrolio, dove – giorno dopo giorno – il contadino mangia di meno e lavora di più («el campesino come menos y tiene que trabajar mas»). Dall’altra, l’«effetto etanolo» fa esplodere i prezzi (soprattutto con il futuro incerto della produzione petrolifera) della produzione di cereali, che costituiscono la base della sicurezza alimentare.
Gli sbalzi del costo del petrolio si irradiano nel sistema dei costi dell’alimentazione (principalmente nei prodotti cerealicoli, più debolmente nel costo della carne e del pollame) e si depositano schiacciando l’insicurezza alimentare. Lo stesso che l’effetto etanolo, tenendo così in scacco il  paese e il suo futuro.
La gamma di risorse naturali di cui dispone il paese per lo sviluppo agricolo è la più abbondante tra i paesi centro americani, dove però la produzione si ottiene mediante tecnologie molto rudimentali e dove predominano i piccoli produttori rurali.
Il deputato Edwin Castro, capogruppo al parlamento per l’Fsln, assicura che il governo di unità e riconciliazione nazionale ha programmato come priorità la ricomposizione del settore agricolo: «Il nostro sviluppo deve essere vincolato all’agricoltura e all’allevamento, eliminando il flagello della povertà estrema. Per questo abbiamo creato un programma trasversale di politica di stato che è il programma fame zero. Con questo puntiamo alla sicurezza alimentare delle famiglie nelle campagne, che sono quelle che hanno il maggior grado di denutrizione e non possiamo avere uno sviluppo economico, sociale e culturale con il livello di povertà che sorpassa il 60 per cento. E un livello di disoccupazione reale oltre il 30 per cento. Il Nicaragua sta arrivando a livelli di fame nera. Questo programma era stato sperimentato a livello micro e adesso è stato applicato a livello nazionale. Non vogliamo che sia però un programma assistenzialista, ma un programma di reinserimento produttivo di queste famiglie. Dopo questi 16 anni di abbandono statale delle campagne, stiamo progettando di assistere in 5 anni quasi 50.000 famiglie, dando a ciascuna una mucca, una scrofa con i porcellini e 3 galline. nonché semi per la semina. Questo progetto, inoltre, sfrutterebbe il biogas prodotto con i rifiuti organici e con i resti si otterrebbe dell’ottimo concime. Questo progetto in generale obbliga a dinamizzare il settore produttivo, portando ad una crescita del settore agricolo e dell’allevamento, insieme all’autosufficienza alimentare».
Il programma fame zero costituisce il punto centrale del programma sandinista, ma allo stesso tempo è punta di lancia che si inserisce nel tallone di Achille del Nicaragua odierno, cioè l’estrema povertà e l’insicurezza alimentare. Negli ultimi 16 anni, i governi hanno privatizzato tutto il privatizzabile, fino ad inventare nomi per poterlo fare. Un decennio e mezzo di abbandono statale delle campagne con un esodo rurale di emigrazione per gli uomini e maquillas per le donne; di disoccupazione per i giovani e violenza nelle città.

La proprietà delle terre: l’eterna questione

Incontriamo Sinforiano Caceres della Fenacornop (la Federazione nazionale delle cornoperative) nel suo ufficio, a Managua. Ci dice: «Il governo ha dato segni di confusione, che lasciano nell’incertezza il settore agricolo. Il principale problema è che non ha spiegato ufficialmente la sua politica agraria, limitandosi ad una relazione di 6 pagine. Questa proposta non ha le risorse per essere attuata».
«Sappiamo del programma “hambre cero” e del rifoimento di concime che viene da un credito venezuelano, ma non abbiamo più informazioni dettagliate sul tema agricolo da parte del governo».
Il tema della proprietà delle terre è un punto debole nella programmazione in ambito agricolo e alimenta il «cortoplazismo» (cioè l’affrontare i problemi giorno dopo giorno, senza un progetto di lungo termine), in cui si vedono sommersi i programmi di sviluppo del settore agricolo in Nicaragua.
Questo paese si è impoverito per le forme di conduzione e la variabilità delle politiche strategiche attuate negli ultimi 30 anni, Sinforiano Caceres assicura che la proprietà della terra è uno dei temi centrali: «Nel decennio sandinista, si fece un processo di riforma agraria profondo, ma senza arrivare alla legalizzazione formale per assicurare il passaggio di proprietà dai latifondisti somozisti ai piccoli proprietari. Questa riforma incompiuta ha alimentato la corruzione e il traffico di favori. Il tema della proprietà è dunque un tema essenziale da risolvere, indispensabile per poter generare la stabilità non solo per i grandi investitori, ma anche per i piccoli e medi produttori».

L’incerto futuro dei contadini

Una visione differente del panorama agricolo ce la dà Edgardo García, presidente della Atc (Associazione dei lavoratori agricoli): «Con l’arrivo del governo di riconciliazione nazionale del presidente Ortega è arrivata la promessa di una riattivazione della produzione nicaraguense, senza recessione né aggiustamenti strutturali. Il programma del governo va a formalizzare i nostri progetti, come la promozione di casse di credito eque o come la produzione per il sistema del commercio equo e solidale in espansione nel Nord del mondo. In questo momento, noi siamo aiutati da diversi programmi del governo, come “hambre cero” o “usura cero”».
Questo programma rappresenta il futuro autosostenibile del Nicaragua parallelamente alla produzione per l’esportazione. Sinforiano Caceres ci spiega: «Attualmente i contadini poveri per produrre finiscono per impoverirsi ulteriormente. E spesso producono sfruttando ancora di più i membri della loro famiglia, bambini compresi. Questa situazione crea un circolo vizioso che produce come conseguenza un processo moltiplicativo della povertà perché le politiche che esistono attualmente non compensano gli sforzi dei piccoli agricoltori. Il programma “hambre cero” vuole cambiare questa situazione».
Pur favorevole al programma, Sinforiano sottolinea la centralità della definizione di una politica agricola trasparente: «Il governo deve risolvere con urgenze le incertezze che ha rispetto alla politica agricola, deve definire quale sarà l’approccio centrale per risolvere il problema della sicurezza alimentare: un approccio basato sulla produzione per l’autoconsumo, un approccio assistenzialista o con un insieme dei due. O ancora incrementando i programmi di cooperazione dall’Unione europea, dagli Stati Uniti o dall’Alba. Il punto principale è quale scommessa il governo farà sul tavolo della politica agraria del Nicaragua».

Di José Carlos Bonino

José Carlos Bonino