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Un passo verso la pace

Nord e Sud Corea più vicine dopo l’incontro tra i due presidenti

L’armistizio che concluse la Guerra di Corea (1950-1953) ha diviso in due blocchi un popolo
con la stessa storia, lingua e cultura. Oltre 50 anni di regime marxista ha negato ai nord-coreani i diritti e i beni fondamentali. All’inizio di ottobre 2007, i leaders dei due paesi hanno firmato un patto di riconciliazione, impegnandosi anche a sviluppare i legami economici. Ma per la riunificazione si dovrà ancora attendere.

Quarant’anni di spietata colonizzazione giapponese, poi la guerra. Prima quella mondiale, poi quella fratricida, conosciuta come Guerra di Corea, innescata da profonde divisioni ideologiche, strumentalizzate a propri fini dalle grandi potenze d’allora.
Al termine di questo conflitto milioni di morti, feriti, senzatetto, sfollati, rifugiati, un paese completamente distrutto e diviso. Un popolo diviso. Famiglie divise. Un retaggio che, a più di 50 anni di distanza, i coreani stanno pagando a caro prezzo.
 MURO DI SILENZIO E NOIA
Questo dramma, che ha sconvolto l’esistenza di milioni di persone, si materializza qui a Panmunjom, al 38° parallelo, in un bordo sottile di cemento alto poco più di dieci centimetri. Tanto basta per mantenere separati 70 milioni di persone che condividono storia, lingua, cultura, tradizioni, leggende. Una striscia che anche un pupetto di pochi mesi, barcollando a quattro zampe, potrebbe facilmente superare e che invece, qui, riesce a mantenere divisi eserciti tra i più potenti al mondo.
Ai fragori dei cingoli dei carri armati, alle urla dei soldati, ai pianti dei civili in fuga, ai sibili delle bombe, ora si è sostituito il silenzio. Che, però, equivale al clamore della disperazione. Un silenzio assordante che dura da quel 27 luglio 1953, quando le due delegazioni, da una parte quella nordcoreana e dall’altra quella statunitense in rappresentanza dell’ONU, apposero sul documento dell’armistizio le loro firme, fondamenta per quella striscia di cemento invalicabile.
In seguito, Seoul eresse lungo tutta la Dmz (zona demilitarizzata) un muro, questa volta vero, di cemento armato, identico a quello eretto a Berlino. La sua costruzione, come del resto quello che divide Cipro, non indignò il mondo «libero», perché eretto da una potenza ad esso alleata e per di più in prima linea a fronteggiare il «pericolo rosso».
Dalla mia postazione privilegiata, oggi posso vedere i volti dei turisti che, dalla parte meridionale, osservano curiosi ed emozionati, questo «regno eremita» con binocoli, cannocchiali, cineprese, macchine fotografiche. Hanno espressioni grevi, non so se dovute al fatto di essere consci dei tragici eventi che Panmunjom simbolizza o per la paura di essere di fronte a quello che è stato per anni descritto come un paese guidato da pazzi guerrafondai, pronti a lanciare ordigni nucleari a destra e a manca.
Le guardie nord e sud coreane si scrutano a vicenda. Nei loro occhi non vedo odio, neppure rancore, ma noia, quella sì. Le giornate passano lente, monotone, tutte uguali da 50 anni a questa parte. Solo qualche allarme, di tanto in tanto, e del resto subito rientrato, ha aumentato la tensione. Se invasione ci dovesse essere, non è certo da qui che inizierebbe.
Gioate lente, scandite dal ritmo cadenzato dei passi al cambio delle guardie o dalle bandiere che garriscono svogliatamente al vento. Il vento… solo lui, assieme agli uccelli e alle nuvole, che non conosce confini. Neppure qui a Panmunjom.

EGUALITARISMO COREANO

Avevo impiegato 24 ore ad attraversare in treno il breve tratto che da Pyongyang arriva a Sinuiju, al confine cinese. Innumerevoli black out sconvolgevano continuamente la tabella di marcia. Ora che compio il tratto inverso, la locomotrice sembra correre verso la capitale; non «divora la pianura» come quella cantata da Guccini, ma arranca faticosamente; e forse non va neppure verso la giustizia proletaria, se al confine ritrovo la situazione, purtroppo familiare, di guardie nordcoreane che pretendono dai commercianti e dalle famiglie cinesi parte della loro mercanzia o bagagli: meloni, scarpe, vino, carne, cappellini non importa quali, purché abbiano un marchio «global» ben visibile, magliette dai colori sgargianti che faranno distinguere chi le indossa dalla massa di uniformi verdi e grigie.
Un dazio illegale, certo, ma accettato da tutti. Del resto, qui in Corea del Nord, l’illegalità va a braccetto con la rigidità delle regole emanate dal governo. Ci vogliono 2.000 dollari per comprare un passaporto; ma per chi non può permettersi di pagare tale somma (la quasi totalità della popolazione), ne bastano 100 per corrompere una guardia di confine e sgattaiolare al di là dell’Amnok, il fiume che separa i due paesi. «È l’egualitarismo coreano – mi ha detto una volta un rifugiato incontrato a Dandong -. Puoi raggiungere gli stessi sogni percorrendo strade diverse».
A Pyongyang l’atmosfera è rilassata, come sempre. Nessuno è sceso per le strade a manifestare a favore o contro l’accordo a Sei o per la visita del nemico Roh Moon-hyun. Non ce n’è bisogno, in un paese dove il dissenso è vietato e tutti sono sempre d’accordo con le scelte di Kim Jong Il. Il compito dei cittadini è quello di contribuire a far prosperare il paese.
Compito arduo perché, pur volendolo, per molti non c’è possibilità alcuna di farlo. Le fabbriche faticano a sopravvivere con una tecnologia antiquata, pezzi di ricambio fatiscenti, continue interruzioni energetiche. Nelle campagne i trattori sono fermi nelle officine per mancanza di carburante e le famiglie dei contadini riescono a sopravvivere solo grazie al raccolto dei campi che il governo ha dato loro in concessione dopo le riforme economiche varate nel 2002.
Colpa dell’embargo imposto dagli Stati Uniti, accusano i dirigenti nordcoreani, colpa della politica collettivistica imposta dal governo in tutti questi decenni, replicano i governi occidentali. Fifty fifty, concludono diplomaticamente le agenzie non governative che operano nella nazione. Fatto sta che, secondo gli ultimi dati messi a disposizione dal World Food Programme in un rapporto stilato in collaborazione con lo stesso governo di Pyongyang e l’Unicef, il 7% dei bambini è gravemente malnutrito, mentre il 34% è classificato come «cronicamente malnutrito».
A Pyongyang visito un orfanotrofio che accoglie un centinaio di bambini: «I loro genitori sono morti durante le carestie degli anni precedenti» dice la direttrice. Molti di questi piccoli ospiti sono malati. Non c’è un frigorifero dove mantenere medicine; ma anche se ci fosse non ci sarebbero medicine. L’embargo colpisce anche questi prodotti. Le differenze sociali, un tempo visibili tra gli abitanti delle città e i contadini, cominciano a farsi sempre più vistose.

QUALCUNO È PIù UGUALE…

In un’economia che marcia a moneta quadrupla (won, yen, euro e dollaro), solo chi ha rapporti con l’estero può permettersi una vita piuttosto agiata. A Pyongyang si può trovare di tutto: dallo stereo Hi-Fi ultima generazione agli spaghetti Barilla o la Nutella. Ma tutto è venduto in moneta forte. Chi non ha «agganci» all’estero, si deve accontentare degli scaffali semivuoti dei negozi popolari.
Una nuova classe sta sorgendo oggi. Non la possiamo chiamare «media», ma ha un livello di vita leggermente superiore allo standard locale. Sono gli operai delle multinazionali sudcoreane, giapponesi e europee, che stanno investendo nel nuovo mercato nordcoreano e i contadini «ricchi», coloro che riescono a ricavare dai loro appezzamenti di terreno sufficienti prodotti per rivenderli ai mercatini protocapitalistici che il governo organizza ogni settimana nelle città distrettuali.
Le riforme volute da Kim Jong Il nel 2002 e applaudite dal consesso internazionale hanno però impoverito ulteriormente la maggioranza della popolazione. Non quella che «non ha voglia di lavorare», come direbbero subito alcuni, ma quella che non ha possibilità di lavorare meglio e di più. La proporzionalità diretta tra produttività e salario, introdotta dal governo, avrebbe dovuto aumentare la produzione industriale e agricola, ma così non è stato. «Nella nostra fabbrica i macchinari obsoleti non ci consentono di produrre quanto si produce nella vicina fabbrica Hyundai. Eppure lavoro in media due ore di più al giorno, guadagnando molto di meno del mio collega» si lamenta un operaio di una ditta metalmeccanica della regione di Kaesong.
Fino a pochi anni fa sarebbe stato impossibile sentire una critica simile alla politica economica del partito. Il fatto che, seppur timidamente, qualche parola in più oggi venga detta fa ben sperare anche le organizzazioni che si occupano di diritti umani, a cui il governo ha sempre negato l’accesso per verificare direttamente la condizione della popolazione.

Due passi per cambiare la storia

Sono bastati solo due passi al presidente sudcoreano Roh Moon-hyun per dare nuove speranze al futuro della penisola coreana. Lo scorso ottobre, lo abbiamo visto su tutte le televisioni, l’inquilino della Cheon Wa Dae, la Casa bianca di Seoul, è entrato in Corea del Nord varcando quello che, per quattro lunghi decenni, è stato il confine più sigillato della terra: il 38° parallelo.
Roh è stato il secondo capo di stato della Corea del Sud a fare visita a Kim Jong Il, dopo il famoso viaggio di Kim Dae Jung nel 2000, viaggio che valse a quest’ultimo il premio Nobel per la pace. Ma se allora Kim Dae Jung andò a Pyongyang in aereo, oggi il successore Roh Moon-hyun ha voluto andarci via terra, a significare la volontà di riunificazione della penisola e la definitiva cancellazione della linea di confine tra i due paesi.
È dal 1953 che questa frontiera, saldamente chiusa al transito sia di merci che di uomini, segna la proiezione simbolica in Asia di quello che per l’Europa era il Muro di Berlino. In quell’anno, un armistizio pose temporaneamente fine a una sanguinosa lotta armata costata la vita a due milioni e mezzo di uomini fra coreani, cinesi e statunitensi.
La Guerra di Corea fu il primo conflitto «per procura», che pose di fronte le due superpotenze uscite vittoriose dalla Seconda guerra mondiale: Stati Uniti e Unione Sovietica. A queste se ne aggiunse in seguito una terza, la Cina, che cominciava a riaffacciarsi alla scena mondiale dopo le umiliazioni subite nell’Ottocento da parte dei paesi europei.
Pechino non solo interpretava il coinvolgimento di Usa e Urss in un paese a lei confinante, come un pericolo alla sua stessa esistenza, ma entrando direttamente nella contesa, voleva far sapere a tutto il pianeta che una terza potenza mondiale era nata dopo il 1945. Mao Zedong, in Corea, ci perse il suo figlio prediletto, uno dei 150.000 cinesi morti a fianco dei soldati di Pyongyang. Da allora l’intera penisola rimase divisa e ancora oggi le due Coree sono ufficialmente in stato di belligeranza, visto che non è mai stato siglato un trattato di pace.
Il 38° parallelo resta così l’ultimo tratto della Cortina di ferro non ancora smantellato. Un retaggio di Yalta eduna contraddizione al tempo stesso, visto che la contesa mondiale del xxi secolo non si esplica più come opposizione tra mondo capitalista e mondo socialista. E proprio in questo nuovo ordine mondiale, diviso più dall’appartenenza religiosa che da quella ideologica e politica, la Corea del Nord, ultimo regime a economia socialista «pura» esistente sulla terra, si sente isolata e respinta da quelle stesse nazioni che, un tempo, la appoggiavano, come la Cina.
Pyongyang allora cerca di sopravvivere cercando alleati tra quelle potenze che, pur combattendo apertamente l’idea marxista, si contrappongono al nemico comune: gli Stati Uniti. Iran, Siria, Pakistan intrattengono ottimi rapporti diplomatici e economici con Kim Jong Il. In cambio di assistenza militare, campo in cui la scienza nordcoreana eccelle, ecco arrivare quel petrolio che Clinton aveva promesso nel 1994 per sopperire alla chiusura delle centrali nucleari, ma che Bush ha negato appena salito al governo.
Le continue tensioni tra Pyongyang e Washington hanno infastidito anche Seoul, timorosa che un’escalation del nervosismo influisca negativamente sulla crescita economica. È per questo che sulla linea di demarcazione valicata a piedi da Roh Moon-hyun campeggiavano due parole ben visibili: «Pace» e «Prosperità», due condizioni essenziali per lo sviluppo dei 70 milioni di coreani.

DIALOGO E INVESTIMENTI

E pace e prosperità erano anche le parole d’ordine che hanno concluso gli attesi negoziati a sei tenutisi a Pechino contemporaneamente all’incontro tra i due capi di stato coreani. Al termine dei loro mandati, sia Bush che Roh hanno voluto lasciare in eredità ai successori uno spiraglio per risolvere al meglio il nodo coreano.
«Una Corea del Nord economicamente stabile è un vantaggio per tutti» afferma Son Key-young, studioso dei rapporti tra le due Coree, che nel 2000 aveva analizzato attentamente la politica di dialogo avviata da Kim Dae Jung. «Dapprima è un vantaggio per il Sud, che può allargare il proprio bacino economico e avere una manodopera culturalmente preparata, senza barriere linguistiche ma a basso prezzo.
È un vantaggio anche per il Giappone, che può dirottare il budget per la difesa missilistica su altre voci. Infine, rafforzare socialmente il governo di Kim Jong Il garantirebbe stabilità sociale all’intera area e al tempo stesso un trapasso meno traumatico da un’economia socialista a una di mercato».
Sono in molti, anche in Corea del Sud, a storcere il naso di fronte alle dichiarazioni di Son Key-young. Come si può sperare che un governo dispotico e autoritario come quello di Kim Jong Il rimanga al potere? E perché, ci si chiede, non seguire, invece, la politica delineata da Richard Armitage all’inizio dell’amministrazione Bush, che auspicava un totale blocco degli aiuti al Nord per accelerare il tracollo economico e una rivoluzione intea? «Una crisi alimentare potrebbe uccidere centinaia di migliaia di nordcoreani, ma alla fine ci sarebbe una ribellione che porterebbe al potere una fazione più propensa al dialogo» aveva auspicato Armitage, aggiungendo che «il sacrificio di poche migliaia di nordcoreani salverebbe la vita a milioni di persone, in caso Usa, Corea del Sud e Giappone si trovassero costretti a intervenire militarmente per arginare la prepotenza di Kim Jong Il».
Per fortuna la linea Armitage non fu perseguita e oggi il dialogo avviato da Kim Dae Jung e Kim Jong Il nel 2000 sta portando i suoi frutti. Lentamente l’economia nordcoreana si sta ravvivando. Sono numerose oramai le aziende sudcoreane che intendono investire al nord. La Hyundai, che per prima ha rotto la titubanza capitalista, guida ancora la cordata delle 26 ditte che hanno investito nella zona a economia speciale di Kaesong.
In un’intervista rilasciata in esclusiva, Noh Young-Don, presidente della multinazionale, mi dice che «investire a Kaesong ci permette di essere pionieri nel nuovo mercato nordcoreano e, al tempo stesso, ci rende fieri di contribuire al dialogo e alla conoscenza reciproca di un popolo unito, ma diviso, che per 57 anni non ha potuto parlarsi».

PER L’UNIFICAZIONE… CI VUOLE  PAZIENZA

E per quanto riguarda l’unificazione politica dell’intera penisola? «Ah, per quella non se ne parla. Secondo me per almeno un’altra cinquantina d’anni almeno. Prima dobbiamo adoperarci per diminuire il divario economico esistente tra i due stati» conclude Noh Young-Don. Nessuno dimentica quanto difficile è stata l’integrazione economica delle due Germanie dopo l’unificazione della Ddr nella Repubblica Federale. E in quel caso si parlava di una proporzione economica di 5 a 1. Qui, in Corea, siamo a livelli di 30 o 40 a 1. Vale a dire che l’economia della Corea del Sud ha un Pil 40 volte superiore a quella del Nord. Piuttosto si preferisce parlare di federalismo: un paese con due economie, ma una sola politica estera e libero scambio tra cittadini. Sono queste le basi su cui oggi si parla di una sola Corea.
Anche nel campo nucleare, il regime di Kim Jong Il ha mostrato di essere più disponibile di quanto si potesse credere. Il suo governo ha l’arduo compito di traghettare la Corea del Nord verso nuovi lidi. «Ora speriamo di non fare l’errore che abbiamo fatto con l’Iran, quando abbiamo abbandonato Khamanei e i progressisti, lasciando il campo libero ai conservatori» sospira David Khang, coautore del libro Nuclear North Korea: a Debate on Engagement Strategies.
Secondo Khang l’Occidente e gli stati asiatici hanno tutto l’interesse a favorire Kim Jong Il, che ha mostrato la volontà di apertura e di cambiamento. «Abbandonare Kim Jong Il significherebbe consegnare la Corea del Nord all’incertezza e ai militari» conclude infine lo studioso. La caduta del governo di Shinzo Abe in Giappone ha scongiurato questo pericolo, almeno per ora. Ma il sentirnero da percorrere è ancora molto lungo e scosceso. Per vedere un’effettiva pace tra il popolo coreano occorre ancora molta pazienza. 

Di Piergiorgio Pescali

Orfanotrofio di Pyongyang

Anche quando il raccolto di cereali in Corea del Nord è abbondante, la penuria di cibo attanaglia il paese. Agenzie di sviluppo imputano la colpa a vari fattori: mancanza di collegamenti tra i centri di produzione e i villaggi; sistema economico che spreca troppe risorse umane senza avere un adeguato ritorno in termini di produttività; soprattutto, penuria di mezzi agricoli, fermi per mancanza di carburante e mezzi di ricambio, merci sottoposte a embargo dagli Usa.
Oggi le autorità nordcoreane non nascondono le difficoltà economiche cui sono costrette a far fronte: in una cornoperativa situata in una zona il cui accesso è solitamente proibito agli stranieri, trovo una situazione intollerabile: pensionati, donne e bambini frugano tra i rifiuti alla ricerca di resti ancora commestibili e legna da ardere, bene prezioso nel gelido inverno montano. Il presidente del distretto mi elogia la meccanizzazione raggiunta: 34 trattori, 10 camion, 6 mietitrebbiatrici. Poi, dietro mia insistenza, mi dice che quel camion è fermo per manutenzione, la mietitrebbia ha il mozzo rotto e così via.  Alla fine, solo un trattore è operativo, «almeno sino a quando avremo benzina».

L’ospedale regionale è sovraffollato, mancano le medicine, si opera senza anestesia; eppure il personale si prodiga all’inverosimile per alleviare la sofferenza dei loro concittadini. È da zone come queste che arrivano i bambini dell’orfanotrofio di Pyongyang, vicino al seminario buddista, i cui genitori sono morti a causa delle carestie. Pulito e accogliente, l’edificio ospita un centinaio di bambini che hanno pochi mesi di vita. Sono tra i pochissimi occidentali a entrare in questo mondo di sofferenza, dove languono diversi bambini malnutriti, alcuni dei quali hanno già raggiunto lo stadio finale. «Lo dica pure in Italia che manca il cibo. Dobbiamo salvare i nostri figli. Abbiamo bisogno del vostro aiuto, abbiamo bisogno di medicine, di cibo… Chi vuole venire ad aiutarci è il benvenuto» dichiara un alto dirigente del partito.
La mancanza di corrente elettrica («non possiamo permetterci un generatore perché non abbiamo gasolio») costringe il personale a lavorare in condizioni proibitive. Mi mostrano alcune stanze: bambini scheletrici inermi fissano il vuoto con i loro occhi infossati; un altro continua a battere la testa contro la barriera in ferro del letto, lacerandosi il labbro e la fronte, altri ancora presentano eczemi in diverse parti del corpo, dovuti alla mancanza di difese immunitarie.
«Il 10% di questi bambini non raggiungerà l’anno, alcuni arrivano qui già morti o moribondi come questo» mi dice la direttrice mostrandomi un fagotto in cui è avvolto un bimbo dalla pelle raggrinzita. Lo accarezzo e lui istintivamente mi stringe il mignolo con le sue dita. Pak, la mia guida si commuove. Organismi cattolici come la Caritas, Misereor, i monaci Benedettini (la congregazione più numerosa in Nord Corea prima del 1950) hanno avviato programmi di collaborazione e sviluppo e il governo stesso non cela la sua preferenza verso questo tipo di interventi, meno politicamente interessati rispetto agli aiuti convogliati in via ufficiale dagli stati e dalle agenzie collegate all’Onu.
Alla sera, tornato in albergo, Pak mi annuncia che il bambino scheletrico mostratomi dalla direttrice è morto. Al suo posto ne hanno già accolto un altro.

Piergiorgio Pescali