DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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Il mistero di un diario

La «nyumba ya kagita», una storia dalla terre dei Meru

Dalle pagine di diario di un vecchio missionario emergono antichi riti di un’Africa che fu. La curiosità e l’interesse di un confratello che, anni dopo, vuole sapee di più del mistero che essi nascondono.

Se si «ficca» il naso nei diari antichi delle missioni – specialmente africane – si può facilmente far rivivere pagine piene di storie e di misteri. A volte ci si può imbattere in racconti utili a lasciare ai posteri almeno una traccia del passato, elementi da mettere in un archivio e conservare gelosamente, come qualcosa di prezioso. A volte, però,  si tratta di veri e propri «misteri», che necessitano di qualche sforzo e molta buona volontà per essere interpretati.
Eccovi una pagina, o meglio quattro righe, del diario di Amung’enti, una missione del Kenya nell’incipiente vicariato di Nyeri, diventato poi in parte diocesi di Meru. Data del documento: 27 ottobre 1920.
«Il funzionario governativo, Mr. Gillbill, dietro mia informazione, mandava a monte la nyumba ya kaita di tutto l’Egembe, radunava tutti i tamburi (di cui mi diede licenza di scegliee alcuni). Di più: chiamò a se tutti gli avvelenatori facendo loro una buona ramanzina».
A scrivere queste precise righe in tale scao e semi-misterioso stile, fu probabilmente il padre Bodino, uno dei primi missionari mandati in Kenya ancora dal beato Giuseppe Allamano, fondatore dei missionari e  missionarie della Consolata. Padre Bodino operò in questa missione che a quel tempo aveva nome Egembe (trasformato poi in Amung’enti), fin dal 1918. La missione aveva appena cinque anni di vita, essendo stata fondata il 1° dicembre 1913.
Sprofondato in una vecchia poltrona, in attesa che il fido Michael arrivasse con la cena, lessi e rilessi quelle righe. Che cosa significavano? Nyumba ya kaita poteva essere tradotto in «capanna della… kaita». Forse bisognava riscrivere la parola nel più moderno kagita? I tamburi dovevano essere davvero i vecchi tamburi costruiti con un tronco d’albero ed una pelle di vacca, visto che il padre aveva ricevuto il permesso di tenersi qualche esemplare. E la ramanzina agli avvelenatori?
Michael arrivò in quel momento con il suo portavivande e la zuppiera fumante.
«Michael cos’è la nyumba ya kagita?» – chiesi quasi innocentemente al giovanotto.
Ci mancò poco che zuppiera e tutto l’armamentario del vassoio se ne andassero per aria. Michael si era fermato di botto facendo un grosso sussulto, una specie di singulto alla maniera africana per dimostrare sorpresa e spavento.
«È solo perché volevo capire cosa c’è scritto in questo vecchio quaderno!» – lo rassicurai.
Michael tirò un sospiro di sollievo.
«Credevo che ci fosse di nuovo in ballo qualche faccenda da parte degli anziani. Sai… queste cose del tempo antico sono poco conosciute da noi. E quando si sente parlare della kagita non si può fare a meno di guardarsi intorno per scoprire chi potrebbe essere il capro espiatorio a fae le spese. Solo gli anziani possono oggi conoscere la verità completa. Forse il maestro Battista ti potrebbe aiutare…».
E così Michael se la cavò, stuzzicando però maggiormente la mia curiosità.
La capanna del maestro Battista era situata a non più di dieci minuti dalla missione. Battista era un maestro di scuola elementare, pochi anni più vecchio di me. La sua scheda anagrafica rivelava però un «pedigree» molto importante: era uno dei figli di un grande anziano, di quegli anziani che nella regione del Meru detta Egembe costituivano l’ultimo scalino della nobiltà, aventi potere sia nelle cose buone… come in quelle assai meno nobili, nelle quali ogni tanto si trovavano implicati.
«Allora, bwana Battista, mi dici qualcosa della nyumba ya kagita?» – gli domandai dopo aver sorbito un tè con lui e la moglie.
Battista, per tutta risposta, mi prese per un braccio e mi invitò fuori, per farmi vedere qualcosa di importante e, forse, per distrarre l’attenzione della moglie sui nostri discorsi.
«Vedi, padre, lassù su quella collina di fronte a noi? Bene, quella capanna diroccata è l’ultima capanna della kagita del nostro Egembe. Bada bene di non andare a toccarla. È tabù, tutti lo sanno e se ne stanno alla larga. Le prossime piogge, forse, laveranno tutto quanto e non ci sarà più alcun ricordo. Il tempo e le termiti avranno compiuto il loro lavoro».
Quello che segue ora è il resoconto di quanto il maestro Battista mi raccontò e che io mi son permesso di mescolare con quanto un nostro famoso missionario scrittore, il padre Ottavio Sestero, mi narrò nel 1964 nella missione di Tigania. Padre Sestero era conosciuto prevalentemente per i suoi scritti «avventurosi» e a volte burloni, ma quanto aveva scritto su usi e costumi della gente che ormai conosceva da anni, solleticava la mia curiosità.
Avevo fra le mani, fresco fresco di stampa, uno dei suoi ultimi romanzi missionari, «Il sacrificio del settimo anno». Anche in quel racconto veniva descritta la nyumba ya kagita.
Alla mia domanda un po’ insolente circa la veridicità di quello che lui aveva descritto, p. Sestero, dopo una lunga boccata dalla sua inseparabile pipa, mi disse: «Vede! Certe cose non si possono inventare. Ci vorrebbe troppa fantasia. Basta aver occhi per vedere e orecchie per sentire. Gli ingredienti ci son già tutti, basta cucinarli e fae una buona zuppa! Se lo desidera, posso anche accompagnarla a vedere i luoghi descritti in quel romanzetto. Non dobbiamo farci vedere poiché queste cose continuano a turbare la fantasia di queste nuove generazioni e con i nostri giovani è meglio chiudere il capitolo… o, al massimo, servircene per riempire le pagine delle nostre “avventure missionarie”».
Andammo un po’ di nascosto a visitare quei luoghi ed oggi, mentre scrivo, ritorno con la mia fantasia a rivederli: too a rivedere la capanna della kagita, gli antri della montagna in cui i futuri candidati alla circoncisione dovevano nascondersi, gli anziani njori vestiti nei loro caratteristici paludamenti, con la ncea (la corona dell’anziano), il meu (lo scopino scacciamosche), il bastone, lo sgabello a tre gambe significato della loro autorità, il manto di pelle di bue, il copricapo solenne fatto con la pelle della scimmia guereza, dalla coda bianco nera. E poi le zucche, le grandi e piccole zucche contenenti il vino di canna da zucchero e le zucchette del tabacco. Quanti grandi «ahh!» di soddisfazione si potevano ascoltare dopo le solenni bevute e i poderosi stauti che seguivano le abbondanti prese di tabacco…!
Battista prese a raccontare.
«La kagita era una grande capanna che fungeva da tribunale. Doveva essere costruita isolata, in una verde radura. Nessun boschetto, cespuglio e coltivazione poteva trovarsi nelle immediate vicinanze, affinché nessuno si accostasse ad origliare durante le sedute dei componenti del tribunale. Chi veniva scoperto su quello spiazzo rischiava quanto meno una feroce bastonatura. Il segreto era ciò che rendeva unito, forte e temuto il «consiglio degli anziani» che nella kagita si riuniva. Un membro che ne avesse svelato le decisioni importanti era condannato lui stesso a morte.
La kagita era il culmine di una piramide formata da una società detta njori, alla quale dovevano appartenere praticamente tutti gli uomini adulti poiché era una condizione indispensabile per fruire dei diritti della tribù.
Questi njori formavano il primo gradino, o base, di questa piramide. Un secondo gradino era formato dagli njori ncheke (letteralmente: njori ristretti o “magri”, nel senso che questo gruppo aveva un numero minore di appartenenti).
Il terzo gradino a cui si poteva accedere era quello finale degli njori-mpingiri (o “chiusi”, cioè una classe superiore, esclusa a chi, nella società, non avesse un grado elevato): questi ultimi costituivano il tribunale tradizionale della zona.
Sopra tutti quanti c’era la kagita, l’autorità suprema nel territorio.
Mio padre, ad esempio, era uno njori-mpingiri e uno dei pochissimi che appartennero nel passato alla kagita dell’Egembe. Se io ti dico queste cose è perché lui stesso me le ha confidate, quando sperava di fare anche di me un suo successore. Io, però, avevo ormai scelto di diventare maestro e cristiano».
Battista prese fiato e si accinse a continuare il suo racconto che, alle mie orecchie, stava diventando sempre più interessante.
«Le autorità inglesi hanno osteggiato la kagita pur avendone ricevuto a volte benefici molto utili alla loro politica di governo. In quella capanna diroccata che vedi lassù son successe tante cose… non tutte belle, per la verità».
Battista continuò, abbassando quasi istintivamente il tono della voce. «Mio padre un giorno mi raccontò che ricevette il messaggio segreto per un urgente raduno della kagita. Occorreva sistemare una grave questione intea alla comunità, senza che il governo inglese ne venisse a conoscenza. Un giovane della nostra tribù  nella regione dell’Egembe  ne aveva combinata una davvero troppo grossa. Secondo le nostre leggi tradizionali, la pena per certi delitti era quella capitale. Ma l’indiziato, secondo la tradizione doveva comparire di persona davanti a tutti i membri della kagita.
Bisogna dire che, in queste occasioni, le nostre donne si prodigavano nel rendere la capanna più accogliente possibile. Nel centro, in un incavo del terreno, trovava posto una grande zucca alla quale era stata tagliata la parte superiore, quasi fosse una grossa pentola. Le donne si incaricavano di portare anche un buon quantitativo di vino di canna da zucchero.
In quell’occasione i preparativi seguirono la solita procedura. Da tutti i clan arrivarono gli njori-mpingiri aventi diritto di partecipazione alla kagita».
«Mio padre – proseguì Battista – mi raccontò di come ciascun convenuto dovette sottoporsi al rito della “maschera dello njori” e, cioè, essere dipinto in faccia con ocra e burro, con i precisi disegni ricevuti quando furono eletti njori. Ognuno con il proprio sgabello a tre gambe, i manti tradizionali, il copricapo tradizionale, lo scopino-scacciamosche e il bastone del grande anziano, tutti presero posto intorno alla grande capanna, seduti sullo scranno dell’autorità.
Il mogà (stregone) stava già armeggiando attorno alla grande zucca. Sul suo fondo già aveva versato un liquido che lui stesso aveva ricavato dalla scorza di una pianta della foresta a lui conosciuta. Ora restava il compito delicatissimo di versare su questo liquido, il vino portato dalle donne. Occorreva una mano fermissima e tanta pazienza in modo da impedire che i due liquidi si mescolassero: il vino, più alcornolico, avrebbe galleggiato e coperto tutto. Un giovane seminudo e legato, intanto, venne fatto sedere non distante dalla zucca».
Battista continuò il suo racconto: «Il primo in dignità tra gli njori-mpingiri si alzò in piedi e proclamò solenne: “Sono del clan delle pietre; il mio popolo, che io qui rappresento, è innocente dell’accusa del delitto che dobbiamo giudicare. Ora bevo alla mia e vostra salute e di quelli del mio clan“. E così dicendo, con fare solenne ma attentissimo a non muovere il vino della zucca, prese con una mezza zucchetta, fungente da mestolo, un buon sorso della bevanda e la bevve d’un fiato, concludendo con un gran schiocco della lingua.  “Ho parlato”.  L’assemblea approvò:  “Ne bwega (va bene)”.  E l’anziano si sedette».
«Dopo di lui, in un silenzio di tomba, si alzò il secondo rappresentante.  “Io, njori-mpingiri del clan dell’acqua nera, dimostro che anch’io ed i miei sudditi siamo innocenti!”.  Stessa manovra, stessa somma attenzione nell’intingere ed alla fine la solenne approvazione dell’assemblea:  “Ne bwega”, va bene». Così, con calma, passarono tutti gli njori della kagita. Poi si fece avanti il mogà (stregone); rivolgendosi all’imputato gli disse: “Ora tocca a te, che sei stato portato qui a provare se anche tu sei innocente”. Con fare lesto immerse fino in fondo il piccolo mestolo e lo porse alle labbra dell’indiziato invitandolo a bere, operazione alla quale il giovane non poteva sottrarsi: dovette anch’egli bere dalla zucchetta che il mogà gli porgeva. Nel silenzio che seguì, cominciò dopo pochi minuti a sentirsi un sibilo come di persona che stesse per soffocare. Il condannato prese a un tratto a contorcersi come per liberarsi dai legami che lo tenevano prigioniero. Il veleno non gli aveva dato scampo. Fu questione di pochi minuti ed il “reo” giaceva stecchito sul pavimento. “La kagita ha giudicato e la verità ha colpito!”.
Su invito dello stregone, uno degli njori meno attempato si alzò e andò ad aprire un buco nella parete della capanna, proprio opposto all’entrata; un buco appena sufficiente per farci passare un corpo umano. Spinto con un bastone (nessuno avrebbe potuto toccare un morto neppure coi piedi) il giustiziato venne fatto passare attraverso quella feritornia e poi l’apertura fu chiusa con sterpi ed un po’ di fanghiglia. Il rituale era concluso».
Battista smise di raccontare e mi guardò, come per dirmi: «Così si usava fare. Era la tradizione che imponeva queste cose…».
E concluse: «Padre, io son grato al tuo predecessore, quello del tuo vecchio libro, perché è riuscito a mettere fine per sempre a queste cose del nostro passato».
La sera era ormai scesa ed in meno di dieci minuti sarebbe stato buio.
Guardai ancora una volta i resti di quella capanna e pensai a quelle quattro righe del vecchio diario. Piccolo mistero, che ora, non è più mistero né per me né per voi. 

Di Giuseppe Quattrocchio

Giuseppe Quattrocchio