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Con un tika sulla fronte

Reportage dal paese himalayano

Sebbene stretto tra due giganti come Cina e India, il regno del Nepal si è sempre mantenuto indipendente, a lungo difeso dalle montagne più alte del mondo. Paese povero, ma dignitoso, il Nepal è un esempio di tolleranza religiosa. Induismo e buddhismo, le religioni nettamente maggioritarie, non si sono mai combattute. Anzi, i fedeli hanno trovato molti elementi in comune. Intanto, il tempo è passato. Sono arrivati i turisti occidentali e le lotte politiche.

Bhaktapur. Appena superato l’arco della porta cittadina, sembra di entrare in un altro mondo. Un tiepido sole illumina la pavimentazione in mattoncini rossi di Durbar Square, la piazza del palazzo (durbar) reale. Sono le prime ore della giornata e per questo le strade, sempre interdette al traffico automobilistico, non sono ancora affollate.  Ma i nepalesi non mancano. Uomini, ma soprattutto donne si fermano davanti ai vari altari e tempietti induisti che sorgono ai lati della piazza. Fanno la prima puja quotidiana, l’offerta alla divinità. I fedeli sfiorano la statua con la mano, si toccano il capo e se ne vanno. Le donne portano piccoli vassoi con grani di riso, polvere di rosso carminio e soprattutto petali di fiore, che depongono sulle statue delle divinità. Il tutto è svolto singolarmente e in rispettoso silenzio.
Per questo suo carattere religioso Bhaktapur è chiamata anche Bhadgaon, che significa «città dei devoti». Fu fondata dal re Ananda Deva nell’899, ma la sua bellezza è dovuta principalmente ai sovrani della dinastia Malla, che a partire dal 1400 regnarono sulla città per alcuni secoli, fino alla conquista gurkha del 1769. La popolazione appartiene al gruppo newar, i più antichi abitanti della valle di Kathmandu, una minoranza (attualmente sarebbero circa 630 mila, ovvero il 3% della popolazione nepalese) famosa per le capacità organizzative e soprattutto per le innate doti artistiche. I sovrani di Bhaktapur poterono costruire i magnifici palazzi e templi della città soltanto grazie alle abilità dei newar. A loro si devono finestre, colonne, tetti in legno finemente intarsiato; sculture in pietra, legno, terracotta e bronzo; i progetti stessi di pagode (templi a più piani) e palazzi. Inizialmente buddhisti, oggi i newar sono in maggioranza induisti, ma, come in tutto il Nepal, le differenze religiose non hanno mai costituito un problema.
Percorrendo i vicoli, andiamo verso l’affascinante Taumadhi Tole,  dominata dal tempio di Nyatapola, a 5 tetti sovrapposti. Taumadhi è la piazza (tole) del mercato. I venditori stanno arrivando con la mercanzia sulla bicicletta o nella gerla (dhoko) che mantengono sulla schiena con una bretella di juta (namlo) che cinge il capo (così da mantenere libere le mani). Trovato il proprio spazio, sistemano tutto per terra. Al centro della piazza, ci sono i commercianti di vestiario, con articoli per la maggior parte di produzione indiana o cinese; su un lato, stanno invece i contadini, con i loro prodotti agricoli. Dai vicoli circostanti arriva sempre più gente. Tra poco la piazza sarà affollata e vociante.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              
Sempre a piedi, raggiungiamo Potters’ Square, la piazza dei vasai. Nome appropriato: sotto le tettornie sono raccolti centinaia di pezzi. In mezzo alla piccola ma affascinante piazza, gruppi di donne dispongono al sole le terrecotte ancora fresche.
Sotto un porticato in legno,  disposti in circolo su delle stuoie, un gruppo di uomini con il topi, il tradizionale copricapo dalla forma conica tronca, sono seduti a confabulare e a controllare alcuni strumenti musicali (tamburi e piatti). In mezzo al gruppo, anche un paio di lunghe pipe di legno (hookah). Parte la musica, ritmata e ripetitiva.
Intanto, in una via vicina, su un altare di pietra, si sta svolgendo un sacrificio animale, rituale comune nella religione induista. Accanto alla figura della divinità, ci sono piatti di frutta e ghirlande di fiori. Due persone, con gesti sicuri, su gradini già macchiati di sangue, tagliano la testa ad un capretto.  Poi lo sventrano. L’intestino viene estratto con cura e pulito con acqua. Alcune parti andranno sul fuoco,  altre verranno distribuite. Tutto è svolto con grande naturalezza sulla pubblica via. Dietro all’altare del sacrificio, un gruppo di soli uomini, dopo il saluto con le mani giunte, è pronto a suonare e cantare.     

La scoperta della dura realtà

Bhaktapur è storicamente una città di contadini, come si capisce girando per le stradine dove le pannocchie di mais e i peperoncini rossi sono appesi ai balconi di legno o distesi nei cortili, davanti alle porte di casa.                                                                                                                 Ma Bhaktapur è anche una città di artigiani. Entriamo in una piccola fabbrica tessile. Siamo accolti dal tipico suono dei telai in legno. Al lavoro ci sono soltanto donne dai vestiti sgargianti, che, scalze, pigiano sui pedali e con una rapidità impressionante muovono le mani sui fili del telaio. Ci accompagnano nella sala adiacente dove il suono diventa rumore. I macchinari, rudimentali, stridono e gracchiano per le operazioni di filatura. Le donne si sono distratte, ma non sembrano dispiaciute dell’interruzione.
«C’è qualcosa d’irreale negli edifici nei quali ci si trova. Ci si sente come comparse sul palcoscenico di un teatro, in mezzo alle quinte. Ci si aspetta di sentire un fischio e di vedere emergere gli operai che improvvisamente smonteranno questi palazzi e questi templi fantastici».  Così scriveva Alexandra David-Néel, scrittrice ed esploratrice francese (1868-1969). L’atmosfera non viene intaccata neppure dagli inevitabili simboli della modeità: il Namaste Cyber Cafe, un bar con postazioni internet, o il Money Exchange, una casa di cambio. Eppure, neppure Bhaktapur, città dall’affascinante aspetto medioevale e dalle atmosfere particolarissime, ha potuto fermare il tempo. La realtà quotidiana non può rimanere fuori dalla porta soltanto per il piacere di visitatori e turisti.  O magari per girare le scene di qualche film, come infatti fece il regista Beardo Bertolucci per  Il piccolo Buddha.

Il re c’è, Prachanda anche

Bhaktapur ha i problemi di tutte le città dei paesi poveri e per essi c’è chi propone soluzioni politiche diverse. In Nepal sono attivi vari partiti di filosofia comunista. Anche nella «città dei devoti» i manifesti (abusivi) dei maoisti sono attaccati sui muri di case e palazzi. I più raffigurano il volto del leader Prachanda, con baffetti, occhiali da intellettuale e, alle sue spalle, una bandiera rossa sventolante la falce e il martello.  Ma neppure il leader maoista rinuncia al tika induista sulla fronte. «Prachanda è un nome di battaglia, che significa più o meno “il più forte”», ci spiega Jeevan Nayabhari, giovane manager di un piccolo hotel cittadino.  Tanto è comprensivo con il leader maoista, quanto è duro con re Gyanendra, del quale dice: «Non è stato amato dalla popolazione fin dalla sua salita al trono, avvenuta nel 2001 in circostanze drammatiche. Nonostante la versione ufficiale, in pochi ritengono che lui non sia il responsabile del massacro di re Birendra e della famiglia reale». Un anno dopo quella tragedia, Gyanendra ha sciolto il parlamento e nel 2005 anche il governo. «Gyanendra – spiega Jeevan – ha violato la costituzione e si è preso tutto il potere. Soltanto dopo le rivolte di piazza ha fatto un passo indietro e ha riaperto il parlamento».
Re e bandiere maoiste, sacrifici animali e fedeli induisti: il puzzle sembra formare un disegno troppo astratto per essere vero. Vedremo a Kathmandu, la capitale nepalese, verso quale futuro si muove il paese himalayano.
(fine prima puntata – continua)

Paolo Moiola

Nepal, tra induismo e buddhismo

NEL PANTHEON NEPALESE

Nel paese himalayano non si sono mai viste guerre di religione. 
Sarà dipeso dalle religioni o dagli uomini?

Il Nepal è un paese che non ha conosciuto «guerre di religione». Anzi, secondo i professori nepalesi Chandra e Kumar, tutte le religioni si sono sviluppate in perfetta armonia, senza lotte ed intolleranza. Il paese himalayano ha tuttavia una particolarità assoluta: è l’unico paese al mondo ad essere una monarchia induista. Anche per la nuova Costituzione (datata 1990) la religione del paese è l’induismo. Tanto che, fino a metà del secolo scorso, il sovrano nepalese era considerato una incarnazione di Vishnu (che, con Shiva e Brahma, forma la Trimurti hindù). Oggi, in seguito ai recentissimi accadimenti politici (si veda la cronistoria), il re rischia di dover addirittura lasciare il paese.
 Il Nepal è dunque induista, nonostante abbia dato i natali al principe Siddhartha Gautam, chiamato «Buddha» (il risvegliato, l’illuminato) dopo che ebbe raggiunto l’illuminazione. Il fondatore del buddhismo nacque nel 566 avanti Cristo (ma la data è incerta) a Lumbini, un villaggio dell’India nord-orientale, che oggi è parte del paese himalayano. Secondo il censimento del 2001, l’80.6% della popolazione nepalese è induista e il 10,7% buddhista. Esistono inoltre alcuni esigui gruppi di musulmani (4,2%) e cristiani (0,4%).
Il buddhismo si divide in due scuole principali: quella dell’Hinayana («piccolo veicolo») e quella del Mahayana («grande veicolo»). La prima, avendo norme di comportamento molto rigorose e un’etica severa, consente a pochi di raggiungere il Nirvana, cioè la salvezza, l’armonia con il cosmo, la fine della vita materiale, la pace interiore, la felicità senza sofferenza. La seconda, al contrario, è più permissiva e dunque molti di più possono giungere alla salvezza. In generale, il buddhismo enfatizza la rinuncia alle cose del mondo, l’introspezione, la meditazione; il destino dell’uomo sta nelle sue mani, attraverso scelte e stili di vita adeguati. I monaci e le loro comunità fanno della realizzazione della dottrina del Buddha il contenuto esclusivo della loro vita. In Nepal, si è diffuso il buddhismo mahayana, ma con grandi influenze provenienti dal buddhismo praticato in Tibet (lamaismo) ed anche dal tantrismo di origine indiana. Il buddhismo è seguito dalle popolazioni nepalesi che vivono nella regione himalayana, tra cui gli sherpa, i gurung e i tamang, oltre che dai molti profughi tibetani che vivono nel paese.

Il termine «induismo» – avverte il Dizionario delle religioni – non può indicare (come originariamente si credette e tutt’oggi si continua erroneamente a credere) una determinata religione indiana, bensì va visto come un nome collettivo indicante un gruppo di religioni affini, ma tra loro diverse, che sono nate nell’Asia  meridionale (India, Pakistan, Bangladesh). L’induismo non è opera di un fondatore e non è costituito in chiesa. Esso ammette l’esistenza di un grande numero di divinità, molte con figura antropomorfa (ovvero con sembianze umane), altre con figura teriomorfa (ovvero con sembianze completamente o parzialmente animali). Ma – spiega il Dizionario delle religioni non cristiane – oltre alla fede in un mondo politeistico, l’induismo rivela anche tendenze inequivocabili verso il monoteismo, espresse dall’idea che molti déi sono in sostanza soltanto le maschere di un unico dio, denominato spesso Ishvara, cioè semplicemente «il Signore», un dio creatore a cui i buddhisti invece non credono. L’induismo non ha comunità monastiche come il buddhismo, ma prevede i brahmani, membri della casta sacerdotale, gli unici autorizzati a recitare i mantra vedici durante i riti sacrificali. Inoltre, mostra grande considerazione e rispetto verso coloro che hanno fama di vivere in santità e di possedere saperi segreti, come i guru (maestri spirituali, guide) e gli sadhu (asceti).

In Nepal, induismo e buddhismo convivono a tal punto che, soprattutto agli occhi degli occidentali, a volte risulta difficile distinguerle. E, d’altra parte, tra le due religioni esistono effettivi elementi di contatto. Entrambe parlano del karma, l’atto, l’azione del singolo individuo. Nell’induismo tuttavia il concetto è più complesso perché il karma si prolunga su più esistenze, cioè sia prima della nascita che dopo la morte. Entrambe, inoltre, prevedono la metempsicosi, ovvero la rinascita, la reincarnazione. La differenza forse più gravida di conseguenze pratiche è la non accettazione, da parte del buddhismo, della suddivisione in caste, che in Nepal (come in India) sopravvive nonostante sia stata ufficialmente abolita.

a cura di Paolo Moiola

Cronistoria essenziale

2007, l’anno del nuovo nepal

Dal IV al XVIII secolo:
Le dinastie più importanti sono quelle dei Licchavi (IV e V secolo) e dei Malla (X-XVIII secolo). I Malla edificano i palazzi e i templi più significativi di Kathmandu, Patan e Bhaktapur.
1768:
Il dominio della dinastia Malla viene chiuso da Prithivi Narayan Shah, re dei gurkha, che riunisce il Nepal. 
1846-1951, regno dei Rana:
Nel 1846, con una sanguinosa rivolta, i Rana, una dinastia di primi ministri, si impadroniscono del potere ai danni degli Shah, che divengono figure formali, recluse nel palazzo reale. I Rana si alleano con gli inglesi, colonizzatori della vicina India, riuscendo a mantenere indipendente il Nepal, ma accentuando anche il suo isolamento. Kathmandu fornisce milizie gurkha all’esercito anglo-indiano. 
1950-1959:
Il vicino Tibet è invaso dalla truppe della Repubblica popolare cinese (ottobre 1950). Inizia un esodo di massa della popolazione tibetana verso il Nepal e l’India. Nel marzo 1959 il Tibet è definitivamente annesso alla Cina e si verifica una seconda ondata migratoria.
1951, febbraio:
Finisce dopo 104 anni di dominio, il regno della famiglia Rana.
1961-1990:
Nel paese vige il sistema detto Panchayat, che attribuisce tutti i poteri al sovrano e non consente l’esistenza di partiti politici.
1990, novembre:
La nuova Costituzione nepalese trasforma la monarchia in una monarchia costituzionale e multipartitica.
1996, 13 febbraio:
Con l’attacco al posto di polizia di Holleri (Rolpa), in Nepal inizia la ribellione maoista. Durerà 10 anni e farà quasi 14.000 morti.
2001, 1 giugno:
Massacro nella famiglia reale. Vengono assassinati a colpi d’arma da fuoco il re Birendra e la regina Aishwarya, assieme ad altri 6 membri della famiglia reale. Il presunto assassino, il principe ereditario Dipendra, tenta di togliersi la vita ed entra in coma. Viene nominato re, ma muore dopo 3 giorni. Tocca allo zio Gyanendra, fratello di Birendra, essere incoronato re. Sulla sua estraneità alla tragedia rimangono però molti dubbi.
2002, maggio-ottobre:
Re Gyanendra scioglie il parlamento (22 maggio). Pochi mesi dopo (4 ottobre), licenzia il primo ministro Deuba.
2004, aprile:
Scioperi ed incidenti contro la politica del re.
2005, 1 febbraio:
Re Gyanendra assume poteri assoluti, giustificandosi con la necessità di combattere i ribelli maoisti.
2006, 10 aprile:
Re Gyanendra decide di riaprire il parlamento, chiuso nel maggio 2002.
2006, 21 novembre:
Pushpa Kamal Dahal detto «Prachanda», leader dei ribelli maoisti, firma un accordo di pace con il governo nepalese, guidato da Girija Prasad Koirala. In base all’accordo, esercito governativo e ribelli deporranno le armi sotto la supervisione dell’Onu. Entro giugno 2007 si terranno le elezioni per creare un’assemblea costituente che dovrà scegliere tra monarchia e repubblica. Intanto, nel parlamento ad interim entrano i rappresentanti degli ex-ribelli maoisti. Sono 83 su 330 parlamentari.
2007, 19 gennaio-26 febbraio:
Violente proteste antigovernative nella regione meridionale del Terai, al confine con l’India. Il popolo madhesi chiede più considerazione e autonomia.
2007, 27 febbraio:
In attesa della nuova costituzione, il governo decide di sequestrare le proprietà ereditate (dopo il massacro del 2001) da re Gyanendra.

Fonte:
Prakash A. Raj, «The Dancing Democracy. The Power Of the Third Eye», Rupa, New Delhi 2006.

Paolo Moiola