DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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Occhio ai poli

A partire da questo mese fino al marzo 2008, Artide e Antartide saranno
«osservati speciali». Le Nazioni Unite hanno infatti dichiarato il
2007-2008 «Anno internazionale dei poli» (Inteational Polar Year,
Ipy). L’obiettivo principale è quello di coinvolgere organizzazioni di
tutto il mondo in programmi di ricerca nelle regioni polari, iniziative
scientifiche, campagne ambientali ed eventi di ogni tipo. Da quando fu
tenuto il primo Ipy, ne lontano 1882-83, numerose iniziative di
carattere scientifico, intraprese da singole nazione e a livello
internazionale, hanno fornito un’infinità di dati che permettono di
comprendere la formazione e la storia del nostro pianeta e hanno
sviluppato varie discipline scientifiche che favoriscono la conoscenza
dei vari fenomeni globali.
All’interesse scientifico l’anno polare aggiunge lo scopo di promuovere
attività educative, per sollecitare e aumentare il pubblico interesse
circa l’impatto che le remote regioni polari esercitano sui sistemi
climatici dell’intero pianeta e, di conseguenza, sensibilizzare
l’opinione pubblica sui gravi problemi che minacciano le regioni polari
e si ripercuotono sugli altri continenti. Nessuno dubita
dell’interdipendenza tra le masse glaciali dell’Artide e Antartide e il
resto del globo terracqueo. I cambiamenti climatici che avvengono ai
poli provocano cambiamenti nel resto del del pianeta e viceversa.

Il confronto tra i dati foiti dai satelliti e quelli raccolti dalla
rete di stazioni permanenti stabilite nelle regioni polari indicano che
i ghiacciai artici stanno diminuendo in spessore e si accorciano
mediamente di 50 metri l’anno; gli stessi dati satellitari affermano
che dal 1979 al 2005 la fascia climatica subtropicale si è allargata di
1° di latitudine, pari a 120 km sia a nord che a sud. Causa di tali
cambiamenti è il surriscaldamento globale, provocato dalle emissioni
del cosiddetto gas serra.
Fino a pochi decenni fa, afferma lo scienziato americano Barry
Commoner, un guru nel campo dell’ecologia, «tale riscaldamento era
graduale e regolare. Ora, invece, ci troviamo di fronte ad
accelerazioni improvvise, sterzate brusche, imprevedibili nella loro
esatta dinamica, che portano al moltiplicarsi delle ondate violente di
calore e degli uragani». Ne è una prova l’anno 2006: è stato il 6° anno
più caldo dell’epoca modea. La temperatura media della superficie
terrestre è stata di 0,42°C superiore alla media del periodo 1961-1990.

Continuando di questo passo, se cioè non si pone rimedio al fenomeno
del riscaldamento globale, afferma uno studio voluto dalla Unione
europea e pubblicato lo scorso gennaio, entro la fine di questo secolo
esso potrebbe aumentare di 3°C, con conseguenze catastrofiche per
l’intero pianeta e in particolare per molte regioni europee:
desertificazione delle zone del Mediterraneo (Italia, Spagna e Grecia),
tropicalizzazione dei mari, modificazioni della flora e della fauna,
innalzamento del livello del mare di circa mezzo metro nei prossimi
decenni e quasi un metro alla fine  secolo. Ciò significa la
scomparsa di città lagunari e costiere, sommersione di pianure
fluviali, compresa buona parte della pianura padana.

La diagnosi è chiara – afferma Barry Commoner – e non ci sono
alternative: per salvare la nostra società e le loro economie bisogna
uscire dalla dipendenza dal petrolio e dai combustibili fossili.
Bisogna lanciare il fotovoltaico e risorse rinnovabili, aumentare
l’efficienza energetica e trasferire il traffico dalla gomma al ferro».
È quanto propone la Commissione europea, per riducendone l’aumento al
2°C: diminuire del 20% le importazioni europee di gas e petrolio entro
il 2030, tagliando così il 30% dei gas serra entro il 2020 e il 50%
entro il 2050, e promuovere l’incremento delle le tecnologie pulite.
Tale impegno chiede la collaborazione non solo di stati e rispettivi
governi, ma anche del singolo cittadino. Da anni parliamo della
necessità di cambiare i nostri stili di vita, che si concretizza anche
nel risparmio energetico e adozione di fonti non inquinanti. È in gioco
il futuro del pianeta, che il Creatore ci ha affidato per «lavorarlo e
custodirlo» (Genesi 2,15).
L’anno polare offre uno stimolo in più per prendere coscienza dei
problemi che minacciano il nostro pianeta e per impegnarci nella
salvaguardia del creato. 

Benedetto Bellesi

Benedetto Bellesi