DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Una rivoluzione in tonaca rossa

Reportage dal paese asiatico

Una delle più longeve dittature del mondo è stata messa in crisi dalla protesta, pacifica ma determinata, dei monaci buddisti (mezzo milione su 54 milioni di abitanti). Questo reportage nasce da un viaggio effettuato durante le prime manifestazioni di agosto e settembre. Poi la situazione
è precipitata.  La giunta militare del generale Than Shwe ha risposto con la forza, sparando sui monaci e sulla gente, cingendo con filo spinato le pagode, incarcerando i dissidenti. La rivoluzione in tonaca rossa per ora è finita nel sangue. 

Mandalay, agosto 2007. A 698 chilometri da Yangon, verso nord, distesa su un’assolata pianura, c’è Mandalay, la seconda città del Myanmar. Vivace e vitale, è considerata il centro del buddismo birmano. Si calcola che, su oltre mezzo milione di monaci, circa il 60 per cento viva in questa città, cresciuta sulle rive del Ayeyarwaddy (già Irrawaddy).
Dall’alto della storica collina di Mandalay, la vista sembra confermare le informazioni. Il fiume scorre lento tra pagode e monasteri. Più lontane ci sono le colline di Sagaing e Mingun, anch’esse ricoperte di templi e pagode. Ma una conferma viene anche dai visitatori, molti dei quali sono proprio monaci.
Mentre ammiriamo i colori che il calar del sole dona al panorama, iniziamo a conversare con un gruppo di loro. Tonaca rossa e testa rasata a zero, si intrattengono volentieri. Sono studenti ed uno parla inglese.
 In Myanmar, per i maschi di fede buddista è consuetudine entrare per qualche tempo – sia da ragazzi (come novizi) che da adulti (dopo i 20 anni) – in monastero, per apprendere i principi fondamentali del buddismo, per acquisire meriti (che serviranno per una rinascita più felice) o semplicemente per un periodo di studio e meditazione.
Chiediamo come si svolge la loro vita di monaci e studenti: se ogni mattina vanno a bussare alle porte della gente per riempire di cibo (quasi sempre riso) le loro ciotole; se è duro rispettare la proibizione di mangiare dopo mezzogiorno; cosa studiano in monastero. Ma quando cerchiamo di andare sull’attualità, sulle proteste di questi giorni, la nostra guida ed interprete dà segni di impazienza, inusuali per lei. Dice che è buio e che occorre salutare ed andarsene.  Le obbediamo, promettendo ai monaci un improbabile contatto via internet. Lasciamo la collina di Mandalay, interdetti rispetto allo strano comportamento della guida.   
«C’era un militare in borghese che ascoltava la vostra conversazione», ci spiega. «In Myanmar, è preferibile evitare qualsiasi riferimento alla politica e ad altri problemi del paese».

Le pagode e le foto
dei generali

Rispetto ad una volta, negli ultimi anni l’esercito birmano – noto come Tatmadaw – aveva assunto un atteggiamento molto più discreto, meno visibile, pur mantenendo uno  stretto controllo sul paese. Ora la situazione è di nuovo in ebollizione, inizialmente a causa di una motivazione economica: l’aumento vertiginoso del prezzo del carburante avvenuto questo agosto.
Il Myanmar è molto ricco e tra l’altro non sovrappopolato come altri paesi vicini: come si giustificano aumenti di questa entità? Probabilmente c’entrano l’ingordigia e la corruzione dei generali al potere. Un comportamento il loro che, tra l’altro, stride con l’incredibile gentilezza e cordialità della popolazione.
La giunta dei generali birmani è al potere ininterrottamente dal 1962. Dal 1997 si chiama «Consiglio di stato per la pace e lo sviluppo» (State Peace and Development Council). 
La giunta – in un modo o nell’altro, con il bastone e la carota – è riuscita a tenere unito un paese con decine di etnie diverse e a tenere il Myanmar lontano dalle guerre che hanno insanguinato i paesi vicini (Cambogia, Vietnam), ma ha represso qualsiasi opposizione politica, in particolare la Lega nazionale per la democrazia (National League for Democracy), riunita attorno ad Aung San Suu Kyi, 62 anni, premio Nobel per la pace nel 1991, che ha trascorso in carcere o agli arresti domiciliari 14 degli ultimi 19 anni.
Sulla prima pagina de The New Light of Myanmar (La nuova luce del Myanmar) le foto sono sempre e soltanto quelle dei generali: un incontro, una inaugurazione, un successo economico della giunta militare. Ma le foto dei generali si incontrano anche in altri luoghi, ben più importanti di uno spazio sul quotidiano governativo. Sono nelle pagode, in teche di vetro, non lontane dalle statue del Budda: il generale Than Shwe che fa un’offerta, che si genuflette, che è in raccoglimento, che è in posa accanto ad un monaco. Un segno di rispetto per la religione buddista? Oppure un modo per ingraziarsi i monaci e di conseguenza la popolazione che verso di loro ha grande rispetto e devozione? Certamente la seconda motivazione prevale sulla prima.
I rapporti tra la giunta e la sangha, la comunità buddista, sono sempre stati appesi ad un filo, come la storia testimonia. Sul finire degli anni Ottanta, ad esempio, ci fu una forte contrapposizione perché i monaci appoggiavano le manifestazioni studentesche. Nel 1990, a Mandalay e poi nel resto del paese, i religiosi buddisti attuarono un temibile boicottaggio: non accettavano le offerte dalle famiglie dei soldati e non officiavano i loro matrimoni e funerali. Un’umiliazione inaccettabile per i militari, che infatti risposero con durezza. Centinaia di monasteri vennero occupati e molti religiosi incarcerati.

La «signora Bianca»,
un nome da tacere

Nella hall dell’albergo, da una poltrona all’altra, commentiamo ad alta voce alcuni articoli pubblicati da The New Light of Myanmar, il quotidiano governativo ha anche una versione in lingua inglese. Ad un certo punto, nella foga della discussione, uno di noi cita Aung San Suu Kyi. All’udire quel nome i due inservienti dell’hotel, che lì accanto stanno sistemando le piante, si girano di scatto e, per pochi secondi, guardano chi ha osato pronunciare quel nome ad alta voce. Noi, capita la situazione, ci scusiamo, cercando subito di stemprare la gaffe in una risata che però non riesce a nascondere l’imbarazzo. 
Siamo più discreti quando dobbiamo chiedere come andare al luogo in cui si esibiscono i Moustache Brothers, un gruppo di artisti popolari caduto in disgrazia. I taxisti ufficiali preferiscono evitare di avvicinarsi al luogo delle loro esibizioni, ma a questo si può rimediare.

A casa dei «Fratelli baffoni»,
artisti coraggiosi

La strada è buia, perché l’illuminazione pubblica è quasi inesistente. Ma il nostro improvvisato taxista sa dove fermarsi. Le insegne sono quelle di un negozio. Sì, siamo arrivati: ecco il teatro dei Moustache Brothers, i «Fratelli baffoni». In realtà, non è un vero e proprio teatro, ma una sorta di garage adibito a teatro. Non sarà un teatro, ma certamente è un luogo che colpisce appena si entra. Una struttura in legno, che si alza qualche centimetro sopra il pavimento, funge da palco. Attoo ad esso una ventina di sedie di plastica, a disposizione del pubblico. La parete dietro il palco è piena di splendide marionette di legno e di cartelli con frasi o singole parole – in inglese, francese, tedesco, italiano -, che fanno riferimento ai servizi segreti, al potere ed ai suoi «vizi»: Cia, Mossad, Guardia Civil, Most wanted, Moustache Brothers are under surveillance, e via dicendo. Un’altra parete è zeppa di manifesti, articoli di giornale, fotografie. La più grande ritrae Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace, che – come recita la didascalia – nel giugno 2002 visitò i Moustache Brothers. E nella foto accanto la stessa è immortalata con i tre artisti.  Mentre osserviamo le immagini, si avvicina per salutarci un uomo mingherlino, con baffoni bianchi, una maglietta gialla con la foto del gruppo, il tipico longyi (1) e le ciabatte infradito, che in Myanmar indossano tutti. Sprizza energia ed entusiasmo. Si chiama Lu Maw ed è uno dei tre «fratelli».
Il 4 gennaio 1996, giorno dell’anniversario dell’indipendenza birmana, i fratelli fecero uno spettacolo nel giardino di Aung San Suu Kyi, come ricorda lei stessa in un suo libro (Letters from Burma, 1995). Presero in giro anche la giunta e i suoi generali. Che non risero affatto. Due dei fratelli – Par Par Lay (2) e Lu Zaw – vennero arrestati e condannati a sette anni di lavori forzati. Uscirono nel 2002, con la proibizione di fare spettacoli in luoghi pubblici. Oggi i Moustache Brothers si esibiscono nella loro casa di Mandalay al cospetto di piccoli gruppi di stranieri.
L’esibizione inizia con Lu Maw che, inginocchiato sulla vecchia moquette del palco, parla a raffica (in inglese) dentro un vecchio microfono. Lo spettacolo, tipicamente birmano, è un insieme di danza, teatro, musica e satira, chiamato a-nyeint. Ad assistere alla rappresentazione ci sono una ventina di persone, tutte straniere.  Non tutto è comprensibile per degli occidentali, ma il loro racconto servirà per far conoscere l’attività di questa compagnia di artisti coraggiosi.

Dal teck al gas,
le grandi ricchezze del paese

Verso l’altopiano dello Shan.  Da Bagan per arrivare a Kalaw, cittadina di villeggiatura già ai tempi della dominazione inglese, si percorre una strada sconnessa e piena di buche. Il nostro autobus non incrocia auto, ma decine di grossi camion, carichi all’inverosimile di enormi tronchi. Sono tronchi di teck,  un albero dal legno pregiatissimo per la sua durezza, impermeabilità e bellezza.
La guida ci spiega che tutto il legno viene esportato verso la Cina, sempre più ingorda di materie prime. Se si proseguirà con questa velocità di disboscamento, le foreste pluviali del paese rischiano di estinguersi nel giro di pochi anni.
Ma non ci sono soltanto le foreste. il sottosuolo del paese è ricco di ogni genere di minerali. Negli ultimi anni si è poi scoperto che i giacimenti di gas della zona sud-occidentale  del Myanmar, nello stato Rakhin (Arakan), sono tra i più cospicui dell’area. Già rifoiscono la vicina India, la Cina e la Thailandia. Mentre sono in fase di progettazione oleodotti verso lo Yunnan cinese e verso l’India.
La giunta militare ha potuto rimanere al potere dal lontano 1962, perché ha saputo trovare importanti partners commerciali, Cina, Thailandia ed India sopra tutti, come abbiamo visto. In questo modo, ben difficilmente questi paesi sceglieranno di schierarsi contro i generali al potere.
È certo che la giunta militare e le lobby ad essa legate si sono arricchite enormemente alle spalle delle popolazioni birmane. Rispetto alle altre accuse non c’è invece certezza assoluta. Negli anni passati il regime è stato accusato di usare lavoro forzato (donne, bambini, anziani) nella costruzione di strade, oleodotti ed altre opere pubbliche. La giunta sostiene di aver abolito il lavoro forzato nel 1999, ma esistono segnalazioni di diverso avviso. Sarebbe coinvolta anche la Total, la multinazionale francese dell’energia, che da anni ha investito nello sfruttamento del giacimento gassifero di Yadana.
Altra accusa pesante nei confronti dei generali riguarda il loro coinvolgimento nel narcotraffico. Il Triangolo d’oro, territorio montagnoso dove si coltiva il papavero da oppio, rientra in buona parte nello stato birmano di Shan (dell’etnia shan, ma anche di quella wa, la più indiziata per il narcotraffico). Tuttavia, la giunta si vanta di aver risolto il problema, arrestando nel 1996 Khun Sa, conosciuto come il «re dell’oppio», che da allora si è ritirato a vita privata. Invero, la produzione continua. Secondo le Nazioni Unite (3), per la prima volta dopo anni, nel 2006 il Myanmar ha incrementato le proprie coltivazioni di papavero, divenendo – con il 5% – il secondo produttore mondiale di oppio dopo l’Afghanistan (90%).

Il volere del popolo
(secondo la giunta)

Yangon, settembre 2007.  Atterriamo a Yangon (Rangoon), la ex capitale del paese, verso sera. Sulla strada che conduce dall’aeroporto all’hotel, passiamo l’incrocio che porta ad University Avenue, dove al numero 54 vive – reclusa e guardata a vista – Aung San Suu Kyi.
In hotel girano voci di nuove proteste avvenute il 5  e il 6 settembre a Pakokku, cittadina non lontana da Bagan. Prendiamo il quotidiano della giunta per vedere se e come ha trattato l’argomento. The New Light of Myanmar ne parla. A suo modo, ovviamente. Dice che le stazioni televisive straniere hanno esagerato le notizie sulle proteste e che alle dimostrazioni hanno partecipato soltanto una o due persone ed una cinquantina di monaci. Dice che i monaci sono stati incitati da esponenti locali della Nld (Lega nazionale per la democrazia). Dice che la gente ha compreso l’atteggiamento del governo ed apprezzato la sua magnanimità nei confronti dei religiosi. 
Yangon sembra tranquilla. La gente affolla la grande pagoda di Shwedagon, i mercati, i marciapiedi del centro. E, nonostante tutto, non dimentica mai di mostrare il proprio sorriso.
È ormai tempo di ripartire. Mentre andiamo verso l’aeroporto, ad un incrocio ci imbattiamo in un gigantesco cartellone rosso che, in lingua inglese, pubblicizza il people’s desire, il volere del popolo. Secondo la giunta militare, i quattro desideri della gente birmana sarebbero i seguenti:  «opporsi a quanti prestano ascolto ad elementi estranei, fantocci che sobillano il popolo diffondendo opinioni disfattiste: opporsi a quanti tentano di compromettere la stabilità dello stato e il progresso della nazione; opporsi alle nazioni straniere che interferiscono negli affari interni dello stato; annientare ogni elemento nocivo, interno ed esterno, in quanto nostro comune nemico».
No, i popoli del Myanmar non meritano di vivere sotto un simile regime.  

Di Paolo Moiola

Paolo Moiola