Scuole cattoliche: laboratori di cittadinanza

L’impegno educativo a servizio del paese

Non meri centri di tolleranza, ma di convivialità. Il ruolo delle scuole cattoliche nella creazione di un autentico senso di cittadinanza, capace di integrare culture e religioni diverse.

Le linee guida sono tutte un programma. Non solo pedagogico: «Educhiamo il cittadino per costruire il Libano». In tutte le scuole cattoliche del paese è stato questo slogan che ha fatto da filo conduttore per tutto l’anno scolastico 2006-2007.
I bambini della scuola Mar Behnam, delle suore domenicane della Presentazione, si sono ispirati per fae cartelloni e disegni, appesi alle pareti delle aule. Mentre i più piccoli, quelli della matea, cantano una canzoncina vagamente patriottica. Anche al Mont La Salle, una delle più grandi e prestigiose scuole cattoliche del Libano (2.200 studenti e molte attività educative e ricreative collaterali), il motto campeggia un po’ ovunque.
Visto da fuori, sembrerebbe scontato che, essendo in Libano, uno si debba sentire cittadino libanese. Ma nella complessità di questa terra, dove l’identità si costruisce su molti fattori (culturali, religiosi, politici, status sociale…), essere libanese può voler dire molte cose: rinchiudersi nella propria appartenenza comunitaria o assecondare l’indole indomita dell’emigrante.
«Le scuole cattoliche – spiega il responsabile del segretariato della chiesa maronita, padre Marwan Tabet – stanno dando un importante contributo alla creazione di un autentico senso di cittadinanza e allo sviluppo del paese. Quella che proponiamo è una pedagogia che vuole creare una cittadinanza capace di integrare culture e religioni diverse. Non puntiamo solo sulla formazione del cristiano, ma su quella del cittadino. La componente cristiana, semmai, conferisce il profilo pedagogico e culturale di riferimento».

È un impegno, questo, apparso prioritario, addirittura fondamentale, dopo la fine della guerra civile, che ha lasciato strascichi di odi e divisioni. Ma continua ad avere senso anche oggi, nel contesto politico e sociale attuale, fortemente condizionato dalla volontà di molti – dentro e fuori il paese – di dividere il popolo per meglio controllarlo e manipolarlo, anziché creare un vero spirito nazionale.
E allora l’insegnamento cattolico, che vanta una lunga tradizione e una diffusione capillare in tutto il paese, si è assunto questo compito. Che è anche una sfida cruciale per il futuro del Libano. Oggi le scuole cattoliche sono 365, per un totale di circa 200 mila studenti e 12.800 insegnanti. Complessivamente rappresentano il 25 per cento dell’insegnamento nazionale.
«L’istruzione – spiega padre Tabet – è un settore molto importante per la chiesa. Perciò si sta facendo uno sforzo molto grande perché sia mantenuto. A questo scopo cerchiamo di dialogare e cornoperare sia con il governo che con altre istituzioni scolastiche private. Anche se non è sempre facile».
Le sovvenzioni governative, solo per fare un esempio, sono in ritardo di circa tre anni e tocca al patriarcato maronita coprire il periodo scoperto. A livello di ministero dell’Istruzione, poi, da dieci anni il ministro è un musulmano sunnita e la Commissione episcopale per l’istruzione ha dovuto fare pressioni per molto tempo affinché nominassero un direttore maronita, in carica solo dallo scorso marzo.
«Non chiediamo privilegi – aggiunge padre Tabet -, ma semplicemente il riconoscimento di un lavoro prezioso che svolgiamo in tutto il paese con studenti di tutte le confessioni religiose».
Specialmente nel sud, infatti, e nella valle della Bekaa, al confine con la Siria, la percentuale degli studenti musulmani tocca punte del 90%. «In una scuola gestita dalle suore Antoniane – porta ad esempio padre Tabet – il 95% delle studentesse sono figlie di militanti di Hezbollah!».
«Proprio questa è una delle missioni della chiesa del Libano – precisa -: mantenere questa apertura e questo spirito di convivialità. Le nostre scuole non sono meri centri di tolleranza, ma appunto di convivialità. Di testimonianza dell’amore di Cristo nel rispetto delle differenze».
D urante la guerra civile, molti ricordano che alcune scuole cattoliche sono state difese da musulmani, perché ne riconoscevano il valore dell’insegnamento. «Chi ci conosce ci apprezza – continua il direttore -. Ma a volte il problema di fondo è proprio la mancanza di conoscenza. Per questo abbiamo promosso alcune iniziative volte a superare i pregiudizi e a promuovere l’incontro e la collaborazione».
Una di queste è stata la realizzazione di un libro che riporta tutte le feste cristiane e musulmane, distribuito a circa 500 mila studenti. Un lavoro durato due anni. Oggi, durante le feste degli uni e degli altri, tutti gli alunni ne leggono insieme il significato.
«Abbiamo inoltre creato una “Amical” degli ex allievi delle scuole cattoliche, in cui sono presenti sia cristiani sia musulmani che hanno studiato insieme. Infine – conclude padre Tabet – due anni fa abbiamo dato vita all’Unione delle istituzioni educative private, che comprende cattolici, protestanti, ortodossi, sunniti, sciiti e drusi. E che rappresenta l’85% dell’insegnamento in Libano». Anche questo è stato un passo molto importante per aprire un tavolo di discussione, confronto e condivisione di un impegno educativo che, in fondo, è una priorità per tutti.

«In questo momento – commenta monsignor Bruno Stenco, direttore dell’Ufficio nazionale per l’educazione, la scuola e l’università della Cei, presente in Libano per studiare modalità di cooperazione tra la chiesa italiana e quella libanese in campo educativo – è una sfida mantenere un’offerta formativa in tutto il paese e specialmente nel sud, dove anche i musulmani sono presenti nelle classi. Significa concepire una scuola autenticamente al servizio del paese, che si impegna a costruire una cittadinanza condivisa. L’insegnamento cattolico libanese ci pare un elemento fondamentale per la costruzione del Libano di oggi e del futuro. Per questo vorremmo impegnarci come chiesa italiana per promuovere occasioni di scambio e solidarietà, specialmente in questo ambito».
Mons. Stenco rimarca anche l’attenzione delle scuole cattoliche locali per le famiglie meno abbienti, gli orfani e i disabili. Per tutti coloro, insomma, che non possono permettersi di pagare le rette scolastiche, ma ai quali viene comunque garantito il diritto all’istruzione.
«Questo – riflette – è un ambito in cui potremmo promuovere azioni di solidarietà. Complessivamente, però, vorremmo innanzitutto creare occasioni di conoscenza, confronto e collaborazione reciproca. Anche la scuola cattolica italiana ha da imparare da quella libanese. Soprattutto in termini di accoglienza, rispetto delle differenze, apertura a tutti, anche ai non cattolici. La scuola cattolica italiana potrebbe trarre elementi di stimolo per elaborare proposte non solo per se stessa, ma per il sistema scolastico nel suo complesso».

Di Anna Pozzi

Anna Pozzi




Cristiani e musulmani: la sfida del dialogo

Faccia a faccia con due leader islamici

Uno è sunnita, l’altro sciita: entrambi sono particolarmente rappresentativi delle loro comunità. E sorprendentemente molto vicini su alcuni temi cruciali dell’incontro islamo-cristiano.

All’ingresso del suo ufficio, appesa al muro, è incoiciata la sura del Corano dell’Al-mâ’ida (La tavola imbandita, 82): «Troverai che i più affini a coloro che credono sono quelli che dicono: “In verità siamo cristiani”, perché tra loro ci sono uomini dediti allo studio e monaci che non hanno alcuna superbia». Ci tiene a mostrarlo subito quel quadro, il professor Mohammed Sammak, così come la foto che lo ritrae con Giovanni Paolo ii in Vaticano. Poco distante, invece, c’è quella con l’ex primo ministro Rafic Hariri, assassinato il 14 febbraio 2006.
Il professor Sammak era suo consigliere, così come lo è attualmente del figlio Saad. Ma è anche consigliere politico del gran mufti del Libano. Sino a poco tempo fa, ha insegnato presso l’università dei gesuiti Saint Joseph di Beirut, oltre che negli Stati Uniti. Musulmano sunnita, autenticamente libanese e al tempo stesso cosmopolita, Mohammed Sammak è oggi, anzitutto, un uomo del dialogo. A molti livelli. Anche sul piano interreligioso.
È, infatti, segretario generale del Comitato nazionale per il dialogo islamo-cristiano e segretario del Gruppo arabo per il dialogo arabo-cristiano. Ha preso parte più volte agli incontri «Uomini e religioni», organizzati dalla Comunità di Sant’Egidio e, nel 1995, ha partecipato, in rappresentanza della comunità sunnita, al Sinodo speciale per il Libano, convocato in Vaticano da Giovanni Paolo ii.
Sammak ha una grande ammirazione per papa Woityla e lo cita volentieri. A cominciare, lui pure, dalla celebre metafora del «paese-messaggio».

INVENTARE LA SPERANZA
«Questa terra – spiega – è in sé un esempio di tolleranza e coesistenza tra cristiani e musulmani. Non potrebbe essere altrimenti. La libertà, intesa anche come libertà religiosa, e il pluralismo sono una condizione necessaria, perché altrimenti il Libano non potrebbe esistere. I problemi nascono quando si mischiano religione e politica e si fa un uso strumentale della religione per altri fini. Ma il messaggio resta. Ed è un messaggio positivo, incoraggiante, sia a livello di principio che nella prassi. Un messaggio che vale non solo per il nostro paese, ma per tutta la regione».
La storia del Libano, tiene a precisare il professore, è una storia di conflitti che hanno interessato tutto il Medio Oriente. Ma è anche la storia di un paese dove, diversamente da tutti gli altri della regione, sono garantite la libertà di espressione e di religione, il livello di scolarizzazione è molto alto e i diritti umani, in generale, e quelli delle donne, in particolare, sono sostanzialmente salvaguardati.
La guerra civile e le aggressioni estee hanno più volte messo in difficoltà questo sistema complesso e fragile, senza peraltro riuscire a scardinarlo completamente. «Nelle crisi libanesi – avverte Sammak – non c’entrano cristianesimo e islam. Personalmente sono convinto che la religione vada usata per risolvere i problemi, non per crearli. È quello che cerchiamo di far capire alla gente. Dobbiamo imparare a prenderci cura l’uno dell’altro e a far sì che si rispettino le differenze. Soprattutto dobbiamo imparare, sempre di nuovo, a inventare la speranza».

PARTIRE DA CIÒ CHE UNISCE
Il professore evoca la responsabilità di ciascuno nel giocare la propria parte fino in fondo. Sia in campo musulmano che cristiano. Ma, in prima istanza, è necessario promuovere la conoscenza reciproca e individuare i livelli su cui è possibile instaurare un dialogo.
«Se partiamo dalla teologia – avverte – forse non andremo molto lontano. Dobbiamo partire da ciò che ci unisce e creare le condizioni affinché, in un contesto di rispetto reciproco e pluralismo, cristiani e musulmani possano innanzitutto vivere insieme, avere buone relazioni di vicinanza e di solidarietà. Questo è fondamentale anche per il futuro del Libano come nazione. E può essere d’esempio per una migliore conoscenza e comprensione tra musulmani e cristiani a livello internazionale».
La visione del professor Sammak potrebbe apparire alquanto ambiziosa, al limite dell’utopia. In fondo – si potrebbe pensare – il Libano non è che un piccolo paese, 4 milioni di abitanti, divisi al loro interno e spesso istigati alla divisione e «calpestati» dai vicini. Ma forse, proprio nella sua fragilità, il popolo libanese trova un punto di forza. Dialogare è la prima condizione per esistere.
«Il dialogo è un sogno e una sfida. Bisogna crederci perché si realizzi. E bisogna praticarlo a cominciare dalla vita quotidiana, dove le diversità non devono necessariamente tradursi in ostilità. Lo sforzo da fare è quello di mettersi dalla parte dell’altro, cercare di capire il suo punto di vista. E non ridurre tutto alla religione. Il dialogo mette in gioco molti aspetti: implica un confronto tra culture, opinioni, mentalità, visioni politiche, retaggi storici… Senza voler imporre una verità. Per questo, il dialogo può assumere diverse forme. È, innanzitutto, dialogo della vita, in cui ci si riconosce e ci si prende cura reciprocamente. È dialogo dell’azione e della solidarietà, soprattutto in ambito sociale ed educativo. È anche dialogo teologico, che deve però tenere come punto fermo il rispetto di chi, pur appartenendo a un’altra religione, può adorare Dio, lo stesso Dio, in modo diverso.

DIVERSITÀ: RICCHEZZA DEL LIBANO
«Questa è l’epoca del dialogo della vita. Tra persone, tra esseri umani che abitano nello stesso mondo e affrontano le stesse sfide». È quasi sorprendente ritrovare parole analoghe in ambito sciita. Eppure, Ibrahim Shamseddine non si discosta di molto dal punto di vista del professor Sammak.
Anche se proviene da tutt’altro orizzonte: figlio di Mohammed Mehdi Shamseddine, leader spirituale dei musulmani sciiti del Libano, deceduto nel gennaio 2001, Ibrahim sta seguendo le orme del padre, almeno per quanto riguarda la promozione di una pacifica convivenza fra cristiani e musulmani.
Presidente del Centro culturale e sociale islamico di Beirut, ci accoglie nel suo studio, che dà sul cortile di una grande moschea. L’abbigliamento è occidentale, ma i modi sono propri di un leader sciita. E ci tiene a sottolinearlo. Come a dire, l’apparenza è una cosa, la sostanza è un’altra. Così come tiene a mettere subito in chiaro che «gli sciiti del Libano non sono Hezbollah, né tanto meno il contrario. A volte si è accecati e non si vedono le differenze. Gli sciiti non sono mai stati e non potranno mai essere – proprio in quanto sciiti – un partito politico. Non si può ridurre la comunità sciita a Hezbollah. Ho la responsabilità e la legittimità, in quanto figlio di Mohammed Mehdi Shamseddine, di dirlo. La mia opinione è rispettata, ma non necessariamente accettata».
Insomma, politica e religione non sono esattamente la stessa cosa, anzi. Eppure, deve ammetterlo, nel contesto libanese le due cose spesso si mischiano pericolosamente. E allora, il dialogo diventa talvolta arduo. Non solo tra cristiani e musulmani, ma all’interno della stessa comunità religiosa.
«Il nostro sistema politico – sostiene Shamseddine – tiene conto del pluralismo culturale e religioso del paese. Il Libano, tuttavia, non dovrebbe essere uno stato spartito tra le religioni, ma uno stato che si prende cura delle diverse comunità. Purtroppo, però, le comunità religiose hanno spesso cercato di conquistare il potere. E quando lo stato diventa debole, tutti perdono. Potenzialmente la più grande ricchezza del Libano è la sua diversità. Ma abbiamo bisogno di vivere in pace e di essere lasciati in pace per sviluppare le nostre reali potenzialità». Il riferimento, ancora una volta, è soprattutto a Hezbollah, il «Partito di Dio», inconcepibile nell’islam, secondo Shamseddine, oltre che già di per sé escludente. Ma è anche ai paesi vicini, che «usano» Hezbollah – e non solo – per i loro giochi di potere.
«La religione può essere uno strumento molto efficace per affascinare le persone e per controllarle – ammonisce -. È quello che fanno i politici e i potenti. Ma le persone sagge dovrebbero piuttosto dedicarsi a informare e formare la gente correttamente. Io dico: “Dio ti ha creato libero: perché mi ritorni schiavo?”».
È una chiara denuncia dell’oppressione attraverso la religione, quella di Shamseddine. Che tuttavia mette in guardia anche sul confondere e mischiare le cose. Soprattutto quando si tratta di dialogo interreligioso.
«Il dialogo non è convertire, ma accettare le differenze. Io, come musulmano, non potrò mai credere in alcune verità del cristianesimo. Viceversa, non ho bisogno che i cristiani credano nelle verità dell’islam. Ma ho bisogno di vivere e cornoperare con loro. Le nostre diversità non significano che non possiamo lavorare insieme, essere amici e buoni vicini, condividere gesti di solidarietà. Quello che dovremmo fare è affrontare insieme alcuni fenomeni di quest’epoca e provare a trovare delle soluzioni ai problemi reali della gente».

SFIDE DA AFFRONTARE INSIEME
La cooperazione tra islam e cristianesimo può diventare così non solo uno spazio di mutua conoscenza e comprensione, ma anche un’occasione per affrontare alcune sfide globali di questi tempi. Shamseddine ne cita due come cruciali: la difesa della famiglia e la bioetica.
«Viviamo sui due argini dello stesso fiume – è la metafora che usa -. Non si può immaginare un fiume senza entrambe le rive. Per questo dobbiamo sforzarci di costruire un ponte che le unisca. Per me, come musulmano, sarebbe triste perdere il mio fratello cristiano che sta dall’altra parte. Per questo il dialogo è una via di vita e per la vita. Ed è per questo che la religione non può e non deve diventare fonte di guerre».

Di Anna Pozzi

Anna Pozzi




Imperativo convivenza

Un «paese-messaggio» di libertà e tolleranza. Molto fragili.

È un auspicio, ma anche una necessità in un paese dove convivono 18 confessioni religiose differenti. Ma dove i cristiani si sentono sempre più minacciati ed emigrano.

Nicole è una giovane donna greco-ortodossa, mentre suo marito e suo figlio sono cattolici-maroniti. Zainab è musulmana sciita, ma è molto vicina al movimento del Focolare. Nada, invece, è armeno-cattolica ed è l’assistente del sacerdote maronita che dirige le Pontificie opere missionarie libanesi.
Al santuario mariano di Harissa, in mezzo a una folla festante di giovani cristiani, alcune donne musulmane accendono un cero alla Vergine…
Sono solo alcune immagini, molto quotidiane e comuni, di un Paese dove la convivenza tra differenze è più che un dato di fatto. È una necessità. Imposta dai numeri e dalla storia.
In questa terra minuscola, 10 mila chilometri quadrati (quanto la Basilicata), abitata da poco meno di 4 milioni di persone, convivono 18 confessioni religiose: 12 cristiane e 6 musulmane. Più, un tempo, la comunità ebraica.

DIALOGARE
Oggi il Libano è un paese che vanta di essere un «messaggio», come lo aveva definito Giovanni Paolo ii durante la sua visita nel 1997. Molti lo ripetono ancora oggi con orgoglio, quasi fosse uno slogan. Un messaggio per il Medio Oriente e per il mondo intero. Perché il Libano è – e potrebbe esserlo molto di più – terra di libertà, apertura, tolleranza. Un paese del dialogo e della convivenza tra comunità e religioni, in un contesto regionale e mondiale dove prevalgono le incomprensioni, le chiusure e gli scontri.
Ma, allo stesso tempo, le molteplici divisioni e rivalità intestine, tra cristiani e musulmani, tra le diverse confessioni cristiane e all’interno delle stesse comunità, rischiano di far implodere il paese. La commistione tra religione e politica certo non aiuta.
«Il Libano sta vivendo un momento molto critico», ha dichiarato con grande apprensione il cardinale Nasrallah Sfeir, patriarca della chiesa maronita. Massima autorità religiosa cristiana del paese, uomo autorevole e grandemente rispettato, continua con energica determinazione, nonostante i suoi 87 anni, a lottare per un Libano unito, libero e in pace. «Ci sono molte domande aperte che riguardano il futuro politico di questo paese e quello delle comunità cristiane. Occorre ritrovare la capacità di dialogare per ridare un soffio di speranza al Libano».
È un tema ricorrente negli interventi molto assidui del cardinale: ritrovare l’unità, superare le divisioni, rigettare il «fanatismo, il fondamentalismo e la violenza». E poi, «aiutare i cittadini a rimanere nel loro paese, malgrado le difficoltà economiche e politiche. La presenza cristiana è minacciata, a causa della divisione che regna dentro la comunità.

CONTENERE L’EMORRAGIA
«Ma il Libano senza cristiani non sarà più il Libano». È questo un altro dei ritoelli che ricorre ovunque nel paese. Tra i religiosi come tra i giovani, alla Caritas come tra gli intellettuali cristiani. L’instabilità politica, la difficoltà di trovare un lavoro, la paura di una nuova guerra spingono molti – soprattutto giovani e soprattutto cristiani – a lasciare il paese.
Anche il patriarca armeno-cattolico, Nerses Bedros iv, non può non fare a meno di dolersi di questa emorragia inarrestabile. La sua è una chiesa antichissima, nata nel 301 d.C. («prima che a Roma!», tiene a sottolineare), una chiesa dispersa nel mondo, soprattutto dopo il genocidio armeno del 1915, numericamente molto ridotta in Libano, ma che «sta alle radici della cristianità in Oriente».
Ci sono diversi giovani seminaristi, soprattutto libanesi e siriani, nel monastero di Notre Dame de Bzommar, dove dal 1742 ha sede il patriarcato, segno di una chiesa ancora feconda. «L’instabilità di questa regione spinge purtroppo molti cristiani ad andarsene. Si sta perdendo una grande ricchezza anche in termini di cultura e tradizioni».
Non è da oggi che i libanesi emigrano. Forse fa parte anche del Dna di un popolo affacciato sul mare e proteso da sempre verso l’altrove, al punto che oggi sono molto più numerosi i libanesi residenti all’estero di quelli che vivono in patria: almeno 10 milioni.

BALUARDO DI UNITÀ NAZIONALE
Ciononostante, in Libano vive la più numerosa comunità cristiana presente in un paese arabo. Attualmente sarebbero meno del 40%; sino a pochi decenni fa erano il 51%. In mancanza di un censimento ufficiale (l’ultimo risale al 1932), le statistiche si basano sugli elenchi elettorali, secondo i quali il 41,23% dei cittadini con più di 21 anni è cristiano (22,4% maronita, 7,92% greco-ortodosso, 5,22% greco-cattolico, 3,07% armeno-gregoriano, e in percentuali minori tutti gli altri).
I musulmani sarebbero invece il 58,57% (26,15% sunniti, 25,96% sciiti, 5,64% drusi, e in percentuali minori alauiti e ismaeliti).
Nonostante il loro numero si stia assottigliando, i cristiani non rinunciano a essere baluardo dell’unità nazionale e punto di riferimento per le comunità ben più esigue che sono presenti negli altri paesi arabi.
Anche l’arcivescovo di Jbeil, Bechara Rai, altra voce autorevole della chiesa maronita, ribadisce l’importanza di essere «messaggio»: «I musulmani del Libano – sostiene – hanno rinunciato alla teocrazia e i cristiani hanno rinunciato al laicismo occidentale. Entrambi vogliamo convivere in un sistema civile che rispetti la dimensione religiosa dei cittadini. Perciò il Libano offre questo modello: si tratta non solo di un paese, ma di un “messaggio”, offerto sia all’Occidente sia all’Oriente. All’Occidente, immerso in un laicismo che non solo ha separato religione e stato, ma che ha diviso anche stato e Dio. È però un messaggio anche per l’Oriente, il quale dice che culture e le religioni possono convivere e formare insieme uno stato civile».
E tuttavia, anche mons. Rai è preoccupato del futuro dei cristiani nel suo paese. A suo avviso, l’incursione israeliana dello scorso anno non ha fatto che peggiorare le cose, provocando una «vera e propria crisi», che tocca indirettamente tutta la regione. Per questo, ricordando le parole di Giovanni Paolo ii, avverte: «La presenza cristiana in Libano è una condizione necessaria per salvare l’esistenza dei cristiani in Medio Oriente».

TRA PESSIMISMO E OTTIMISMO
Tuttavia, oggi, molti sono alquanto pessimisti: temono che ben presto in Libano di cristiani ne resteranno ben pochi e conteranno sempre meno. «I giovani cristiani emigrano, i musulmani fanno più figli – analizza il direttore di Caritas Libano, Georges Massoud Khoury -. Talvolta ci sentiamo abbandonati dai nostri fratelli d’Occidente, che non capiscono che se i cristiani del Libano soffrono, sono tutti i cristiani del Medio Oriente a soffrire. La nostra terra sta perdendo il valore di questa presenza, di questo patrimonio. Per questo chiediamo che gli altri cristiani e le altre chiese ci aiutino. Non tanto in termini di cibo o medicine. Abbiamo bisogno che ci sostengano nel creare un’atmosfera sicura, affinché noi stessi, con il nostro lavoro e il nostro impegno, possiamo far fronte ai nostri problemi e possiamo far tornare in patria i nostri figli, che rappresentano potenzialmente le forze vive di questo paese».
La sua vicenda familiare è emblematica di molte altre. Dei suoi figli e nipoti, 21 in tutto, figli di suoi fratelli e sorelle, solo 3 si trovano oggi in Libano, perché sono ancora minorenni. Gli altri, tutti altamente qualificati – ingegneri, psicologi, architetti… – sono all’estero e, vista l’instabilità, per il momento non intendono tornare.
«Le divisioni intee sono la nostra debolezza – dice affranto -, ma anche a livello internazionale l’atteggiamento nei nostri confronti è molto deludente. Stanno prosciugando tutto il nostro bagaglio culturale, spirituale e morale…».
È più ottimista, invece, Rosette Héchaimé, responsabile del net-work di Caritas per il Medio Oriente e il Nord Africa (Mona) con sede a Beirut. Laica, focolarina, la scorsa estate si è data molto da fare in prima persona per soccorrere e ospitare le famiglie musulmane fuggite dai quartieri sciiti di Beirut sud, bombardati dall’esercito israeliano. «Abbiamo potuto ospitare e curare moltissime persone – racconta – soprattutto grazie a tanti amici musulmani: sono stati loro ad aiutarci ad accogliere la gente che aveva perso le proprie case e spesso i propri cari. Quello che abbiamo fatto è stato possibile solo perché lo abbiamo fatto insieme, cristiani e musulmani».
Zainab annuisce e sorride. Lei è sciita, in testa porta il jihab e veste un lungo soprabito beige. È la segretaria di un importante leader sciita, Ibrahim Shamseddine (cfr p. 42), vive e lavora in un contesto musulmano molto tradizionale. Ma l’estate scorsa anche lei era lì, alla Mariapoli, a portare il suo sostegno e la sua solidarietà. Lo racconta con grande naturalezza, come se fosse la cosa più normale, semplicemente quella che andava fatta. «Con tanti amici, cristiani e musulmani, abbiamo aiutato quelli che avevano bisogno, che avevano perso tutto, senza pensare a chi e cosa era. Musulmani o cristiani… c’era la guerra e stavamo insieme. È stata un’esperienza dura, ma anche molto bella e significativa».

VALE LA PENA SPERARE
Anche Rosette sorride e prova a rileggere la storia del Libano all’interno delle lotte che hanno coinvolto tutto il Medio Oriente. «Siamo una specie di cassa di risonanza di quello che avviene nel mondo arabo. È una grande sfida per noi». Contrariamente a molti altri, lei continua a credere che valga ancora la pena di sperare: «La società libanese è molto dinamica e generosa. Ci sono tante associazioni, gruppi, ong, sia a livello cristiano che musulmano. E tante iniziative di solidarietà in diversi ambiti. Dobbiamo mantenere viva la speranza».
La guerra della scorsa estate, è vero, ha provocato morte e distruzione, e tuttavia ha creato anche occasioni di solidarietà e vicinanza. La Caritas, da sola, ha assistito 91 mila persone, quasi tutte musulmane. Ma anche interi villaggi cristiani si sono mobilitati per accogliere gli sfollati musulmani, in fuga dalle bombe. «I cristiani – conferma Georges Massoud Khoury – hanno aperto le porte delle loro scuole, dei loro centri, anche delle loro chiese, per dare rifugio ai musulmani. Sono gesti che la gente non dimentica. E che aiutano a superare i pregiudizi e la diffidenza. È il dialogo della vita e della solidarietà».
Per i giovani sembra tutto più facile. È vero, la religione continua a rappresentare anche per i ragazzi un elemento identitario forte, poi però intervengono elementi culturali comuni, influssi occidentali, la scuola o l’università frequentata insieme, modelli e stili di vita condivisi, internet, il cinema, la musica, la voglia di divertirsi… E allora anche tra musulmani e cristiani diventa più facile condividere spazi e momenti di vita comune.
«La religione non è tutto», conferma Fadi Noun, giornalista di Orient-le-Jour, l’unico quotidiano francofono del paese. Pur essendo un maronita molto militante, ammette che nella personalità del libanese entrano molti elementi: «Uno spirito fenicio, commerciante, pagano, montanaro, tribale… E poi elementi culturali che si sovrappongono, arabi e mediterranei, orientali e occidentali. Tradizione e modeità che si incontrano e si scontrano. Tutto questo può essere segno di pluralismo o pretesto di divisione».
«Certo – ammette lo stesso Fadi Noun – la situazione è complessa. E quando tutto questo si mischia con la politica intea e internazionale, con gli interessi e i giochi di potere, la situazione diventa potenzialmente esplosiva. Noi libanesi portiamo la grande responsabilità di non essere uniti. Ma abbiamo comunque il diritto di esistere. Come paese e come popolo».

Di Anna Pozzi

Anna Pozzi




Mosaico incompiuto

Anatomia di un paese dalle molte anime

Pur segnato da conflitti e instabilità, il Libano rimane l’unica terra di libertà e pluralismo all’interno del Medio Oriente. Viaggio in un paese frammentato e inquieto.

Strano destino quello del Libano. Aperto al mare, aggrappato alle sue montagne, è stato sin dalla più remota antichità una terra di mezzo. Terra di molti e terra di nessuno. I fenici, navigatori abilissimi, si insediarono qui tre millenni avanti Cristo; svilupparono l’alfabeto lineare e lo diffusero in tutto il Mediterraneo, fondando colonie da Cipro alla Sicilia, dalla Sardegna al Nord Africa, sino alla Spagna. Come non riconoscere ancora oggi un residuo di quello spirito fenicio in questo popolo di migranti sparso in tutto il mondo?
Dopo i fenici passarono di qui anche i persiani di Dario, artefici di un significativo processo di assimilazione culturale, prima di essere sconfitti dai macedoni di Alessandro Magno. Quindi arrivarono i romani, che annessero il Libano alla provincia di Siria e vi introdussero il cristianesimo in seguito alla conversione dell’imperatore Costantino (313).

IL LIBANO NASCE CRISTIANO
Ma i libanesi seppero trasformare anche questa vicissitudine religiosa in una storia propria, del tutto singolare. Una storia che risale al v secolo e alla vicenda dell’anacoreta Marone, sulla cui tomba, ad Apamea (oggi in Siria), lungo il fiume Oronte, venne costruito un monastero, meta dei fedeli di quelle terre.
Da qui ebbe origine la comunità dei maroniti, che nel vii secolo si insediarono nell’attuale Libano, dove mantennero – e mantengono ancora oggi, pur essendo cattolici – una sostanziale autonomia e un proprio rito. E dove continuano a rappresentare la comunità cristiana più numerosa e influente del paese, non solo dal punto di vista religioso, ma anche politico, sociale ed economico.
Ma la storia del Libano è stata ed è fortemente segnata anche dalla presenza dell’islam. Gli eserciti musulmani vi penetrarono diretti a Gerusalemme, che cadde nel 638. In Libano, tuttavia, dovettero fare i conti con la particolare conformazione montuosa del paese e con la resistenza dei cristiani, e in particolare dei maroniti.
Tutto l’ultimo millennio di storia libanese – dalle crociate ai giorni nostri – è segnato dallo scontro e dalla dialettica tra le varie componenti religiose che fanno del paese un mosaico ricchissimo e incompiuto, le cui tessere continuano a cambiare di mano e di posizione.
Così anche negli anni più recenti. Dopo la caduta dell’impero ottomano e i primi scontri tra i maroniti e le popolazioni druse che abitano le montagne dello Chouf – e che, pur essendo islamiche, conservano gelosamente le loro tradizioni -, la Francia comincia a far sentire con maggior forza il proprio peso nella regione. Vicino alla causa maronita, il governo di Parigi promuove l’indipendenza del Libano.

GIOCO DI EQUILIBRIO
Dopo la prima guerra mondiale, durante il mandato francese, è promulgata una Costituzione che tiene conto degli equilibri religiosi del paese. Nel 1932 viene realizzato il primo e, fin qui l’unico, censimento della popolazione libanese. Ne emerge un quadro religioso sostanzialmente equilibrato: il 51% della popolazione cristiana (di cui il 29% maronita), il 49% musulmana e l’1% di altri gruppi, tra cui anche una piccola comunità ebraica.
Sulla base di tale censimento viene stipulato, nel 1943, il cosiddetto «Patto nazionale», in base al quale tutte le cariche politiche e istituzionali devono essere distribuite in percentuali ben precise alle diverse confessioni religiose. I seggi parlamentari, poi, dovevano essere assegnati con una proporzione di 6 a 5 a favore dei cristiani. Il presidente sarebbe sempre stato un cristiano maronita, il primo ministro un musulmano sunnita e il presidente del Parlamento un musulmano sciita.
Questo ordinamento è tuttora in vigore, anche se sono state modificate le percentuali dei deputati, che oggi sono metà musulmani e metà cristiani. Una suddivisione che probabilmente non rispecchia più la composizione sociale, visto che i musulmani sono certamente più numerosi dei cristiani, sia per il più elevato tasso di natalità, sia per la tendenza di molti cristiani a emigrare all’estero. Sta di fatto, però, che per il momento nessuno osa invocare un nuovo censimento, che sconvolgerebbe il già precario equilibrio, su cui cerca faticosamente di reggersi il Libano.
Non che questa particolarissima ed esplosiva commistione tra politica e religione abbia mai veramente funzionato: nei mesi scorsi ha letteralmente bloccato tutte le istituzioni del paese. Ma in passato è stata spesso causa di sanguinosi conflitti. Eppure nessuno pare intravedere o vuole promuovere una ragionevole alternativa.

VICINI SCOMODI E INVADENTI
L’esperienza del passato non è edificante. Ottenuta l’indipendenza – formalmente nel 1943, di fatto nel 1946, quando si ritirarono le truppe francesi – il Libano piomba in una serie di situazioni di crisi da cui non è ancora completamente uscito. Da un lato, paga le mai domate divergenze e spaccature intee; dall’altro, subisce le mire egemoniche di vicini invadenti (in tutti i sensi!) come Israele, Siria e Iran (ma anche Arabia Saudita ed Egitto). Per non parlare del fatto che – spesso suo malgrado – si ritrova al centro dei giochi di interesse e di potere delle grandi potenze inteazionali, a cominciare dalla Francia e, soprattutto, dagli Stati Uniti, oltre a subire le pesanti ripercussioni delle due guerre del Golfo e di svariati interventi e risoluzioni – spesso vani – delle Nazioni Unite.
Insomma, nella sua storia travagliata questo minuscolo paese che è il Libano non ha mai conosciuto realmente cosa significano nella loro pienezza parole come pace, indipendenza, sovranità nazionale…
Già all’indomani dell’indipendenza, in seguito alla guerra arabo-israeliana, scoppiata dopo il ritiro delle truppe britanniche dalla Palestina, il Libano ha dovuto sopportare l’arrivo di centinaia di migliaia di profughi palestinesi, molti dei quali sono rimasti nel paese. Attualmente sono circa 350 mila, arrivati anche in momenti successivi e ammassati, in condizioni spesso miserabili, in enormi campi, dove un tempo trovava rifugio l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) di Yasser Arafat, mentre oggi vengono facilmente infiltrati da organizzazioni filo-siriane o vicine ad Al Qa’ida.
È quanto è successo lo scorso maggio a Nahr al-Bared, nei pressi di Tripoli, uno dei 12 campi ancora presenti in Libano, dove il gruppo Fatah al-islam si è organizzato con uomini provenienti anche dall’estero e con armi pesanti ha attaccato l’esercito libanese. Un centinaio i morti tra gli integralisti islamici, militari libanesi e profughi palestinesi.
Il rischio è che la rivolta si estenda ad altri campi e ad altre città libanesi. Ma ancora una volta, per una battaglia che si svolge sul territorio del Libano, i responsabili vanno cercati fuori dal paese. Anche se alcuni ritengono il gruppo di Fatah al-islam vicino a Bin Laden, molti sospettano, rischiando facilmente di azzeccarci, lo zampino della Siria. Che mal sopporta un Libano fuori dal suo controllo.
La Siria, appunto, è uno dei grandi vicini scomodi del Libano, che da sempre ne condiziona pesantemente le sorti e mai ha rinunciato davvero ad annetterselo, perseguendo l’antico e inconfessabile sogno della «Grande Siria».
Sin dal ’76, con il pretesto di porre fine alla guerra civile scoppiata l’anno prima, i militari siriani, in seguito integrati alla Forza araba di dissuasione, sono stati massicciamente presenti nel paese sino all’aprile del 2005. Di fatto un’occupazione durata 30 anni, e accompagnata da forti condizionamenti politici, che in parte continuano.

GUERRA CIVILE DEVASTANTE
Intanto, però, un’altra grossa partita si è giocata sul fronte israeliano. Già la «Guerra dei sei giorni» del 1967, con l’occupazione di Gaza e della Cisgiordania, aveva provocato un nuovo massiccio afflusso di profughi palestinesi in Libano. I campi di raccolta si sono trasformati ben presto in centri di guerriglia anti-israeliana, oltre a rappresentare un serio problema interno al paese. Al punto da diventare il pretesto per lo scoppio della guerra civile, che dal ’75 al ’90 ha devastato il paese, opponendo in fasi diverse i maroniti della Falange libanese legata alla famiglia Gemayel (responsabili tra l’altro della famigerata strage nei campi di Sabra e Shatila), i drusi del Movimento nazionale di Kamal Jumblat (autori di massacri di cristiani sui monti Chouf), le milizie sciite di Amal e poi quelle di Hezbollah (protagonisti di numerosi attentati suicidi).
Gli israeliani, dal canto loro, sono intervenuti direttamente almeno otto volte, occupando fasce più o meno estese del territorio libanese. Le più devastanti sono quelle del marzo ‘78, quando hanno invaso il Libano meridionale, e del giugno ’82, quando invece si sono spinti sino a Beirut, dopo aver devastato le città del sud. La capitale, dove trovavano rifugio i dirigenti dell’Olp, è stata colpita per due mesi da pesanti bombardamenti che hanno provocato quasi 20 mila morti e 30 mila feriti.
Dopo il ritiro dell’esercito dal sud del Libano, oggi Israele controlla solo la zona delle fattorie di Shebaa, contese anche dalla Siria. E proprio questa occupazione è diventata il pretesto che la guerriglia di Hezbollah, il «Partito di Dio», usa per continuare la sua lotta armata. Movimento sciita, nato agli inizi degli anni Ottanta, Hezbollah aveva in parte avviato negli ultimi tempi un processo di riconversione in partito politico, che si è bruscamente interrotto la scorsa estate, quando, dopo ripetuti attacchi e il rapimento di due militari israeliani, l’esercito di Tel Aviv è nuovamente intervenuto in Libano, bombardando le città del sud, i quartieri sciiti di Beirut e molte infrastrutture del paese. La guerra, durata 33 giorni, è stata l’ennesima pesante batosta per il Libano: più di mille i morti, in gran parte civili, 4 mila feriti, 700 mila sfollati. Per non parlare di ponti, strade, infrastrutture abbattute e 130 mila abitazioni distrutte o danneggiate. Un danno pari a quasi 4 miliardi di dollari. Senza contare i circa 4 mila posti di lavoro persi, le 700 imprese chiuse o fallite e vaste zone agricole impraticabili a causa delle mine o degli ordigni inesplosi.
O ggi il Libano è un paese in bilico, profondamente diviso al suo interno, e pesantemente condizionato dagli interessi e dalle politiche regionali e inteazionali. «Unità e pace» sono le parole d’ordine che continua a ripetere il patriarca maronita Nasrallah Sfeir, la principale autorità religiosa cristiana del paese. Ma per raggiungerle c’è ancora molta strada da fare…

Di Anna Pozzi

Anna Pozzi




«Fanno 6 euro, pesticidi compresi»

Cosa mangiamo? (1a puntata)

È triste dirlo, ma circa la metà della frutta e un quarto della verdura in commercio sono contaminati. I pesticidi contenuti nei prodotti che consumiamo producono danni, anche molto gravi, alla nostra salute. Che fare? In primis, essere informati. E poi agire di conseguenza. Nella speranza che il futuro ci porti un’agricoltura più biologica e meno dominata dalle regole del mercato.

Stiamo facendo la spesa nel reparto ortofrutta di un grande ipermercato di Torino e, come tutti, facciamo il confronto tra i diversi prezzi. All’improvviso, la nostra attenzione viene attirata dai cartelli di certe varietà di frutta, tra cui due diversi tipi di banane, pompelmi, arance di Valencia, fichi, limoni. Nei cartelli in questione, oltre il prezzo, alla provenienza, al nome della varietà del frutto e al numero per la pesata leggiamo la frase: «Trattato con…», seguita da sigle come TBZ, E232, E904, oppure da nomi come  tiabendazolo, imazalil, ortofenilfenolo. Molto interessante… o inquietante, dipende dal punto di vista. Già perché queste sigle e questi nomi appartengono ad alcuni fra gli antiparassitari (in questo caso, fungicidi) comunemente usati in agricoltura. Diamo un’occhiata ai cartelli delle altre varietà di frutta e verdure, ma non troviamo altre indicazioni di questo tipo, tranne quelle ordinarie. In particolare non ci sono indicazioni sull’uso di antiparassitari per alcun prodotto di provenienza italiana, se non per i limoni. La domanda che ci sorge spontanea è: «Ma questi prodotti non sono trattati, o il trattamento non è dichiarato?».

Le analisi sui prodotti:
una conferma nero su bianco

Per provare a darci una risposta, abbiamo esaminato l’ultimo rapporto di Legambiente – Pesticidi nel piatto 2007 – relativo alle analisi condotte nelle varie regioni italiane su campioni di frutta e di verdura, da parte dei laboratori di Istituti zooprofilattici, di Arpa, di Direzioni generali Sanità, di presidi di prevenzione delle Asl. Questo rapporto si riferisce ai dati raccolti nel 2006 dalle analisi condotte su 10.493 campioni ortofrutticoli e sui loro derivati quali olio, vino, ecc. È anzitutto opportuno dire che i controlli sono stati eseguiti dalle varie regioni in modo disomogeneo, per quanto riguarda il numero delle analisi svolte, con regioni che ne hanno effettuato un elevato numero, come il Lazio (1256) o la Campania (706), altre con un numero di analisi intermedio come il Piemonte (450), altre ancora con poche analisi effettuate come la Valle d’Aosta (60) o addirittura nessuna, come il Molise. Ciò che risulta subito evidente dai risultati di queste analisi, nonché dal loro confronto con i dati dell’anno precedente, è che nelle regioni con un più elevato numero di controlli è più alto il numero dei campioni irregolari o regolari, ma multiresiduo, rispetto alle altre regioni, ma questo risultato è solo dovuto alla maggiore accuratezza dei controlli e non ad un maggiore uso di pesticidi. In queste analisi sono stati considerati irregolari i campioni con superamento dei limiti di legge per la concentrazione del residuo chimico o con presenza di pesticidi non autorizzati, mentre i campioni regolari multiresiduo sono quelli regolari per le concentrazioni o il tipo di pesticidi, ma con presenza di più residui contemporaneamente.
Dall’analisi dei dati 2007 osserviamo in primo luogo che, rispetto a quelli del 2006, c’è un lieve miglioramento per quanto riguarda il numero totale di analisi compiute e per il ritrovamento di campioni irregolari di verdura e di frutta, nonché di regolari multiresiduo, mentre nelle voci «derivati» e «varie» è aumentato leggermente il numero di campioni regolari con un solo residuo e di quelli multiresiduo. Sostanzialmente da questo insieme di dati emerge che la frutta presenta più residui di pesticidi della verdura; infatti solo la metà dei campioni di frutta è esente da fitofarmaci, mentre l’1,7% è risultata irregolare. Inoltre, se consideriamo in particolare qualche tipo di frutta di larghissimo consumo, come le mele, ci accorgiamo che solo il 39% è esente da pesticidi, il 30% ha più di un residuo e il 3,6% è irregolare. Del resto, anche in assenza di indicazioni sui pesticidi nel cartello, quante volte ci è capitato di vedere sulle mele (specialmente quelle rosse) una patina biancastra, polverosa e leggermente untuosa al tatto? Molto spesso, a conti fatti, tra i campioni regolari di frutta, ma multiresiduo ci sono casi sorprendenti, ad esempio: un campione di pere con 7 residui e di uno di fragole con 8, entrambi trovati in Sicilia. Per le verdure le cose vanno un poco meglio, perché la percentuale di campioni senza residui sale all’84,2%. È da notare che tra i derivati della frutta che risultano contaminati da residui di fitofarmaci, in percentuale del 20%, oltre ad olio e vino troviamo marmellate, miele, succhi di frutta ed omogeneizzati, cioè prodotti largamente consumati dai bambini.
I principi attivi più frequentemente ritrovati nei vari campioni, anche se non tutte le regioni hanno dichiarato i nomi dei fitofarmaci rinvenuti, sono: captano, carbofuran, chlorpirifos, cyprodinil, diclofluamide, dimetornato, ditiocarbammati, endosulfan, fenitrotion, guazatina, imazalil, malathion, metalaxil, procimidone, propargite, tiobendazolo, tolclofos-metile. Queste sostanze, a seconda del tipo, funzionano come anticrittogamici, insetticidi, fungicidi, molluschicidi, rodenticidi, acaricidi ed erbicidi e rientrano in un lunghissimo elenco di circa 70.000 prodotti chimici diversi presenti attualmente sul mercato, secondo i dati della Fao. Inoltre, sempre secondo questi dati, ogni anno sono immessi sul mercato circa 1.500 nuovi prodotti. Per quanto riguarda la classe chimica di appartenenza troviamo composti cloroderivati, organofosfati, carbammati e piretroidi. Le sostanze appena citate sono quelle attualmente e legalmente in uso, i cui limiti massimi di residui (LMR) nei prodotti alimentari sono regolati con una direttiva europea, che si traduce in decreto ministeriale. La normativa è aggiornata periodicamente, in seguito all’introduzione di nuovi principi attivi oppure alla scoperta di effetti dovuti all’utilizzo dei fitofarmaci o alla esposizione ai medesimi. Con periodicità quinquennale anche i prodotti già in commercio vengono rivalutati ed i dati tossicologici aggioati. Le strutture preposte alla registrazione dei fitofarmaci possono richiedere alle industrie produttrici i dati relativi a studi tossicologici, ecotossicologici e di destino ambientale. In Italia i residui dei pesticidi sui prodotti ortofrutticoli sono raffrontati con dei limiti di legge calcolati sulla pericolosità delle sostanze attive.
Donne e bambini
i soggetti più a rischio

Secondo i risultati delle ricerche condotte in numerose Università sui possibili effetti dei pesticidi sui bambini, tali limiti andrebbero però rivisti, poiché attualmente essi si riferiscono all’organismo umano maschio adulto, mentre è sicuramente necessario un adeguamento all’organismo di donne e di bambini. Ad esempio in alcuni studi su bambini sono stati evidenziati rischi di disfunzioni dell’apparato riproduttore come malformazioni del tratto urogenitale maschile, neoplasie del testicolo in età adolescenziale ed una diminuzione della qualità del seme. Queste patologie sembrano correlate all’esposizione a composti in grado di svolgere un’azione di disturbo di tipo ormonale, che può causare problemi di sviluppo. Composti di questo tipo vengono definiti Endocrine Disrupting Chemicals (EDC) e molti di loro sono pesticidi.
La ricerca condotta dalla professoressa Brenda Eskenazi dell’Università di Berkeley (Califoia) ha dimostrato che i neonati possono essere da 65 a 164 volte più sensibili ad alcuni antiparassitari come il Chlorpirifos o il Diazinon, rispetto agli adulti.
Anche i pediatri del Mount Sinai Hospital di New York hanno riscontrato una maggiore sensibilità dei bambini ai pesticidi, rispetto agli adulti, con conseguenti danni non solo al sistema endocrino, ma anche a quello nervoso ed a quello immunitario. In particolare questi studiosi hanno raccolto prove che l’esposizione del feto agli antiparassitari organofosfati conduce alla nascita di bambini con una minore circonferenza cranica ed un rischio di deficit intellettivo.
Una conferma a questi dati si ha da uno studio condotto da Greenpeace India su 899 bambini delle regioni indiane a maggiore uso di pesticidi, cioè quelle dove sono presenti le piantagioni di cotone. I risultati ottenuti sono stati paragonati con quelli di bambini viventi in regioni non contaminate. I bambini, divisi in due gruppi di 4-5 anni e di 9-13 anni, presentavano tutti analoghe caratteristiche familiari ed ambientali in modo da evitare differenze dovute al trattamento, all’istruzione ed alle condizioni economiche, che avrebbero potuto influenzare il test. Il risultato ha dato un punteggio inferiore del 30% nel gruppo di 4-5 anni e del 21% tra quelli di 9-13 anni, rispettivamente, in un test di memoria nei bambini esposti ai pesticidi, rispetto ai controlli. I pesticidi più usati in queste regioni sono quelli organofoforici (in particolare methil-parathion e monocrotophos, classificati dall’OMS come estremamente dannosi), che agiscono sul sistema nervoso centrale, in quanto bloccano l’attività dell’acetilcolinesterasi, un enzima che inibisce l’attività dell’acetilcolina, uno dei principali neurotrasmettitori del sistema nervoso. Il blocco di questo enzima è di tale gravità che nei lavoratori, in cui si è verificata un’intossicazione acuta da pesticidi organofosfati, si sono avute convulsioni, problemi respiratori (in qualche caso mortali) oppure invalidità permanente, come nel caso della neuropatia ritardata, caratterizzata da paralisi flaccida della muscolatura degli arti inferiori, che insorge improvvisamente a 2-3 settimane di distanza dell’episodio acuto.
Studi svolti con procedimenti analoghi sia in Italia, in provincia di Siena, sia negli Stati Uniti dall’Università di Seattle, in cui sono stati analizzati campioni di urina di bambini esposti ai pesticidi organoclorurati hanno mostrato nel primo caso che le concentrazioni di metaboliti alchilsolfati era significativamente maggiore nei bambini, rispetto a quanto osservato in un precedente campione di adulti, abitanti nella stessa zona, anche se l’esposizione era da riferire più all’uso domestico di insetticidi che alla dieta; nel caso di Seattle si è scoperto che nei bambini, che consumavano abitualmente frutta e verdure biologiche, la concentrazione degli alchilsolfati era sei volte inferiore, rispetto a quella dei bambini alimentati convenzionalmente.
Dal momento che è ormai appurato che l’assunzione di pesticidi organofosfati per via diretta con l’alimentazione o indiretta, attraverso la placenta, può alterare lo sviluppo del sistema nervoso centrale, l’EPA (Environmental Protection Agency) ha messo in relazione il vertiginoso aumento delle patologie comportamentali, decisamente aumentate negli ultimi anni in USA, anche con l’aumento dell’assunzione di questi composti.
A seguito dei risultati di studi come quelli sopracitati, il National Research Council (NRC) dell’Accademia nazionale delle scienze di Washington suggerisce che le procedure per la valutazione del rischio sulla salute dei fitofarmaci siano condotte, prendendo come modello l’organismo di una bambina (per la maggiore sensibilità agli effetti dei pesticidi sugli organi riproduttivi) nella fascia d’età compresa tra 0 anni e la pubertà, cioè quella più sensibile.
La maggiore sensibilità dei bambini ai pesticidi, rispetto all’organismo adulto è dovuta all’immaturità dell’azione disintossicante del fegato nella giovane età.

La questione
del «multiresiduo»

Un altro problema che si pone nella definizione dei limiti di legge per i pesticidi residui negli alimenti è quello del multiresiduo. Attualmente i limiti della dose di residuo sono calcolati sull’organismo adulto e per un singolo principio attivo, quindi questo modello non tiene conto dell’eventuale sinergismo di più composti. Tuttavia c’è un regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio dell’Ue, il 396/2005, secondo il quale si dovrebbe finalmente tenere conto del multiresiduo ed inoltre i limiti massimi dovranno essere uniformati in tutta l’Unione europea.
È importantissimo non sottovalutare i rischi associati all’uso di fungicidi, in particolare dei ditiocarbammati, come il mancozeb ed il maneb, considerati a bassa tossicità, perché tali composti vengono rapidamente metabolizzati nell’organismo e nell’ambiente, con la formazione di etilentiourea (ETU), un metabolita molto tossico, che ad alte dosi è teratogeno per il feto dei mammiferi ed inoltre è un potente tireostatico, cioè interferisce con lo sviluppo della tiroide e degli ormoni tiroidei, che sono importantissimi per la maturazione del cervello. Studi sperimentali sui roditori esposti ai ditiocarbammati hanno mostrato danni neurologici simili a quelli presenti nel morbo di Parkinson.
Tra i vari danni portati alla salute umana dai pesticidi ci sono poi quelli dei pesticidi ad azione ormonale, cioè quelli appartenenti alla categoria degli Endocrine Disrupting Chemicals (EDC), ai quali abbiamo già accennato prima, parlando degli studi compiuti sui bambini. Si tratta di composti in grado d’interferire con la normale regolazione ormonale di un organismo, secondo diversi meccanismi: alcuni sono in grado di formare un complesso ormone-recettore; altri interferiscono nei meccanismi di produzione o di eliminazione di un ormone; altri ancora stimolano la formazione di recettori di superficie per determinati ormoni; ci sono infine quelli che reagiscono direttamente o indirettamente con un ormone, alterandone la struttura o la sintesi. Di solito questi composti presentano un’elevata solubilità nei lipidi, quindi tendono ad accumularsi nel tessuto adiposo degli esseri viventi, il che non comporta problemi fisiologici fino a quando non cominciano dei processi di mobilizzazione dei grassi, come avviene ad esempio nel momento della riproduzione. In questo caso tali sostanze vengono liberate dal tessuto adiposo e metabolizzate, con conseguente formazione di altri composti, che possono avere un’azione ormonale. Un altro aspetto fondamentale è l’accumulo di questi composti nei diversi livelli della catena alimentare (biomagnificazione o concentrazione attraverso la catena alimentare), per cui animali predatori, che si trovano al vertice di questa catena presentano la più alta concentrazione di composti lipofili. Tra questi organismi c’è anche l’uomo. Una delle classi di composti che meglio corrisponde a queste caratteristiche è quella dei pesticidi organoclorurati, cioè contenenti cloro, tra cui abbiamo i dicloro-difeniletani (Ddt, Dde, Ddd, ecc.), i cicloesani ed i ciclodieni. Molti di questi composti sono attualmente vietati o molto limitati nell’uso, ma continuano ad essere presenti nell’ambiente, perché accumulati negli esseri viventi grazie al processo di bioaccumulazione. Questo processo è favorito dalla presenza di atomi di alogeno (come il cloro) nella catena di idrocarburo (carbonio più idrogeno). Gli alogeni introdotti negli idrocarburi ne diminuiscono l’idrosolubilità e ne aumentano la liposolubilità. Ecco il motivo della loro presenza nel tessuto adiposo. Il capostipite di questi composti è l’insetticida Ddt o Dicloro-difenil-tricloroetano, una molecola caratterizzata da due anelli benzenici e da 5 atomi di cloro. A dimostrazione della potenzialità di questi composti si può citare l’incidente avvenuto nel 1980 nel lago Apopka in Florida, dove venne riversata dalla Tower Chemical Company, un’azienda produttrice di clorobenzilati, una miscela di dicolfolo, DDT e DDE. In seguito nella popolazione di alligatori del lago sono state evidenziate anomalie endocrine di vario tipo, tra cui emergevano la demasculinizzazione degli alligatori maschi e la superfemminilizzazione delle femmine, questo per via di una concentrazione di estrogeni doppia del normale in questi organismi. Pesticidi di questo tipo si comportano a tutti gli effetti come estrogeno-mimetici. La presenza di pesticidi organoclorurati è stata inoltre correlata alla diminuzione ed alla scomparsa di alcune specie di rane in parchi e riserve naturali in Canada.
A livello umano, questi pesticidi sono stati associati alla comparsa di patologie come l’endometriosi, che colpisce circa 80 milioni di donne al mondo, senza distinzioni etniche o sociali. Oltre a questo nelle donne causerebbero infertilità, aborti e parti prematuri, nonché malformazioni fetali. Analoghi problemi d’infertilità si sono sviluppati anche nell’uomo.
Uno degli aspetti più temibili di questi composti è la possibile associazione, come suggerito da alcuni recenti studi (anche se non tutti gli studiosi convergono su questo punto), tra i composti organoclorurati e l’insorgenza del cancro della mammella, una delle principali cause di morte per tumore nella donna, essendo le altre il carcinoma del polmone e del collo dell’utero (quest’ultimo ad eziologia virale, da Hpv). Il tumore della mammella esiste infatti in due varietà, estrogeno-dipendente ed estrogeno-indipendente; è chiaro che lo sviluppo del primo tipo è strettamente correlato alla presenza di estrogeni nell’organismo.
   
I pesticidi illegali

Finora ci siamo occupati quasi esclusivamente degli effetti di pesticidi legalmente in uso, ma non dobbiamo dimenticare che nell’ambiente sono ancora presenti (in parte per bioaccumulazione, in parte perché tuttora alcuni vengono adoperati nei paesi in via di sviluppo) dei pesticidi appartenenti ad un gruppo di composti definiti POP (Persistent Organic Pollutants). Tali composti sono stati messi al bando il 17 maggio 2004 dalla Convenzione di Stoccolma e sono: DDT, aldrina e dieldrina, clordano, endrina, toxaphene, eptacloro, PCB, murex, esaclorobenzene, diossine e furani. A parte diossine, furani e PCB, tutti gli altri sono pesticidi. La Convenzione di Stoccolma ne vieta la fabbricazione, l’impiego ed il commercio e prevede anche l’obbligo di allestire un inventario dei depositi di materiali contaminati da POP e di smaltie le scorie in modo ecologico. Nonostante queste restrizioni, il rapporto di Legambiente del 2004 mette in luce la presenza di DDT in Italia, specialmente in Emilia-Romagna, Liguria, Sardegna, Marche e Lazio. Ciò può essere dovuto al fatto che il DDT può viaggiare negli strati caldi dell’atmosfera, per condensare e precipitare a terra quando incontra aria più fredda, quindi non solo ha la capacità di persistere a lungo, ma anche di arrivare molto lontano dal luogo di utilizzo (nel mondo viene ancora adoperato nei paesi dove la malaria è endemica). Inoltre nelle serre e nei sistemi di coltivazione al chiuso si usa spesso terriccio, probabilmente contaminato, proveniente dai paesi dell’Est.

Che fare?

Toando al nostro dubbio iniziale sulla presenza o meno di residui di pesticidi sui prodotti ortofrutticoli, in assenza di indicazioni, è chiaro dai risultati dell’indagine di Legambiente che la metà della frutta ed un quarto della verdura risultano contaminati. Che fare quindi, dal momento che qualcosa bisogna pur mangiare? Senza farsi prendere dal panico, forse è sufficiente fare delle scelte ragionate al momento dell’acquisto, rivolgendosi il più possibile ai prodotti da agricoltura biologica, che sono sottoposti a maggiori controlli. Ormai in parecchi supermercati si trova l’angolo dedicato a questi prodotti. In loro mancanza, vale sempre il buon vecchio metodo del lavaggio molto accurato della verdura e della frutta. Quest’ultima poi andrebbe sempre sbucciata, magari asportando anche un po’ di polpa, dal momento che i pesticidi si concentrano nella buccia e nello strati immediatamente sottostante. Inoltre è sempre meglio leggere attentamente gli ingredienti e le informazioni riportati nell’etichetta dei cibi confezionati. Ove possibile poi, sarebbe opportuno servirsi dei prodotti del commercio equo e solidale, anche se in qualche caso possono essere più cari. Questo commercio può aiutare le popolazioni dei Paesi in via di sviluppo, paesi dove l’uso indiscriminato di pesticidi e lo sfruttamento delle multinazionali stanno causando delle gravi emergenze sociali.
(fine 1.a puntata – continua)

Di Roberto Topino e Rosanna Novara

Il glossario

Alogeni: sono il fluoro, il cloro, il bromo, lo iodio e l’astato e sono gli elementi del VII gruppo del sistema periodico. Sono non-metalli, energici ossidanti e molto reattivi, che si combinano facilmente con gli elementi del I gruppo del sistema periodico (metalli), dando origine a dei sali.

Anticrittogamici: sostanze chimiche attive contro le crittogame parassite delle piante coltivate. Per crittogame si intendono le piante senza fiore, contrapposte alle piante fanerogame o con fiore. In agricoltura la lotta viene condotta quasi esclusivamente contro un tipo di crittogame, cioè i funghi e, a seconda dell’azione, gli anticrittogamici vengono definiti come fungicidi, quando uccidono i funghi; fungistatici, quando ne ostacolano lo sviluppo; antisporulanti, quando interferiscono con la sua moltiplicazione. Gli anticrittogamici si dividono inoltre in esofarmaci, se esercitano la loro azione sulla superficie dei vegetali ed in endofarmaci, se penetrano nei tessuti interni. Di solito i primi hanno un’azione preventiva e gli altri curativa, nei confronti delle infezioni. Infine gli anticrittogamici possono essere inorganici (a base di rame, di zolfo o di polisolfuri), oppure organici (carbammati, derivati del fenolo, dicarbossimidi, ammine, ammidi, diazine, eterociclici diversi, aloidrocarburi).

Azione detossicante del fegato: tra le sue molteplici attività, il fegato svolge la funzione detossicante, ovvero le sue cellule (epatociti) provvedono ad eliminare dal sangue le sostanze tossiche per l’organismo (tra cui ad es. l’alcornol etilico).

Composti inorganici: composti chimici privi di carbonio nella loro molecola, appartenenti al regno minerale.

Composti organici: composti chimici contenenti carbonio nella loro molecola e caratterizzanti la materia vivente.

Diserbanti o erbicidi: sostanze che distruggono le erbe infestanti o ne impediscono lo sviluppo in modo selettivo o non selettivo. L’azione fitotossica dei diserbanti può riguardare la struttura dei tessuti (causticazione, coagulazione del materiale cellulare, ecc.) o i meccanismi biologici del vegetale (alterazione del metabolismo di alcune sostanze, dei meccanismi ormonali, ecc.). Un erbicida può avere tempi di degradazione molto brevi, o permanere a lungo inalterato nel terreno, a seconda delle sue caratteristiche chimiche, fisiche, biologiche, nonché delle condizioni ambientali e delle caratteristiche del suolo. Ogni specie coltivata tollera la presenza di residui di ciascun diserbante solo se la concentrazione non supera un determinato valore, detto soglia di tollerabilità della specie verso un certo erbicida. I diserbanti sono classificati in: fenossiderivati, derivati degli ossiacidi aromatici o dell’acido ftalico, derivati degli acidi aromatici o dell’acido benzoico, derivati degli acidi grassi, nitroderivati o nitrocomposti, benzonitrili, carbammati, derivati dell’urea, ammidi, triazine o loro derivati, dipiridilici, diazine, piridine, pirimidine, derivati diversi.

Edc (Endocrine disrupting chemicals): composti chimici con azione di disturbo sul sistema endocrino, cioè sull’attività ormonale.

Endometriosi: patologia cronica femminile caratterizzata dall’anomala presenza di endometrio, cioè mucosa uterina, in altre sedi come ovaie, tube, peritoneo o intestino. Conseguenze di questa anomalia sono sanguinamenti interni, infiammazioni croniche, presenza di tessuto cicatriziale, aderenze ed infertilità. L’endometriosi è spesso dolorosa e può diventare invalidante.

Epa (Environmental protection agency): agenzia di protezione ambientale statunitense.

Fitofarmaci: composti chimici naturali o sintetici usati in agricoltura per combattere i parassiti e le malattie delle piante, per proteggere le colture da tutti gli agenti dannosi (non necessariamente parassiti, come erbe infestanti o alghe) e per il miglioramento della produttività. I fitofarmaci vengono distinti in varie classi: fisiofarmaci, usati per il controllo delle alterazioni fisiologiche da cause varie; fitoregolatori, capaci di modificare il normale sviluppo delle piante, in modo da ottenere rendimenti anomali, ma economicamente vantaggiosi, oltre che di controllare le alterazioni fisiologiche; fertilizzanti fogliari, impiegati per curare le malattie da carenze nutrizionali; erbicidi, per eliminare le erbe infestanti (vedi sopra); antiparassitari, per eliminare organismi vegetali o animali dannosi per le colture; anticrittogamici (vedi sopra).

Insetticidi: composti chimici in grado di eliminare gli insetti dannosi alle colture, alle derrate alimentari, agli animali domestici ed all’uomo. La loro tossicità, che può essere acuta o cronica, impone la necessità di stabilire i valori di ADI (acceptable daily intake) cioè le dosi giornaliere accettabili, che influenzano anche i valori limite dei residui di insetticidi ammessi per es. negli alimenti. Gli insetticidi sono classificati in:
• cloroderivati, cioè composti organici di sintesi, contenenti in prevalenza cloro, usati anche come anticrittogamici (cloropicrina). Sono distinti in derivati del difeniletano (DDT, DDD, ecc.), del cicloesano (esaclorocicloesano, lindano, ecc.), e ciclodienici (endosulfan, eptacloro, clordano, aldrin, dieldrin, ecc.);
• composti organofosforici: sono composti organici, contenenti fosforo, agenti in modo polivalente nei confronti degli insetti, degli acari e dei nematodi (vermi). Alcuni di questi sono usati per disinfestare le derrate alimentari o il terreno. Si distinguono in fosfati (dichlorvos), tiofosfati (paratione), ditiofosfati (dimetornato), fosfonati (trichlorphon), ditiofosfonati (fonophos);
• carbammati: composti di tipo alcaloide, distinti in monometilcarbammati (carbaryl, carbofuran) e dimetilcarbammati (isolan), usati come geodisinfestanti, disinfestanti del bestiame e delle abitazioni;
• piretroidi, neonicotinoidi, rotenoidi: insetticidi di origine vegetale, facilmente biodegradabili, ma che spesso presentano problemi di tossicità.

Metaboliti alchilfosfati: prodotti del metabolismo cellulare, costituiti da molecole di idrocarburi (carbonio e idrogeno) a catena aperta, con la presenza di atomi di fosforo.

Pesticidi: è un termine generico, che comprende gli anticrittogamici, i fitofarmaci, gli insetticidi, i diserbanti, ecc., cioè quei composti di origine per lo più sintetica, che vengono applicati sulle colture, sulle derrate alimentari o sul terreno per liberarli da infezioni o da infestazioni di vario genere.

Pop (Persistent organic pollutant): inquinante organico persistente nell’ambiente.
(a cura di R.Novara e R.Topino)

Roberto Topino e Rosanna Novara




Morte di un visionario

Sankara, l’eroe assassinato (italiano/ français)

Sono già 20 anni da quando Thomas Sankara, presidente del Consiglio superiore della rivoluzione, scompariva in un colpo di stato sanguinoso, perpetrato dal suo amico e fratello d’armi, Blaise Compaoré.
La rivoluzione burkinabè era una curiosità per alcuni e una speranza
di rinnovamento africano per numerosi giovani del continente e della diaspora. Morto Sankara, il dubbio e lo scetticismo si inculcano nello spirito di una frangia della popolazione africana. Come la fenice che rinasce dalle ceneri, l’eroe è più che mai di ritorno nel cuore dei giovani.

Thomas Sankara è caduto il 15 ottobre 1987 sotto i colpi di un commando incaricato della sua sicurezza. Si sapeva che le cose non andavano bene tra i principali dirigenti della rivoluzione, ma difficilmente si sarebbe immaginato quello che poi è successo. Si sperava piuttosto che i belligeranti avrebbero infine trovato un compromesso, non solo nell’interesse del loro progetto rivoluzionario, ma anche nella salvaguardia dell’amicizia che legava i due uomini: Blaise e Sankara. Ma nulla di tutto questo è valso. Bisogna credere che le contraddizioni erano tali che non c’era più alcun mezzo di riconciliarli.
Sankara aveva già nel suo spirito, il corso tragico che gli eventi avrebbero preso: «Fino a che c’è la rivoluzione – aveva dichiarato in uno dei suoi interventi improvvisati – ci sarà la reazione, la contro-rivoluzione. E l’opposizione alla rivoluzione prenderà tutti i tipi di forme e beneficerà di tutti i tipi di sostegno. Il primo nemico della rivoluzione è l’imperialismo all’opera. Non posso dirvi che abbiamo definitivamente eliminato tutti i rischi. L’imperialismo può in ogni momento tentare di fare qualcosa. Tenterà di appoggiarsi su questa o quella persona che è contro la rivoluzione, all’esterno o all’interno del Burkina Faso …».
Allora, la morte di Sankara è stata un colpo dell’imperialismo? La domanda resta senza risposta. Si constata che la rivoluzione non gli è sopravvissuta, ma alcuni si chiedono se lo stesso Sankara non avrebbe preso un’altra  strada, visto che il processo era a un impasse. Una parte importante della gioventù africana preferisce tenersi lontana da queste ipotesi e congetture, per attaccarsi a una certezza: Sankara era un rivoluzionario determinato e Blaise il braccio armato della contro-rivoluzione. Persuasa che l’Africa continua ad aver bisogno di una rivoluzione, Sankara ne resta la figura mitica agli occhi della gioventù, con le sue idee e il suo supporto ideologico.

Molti africani non hanno conosciuto fisicamente Sankara. Ma le sue prese di posizione sulla dipendenza dell’Africa dall’Occidente, la sua concezione di sviluppo endogeno, il posto della cultura nello sviluppo, l’emancipazione della donna africana hanno contribuito alla sua notorietà su tutto il continente africano e in America Latina.
Sul piano artistico il «sankarismo» conosce oggi un certo successo. Ci sono sempre più artisti che si ispirano al suo esempio,  nel campo musicale e nella produzione letteraria.
 
In certe capitali africane, come Accra e Brazzaville, delle piazze e delle vie portano il suo nome. Nonostante ciò in Burkina Faso, suo paese natale, c’è ancora intolleranza. Non mausolei né strade in suo omaggio. Dopo la crisi nata dall’assassinio del giornalista Norbert Zongo (13 dicembre 1998, ndr), una giornata nazionale del perdono è stata istituita. Ne è risultato un monumento dedicato a tutti i martiri. Ma non sembra che si sia ancora pronti a riconoscere il ruolo eccezionale che lui ha giocato come leader della rivoluzione burkinabè attraverso opere pubbliche a lui dedicate.
Sul piano politico si contano una decina di associazioni e partiti che rivendicano la sua eredità, ma la rappresentazione in parlamento resta debole. Nonostante questo si assiste in Africa, in Europa e in America Latina alla nascita di club Thomas Sankara che si attivano per preparare il ventesimo anniversario della morte dell’eroe. Occorre anche notare la Campagna internazionale giustizia per Sankara. Si tratta di una procedura giuridica portata avanti da avvocati burkinabè e inteazionali allo scopo di ottenere giustizia per Thomas Sankara.
Un’altra manifestazione internazionale è stata la creazione del villaggio della gioventù «Thomas Sankara» al Forum sociale policentrico di Bamako nel 2005. Nel corso del quale i partecipanti decisero di creare una cornordinazione internazionale per la preparazione del ventesimo anniversario.
Questo avvenimento che avrà una portata mondiale sarà l’occasione di rilanciare il «movimento sankarista» in un momento in cui il partito al potere sta cercando di riprendere in mano in modo totale la vita politica del paese.

Di Germain Bitiu Nama

Sankara, le héros assassiné

Par Germain Bitiou Nama

Voilà déjà 20 ans que Thomas  Sankara, président du Conseil supérieur de la Révolution disparaissait dans un coup d’Etat sanglant perpétré par son ami et frère d’armes, Blaise Compaoré.  La Révolution burkinabè était une curiosité pour les uns et un espoir de renouveau africain pour de nombreux jeunes du continent et de la diaspora. Sankara mort, le doute et le scepticisme s’installèrent un temps dans l’esprit d’une frange de la population africaine. A l’instar du phoenix qui renaît de ses cendres, le héros est plus que jamais de retour dans les cœurs des jeunes.

Thomas Sankara est tombé le 15 octobre 1987 sous les balles d’un commando du régiment chargé de sa sécurité. On savait que les choses n’allaient plus entre les principaux dirigeants de la Révolution, mais on avait de la peine à imaginer ce qui est arrivé. On avait plutôt espéré que les belligérants allaient finir par trouver un compromis, non seulement  dans l’intérêt de leur projet révolutionnaire, mais aussi dans celui de la sauvegarde de l’amitié qui unissait deux hommes : Blaise et Sankara. Mais rien de cela n’a tenu. Il faut croire que les contradictions étaient telles qu’il n’y avait plus aucun moyen de les réconcilier. Sankara avait intégré dans son esprit, le cours tragique qu’elle a pris : « Tant qu’il y a la révolution avait-il déclaré dans une de ses interventions improvisées, il y aura la réaction, il y aura la contre-révolution. Et l’opposition à la révolution prendra toutes sortes de formes et bénéficiera de toutes sortes de soutiens. Le premier ennemi de la révolution, c’est l’impérialisme qui travaille. Je ne peux pas vous dire que nous avons définitivement écarté tout risque. L’impérialisme peut à tout moment tenter de faire quelque chose. Il tentera de s’appuyer sur telle ou telle personne qui est contre la révolution, à l’extérieur, à l’intérieur du Burkina Faso… »Alors, la mort de Sankara était-elle vraiment un mauvais coup de l’impérialisme ? La question reste posée. L’on constate toutefois que la révolution ne lui a pas survécu, mais certains se demandent si Sankara lui-même n’aurait pas opéré un virage, vu que le processus était dans une impasse. Une partie importante de la jeunesse africaine préfère se tenir loin de ces hypothèses et conjectures pour se cramponner à une certitude : Sankara était un révolutionnaire déterminé et Blaise, le bras armé de la contre-révolution. Persuadée que l’Afrique a besoin d’une révolution, Sankara en est la figure mythique aux yeux de la jeunesse, ses idées, le support idéologique.

Que reste t-il aujourd’hui de Sankara ?

Beaucoup d’Africains n’ont pas physiquement connu Sankara. Mais ses prises de position sur la dépendance de l’Afrique vis-à-vis de l’Occident, sa conception du développement endogène, la place de la culture dans le développement, l’émancipation de la femme africaine ont fait sa notoriété politique sur l’ensemble du continent africain et en Amérique latine. Sur le plan artistique, le sankarisme connaît un certain succès. Les artistes sont de plus en plus nombreux à s’inspirer de son exemple dans le domaine musical et de la production littéraire. Dans certaines capitales africaines comme Accra, Brazzaville, des places et des rues portent son nom. Cependant au Burkina Faso, son pays natal, c’est encore la crispation. Pas de mausolée ni de rue à son hommage. Après la crise née de l’assassinat du joualiste Norbert Zongo, une Jouée nationale de pardon a été instituée. Il en est résulté un monument dédié à tous les martyrs. Mais on ne semble pas encore prêt à reconnaître le rôle exceptionnel qu’il a joué en tant que leader de la révolution burkinabè à travers notamment des œuvres publiques qui lui sont personnellement dédiées. Sur le plan politique, on compte une dizaine d’associations et de partis politiques qui revendiquent son héritage mais leur représentation reste assez faible au niveau du Parlement. Néanmoins on assiste en Afrique, en Europe et en Amérique latine à la naissance de clubs Thomas Sankara qui s’activent à la préparation du 20 ème anniversaire de la mort du héros. Il faut aussi noter la Campagne Inteationale Justice pour Sankara. Il s’agit d’une procédure juridique développée par des avocats burkinabè et inteationaux en vue d’obtenir justice pour Thomas Sankara. Autre manifestation inteationale, c’est la création du village de la jeunesse « Thomas Sankara » au forum social polycentrique de Bamako en 2005 au cours duquel les participants décidèrent la mise en place d’une cornordination inteationale pour la préparation du 20 ème anniversaire. Cet événement qui aura une portée mondiale sera l’occasion de relancer le mouvement sankariste à un moment où le parti au pouvoir est en train d’opérer une reprise en main totale de la vie politique nationale.


Germain Nama




Terre di passaggio

Coo d’Africa: prove di federalismo etnico

Nazioni e popoli: un paese suddiviso in 9 stati regionali. Città fantasma, autodeterminazione etnica, educazione nomade e miscuglio culturale.
Reportage dall’Afar, zona depressa, ma che collega Addis Abeba al mare.

La cronaca internazionale si è ricordata dell’esistenza dell’Afar, regione del nord-est dell’Etiopia al confine con Eritrea e Gibuti, soltanto qualche mese fa, in occasione di un tentativo un po’ maldestro di inserirsi nel giro dell’economia politica dei rapimenti inteazionali.
Il 2 marzo scompariva un gruppo di turisti europei di cui facevano parte dipendenti e familiari dell’ambasciata inglese di Addis Abeba. Con il loro rilascio, dopo dieci giorni di prigionia, si spegnevano i riflettori, senza tuttavia che sulla vicenda venisse mai fatta piena luce. Poco importava che nelle mani dei rapitori fossero rimasti otto etiopici, liberati soltanto un mese dopo, nell’indifferenza generale.
Gli autori del colpo erano semplici banditi oppure militanti di gruppi indipendentisti come l’Afar Revolutionary Democratic Unity Front? Il fatto poi che il rilascio sia avvenuto in Eritrea ha aperto numerose ipotesi sul coinvolgimento del governo di Asmara, tradizionale avversario dell’Etiopia. I due paesi hanno combattuto una guerra fratricida tra il 1998 e il 2000, ma ad oggi non sono riusciti a mettersi d’accordo sul confine e a riprendere normali relazioni diplomatiche. Anche perché la vicinanza di un potenziale nemico non dispiace alle élite dei due paesi, soprattutto quando la minaccia estea facilita la repressione del dissenso interno, come dimostrano le centinaia di prigionieri politici rinchiusi nelle carceri dei due paesi.

landa inospitale

«Chi sia stato non lo so – afferma Karim, guida turistica – ma di certo non ha reso un bel servizio a  quel poco di turismo che stiamo cercando di sviluppare nella regione».  Turismo che paradossalmente punta proprio sul fascino dell’estrema inospitalità dell’area: il vulcano Ertale, tuttora in funzione a testimonianza dell’intensa attività geologica (che tra milioni di anni porterà alla separazione del Coo d’Africa dal resto del continente), la depressione della Dancalia con le sue miniere di sale, uno dei luoghi più caldi della terra, dove le temperature possono arrivare a cinquanta gradi all’ombra. «I turisti che arrivano fin qui amano l’avventura e non ricercano troppe comodità» precisa Karim. Sarebbe comunque difficile trovarle, in una regione dove la popolazione è organizzata in clan seminomadi che vivono principalmente di pastorizia o dell’estrazione e commercio del sale.
L’unica striscia verde nel giallo del deserto è rappresentata dal fiume Awash, che, soffocato dal caldo, esaurisce la sua corsa nel lago Abhe Bad, nei pressi dell’antico capoluogo, Asaita.

Decentramento «etnico»

Da qualche anno è infatti in costruzione la nuova capitale regionale, Semera. Ufficialmente per ragioni logistiche, visto che Asaita era troppo lontana dalla strada che collega Addis Abeba al porto di Gibuti, ma soprattutto per segnare simbolicamente il cambio di clan al potere ed avviare in pompa magna la stagione del decentramento amministrativo.
L’Afar infatti è uno dei nove «stati regionali» su base etnica in cui l’Etiopia è stata suddivisa con la Costituzione del 1995. Nessun altro paese africano si era spinto a istituzionalizzare le divisioni etniche in maniera così radicale, riconoscendo il diritto all’autodeterminazione di «nazioni, nazionalità e popoli» fino a prevedere anche il loro diritto alla secessione.
«Da nessuna parte però viene specificata la differenza tra nazione, nazionalità e popolo e così resta una gran confusione su chi abbia diritto a che cosa. Inoltre la divisione amministrativa su base etnica rischia di esasperare  differenze e rivalità tra vari gruppi e di far esplodere il paese. «Aspettiamo di vedere quali saranno i risultati del censimento nazionale avviato nel mese di maggio» sostiene Bruk, ex funzionario regionale ora passato alla più remunerativa posizione di consulente delle Nazioni Unite. «E l’efficacia del decentramento amministrativo dipende in realtà soprattutto dalle capacità finanziarie e dalle risorse umane disponibili nelle varie regioni».
In Afar questo processo è iniziato tra mille difficoltà logistiche e finanziarie soltanto nel 2004, come nelle altre cosiddette «regioni emergenti». Difficile però emergere quando si parte da un territorio a 100 metri al di sotto del livello del mare e da un tasso di scolarizzazione che non raggiunge il 22%, appena un quarto della media nazionale.

educazione seminomade

«Lo stile di vita delle popolazioni seminomadi mal si adatta al sistema della scuola tradizionale» spiega Fikre Referra, direttore della scuola elementare di Dubti, mostrandoci le aule in muratura costruite una decina di anni fa con fondi della Banca Mondiale, ma da allora rimaste quasi vuote, come appaiono oggi. «E l’offerta di educazione alternativa, come le scuole mobili, resta limitata, visto che a garantirla ci sono soltanto quelle poche Ong locali e inteazionali che operano nella regione.  C’è poi il problema degli insegnanti: difficile convincere quelli qualificati a venire a insegnare fin qui. Resistono un anno o due, ma appena possono si trasferiscono in città o in altre regioni». Uno dei diritti fondamentali garantiti dal federalismo etnico dovrebbe essere l’insegnamento in lingua locale nella scuola primaria, ma qui si è preferito adottare l’amarico, la lingua nazionale. «L’Afar è una regione povera, con circa un milione e mezzo di abitanti: quanta strada può fare un giovane che parla solo la lingua locale? E poi abbiamo dovuto ovviare alla carenza di insegnanti capaci di esprimersi in lingua afar, che resta giovane e poco codificata. Stiamo completando solo ora, grazie a fondi della Cooperazione Italiana, la stampa del primo dizionario afar-amarico-inglese» spiega Habib Yayo, direttore dell’ufficio regionale per l’educazione. Ci riceve in una stanza al terzo piano di un palazzo non ancora completato -mancano porte, ringhiere e rifiniture – ma già in funzione da due anni.

città artificiale

Se mai sarà finito, sabbia, polvere e mancanza di manutenzione lo avranno fatto nascere già vecchio e decadente. Come la maggior parte dei palazzi di Semera, pomposamente presentata come città modello dell’autodeterminazione regionale. Peccato che il modello seguito nella pratica sia stato quello della cattedrale nel deserto circondata dai simboli retorici del potere: stadio, aeroporto e museo della cultura afar.  Tutti ancora in costruzione e circondati dal deserto: uno skyline da città fantasma in cui svettano i serbatorni che tentano di risolvere la mancanza d’acqua.
Per il momento le uniche cose che sembrano funzionare davvero sono i condizionatori e le parabole satellitari degli appartamenti destinati ai funzionari degli uffici regionali, attorno a cui ruota quel poco di vita che esiste a Semera.
La maggior parte di funzionari ed esperti arriva da fuori, con il soprannome di highlanders, in quanto scendono dalle regioni dell’altopiano forti dei loro diplomi a cercare lavoro nella nuova amministrazione regionale. Ma in omaggio al principio dell’autodeterminazione etnica, i direttori degli uffici, di nomina politica, devono appartenere all’etnia afar. E siccome tra questi sono in pochi quelli in possesso di un titolo di studio, non di rado dei giovani neo-diplomati si trovano a dirigere colleghi più anziani ed esperti che arrivano da altre regioni.
Molti di quelli che lavorano a Semera, e soprattutto coloro a cui non viene concesso di abitare negli appartamenti riservati ai funzionari assegnati dalle autorità politiche, scelgono di vivere nella vicina cittadina di Logya, dove si svolge la vera vita. Punto di sosta per i funzionari delle organizzazioni inteazionali e delle Ong in visita a Semera, ma soprattutto dei camionisti che percorrono la strada che  collega Addis Abeba al porto di Gibuti, da cui transita tutto il commercio con l’estero dell’Etiopia.

miscuglio culturale

Una rotta che spiega l’interesse strategico da parte del governo di Addis per questa regione altrimenti marginale. Il transito dei commerci e la vicinanza degli uffici pubblici hanno contribuito a ricreare anche in questo angolo di Afar la mescolanza di etnie e popolazioni tipica di molte altre regioni dell’Etiopia. Le principali attività commerciali sono infatti gestite da famiglie costrette ad emigrare dal vicino Tigray in cerca di fortuna o per sfuggire alla guerra.
È il caso di Desta, scappato dalla città di Zalambessa, al confine con l’Eritrea, rasa al suolo durante il conflitto del 1998-2000. Oggi gestisce il Nazaret Hotel, che gode della fama di miglior albergo della città, come testimonia la lunga fila di letti puliti ed equipaggiati di zanzariere che ogni sera vengono preparati nel cortile, per sconfiggere il caldo approfittando della brezza nottua. «Stiamo espandendo l’albergo – racconta – per accogliere tutti i lavoratori che arriveranno con l’apertura dei cantieri per la costruzione di una grossa diga sul fiume Awash che servirà alla coltura della canna da zucchero».
Il segno della presenza sempre più numerosa degli highlanders è sicuramente la costruzione di una grossa chiesa ortodossa a Logya, in una regione dove il 90% della popolazione è musulmana. «In fondo questa mescolanza in Etiopia è la norma» sottolinea Shimeles, giovane medico anche lui di passaggio al Nazaret Hotel. La sua maglietta recita «Etiopia: una nazione, molti popoli e linguaggi» e la sua vita sembra confermarlo: nato ad Addis, ha studiato a Jimma, nel sud-ovest del paese e ora lavora in Afar per conto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Tra le altre cose è impegnato a fronteggiare un’epidemia di «acute water diahorrea» che tradotto sarebbe «colera», ma per ragioni politiche e diplomatiche la parola non si può usare, visto che il governo etiopico continua a rifiutarsi di riconoscere ufficialmente la presenza di questa epidemia.
Mentre chiacchieriamo l’unico canale televisivo nazionale manda in onda immagini di repertorio della Conferenza nazionale che nel 1995, al termine della guerra civile per rovesciare la dittatura di Menghistu, aveva prodotto l’attuale Costituzione. «Continuano a mandare in onda questa roba per fare il lavaggio del cervello alla gente e distogliere la loro attenzione dai problemi veri, come la fame o l’Aids. Parlano di federalismo e diritto all’autodeterminazione, ma io non so di quale nazione, nazionalità o popolo faccio parte. Sono semplicemente etiopico! Ma intanto violano apertamente i diritti dell’opposizione, i cui leader sono ancora in galera».
In prigione dal novembre 2005, in seguito alle proteste per i brogli elettorali che hanno permesso al governo del primo ministro Meles Zenawi di restare al potere, ci sono i principali leader dell’opposizione e con loro una ventina di giornalisti. Ad aprile sono stati scagionati dalle accuse di alto tradimento e tentato genocidio. Ma la maggior parte di loro resta in carcere e sarà comunque processata per tentativo di insurrezione armata e crimini contro la Costituzione, reati per cui sono previsti anche l’ergastolo o la pena capitale.
Pratiche di un sistema federale che rischia di fallire non tanto perché troppo etnico, quanto piuttosto perché troppo poco democratico.

Di Emanuele Fantini

Emanuele Fantini




Conosciuto ma dimenticato

Malattie dimenticate: colera

Il colera continua a mietere vittime dove manca l’accesso all’acqua pulita e ai servizi igienici di base.

I l settimo Obiettivo di sviluppo del millennio, fra quelli stabiliti alle Nazioni Unite nel 2000 e da raggiungere entro il 2015, riguarda l’ambiente. Un obiettivo importante perché comprende problematiche quali l’accesso all’acqua pulita, la possibilità di avere servizi igienici adeguati e fognature, con separazione dell’acqua sporca da quella usata per bere e mangiare.
Ma secondo quanto riportato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e dal Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (Unicef) in un resoconto dello scorso anno, la strada è ancora lunga, vista la necessità di aumentare di un terzo gli sforzi per l’accesso all’acqua pulita e addirittura raddoppiarli sul versante servizi igienici e fognature. Ed è collegato all’acqua contaminata il colera, malattia dimenticata nel momento in cui vengono garantite le norme igieniche, ma che si ripresenta quando tali condizioni di sicurezza vengono a mancare. L’Oms riporta infatti il colera come uno degli indicatori chiave per quanto concee lo sviluppo sociale, una minaccia che svanisce nel momento in cui viene raggiunto un livello igienico minimo.
Nonostante questo, epidemie di colera, dimenticate, continuano a imperversare nei paesi poveri, non solo, sottolinea l’Oms, seminando sofferenza e morte, ma danneggiando anche la struttura economica e sociale delle comunità colpite e ostacolandone lo sviluppo.

Acqua da bere
e dA eliminare
Secondo quanto riportato dal resoconto di Oms e Unicef, supera il miliardo il numero di persone in aree urbane e rurali senza ancora un accesso ad acqua pulita e sarebbero oltre due miliardi e mezzo quelle senza servizi igienici e fognari adeguati.
A fare le spese di questa situazione sono soprattutto i bambini: nel solo 2005 ogni giorno 4.500 piccoli con meno di 5 anni sono morti per cause collegate all’acqua non sicura e a norme igieniche inadeguate, per un totale di 1,6 milioni. In particolare rappresentano una minaccia le malattie con diarrea e quelle parassitarie, con un rischio aumentato di epidemie di colera, tifo e dissenteria.
E proprio fra i bambini, nell’ambito di una situazione sanitaria sempre più precaria, sono stati segnalati a giugno i primi casi sospetti di colera in Iraq, dove veniva calcolato che meno di un piccolo su tre (il 30%) avesse l’accesso ad acqua sicura.

Il batterio e la tossina
Il responsabile del colera, malattia infettiva intestinale, è un batterio dal nome Vibrio cholerae, che arriva all’uomo attraverso l’acqua o il cibo contaminato. Solo raramente vi può essere una trasmissione diretta fra le persone.
Le epidemie di grandi dimensioni con inizio improvviso, tuttavia, sono in genere collegate all’utilizzo di acqua contaminata. La diarrea acquosa è causata da una tossina prodotta dal batterio e può portare a una perdita importante di liquidi dell’organismo, con disidratazione grave e morte se il malato non viene curato. Insieme con la diarrea vi può essere anche vomito.
Tuttavia, la maggior parte delle persone infettate non presenta la malattia, nonostante elimini con le feci il batterio, e lo diffonda quindi nell’ambiente, per una o due settimane. Inoltre, nel caso in cui vi sia la malattia, si ha il quadro clinico di colera con disidratazione moderata o grave in un paziente su dieci circa, mentre negli altri il quadro è meno importante e può essere sovrapponibile ad altri tipi di diarrea acuta.

rischio alto se impreparati
Il numero di morti causati dal Vibrio cholerae è molto differente a seconda degli interventi che vengono messi in atto e della loro tempestività. Si tratta infatti di una condizione che se si verifica in una zona pronta a rispondere in modo adeguato, con reidratazione del malato e se necessario con farmaci, i casi mortali sono meno di uno su 100; quando però l’infezione intestinale si diffonde in comunità non preparate e viene a mancare il trattamento o l’intervento rapido, il numero di morti sale, arrivando anche al 50% dei casi, uno su due.
Accanto poi ai provvedimenti nei confronti delle persone malate, vi sono le misure igienico-sanitarie, personali e della comunità, e di utilizzo di acqua e cibo sicuri per bloccare la diffusione del batterio e dell’infezione.

Decine di migliaia di casi
Il colera è diffuso e rappresenta un rischio costante di malattia, e morte, in diversi paesi. Vi sono anche epidemie isolate, favorite da tutte quelle condizioni che mettono a rischio l’accesso ad acqua e cibo sicuri e le condizioni igieniche di base, per esempio in zone con sovraffollamento o nei campi profughi. In queste situazioni il rischio di morte per colera è alto: l’Organizzazione mondiale della sanità riporta come nel 1994, nel campo rifugiati a Goma (Congo) durante la crisi rwandese, il Vibrio cholerae in un solo mese sia stato responsabile di 48 mila casi e 23.800 decessi.
Nonostante il suo possibile carico di morti evitabili, il colera viene dimenticato, confinato nelle periferie povere delle città, fra i profughi, nelle zone dove l’acqua pulita non è scontata. Alla fine di gennaio dello scorso anno, per esempio, sono stati segnalati i primi casi di colera nel Sud del Sudan: in meno di un mese le infezioni sarebbero state oltre 3.700, con decine di morti. Il numero complessivo di casi di diarrea acquosa nella prima metà del 2006 (fra il 28 gennaio e il 14 giugno) avrebbe superato i 16 mila, con 476 morti in otto su dieci stati del Sud Sudan.
Sempre in Africa, l’infezione avrebbe colpito in Angola oltre 40 mila persone, uccidendone migliaia. Comparso a Luanda a metà febbraio, anche qui come in Sud Sudan collegato a consumo di acqua non sicura, il colera si sarebbe poi diffuso a 14 delle 18 province, arrivando a una media di 25 morti ogni giorno. La popolazione si è trovata impreparata di fronte a una malattia per la quale da diversi anni non venivano segnalate epidemie nel paese. E quella del 2006 è stata definita da Richard Veerman, capo missione nel paese dell’organizzazione non governativa Medici senza frontiere, come «una delle peggiori mai viste in Angola».
Secondo quanto riportato dall’Organizzazione mondiale della sanità, il 21 giugno, quando la diffusione dell’epidemia era in calo (seppur con ancora 125 casi segnalati ogni giorno), il totale delle infezioni riportate era arrivato a 46.758 casi, con 1.893 morti.
Ma lo scorso anno il colera in Africa ha imperversato anche in altre zone del continente: nel Nord del Sudan (con oltre 6.200 casi di infezione e circa 200 morti in quattro mesi) e nel Darfur, o ancora in Liberia, con la segnalazione di Medici senza frontiere ad agosto, di un aumento improvviso di casi nella capitale, in un paese in cui la malattia si presenta regolarmente con epidemie nella stagione delle piogge.

Insegnare ai bambini
Nel caso dell’epidemia in Angola, secondo quanto riportato da Medici senza frontiere, la conoscenza da parte delle persone di quello che era possibile fare per proteggersi dall’infezione era limitata, come pure nel caso dell’epidemia nel Sud Sudan, dove il colera non è solitamente diffuso.
Accanto a sovraffollamento, condizioni igieniche precarie e così via, assumerebbe un ruolo anche la conoscenza delle popolazioni dell’infezione, di come si trasmette, di cosa fare per bloccarne la diffusione. Sulla mancata conoscenza delle norme igieniche più semplici e le possibili conseguenze sulla diffusione di malattie hanno pensato di lavorare, per esempio, due cooperanti dell’organizzazione non governativa Coopi, proponendo un percorso ludico e nello stesso tempo istruttivo. Con un progetto di educazione sanitaria, indirizzata ai bambini in un quartiere povero di Kampala, capitale dell’Uganda, hanno cercato di renderli consapevoli dell’importanza delle condizioni igieniche e sanitarie nella vita di tutti i giorni, insegnando per esempio a non buttare la spazzatura nei canali di drenaggio sotto casa. Un gioco con tanto di pedine, percorso che rappresenta la città, dado da tirare per muoversi, carte con domande su salute, igiene e ambiente, a cui rispondere e su cui discutere insieme, imparando mentre si divertono.

Di Valeria Confalonieri

Valeria Confalonieri




La parabola del «figliol prodigo» (13) Nel pozzo profondo delle ragioni del cuore

«Cambiate mentalità/ pensiero e credete al vangelo, cioè a Gesù Cristo, il Figlio di Dio»

16 Avrebbe voluto riempire il suo stomaco con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno ne dava a lui. 17a Verso se stesso quindi ritornando, disse: b «Quanti salariati di mio padre hanno abbondanza di pani, mentre io qui me ne sto a morire di carestia».

Mangiare è comunicare l’anima
Per la cultura semitica «mangiare con qualcuno» significa condividee la vita in uno stato di uguaglianza. Gesù subito dopo l’ultima cena, dichiara espressamente questa condizione: «Non vi chiamo più servi… ma vi ho chiamato amici» (Gv 15,15). La ragione di tale dichiarazione sta nel fatto che hanno mangiato insieme quel pasto «singolare», espressione unica dell’alleanza con Dio: «Questa è la mia carne… questo è il mio sangue» (Lc 22,19-20).
Mangiare è diventare una cosa sola con chi si mangia. Il giovane figlio arriva fino al punto di «desiderare» di essere con i porci, come i porci, uno di loro pur di acquietare i morsi della fame: «Voleva riempire lo stomaco/saziarsi delle carrube che mangiavano i porci, ma nessuno ne dava a lui» (v. 16). Il livello della bassezza morale non può essere più profondo perché il giovane giudeo non solo dimentica la prescrizione della Toràh, che dichiara impuro il porco (Lv 11,7; Dt 14,8) e chiunque ne entra in contatto, ma fa addirittura «comunione» con l’impurità, volendo mangiare le stesse carrube che mangiano i porci.  

Simbologia del porco
La Mishnàh (VII,7) è tassativa nella proibizione di allevare porci: «In nessun luogo si possono allevare porci»; il Talmud babilonese (Baba Qama – Prima Porta 82b e Sotah – Adultera 49b) dichiara: «Maledetto chi alleva porci».
Al tempo di Gesù, il porco era anche simbolo dell’oppressore romano sia perché la X legione «fretense» aveva come mascotte un cinghiale, sia perché i soldati romani, quando potevano, mangiavano spudoratamente i maiali rastrellati nei villaggi greci. Mangiare porco significava quindi simbolicamente assoggettarsi all’invasore che derideva la sacralità dell’insegnamento della tradizione. Per un giudeo quindi finire tra i porci era peggio della morte.
Lontano dal Dio di suo padre, impuro fino al midollo dell’anima, senza più dignità umana, sprofondato nel peccato più radicale rappresentato dall’intimità che cerca con i porci, il figlio giovane ha raggiunto il fondo di se stesso. La libertà che cercava e per la quale aveva ucciso il padre, abbandonato Dio, lasciato il suo paese e la sua storia, ora diventa il suo abisso di desolazione e la sua condanna. Una condanna a morte, se perfino i porci sono nutriti meglio di lui.
Il suo «dio» è il ventre
Nel versetto si trovano tre verbi, tutti all’imperfetto indicativo attivo che indica un’azione continuativa, abituale o tentata nel passato. Non è il desiderio di una volta, ma il desiderio costante e sistematicamente espresso, divenuto ormai un’esigenza di sopravvivenza. È l’ostinazione di chi non vuole rassegnarsi a morire di fame. C’è tutta la disperazione di chi si trova nella disperazione, solitario e isolato nel mondo che bramava e non trova altro rimedio che sprofondare ancora più in basso.
Il primo imperfetto «desiderava» è certamente un imperfetto di conato, cioè un’azione sistematicamente ripetuta, ma sempre frustrata. Ci troviamo davanti a un uomo che tenta e riprova pur di raggiungere il suo scopo: calmare la fame. Il desiderio di «riempire lo stomaco» è permanente come durevole è la carestia e la fame.

Sfamarsi o riempire la pancia?
Alcuni codici antichi del sec. IV-V hanno una variante del v. 16: «Desiderava riempire il suo stomaco/la pancia», che pare sia la forma più originale, a differenza di altri codici di primissimo piano che invece cercano di addolcie la crudezza, modificando il testo in «desiderava saziarsi/sfamarsi». Quest’ultima espressione, da un punto di vista della sintassi, è più perfetta: l’imperfetto seguito dall’infinito [desiderava (di) sfamarsi] è una costruzione propria di Lc (cf 16,21; 17,22; 22,15; cf anche Mt 13,17).
Il biblista francese Jacques Dupont osserva che l’espressione riempire lo stomaco è così volgare che forse i copisti e i traduttori hanno cercato di sminuie la crudezza cambiandola con saziarsi, sminuendo anche il contesto di abiezione nel quale il giovane è piombato (Il padre del figliol prodigo in PSpV, n.10 pp.120-134).

La frustrazione dell’isolamento
Crollano tutti i sogni e progetti di indipendenza, sepolti nel porcile del proprio isolamento che nemmeno i porci vogliono condividere! «Riempire lo stomaco/la pancia» è l’ultima prospettiva che è rimasta al giovane figlio, ormai in balìa della fame più radicale, diventata ossessione del presente con la paura di non arrivare a domani. Il figlio che non ha esitato a uccidere il padre prima del tempo, per vivere alla grande, vede la vita sfuggirgli e si sperimenta impotente a trovare una soluzione.
«Nessuno ne dava a lui». In un paese lontano, scenario di futuro scintillante, sognato e solo assaporato, egli è nessuno. Non ha passato, non ha futuro e il suo presente è assenza d’identità. «Il ventre è il suo dio» (cf Fil 3,19) e tutto ruota attorno ai suoi bisogni che non è in grado nemmeno di cornordinare. A nulla è valsa la distruzione del padre, ora è il figlio a fare i conti con la morte e la morte di fame. Il suo viaggio finisce qui: da figlio a servo, da libero a mendicante, da spensierato ad affamato.

Non più figlio, ma schiavo disprezzato
Sperperato il patrimonio, ha consumato anche la sua dignità, libertà e la stessa identità: desidera diventare come i porci, pur di lenire la fame, ma senza risultato perché «nessuno ne dava a lui». Semplicemente non esiste.
Chi si allontana da Dio e dal padre, è isolato in mezzo all’umanità, perché il rifiuto della pateità è la premessa logica per non riconoscere la frateità. Colui che non si è riconosciuto come figlio è sconosciuto anche per gli altri, diseredato dall’esistenza stessa. Di fronte al peccatore anche il pagano in una terra lontana non è «prossimo»; anzi, può diventare lo strumento della giustizia. Il pagano, infatti, disprezza talmente il giovane da abbandonarlo alla mercé dei porci, cioè alla impurità radicale, inchiodandolo nel suo stato di indegnità esistenziale e morale. Semplicemente non esiste più!
Non esiste per il padrone che vede in lui solo l’occasione di uno sfruttamento senza spesa; non esiste per i porci, che non lo vogliono «dei loro» perché la sua impurità è maggiore e contagiosa; non esiste per se stesso perché non sa più chi sia, senza dignità né speranza. Davanti a lui c’è solo il terrore della morte e della morte per fame. Per uno che aveva «posseduto tutto» è un bel progresso.

Il giovane e Lazzaro povero
In Lc un altro personaggio si trova in una situazione alquanto simile: il povero Lazzaro, «desideroso di saziarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe» (Lc 16,21). Alcuni codici non importanti aggiungono la frase: «Ma nessuno ne dava a lui», che è certamente un tentativo di uniformare i due racconti dal punto di vista letterario.
La differenza tra il giovane della parabola e Lazzaro non sta tanto nella fame o povertà, ma nell’atteggiamento degli animali. Il primo è ripudiato dai porci, il povero Lazzaro è assistito dai cani; i porci non danno neanche le carrube al giovane affamato, i cani alleviano il dolore leccando le ferite di Lazzaro. Il figlio della parabola è disperato, Lazzaro è fiducioso; il primo è nel porcile, l’altro è in mezzo agli uomini; il giovane è isolato nel suo egoismo, Lazzaro è l’anello debole di una società opulenta e ingiusta.
I due racconti sono collegati insieme perché lo stesso Lc li colloca uno dopo l’altro, dandoci così una prospettiva unitaria e un insegnamento comune: non sono le cose «possedute» che rendono liberi, né la realizzazione passa attraverso le ricchezze che spesso sono la causa prima dell’abbrutimento del cuore.

Peccare è sradicarsi dalla vita
Il padrone dei porci, pur essendo un estraneo, tratta il giovane come un depravato, cioè un peccatore abbandonato da Dio. Nella mentalità ebraica, il peccatore è abbandonato a se stesso; nessuno è tenuto a soccorrerlo. Il libro del Siracide al riguardo è esplicito e tassativo:

«Se fai il bene, sappi a chi lo fai; così avrai una ricompensa per i tuoi benefici. Fa’ il bene al pio e ne avrai il contraccambio, se non da lui, certo dall’Altissimo. Nessun beneficio a chi si ostina nel male né a chi rifiuta di fare l’elemosina. Da’ al pio e non aiutare il peccatore. Benefica il misero e non dare all’empio, impedisci che gli diano il pane e tu non dargliene, perché egli non ne usi per dominarti; difatti tu riceverai il male in doppia misura per tutti i benefici che gli avrai fatto. Poiché anche l’Altissimo odia i peccatori e farà giustizia degli empi. Da’ al buono e non aiutare il peccatore» (Sir 12,1-7).
Nell’AT il senso del peccato ha anche una valenza sociale: il bene comune precede sempre il bene individuale, che spesso può e deve essere sacrificato a vantaggio della collettività. Ciò è incomprensibile per noi che abbiamo acquisito il concetto di «persona», su cui si basa la carta dei diritti e il valore della democrazia. Non così per gli antichi popoli nomadi e seminomadi: per essi il gruppo, clan o tribù è garanzia di sopravvivenza al di sopra e oltre ogni singolo individuo. E fuori del suo contesto sociale tribale, l’individuo è nessuno, perché ognuno vive in quanto parte di una «personalità collettiva».

Ritoo senza conversione
17a Verso se stesso quindi ritornando, disse: b«Quanti salariati di mio padre hanno abbondanza di pani, mentre io qui me ne sto a morire di carestia».
Bisogna subito sfatare una mitologia che vede in questo «ritorno/rientro in sé» il principio di una conversione, al punto da presentare il «figliol prodigo» come modello del convertito. Non è così! Questa è una prova che spesso la scrittura è interpretata in base al significato delle traduzioni e non a partire dal testo originario, come dovrebbe fare un lettore attento, per non rischiare di alterare il senso stesso della parola di Dio. Esaminiamo le ragioni del «ritorno in sé» del giovane figlio.
Il figlio fa il confronto tra sé e i salariati di suo padre. Abbiamo due idee sottintese: da una parte il figlio ammette che suo padre non è un padrone despota, come ha voluto farci credere all’inizio, quando non vedeva l’ora di andarsene; ma è un «padre» attento alle necessità anche dei suoi dipendenti, visto che «abbondano di pani» (si usa il plurale apposta). Se anche il salariato sta bene in casa di suo padre, vuol dire che quest’uomo non è così malvagio da volee la morte. Il motivo della fuga quindi non sta nel padre e nel suo autoritarismo, ma il problema è tutto nel figlio che ha una grande confusione in testa e nel cuore.
Dall’altra parte, il figlio non pensa al padre e al suo dolore; non è pentito di ciò che ha scelto e fatto, delle conseguenze che ha provocato; ma di fronte a tutte le porte chiuse, non gli resta che la possibilità di usare e sfruttare ancora il padre. Egli ha preso coscienza di non avere altro futuro che la morte: «Io me ne sto qui a morire per carestia», mentre i dipendenti di mio padre… È l’invidia, il confronto, la rabbia contro il mondo cinico e baro, perché questo giovane sicuramente pensa di essere stato sfortunato e quindi di non avere alcuna colpa, ma solo circostanze avverse. Nessun ragionamento potrebbe essere più egoista di quello del figlio giovane.
Il testo deformato
Ciò che inganna è l’espressione «ritoò in se stesso», che noi leggiamo alla luce della nostra esperienza razionale e forse mistica. È un tipico caso di «eis-egèsi», cioè di «immissione dentro» il testo di un senso e acquisizioni posteriori che il testo non ha. Il momento della conversione è ancora lontano; avverrà solo quando la gratuità di cui si era preso gioco lo avvolgerà e lo rigenera del tutto nuovo: allora non avrà nemmeno bisogno di chiedere perdono, perché il perdono lo aspettava già, prima che lui partisse.  
L’espressione «eis heautòn elthôn (da èrchomai) – verso se stesso venendo/tornando» (v. 17a) nella letteratura della fine del sec. I d.C. ha il senso di «valutare/ponderare/lamentarsi». In ebraico potrebbe significare «convertirsi», ma l’unico testo di riferimento è At 12,11, dove anche «Pietro rientrato in se stesso, disse…», ma il verbo è diverso, «ghìnomai – divento/faccio».
Abbiamo però una spia in un testo che appartiene alla duplice tradizione giudaico-cristiana, Testamento dei Dodici Patriarchi, apocrifo ebraico del sec. II a.C., rielaborato in epoca cristiana con contenuti cristiani, in cui si trova l’espressione «ritornare/rientrare in se stesso» nello stesso senso della parabola lucana.

Un parallelo apocrifo
In Gen 39,7-20 si narra del tentato adulterio della moglie di Potifar, «consigliere del faraone e comandante delle guardie» (Gen 39,1), che aveva messo gli occhi sullo schiavo giudeo Giuseppe, figlio di Giacobbe e Rachele, «bello di forma e avvenente d’aspetto» (Gen 39,6). Egli era stato venduto dai fratelli, condotto in Egitto e acquistato da Potifar. Nel Testamento di Giuseppe, la donna anonima nel racconto biblico ha un nome: l’egiziana Menfia, di cui il patriarca narra le insidie ostinate per indurlo all’adulterio. Giuseppe, che teme Dio, prega e digiuna per avere da Dio la forza di essere fedele agli insegnamenti di suo padre. Poi prosegue testualmente: «Ma io ripensavo alle parole di mio padre e, entrato in camera mia, pregavo il Signore… Capii e mi addolorai fino alla morte. Quando se ne fu andata, ritornai in me stesso e soffrii per lei per molti giorni» (III,3.9).
Sia il giovane figlio che il suo antenato, il patriarca Giuseppe, ritornano in se stessi, ma con intenti e progetti diversi, ciò che più conta, con atteggiamenti opposti. Il patriarca «si addolora fino alla morte» perché l’egiziana vuole commettere peccato e soffre «per lei». Il figlio giovane invece, è scocciato della piega che ha presa la «sua» vita: «Me ne sto qui a morire per carestia». Il giusto patriarca non gode della sventura che può capitare al suo nemico, ma si preoccupa della salvezza della donna; il giovane della parabola si preoccupa solo di sé e non ha il minimo slancio di altruismo. Confrontiamo più profondamente le ragioni intime di Giuseppe e del giovane.
Il giusto e l’egoista
Il patriarca entra in camera sua e prega (cf Mt 6,6), il figlio dissoluto «valuta, ragiona, pondera» la sua situazione e cerca una soluzione vantaggiosa. Il patriarca prega Dio, il giovane si è allontanato da Dio; il patriarca trova forza nel ricordo delle parole del padre, il giovane pensa come sfruttare ancora la generosità e la bontà del padre. Il patriarca digiuna a lungo, perché il dolore della fame non gli faccia perdere il senso morale della sua responsabilità, il giovane, così terrorizzato dalla fame da indursi a mescolarsi con i porci, non ha più un padre da ricordare, ma solo un padrone da sfruttare.
Il ragionamento del figlio giovane è spudoratamente egoista, frutto di calcolo di convenienza. «Verso se stesso ritornando» significa: preso atto della situazione disperata, pensò… non di ritornare dal padre, ma di trovare il modo di rimediare un «posto» tra i dipendenti di suo padre che hanno un trattamento di giustizia e vivono senza preoccupazioni. Il figlio è prigioniero ancora della sua superficialità e immaturità.
Il pensiero della casa del padre è tutto rivolto al benessere materiale: «Quanti salariati di mio padre hanno abbondanza di pani, mentre io qui me ne sto a morire di carestia». Il verbo «morire» nella parabola ricorre tre volte, qui in bocca al figlio e nei vv. 24 e 32 in bocca al padre, che ha un motivo in più per giornire: gli è stato restituito il figlio «morto», ma egli lo ha rigenerato e ridato alla vita.

Se la motivazione non è sufficiente
Un’ultima osservazione, a conclusione di questa riflessione che ci ha restituito il sapore del testo nella sua crudezza. Abbiamo detto che il figlio non ha un moto di conversione, ma una motivazione ancora egoista perché ossessionato dalla povertà e dalla fame. Ciononostante «inizia» a pensare al padre, anche se come padrone. La motivazione non è genuina né entusiasmante; è decisamente insufficiente, ma mette in moto un processo irreversibile.
Non sempre i grandi cammini o le grandi svolte nella vita accadono perché le motivazioni sono chiare, le idee limpide e gli interessi di tornaconto assenti. No! Siamo umani, fino al midollo delle ossa, impastati di contraddizioni, dubbi, paure, egoismi. Per questo una motivazione insufficiente o del tutto inadeguata all’inizio può essere lo stesso il motore di avviamento della vettura della vita. Basta saperla cogliere, lasciarsi stupire dalle novità che quasi sempre accadono gratuitamente. La domanda a cui dobbiamo rispondere è: chi e cosa mette in movimento il figlio verso il padre? Se le sue ragioni sono meschine ed egoiste, chi muove il figlio a riprendere il cammino a ritroso verso la casa del padre suo, anche se visto solo come padrone? Dove sta la vera ragione del ritorno del figlio? Lo scopriremo nel commento ai versetti seguenti.
(continua – 13)

Di Paolo Farinella

Paolo Farinella




Reportage da uno «stato canaglia»

Viaggio nella repubblica islamica (1a puntata)

Come si vive in Iran? Le donne sono oppresse? Teheran prepara armi nucleari per bombardare Israele e l’Europa? Tutto questo corrisponde a verità oppure attorno alla Repubblica islamica c’è soprattutto molta (interessata) propaganda? Angela Lano ha incontrato autorità
e gente comune. Questo è il suo reportage (fuori dai luoghi comuni).

Teheran, giugno 2007. Atterriamo in un enorme aeroporto, pulito e ordinato. Quasi un biglietto da visita della Repubblica islamica dell’Iran.
Fuori, il traffico è caotico: una miriade di auto, nuovissime e vecchie, lussuose e sgangherate, viaggiano a singhiozzo nella metropoli da 12 milioni di abitanti.
Ci colpisce subito un elemento del paesaggio: le donne sono avvolte nei chador neri, i lunghi mantelli che dal capo scendono fino ai piedi, avvolgendo tutto il corpo. È un dettaglio che impressiona, perché, all’apparenza, fornisce un aspetto «omologante» della presenza femminile nel paese.
Impareremo, nei giorni successivi, che è meglio non giudicare una civiltà dai metri o centimetri di stoffa che indossa o non indossa la popolazione: il 35% dei parlamentari iraniani è donna. Uno dei quattro vice-presidenti (c’è anche un sunnita) è donna. Il 60% degli studenti universitari (la percentuale più alta del mondo) è donna. Molte sono le signore in carriera: top manager, docenti, medici, ingegneri, giornaliste, ecc. E questo, nonostante il chador. I paragoni con l’Italia di vallettopoli e di velinopoli – dove la carriera la si fa solo se si è «sufficientemente scoperte» – sono immediati.
Qua e là, a dir il vero, incontreremo anche tante donne con un semplice foulard colorato che copre la testa e in abbigliamento elegantissimo o moderno.
La città ci appare frenetica, immensa nei suoi innumerevoli quartieri e giganteschi caseggiati. Nell’ora di auto, dall’aeroporto al residence nella collina elegante di Teheran dove alloggiamo, scorrono di fronte a noi paesaggi urbani molto diversi: da quelli più popolari alle aree ricche della borghesia medio-alta iraniana. I contrasti tra zone nuove e belle e quelle povere è ancora molto forte, acuito dal continuo flusso di persone che dalle province desertiche o montane si stabiliscono nella megalopoli persiana. Notevole è anche la presenza di immigrati giunti dall’Afghanistan, dal Pakistan e dall’Iraq.
Nelle strade, dovunque, giganteggiano le fotografie del defunto imam Khomeini, di cui, in questi giorni, si celebra il 18° anniversario della morte (3 giugno 1989).

La retorica di «Ahmy»:
è vero pericolo?

Entriamo nel compound della presidenza iraniana: è un quartiere vero e proprio, con molti edifici, chiuso da cancellate, guardiole, checkpoint. Lasciamo borse, zaini, macchine fotografiche e quant’altro, in un posto di polizia. Veniamo perquisiti: le donne entrano da un ingresso, gli uomini da un altro. Da una nostra tasca esce una bottiglia d’acqua: siamo invitati a bee un sorso, per provare che non contenga liquidi pericolosi (anche nei nostri aeroporti è vietato portarsi dietro bottigliette con liquidi). Le penne vengono smontate e rimontate, per verificare che non siano  piccoli ordigni.
Alla fine, riusciamo a salire al terzo piano e ad accedere a una sala congressi enorme e bella. È affollata di giornalisti, membri di associazioni, delegazioni inteazionali, politici.
Il presidente Mahmoud Ahmedinejad entra di lì a poco, tutti balzano in piedi e lo accolgono con l’inno nazionale. È in tenuta casual, informale. Saluta con sorrisi. Ha un’aria popolare, molto poco chic.
«La rivoluzione iraniana è stata una salvezza per il popolo iraniano – arringa subito il pubblico, apparentemente già ben disposto -, ma anche per il resto dell’umanità: un esempio di giustizia e liberazione. La Repubblica islamica dell’Iran appartiene a tutte le nazioni libere, non è solo del popolo iraniano. Noi lottiamo per la dignità e la liberazione dei paesi oppressi, contro il sionismo, contro il razzismo, il marxismo, l’apartheid e l’amministrazione criminale statunitense».
La sua è una retorica che mescola populismo, messianismo politico-religioso, guevarismo zapatista e altro ancora, a tratti ridondante, a tratti coinvolgente. Molti la amano, altri la odiano o la sopportano con fatica.
 «L’imam Khomeini – aggiunge Ahmedinejad – è stato un perfetto successore del profeta Muhammad: credeva che la fede in Dio fosse sufficiente per cambiare il mondo. Il suo messaggio è universale, senza confini e barriere linguistiche, culturali, religiose. Riteneva che tutte le forze dovessero unirsi per sconfiggere gli oppressi del mondo – dal nord al sudamerica, dalla Palestina ai popoli africani. Rispettava la dignità di tutti: riteneva che gli esseri umani non debbano essere umiliati, oppressi  dai poteri coloniali.
Credeva nel potere dei popoli: quando una nazione è risoluta, nessun potere può sconfiggerla. E così che accade all’Iran».
Ahmedinejad fa poi un riferimento alla Palestina, questione molto sentita in Iran: «Il regime sionista non vale nulla: anche se sostenuto dai potenti della terra, non potrà vincere se i palestinesi hanno fiducia in Dio. Il conto alla rovescia del regime sionista è iniziato. Ormai in tanti sono stufi di questa situazione di oppressione mondiale: in molti stanno cercando giustizia e purezza. Loro, i potenti, possono ferire, uccidere, ma il popolo lotta e va avanti come in Libano, in Palestina e in altri paesi. Dobbiamo credere in Dio e marciare avanti: la distruzione dei “tradizionali” poteri è molto vicina».
I delegati di Siria, Palestina, Libano, India, Pakistan, di alcuni stati africani, del Venezuela lo acclamano dedicando a lui, a Khomeini e all’Iran interventi entusiastici, da «liberatori degli oppressi». L’inviato indiano sottolinea che «la rivoluzione iraniana è stata pacifica e senza spargimento di sangue».
La Siria si definisce «orgogliosa di essere considerata alleata della Repubblica islamica d’Iran», mentre il rappresentante pakistano enfatizza «la necessità dell’unione dei “fratelli musulmani” sotto la bandiera dell’Iran per “lottare contro le occupazioni straniere”. Il governo iraniano deve guidare questa rivoluzione per gli sciiti e i sunniti insieme».
Caloroso l’abbraccio tra l’inviato del presidente venezuelano Hugo Chavez e Ahmedinejad: «La vittoria della rivoluzione islamica è un esempio per tutti i popoli oppressi. Il Venezuela crede che il popolo d’Iran avrà successo nella sua lotta contro l’oppressione statunitense».
Insomma, retorica arabo-islamica-terzomondista a parte, sembra che «Ahmy» faccia paura prevalentemente all’Occidente ricco e neo-colonialista.
Khomeini:
cominciò tutto con lui

La settimana del nostro viaggio cade durante le grandi celebrazioni per la morte di Ruhollah Khomeini (1). Gli organizzatori del nostro soggiorno iraniano ci portano al Mausoleo dell’imam, a qualche chilometro a sud della città.
Una folla immensa, oceanica riempie la moschea – un’enorme costruzione di ferro e cemento, semiaperta. Anche qui, il servizio di controllo è massiccio. Le donne sembrano un oceano nero che ondeggia seguendo il ritmo della preghiera.
Le parole dell’ayatollah Khamenei, dal palco, rimbalzano da un lato all’altro delle colonne in cemento armato e legno, mentre da un maxischermo troneggia la sua figura. I suoi sono proclami religiosi e nazionalisti. Sollecita l’unità della popolazione contro il comune “nemico”. Forte è il richiamo identitario. I cittadini-fedeli gli rispondono di tanto in tanto con un’invocazione di lode a Dio, al profeta Muhammad e ad Ali (cugino e genero).
Una giovane donna del servizio d’ordine si avvicina per chiederci se siamo comode e se va tutto bene. Se girasse per le nostre piazze, la scambieremmo per una suora: chador nero sovrapposto a copricapo bianco che le incoicia il viso, bellissimo e dall’espressione molto decisa. Anche le mani sono nascoste da guanti neri.
Al centro della moschea-open space c’è un parallelepipedo verde, di vetro, con all’interno la tomba di Khomeini, oggetto di pellegrinaggio e di venerazione.
Nel pomeriggio, visitiamo la cittadella dell’Imam: un quartiere popolare e collinare, che ospita la casa dei suoi ultimi anni di vita, collegata alla moschea con un ponticello. Poi entriamo nell’ospedale per le malattie cardiache (dove Khomeini venne ricoverato e dove spirò) e un museo.
Gli amici iraniani tengono a farci notare che il loro leader, nonostante l’importanza politica che rivestiva e il ruolo, decise di vivere in due modeste stanze, in mezzo al popolo. Nel suo salotto-ingresso riceveva capi di Stato e delegazioni straniere. Casa e moschea sono ben lontane dal lusso spettacolare che contraddistingue i palazzi degli shah Pahlavi, insediati sull’antico trono di Persia da Gran Bretagna prima e Stati Uniti dopo.
Il museo fotografico, che ripercorre la vita di Khomeini, e l’annessa libreria, dove regalano testi sull’islam, trattati religiosi e di politica internazionale da lui scritti, costituiscono un centro di propaganda per la popolazione, soprattutto giovanile, e per eventuali turisti.
Lasciamo il quartiere e dopo poco ci troviamo ad attraversare la via più lunga e elegante di Teheran, costeggiata da alberi, palazzi lussuosi con banche, negozi, residenze, ristoranti alla moda, giorniellerie, boutique.
Una delle tante e interessanti contraddizioni di questa metropoli mediorientale.

Una «fatwa»
contro le atomiche

Siamo in un lussuoso hotel, eredità dei tempi dello shah, seduti in un bel salotto orientale, sfarzosamente arredato con velluti, lampadari dorati, tavolini pregiati e altre raffinatezze. Stiamo aspettando di cenare con le delegazioni straniere presenti in questa settimana di celebrazioni.
Hassan, un ingegnere che ha studiato in Italia, ci «disvela» l’enigma del nucleare iraniano.
«Non ci interessa la bomba atomica. Vogliamo usare il nucleare per scopi civili. Ne abbiamo ben il diritto. I risultati delle nostre ricerche vengono sfruttati nel campo della medicina e in altri settori scientifici. Si curano molte malattie con la medicina nucleare, si eseguono diagnosi, si crea energia elettrica. Inoltre, per alterare le caratteristiche di molti metalli, c’è bisogno di arricchimento nucleare.
Diciamolo: questa non è una lotta per la “sicurezza mondiale”, ma per il predominio economico. Se noi non fossimo in contrasto “ideologico” con gli Stati Uniti, nessuno ci direbbe nulla. I giornali occidentali non continuerebbero a pubblicare quotidiana disinformazione e propaganda sul nostro conto.
Israele, India, Pakistan, a differenza dell’Iran, possiedono bombe nucleari e non hanno mai firmato il Tnp, il “Trattato di non proliferazione nucleare”.
Fino a qualche tempo fa, avevamo messo in moto circa 3 mila centrifughe nucleari. Arriveremo a 60 mila. Avremo la possibilità di costruire bombe, tuttavia, ciò che voi non sapete è che è stata emanata una fatwa, un consulto giuridico islamico, che vieta di produrre atomiche. Khomeini ce lo ha sempre ripetuto».

L’Iran nucleare
ha firmato il Trattato

In un dossier divulgativo, Peaceful Application of Nuclear Science and Technology in Islamic Republic of Iran, che mi consegnerà nei giorni successivi il direttore di una testata giornalistica iraniana, si legge: «A causa del forte impatto della scienza e della tecnologia nucleare sugli indicatori scientifici, economici e sociali, e per lo sviluppo in generale, la Repubblica islamica dell’Iran è determinata ad aprirsi la strada attraverso il tortuoso sentirnero dell’uso pacifico di questa tecnologia».
Nel dossier si legge: «Al momento, la Repubblica islamica dell’Iran ha focalizzato il programma nucleare principalmente su queste basi: 1) reattori nucleari per generare elettricità. (…) Da un lato, lo sviluppo degli standard di vita e il miglioramento degli indicatori dell’economia hanno creato un incremento della domanda di energia nei settori domestici e industriali. Dall’altro, l’economia nazionale è dipendente dalle rimesse del petrolio (…) la Repubblica islamica dell’Iran non può contare, per la propria energia, soltanto sulle foiture dai combustibili fossili (…), e questo per i seguenti motivi: le risorse sono limitate; inquinano; fanno lievitare il prezzo delle produzioni industriali».
Le altre basi sono: 2) reattori nucleari per la ricerca medico-scientifica-diagnostica; 3) combustibile nucleare; 4) sviluppo nucleare nel campo della medicina, dell’industria e dell’agricoltura.
Nella relazione si evidenzia, inoltre, che l’Iran «è tra i primi ad aver firmato lo statuto dell’Aiea (l’Agenzia internazionale delle Nazioni Unite per l’energia atomica), di cui è membro. Come tale, ne condivide gli obiettivi e i principi. Inoltre, l’Iran è tra i primi Paesi ad aver approvato, nel 1970, il Trattato di Non proliferazione Nucleare (Tnp).
Agli inizi del XXI secolo, a causa della propaganda sbagliata e falsa di alcuni gruppi di opposizione, le attività nucleari, per scopi pacifici, dell’Iran nel campo dell’arricchimento e del ciclo del combustibile nucleare, sono state mostrate come segrete e contrarie agli standard e ai principi inteazionali. Tuttavia, nonostante quanto dichiara la propaganda, esse sono sottoposte alla supervisione dell’Aiea e del Tnp».
L’Iran ha sempre ribadito la propria disponibilità a cornoperare con l’Agenzia e ad aprire ai controlli i propri siti. Mohammed el-Baradei, direttore generale dell’Aiea, a gennaio del 2006 dichiarò: «Nessuna prova che l’Iran prepari l’atomica».
Ciononostante, la propaganda politico-mediatica degli Usa e dei giornali occidentali – tra questi, dei quotidiani nazionali italiani – incalza.
Questa primavera, un’armata americana è stata radunata davanti alle coste iraniane. Il tamburo della prossima folle guerra di rapina sta risuonando minaccioso.
(fine 1.a puntata – continua)

Di Angela Lano


(1) Ayatollah Ruhollah Mosavi Kho­meini: nato nel maggio del 1902 e morto il 3 giugno del 1989. È stato leader politico e religioso dell’Iran dal 1979 al 1989, dopo la rivoluzione che rovesciò il regime dello shah Reza Pahlavi. Suo successore è l’Ayatollah Ali Khamenei.

Angela Lano