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I coccodrilli della palude avoriana

I camion e gli autobus che percorrono la strada che da Bouaké va a Yamoussoukro rallentano all’improvviso. Sul ponte di Minabo la strada si restringe fino a ridursi a un’unica corsia. Dietro a qualche sacco di sabbia e a un cingolato bianco, un paio di soldati delle Nazioni Unite osservano il passaggio dei veicoli nella zona di confiance, l’area controllata dai caschi blu.
Poco dopo sono i militari avoriani a intimare l’alt. È la dogana che separa la zona controllata dai ribelli da quella in mano alle forze del governo.
A qualche metro di distanza, una donna litiga con un soldato. Gesticola, si agita e pesta i piedi. Il nodo del pagne, il fazzoletto rettangolare che le fa da copricapo, è sfatto, la sua t-shirt sgualcita, ma lei non cede. Per nessun motivo permetterà al militare di perquisire la grossa borsa di tela che stringe tra le mani. Sono i suoi effetti personali, qualche rotolo di franchi Cfa, tutto il denaro che ha a disposizione per il viaggio, e ha paura che le venga sequestrato.
Dietro di lei i gbaka, i camioncini a diciotto posti che attraversano il paese, sono pieni di gente esasperata per i continui controlli della polizia e le estenuanti attese.
Dopo alcune ore un ufficiale con il berretto rosso e lo stemma dei paracadutisti sblocca la situazione: dice qualcosa all’autista di un gbaka e velocemente una mazzetta di banconote cambia padrone. Un ordine secco e il traffico riprende a muoversi.
Non è così per il resto del paese, bloccato ormai da cinque anni da una guerra civile che non sembra avere soluzioni. «È una situazione di ni paix ni guerre – dice padre Martino Bonazzetti della Società dei missionari d’Africa – non c’è pace, ma non si può parlare di guerra».
Gli scontri armati sono limitati alla regione occidentale, ma l’odio negli animi degli avoriani è rimasto immutato e ha traslocato dal campo di battaglia alle piazze di Abidjan, dove ogni settimana si verificano incidenti tra i manifestanti e la polizia.

Nessuno dei protagonisti della crisi sembra interessato a uscire dalla situazione di stallo. Nel nord i ribelli hanno organizzato commerci illegali di cotone e armi con il Mali e il Burkina Faso e non cessano di vessare la popolazione con continue esazioni di denaro; a sud gli alti papaveri del governo avoriano controllano gran parte dell’esportazione del cacao e i profitti delle aziende a partecipazione statale.
«Di fatto – scrive il giornalista di Liberation, Thomas Hofnung, nel suo La Crise en Cote d’Ivoire – la Costa d’Avorio è prigioniera degli interessi di tutti quelli che traggono vantaggi diretti e indiretti dall’agonia del “Paese degli elefanti”. A soffrire rimangono solo i cittadini ordinari».
A fine dicembre il presidente Laurent Gbagbo è apparso alla televisione di stato avoriana proponendo una road map alternativa a quella voluta dalle Nazioni Unite e dalle forze ribelli per uscire rapidamente dalla crisi. «Un programma in cinque punti che non sarà mai accettato dalle opposizioni – ipotizza in via confidenziale il responsabile di una grande Ong internazionale – e che permetterà a tutti di continuare il gioco delle reciproche accuse, mantenendo lo stallo».
Quello che è certo è che la retorica di Gbagbo ha convinto i militari e la polizia. «La nostra fiducia nel presidente non è cieca e incondizionata – sbotta il doganiere avoriano al posto di blocco tra Sassandra e San Pedro, sulla costa oceanica -, ma se non lo lasciano lavorare non saremo mai in grado di giudicarlo. Non abbiamo bisogno di una tutela internazionale, non abbiamo bisogno dei militari francesi, delle Nazioni Unite e dei caschi blu. Se Gbagbo non fa il suo dovere saremmo noi avoriani a scegliere qualcun altro alle prossime elezioni».

Senza saperlo, il doganiere tocca il punto dolente dell’impianto della crisi: anche se i sondaggi condotti dall’Onuci (Missione Onu in Costa d’Avorio) hanno confermato che l’attuale presidente è molto più amato di quanto lo siano i suoi avversari Alassane Ouattara, Henri Konan Bédié e Guillaume Soro; la sua rielezione rimane un’incognita.
Nel 2000, infatti, Gbagbo vinse grazie all’esclusione dal voto delle migliaia di immigrati burkinabé, maliani e guineani che negli anni erano stati naturalizzati avoriani e che per i calcoli dei predecessori di Gbagbo erano stati esclusi dalle liste elettorali.
Nel 1995, alla vigilia delle prime elezioni presidenziali multipartitiche, l’attuale candidato dell’opposizione ed ex presidente, Henry Konan Bédié, introdusse una legge che dava il diritto a candidarsi alla presidenza solo a chi avesse risieduto in Costa d’Avorio per almeno i precedenti cinque anni e avesse entrambi i genitori avoriani.
«La legge non mirava a togliere il voto agli stranieri che erano in Costa d’Avorio da più di 50 anni – sottolinea Hofnung -, ma aveva l’obiettivo di eliminare gli avversari di Bédié, in quanto l’allora candidato presidente Alassane Ouattara era detentore di un passaporto burkinabé».
Le conseguenze sull’elettorato, però, sono state immediate e sono una delle cause mai affrontate della crisi avoriana. Gli esclusi dal voto del 2000, almeno nei timori di Gbagbo, si aggiungerebbero oggi agli elettori favorevoli all’opposizione, non dimentichi che le milizie del presidente si sono a più riprese rese responsabili di atti di violenza contro gli stranieri.
Per questo, la presidenza ha ostacolato con ogni mezzo il regolare svolgimento delle cosiddette audiences foraines, durante le quali piccoli tribunali itineranti dovrebbero raccogliere i dati anagrafici degli abitanti dei villaggi per stabilire chi è avoriano e chi straniero.
Ma anche in questo caso, la diffidenza tra governo e ribelli ha congelato le operazioni. L’inizio delle audiences foraines si è scontrato con enormi problemi logistici e con le contestazioni spesso violente dei sostenitori di Gbagbo. Secondo questi, le condizioni in cui si dovrebbero svolgere le operazioni di riconoscimento dei quasi 3 milioni e mezzo di sans papiers non garantiscono l’assenza di frodi massicce. «Un gruppo di giudici, che va a raccogliere i dati dei contadini nei villaggi più sperduti con i mitra delle Forces nouvelles puntati alla tempia, non può essere obiettivo – dice uno dei tanti poliziotti ai posti di blocco nel sud del paese -. È necessario che i ribelli consegnino le armi prima di fare il censimento».
In realtà, secondo le informazioni dell’Inteational Crisis Group, le forze ribelli non hanno per nulla ostacolato o viziato le operazioni di riconoscimento. Quello che hanno fatto è stato invece rifiutare di disarmarsi fino al completamento delle audiences foraines.

Si è creata così una impasse: la contrapposizione tra la presidenza e i ribelli ha minato la già debole autorità del primo ministro della transizione Charles Konan Banny, che è diventato la principale vittima dei giochi di potere e ha deluso le aspettative degli avoriani che avevano intravisto una via d’uscita dalla crisi.
Nemmeno lo scandalo del traffico di rifiuti tossici che, nell’autunno del 2006, aveva costretto alcuni alti funzionari e ministri alle dimissioni è servito a dare una spallata decisiva al potere di Gbagbo, complice la poca incisività dei suoi oppositori. L’impressione è che Ouattara e Bédié preferiscano aspettare che il potere sia loro servito su un piatto d’argento dalla comunità internazionale, piuttosto che lanciarsi nell’agone politico contro i coniugi Gbagbo.

Lontano dai palazzi del potere, le razzie nei villaggi sono all’ordine del giorno tra Man e Guiglo, che si sono guadagnati l’appellativo mediatico di selvaggio west.
Ancora più preoccupante la voce che i mercenari liberiani del Model (Movimento per la democrazia in Liberia) sarebbero pronti a restituire il favore a Gbagbo, che li aveva ospitati sul territorio avoriano mentre organizzavano la loro resistenza contro il presidente del genocidio liberiano, Charles Taylor. «Questi miliziani – afferma Ehouman Kassy di Africa Magazine – si troverebbero in una piantagione vicina alla frontiera e aspetterebbero solo un cenno del presidente avoriano per attaccare i ribelli».
La paralisi ha fatto degenerare il tessuto sociale avoriano: i frequenti posti di blocco e le esazioni da una parte e dall’altra della zone de confiance hanno indotto un aumento dei prezzi dei generi di prima necessità. Il pane ha subito nell’ultimo anno un aumento del 30%, per metà  imputabile ai continui taglieggiamenti da parte delle forze dell’ordine.
Tutto è diventato a pagamento, comprese le ricette mediche e, se i funzionari pubblici almeno continuano a ricevere gli stipendi, la corruzione ha invaso tutti i livelli dell’amministrazione.
«Diventare commissario di polizia costa 3 milioni di franchi Cfa in mazzette – spiega Jean Claude, giovane studente di giurisprudenza, oggi arruolato nelle file dell’esercito avoriano -. Molte famiglie si indebitano per fare entrare i figli all’accademia di polizia sapendo che una volta riusciti nel concorso si faranno a loro volta rimborsare con nuove tangenti».

Di Chiara Giovetti e Alessio Antonini

Chiara Giovetti e Alessio Antonini