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Una morte in più o tante morti in meno?

Ufficialmente è stato stroncato da un infarto fulminante, conseguenza di una polmonite che già si stava trascinando da tempo. L’aggressione subita dieci giorni prima nella missione di Manizales (Colombia), dove da anni risiedeva, aveva avuto pesanti effetti collaterali sul suo già precario stato di salute. Le botte, lo spavento, le ore passate disteso nel freddo e nell’umidità della notte, legato e imbavagliato in attesa di soccorso hanno minato le poche energie rimaste. È morto così padre Mario Bianco, missionario della Consolata novantenne, cinque decadi in Colombia, dopo una precedente esperienza in Mozambico. Uomo schivo, silenzioso, scioglieva la lingua solo quando poteva raccontare qualcuna delle sue tante avventure. Quest’ultima, purtroppo, ha avuto poco tempo per diffonderla.

La morte di padre Mario, avvenuta lo scorso 12 febbraio, ha coinciso con l’omicidio di una turista genovese assaltata a scopo di rapina mentre era in compagnia del marito, anch’egli ferito. Questa volta il fatto è avvenuto a Cartagena de las Indias, sulla costa atlantica, uno dei centri turistici più belli e frequentati del paese sudamericano. Due eventi senza nessun collegamento fra di loro se non quello di riguardare entrambi cittadini italiani. Due morti la cui causa è da ricondurre alla micro-criminalità urbana,  in cui non c’entra il conflitto armato che da decenni insanguina il paese; nonostante, va detto, il confine fra le morti a causa del conflitto e quelle dovute alla «violenza ordinaria» sia molto labile. Eppure, le fonti governative del paese continuano a parlare di drastiche diminuzioni nel numero di omicidi. Il comandante della polizia colombiana, generale Jorge Daniel Castro, ha comunicato recentemente che nel 2006 si sono verificati nel paese 17.206 omicidi, 500 in meno dell’anno precedente. Un netto calo si è registrato anche nel numero di sequestri. Il merito di ciò viene attribuito alla politica di sicurezza democratica lanciata dal presidente Uribe  e al conseguente rafforzamento della forza militare. I dubbi riguardano  la reale entità di questa diminuzione e, soprattutto, la vera ragione che l’ha prodotta.

Già nel 2005, il «Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo» (Pnud) aveva pubblicato un interessante studio sulle ragioni di questo calo, notando come a una diminuzione del tasso di omicidi nelle grandi città corrispondesse un aumento degli stessi in comuni più piccoli, meno facili da sottoporre a rilevazione statistica. Inoltre, la diminuzione si deve anche a precise strategie dei vari gruppi armati. Merita ricordare che le Auc, i gruppi paramilitari di estrema destra, in fase di trattative con il governo per la loro smobilitazione, hanno proclamato, a partire dal 2003,  vari «cessate il fuoco» che, sebbene molte volte non rispettati, hanno effettivamente portato a una diminuzione dei morti assassinati.

L’analisi del Pnud evidenzia come la decrescita degli omicidi nelle grandi città si debba soprattutto a politiche sociali di sicurezza cittadina e partecipazione democratica. Strategie di convivenza, azioni preventive concordate con i cittadini, programmi educativi nei quartieri più a rischio hanno dato molti più frutti della politica di sicurezza democratica sponsorizzata con forza dal governo. Perché non esportare questi modelli in altre zone del paese?

Avendo ereditato dal grande fratello nordamericano armi e vocabolario, Uribe si trova ora nelle condizioni di doverli usare  e continua a testa bassa nella lotta «contro il terrorismo». La parola «sociale» suona stonata ai suoi orecchi e le molte Ong (nazionali e inteazionali) che operano sul territorio sono da sempre sulla sua agenda nera. Non è esattamente questa la pista che la Colombia dovrebbe percorrere se vuole veder diminuire ulteriormente casi di morte violenta come quelli che hanno coinvolto l’incolpevole padre Mario.

Ugo Pozzoli

Ugo Pozzoli