Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Sessanta chilometri a piedi per un antidepressivo

Un mondo contrapposto: modeità e arretratezza secolare

Le donne non escono di casa senza marito. È la tradizione rurale che le confina nelle loro abitazioni mentre tutto intorno il Marocco cambia e si modeizza. La campagna è ferma a 100 anni fa e la gente va ancora dal farmacista a piedi o a dorso d’asino. E non compra antibiotici. Va a comprare antidepressivi. Perché il mal di vivere non è solo un lusso europeo.

Il sole rosso sparisce dietro le montagne e decine di fari si accendono all’improvviso, illuminando l’imponente lama di cemento che taglia a metà le acque del fiume Za raccolte in un enorme lago artificiale. Poco lontano dalla diga, la luce mette in risalto la scritta “Allah, Al Watan, Al Malik” ( Dio, Patria e Re), costruita con i sassi bianchi provenienti dalle montagne del Medio Atlante.
Oltre il lago, più nulla: le acque dello Za, affluente principale dell’oued Moulouya, sono sparite dal letto del fiume, per essere incanalate nei tubi che portano i rifoimenti idrici a tutta la regione orientale del Marocco, al confine con l’Algeria. Inaugurata da re Mohammed vi nel 2000, la diga è solo una delle tante opere pubbliche volute dall’attuale sovrano e da suo padre, re Hassan ii, per portare acqua e elettricità nelle città e tenere il Marocco al passo con la vicina Europa.

LA MODERNIZZAZIONE

“Negli ultimi cinque anni sono cambiate molte cose – spiega Mounir, attore e regista teatrale di Oujda, capoluogo della regione – e la distribuzione capillare di elettricità e acqua in tutta la città ha permesso la nascita di nuove attività commerciali”. Gli internet café sono sempre più numerosi e frequentati, e il viale Mohammed v di Oujda, con i suoi palazzi modei ricostruiti dopo le tante distruzioni dovute alla guerra con l’Algeria, è costellato da tavolini dei caffè, insegne al neon e maxi-schermi, dove gli uomini guardano le partite di calcio, sorseggiando l’immancabile tè alla menta molto zuccherato.
Poco più in là, davanti alle moschee, la gente si ferma a chiacchierare sotto le luci dei lampioni. “Le téléboutiques – continua Mounir – sono l’esempio più lampante di questa ondata di modeità, perché hanno anche profonde conseguenze sul tessuto sociale: per la maggior parte, infatti, sono gestiti da donne che, per la prima volta, sono uscite dalle case e hanno intrapreso attività commerciali senza nulla da invidiare a quelle dei mariti”.
L’energia elettrica e la progressiva modeizzazione hanno chiamato investimenti stranieri e in quasi tutto il paese sono comparsi i callcenter delle compagnie telefoniche francesi, che sfruttano i costi più bassi della manodopera senza bisogno di fare corsi di formazione linguistica, visto che qui il francese si parla per eredità coloniale.
“Il regno alawita ospita centri assistenza, clienti di tante aziende – spiega il professor Said Belghazi, docente di economia dell’Istituto nazionale di statistica di Rabat -, ma non solo. Grazie alle riforme degli ultimi 10 anni il mercato del lavoro si sta trasformando e richiede sempre di più manodopera qualificata. Questo dà impulso anche alla crescita e al miglioramento dei servizi scolastici e universitari perché sono le aziende stesse ad investire nella formazione”.

VERSO IL 2010

La sensazione costante è che tutto sia in movimento: il nuovissimo porto internazionale di Tangeri, la tratta ferroviaria Oujda-Tangeri, la ristrutturazione urbanistica di Rabat, la tratta autostradale Casablanca-El Jadida, il ramo Fés-Rabat e la gigantesca centrale elettrica di Afourer sono solo alcune delle grandi opere che danno lavoro a migliaia di marocchini.
“Le infrastrutture stanno cambiando il volto del paese – scrive Abdelwahed Rmiche sul quotidiano marocchino Le Matin -. Attualmente la rete autostradale conta 611 chilometri percorribili, ma se si considerano i cantieri aperti sarà possibile raggiungere la meta dei 1.420 chilometri per il 2010”.
Il 2010 sarà una data importante anche per il turismo: secondo le stime del governo, infatti, i visitatori richiamati dalle bellezze del regno alawita saranno più di 10 milioni. “C’è tanto da fare qui da noi – aggiunge Hassan che fa l’apicoltore di Séfrou, vicino alla città imperiale di Fès -. Non si tratta solo dei cantieri delle grandi opere pubbliche: le associazioni e le cornoperative per la valorizzazione del territorio e dei prodotti agricoli stanno sorgendo come funghi, ma abbiamo bisogno di investitori stranieri che sostengano le nostre iniziative e ci permettano di fare il salto di qualità, da un’economia rurale informale a quella d’impresa secondo gli standard europei”.

DOVE LA STORIA SI è FERMATA

“Il Marocco non è solo questo – interviene padre Joseph Lepine, parroco diocesano di Oujda -. A sud di Oujda ci sono zone dove l’acqua e l’elettricità faticano ad arrivare e le scuole sono a volte troppo distanti per essere raggiunte dagli studenti”.
Ne è un esempio Sidi Lahcen, comune rurale a pochi chilometri a sud della diga Hassan ii. La costruzione dello sbarramento l’ha isolato, rendendo la sua terra ancora più arida e quindi difficilmente coltivabile. La sua piazza principale si anima solo il giorno di mercato, quando gli abitanti delle zone isolate arrivano per acquistare e vendere le loro merci, disposte ordinatamente sulle bancarelle.
“Molti partono di notte – spiega Nadia, giovane farmacista del villaggio – e percorrono fino a 60 chilometri a piedi o a dorso d’asino per arrivare qui di mattina. Approfittano del souq per andare anche in comune, dal medico e in farmacia. Poi toeranno a casa e resteranno isolati di nuovo per un’altra settimana”.
A Sidi Lahcen si ha l’impressione che la storia abbia già deciso. Il paesaggio e l’atmosfera della campagna, rimasti identici per secoli, non sopravvivranno al moltiplicarsi delle costruzioni quasi avveniristiche disseminate nel paese: gli abitanti di questa zona sono rimasti isolati e le iniziative modeizzatrici del governo faticano a far sentire i loro effetti. Spesso sono berberi che non sanno né il francese né lo spagnolo e alcuni non parlano nemmeno l’arabo.
“È difficile anche comunicare con questa gente – scuote la testa il medico del villaggio -. Alcune volte mi scontro con credenze popolari perse nel passato e non riesco nemmeno a visitare i pazienti: basti pensare che le donne di qui vogliono partorire in piedi e più di una volta i neonati sono caduti battendo la testa”.
“Molti vengono da me senza una ricetta medica – aggiunge Nadia – ed è davvero difficile capire di quale medicinale hanno bisogno. Gli uomini vengono a comprare farmaci per le loro sorelle o per le madri che, come vuole la tradizione contadina, escono raramente di casa se non sono accompagnate dal marito. Spesso sono io che devo fare le domande per capire di che malattia si tratta e, quando non sono sicura di aver indovinato, finisce che non ci dormo la notte”.

MEDICINE PIù RICHIESTE:
GLI ANTIDEPRESSIVI

Il senso di esclusione dal futuro è ormai talmente radicato nella testa degli abitanti di Sidi Lahcen che oltre al diabete e alle complicazioni cardiache, dovute alle frequenti riproduzioni tra consanguinei, nella maggior parte dei casi i farmaci più richiesti dai pazienti sono antidepressivi.
“In una zona dove le prospettive sono così limitate – continua Nadia, mentre dispensa scatole di medicinali ai clienti accalcati al bancone – l’emigrazione verso la Spagna ha portato via gran parte dei giovani, lasciando nei villaggi qui intorno vecchi, donne e bambini. E finisce che le donne si chiudono in casa e i ragazzini si dedicano alla pastorizia”.
Non stupisce, dunque, che il cosiddetto mal di vivere sia così diffuso. Perfino l’autista dell’unica ambulanza a disposizione della zona, che si estende su più di 800 chilometri quadrati di montagna insidiata dal deserto, ha lasciato il volante e la sirena per correre in Spagna a cercare lavoro.

E alla fine del mercato, anche per i clienti della farmacia è ora di tornare nelle loro case e sparire nel buio. In pochi attimi arriva la sera e il sole tramonta di nuovo per lasciare posto, qualche chilometro più a nord, ai fari della diga, che si riaccendono per illuminare il progresso. La luce mette di nuovo in risalto la scritta “Allah, Al Watan, Al Malik” (Dio, Patria, Re), ma in questa zona saranno pochi a saperlo leggere.

Alessio Antonini e Chiara Giovetti

Alessio Antonini e Chiara Giovetti