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Oro giallo per oro nero

L’analisi economica

Crescono i rapporti tra Cina e Africa e cambiano gli equilibri mondiali. Punti di forza e di debolezza, opportunià e minacce alla base di questo connubio.

Il gigante asiatico non solo si sta sempre più affermando ed acquistando potere sui mercati occidentali, ma negli ultimi anni sta anche rivelando la crescente ampiezza e profondità degli interessi in Africa.

L’analisi Swot è una tecnica sviluppata negli anni ’60 – ’70 come supporto alla definizione di strategie aziendali in contesti caratterizzati da incertezza e forte competitività. Oggi l’uso di questa tecnica è stato esteso a molti altri settori. Attraverso tale tipo di analisi è possibile evidenziare i punti di forza (strenghts) e di debolezza (weaknesses), al fine di fare emergere le opportunità (opportunities) e le minacce (threats) legate a quella determinata analisi.  Tentiamo di seguito un’analisi dei rapporti Cina – Africa.

I punti di forza

È giusto partire dall’idea che questi due colossi abbiano forti interessi per creare un sistema di collaborazione. La Cina ha un’economia in costante crescita, è dotata di notevoli supporti tecnologici, ma ha una grave lacuna: la scarsità di risorse. L’Africa è, invece, un continente molto povero, con pesantissime condizioni di indebitamento, ma ricco di risorse minerarie e petrolifere. Ne deriva pertanto che l’economia cinese e quella africana sono particolarmente complementari, in quanto la Cina possiede la tecnologia, le capacità manageriali e i capitali di cui hanno bisogno i paesi africani, mentre l’Africa è dotata di risorse naturali, che interessano la Cina. I commerci tra la Cina e l’Africa sono notevolmente aumentati, anche grazie al fatto che Pechino ha stabilito sul continente africano undici centri di investimento e commercio. Il crescente impegno della Cina in Africa fa parte di una più ampia strategia commerciale che assegna un ruolo molto importante ai paesi in via di sviluppo: circa il 50% delle esportazioni cinesi giungono in Asia, America Latina e Africa e oltre il 60% delle sue importazioni provengono dalle stesse aree.
L’interazione commerciale tra Cina e Africa è inoltre rafforzata dalle loro relazioni politiche fondate, in alcuni casi, sulla comune opposizione all’influenza globale degli Stati Uniti. L’intervento di Washington in Iraq e l’inopportunità di altri aspetti intrusivi sono stati spesso oggetto di aspre critiche cino – africane.

I punti di debolezza

Una differenza fondamentale tra la Cina e l’Africa è che la prima è uno stato unitario e, nonostante le sue dimensioni eccezionali, tutte le sue province dipendono comunque dalle decisioni del governo centrale di Pechino. La seconda, invece, è un continente costituito da stati, spesso in conflitto tra di loro, ciascuno dotato di un proprio governo. Questo aspetto rappresenta un punto di debolezza da non sottovalutare a svantaggio dell’Africa. Il rischio è quindi legato alla possibilità che i paesi africani, con i quali la Cina ha stretto relazioni commerciali di maggiore rilievo, finiscano per favorire l’emergere di una relazione dominante – dominato.
Questo rischio di «colonialismo economico» non necessariamente andrà a colpire tutti gli stati africani che si trovano coinvolti nella relazione Cina – Africa, ma interesserà soprattutto quei paesi più poveri e maggiormente bisognosi di aiuti economici.
Il presidente sudafricano, Thabo Mbeki, ha ammonito che l’Africa deve evitare una «relazione coloniale» con Pechino.

Le opportunità

Mentre i paesi occidentali considerano molto rischioso investire in Africa per la debolezza e la corruzione dei governi e le frequenti guerre, la Cina vede in essa una grande opportunità.
La Cina è avida di materie prime, cerca mercati per le sue merci ed esporta anche forza lavoro.
Attualmente più di 700 compagnie cinesi operano in 48 stati africani. In cambio molti paesi del continente stanno ottenendo la cancellazione del debito estero nei confronti della Cina, e si vedono offrire supporti tecnologici e finanziamenti «senza condizioni». Lo stesso presidente della Banca europea di investimento, Philippe Maystadt, ha confermato che i paesi africani preferiscono le proposte di finanziamento cinesi, perché «loro non pongono fastidiose condizioni circa i diritti umani e sociali».
Nel corso degli ultimi dieci anni, Pechino ha stipulato oltre 30 accordi strutturali per la concessione di prestiti con più di venti paesi africani. Alcuni progetti finanziati da questi prestiti hanno avuto uno straordinario successo, come l’esplorazione di giacimenti petroliferi in Sudan, il rinnovamento della rete ferroviaria in Botswana, lo sviluppo dell’agricoltura in Guinea, la fabbrica di cemento in Zimbabwe.

Le minacce

Alla Cina non interessa la stabilità finanziaria di questi paesi. Ma questo rischia di alimentare una pessima gestione finanziaria dello stato e di riprodurre i meccanismi di corruzione e di indebitamento da cui molti governi africani stanno emergendo.
Adama Gaye, giornalista senegalese esperto di questioni asiatiche, ha recentemente dichiarato in un’intervista a Radio France Inteational: «L’intervento della Cina in Africa sta distruggendo i passi in avanti della democrazia. Questo perché stabilisce nuove norme che degradano il sistema, ripristina la centralità dello stato e porta a una progressiva marginalizzazione delle forze democratiche che stavano sorgendo».
Pertanto questo connubio tra Cina e Africa non solo fornisce delle opportunità, ma crea molte minacce per l’Africa e innesca tensioni a livello mondiale. Le opinioni al riguardo sono diverse: da una parte i paesi africani non rinunciano alla collaborazione con Pechino, dall’altra devono ancora capire se questa sia una benedizione o una minaccia per loro.
Intanto Amnesty Inteational non ferma le accuse rivolte alla Cina che vende armi al Sudan per massacrare la popolazione, uniformi per l’esercito del Mozambico e fornisce elicotteri a Mali e Angola. Un ministro del Gabon (paese ricco di petrolio, minerali e foreste) dice che occorrono leggi per proteggere l’ambiente dallo sfruttamento delle risorse e critica le ditte estere (includendo la Cina) che portano dai loro paesi persino i materiali da costruzione, invece di favorie la produzione locale.
E ancora, la Namibia, per favorire gli investimenti cinesi, ha spesso esentato le compagnie cinesi dal rispetto dei minimi salariali e delle leggi a tutela dei lavoratori. La namibiana società nazionale per i diritti umani ha denunciato che i lavoratori sono sfruttati in condizioni di quasi schiavitù e che le importazioni dei prodotti cinesi a basso costo danneggiano l’economia locale. Se è vero che l’Africa ha assolutamente bisogno di alleati commerciali e sostenitori, è altrettanto vero che tali aiuti non possono non avvenire nel rispetto dei diritti umani.

Questi sono solo alcuni esempi per far capire come in realtà queste relazioni tra Cina e Africa sono fonte di numerose perplessità. Dietro all’invitante facciata di un solidale aiuto tra paesi in via di sviluppo, in realtà si cela una frenetica corsa all’oro da parte della Cina.
È giusto però concludere che, visto le numerose e aspre critiche a livello internazionale, la Cina ultimamente sembra prendere più sul serio queste accuse. Ha approvato l’invio di una più numerosa forza di pace Onu in Darfur, offrendo pure 10 milioni di aiuti umanitari e annunciando l’invio di 275 ingegneri militari nella zona.

Di Francesca Bongiovanni

Francesca Bongiovanni