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Il kif del rif

Coltivazione e commercio della cannabis

Sono semplici coltivatori. Raccolgono i frutti della terra e li vendono in Europa. Con quello che guadagnano mantengono figli e famiglie. Sono i circa 500 mila agricoltori che vivono nel Rif e che oggi si oppongono alla distruzione delle loro coltivazioni, ordinata dal governo marocchino. Ma perché il regno alawita vuole impedire ai contadini di lavorare la terra? Perché quello che producono è marijuana. Droga, per chi non la conoscesse.

Il caldo inizia a farsi insopportabile e gli animali diventano nervosi, ma i mercanti del souq di Mizan el Harara non si muovono dai loro banchetti. Nell’arco di un’intera mattinata non hanno venduto quasi nulla: frutta e verdura sono rimaste a marcire sotto il sole.
I clienti abituali di questo paesino, incastrato nelle montagne tra Ouezzane e Ksar el Kebir, nella regione di Larache, non si sono fatti vedere: la loro unica fonte di reddito è stata distrutta dai militari marocchini e oggi non hanno più denaro per fare acquisti. “L’anno scorso – spiegano amareggiati gli uomini del mercato – aerei carichi di agenti chimici e quasi 100 trattori agli ordini dei gendarmes hanno raso al suolo tutte le coltivazioni di cannabis e sono entrati nelle case dei contadini per distruggere le riserve di hashish”.
L’operazione è stata ordinata dall’inflessibile governatore di Larache, Maoulainine Ben Khellihenna, che negli ultimi due anni ha fatto distruggere oltre 4 mila ettari di kif, nome locale della cannabis, nel quadro della campagna contro il narcotraffico, voluta dal governo marocchino, in accordo con le autorità europee e statunitensi.
“Il progetto di sradicamento delle colture di cannabis è stato fatto in accordo con i contadini – ha puntualizzato Khellihenna in una conferenza stampa – e oggi i locali hanno ritrovato la pace e la dignità. I coltivatori, inoltre, non hanno subito alcun danno, perché con i fondi del governo marocchino abbiamo compensato le perdite, facendo piantare oltre 50 mila olivi. Abbiamo anche donato 523 capre e 200 alveari per dare impulso all’apicoltura”.

Il successo della hamla, l’operazione di sradicamento, è stato anche lodato dall’ultimo congresso delle Nazioni Unite sul traffico di droga, che ha messo in luce come in meno di due anni la produzione nazionale di hashish sia diminuita sensibilmente.
A sentire i contadini del luogo, però, le cose sono andate diversamente: il governatore non avrebbe preso alcun accordo; anzi, avrebbe imposto la distruzione delle coltivazioni con la forza. “Gli imam e i funzionari pubblici hanno iniziato a dire che la coltivazione della cannabis era proibita – dice un contadino della zona -, ma noi pensavamo fosse l’ennesimo trucco per spillarci denaro”. “Invece questa volta i militari sono arrivati davvero – aggiunge un altro – e in 60 giorni hanno distrutto le riserve e incendiato le coltivazioni. Ci hanno anche costretto a fornire il cibo per gli operai che stavano devastando i campi e chi si rifiutava veniva minacciato con le armi”.
Per il momento i risultati dell’operazione “Larache région sans cannabis”, sono una campagna non coltivabile e sinistrata, incapace di attirare le centinaia di stagionali che nei mesi autunnali venivano a dare una mano per la raccolta. “Il governatore parla di dignità – dice un contadino che fino all’anno scorso coltivava cannabis -, ma non capisco che dignità possa avere uno che non ha più un dirham in tasca”.
Non avendo ricevuto compensazioni sufficienti, molti coltivatori sono emigrati nelle periferie delle città, dove vivono in condizioni di povertà e sono più soggetti al richiamo delle ideologie islamiche estremiste: alcuni addirittura hanno smesso di mandare i figli a scuola, perché non sono in grado di far fronte alla retta o perché non sono riusciti a saldare i debiti che avevano contratto durante il periodo della semina.
“La hamla contro la droga così come è stata organizzata è l’ennesima ipocrisia – scrive secco sul settimanale marocchino Tel Quel Driss Bennani -. Si è deciso di colpire i contadini, che sono l’anello più debole della catena del narcotraffico e il resto è rimasto invariato: nessun accenno ai consumatori europei e i processi contro i trafficanti vanno a rilento”.
Bennani non ha tutti i torti. Anzi. Dei proventi del commercio di cannabis, infatti, ai contadini arrivano poco più delle briciole: i passaggi dell’hashish arricchiscono ogni giorno molti ufficiali della gendarmeria e alti funzionari dell’amministrazione pubblica, i cui nomi appaiono all’inizio dei processi per poi sparire nel dimenticatornio.
“Ogni famiglia – dice senza mezzi termini Mohammed, che ha una piccola coltivazione vicino ad Akchur – scrive sui pani di hashish le proprie iniziali così la polizia sa a chi appartiene la droga e la fa passare alla dogana solo se i contadini hanno pagato il pizzo”.

Nei recenti processi ai trafficanti, però, per la prima volta le autorità marocchine hanno ammesso che esiste un legame tra il commercio di droga e il mondo politico. Tra il 2005 e il 2006 sono stati indagati l’ex capo della Securité Royale, Abdelaziz Izzou, e l’ex capo della sicurezza del palazzo reale, Mohamed Mediouri. Nei processi sono anche spuntati i nomi del figlio di Meyer Michel Azeroual, ricchissimo magnate degli acciai, legato alla corte del precedente sovrano, Hassan ii, e di altri importanti protagonisti della vita economica e politica di Tangeri.
Recentemente, inoltre, le indagini della polizia parigina hanno rivelato che alti funzionari del governo marocchino sono attivi nel riciclaggio del denaro sporco, proveniente dalla vendita di hashish e che alcuni uomini d’affari in vista nel regno alawita traggono dalla droga la maggior parte dei loro guadagni.
Tra i meglio organizzati ci sarebbero i membri della famiglia Chaabani, che fanno la spola tra il Nord del Marocco e Parigi. Originari di Nador, hanno il loro quartier generale in una stazione di servizio e usano alcuni negozi di tessuti e cybercafé come appoggio. Nel retro delle loro botteghe i Chaabani danno istruzioni ai loro intermediari europei e franco-marocchini nel vecchio continente su come piazzare l’hashish e trasportarlo a bordo di 4×4, camionette e autobus diretti in Belgio, Germania e Olanda. Al ritorno gli stessi mezzi portano denaro o addirittura lingotti d’oro. Parte dei soldi vengono poi investiti nel settore immobiliare in Marocco e in Europa e ovviamente in nuove colture di kif.

Eppure, almeno ufficialmente, il governo marocchino appare molto impegnato nella lotta alla produzione di cannabis, ed è il solo paese produttore che ha finora apparentemente collaborato con l’Ufficio sulla droga e il crimine delle Nazioni Unite (Unodc), stilando statistiche e censimenti sullo stato delle coltivazioni in Marocco.
Questa generale volontà nazionale che sta dietro all’operazione antidroga di Larache risulta però quantomeno ambigua, se si pensa che nella dirimpettaia regione di Chefchaouen, peraltro la zona di produzione del kif per antonomasia, si continua a coltivare cannabis senza troppe preoccupazioni.
Secondo l’Unodc, Larache fornisce solo il 12% del kif marocchino, contro il 62% di Chefchaouen. Inoltre, la qualità è quasi sempre nettamente inferiore e per questo il kif di Larache entra in scena solo quando i coltivatori di Chefchaouen e del resto delle montagne del Rif non riescono a far fronte da soli alle richieste del mercato interno e internazionale.
Secondo le autorità marocchine, però, la hamla di Larache è una campagna preliminare, alla quale ne seguiranno molte altre. La scelta di cominciare da qui nascerebbe dal fatto che la coltivazione di cannabis è stata introdotta più recentemente e ha avuto meno tempo per radicarsi, “anche se è noto a tutti – aggiunge un militante di un’associazione anti-hamla – che in queste zone ci venivano i Rolling Stones negli anni ‘60, perché c’erano grandi musicisti e erba a volontà”.
Il problema è che sono milioni le persone che vivono di questo tipo di coltivazioni e nessun paese al mondo può permettersi di togliere il lavoro a così tanti cittadini. Qualunque sia la fonte di reddito.

A una manciata di chilometri da Larache, infatti, nella zona di Chefchaouen, il commercio del fumo continua fiorente e i clienti europei non mancano. “Ho pakistano, cioccolato e caramello – dice uno dei tanti che cercano di piazzare i loro prodotti in giro per la città di Ketama, vero e proprio cuore pulsante del narcotraffico -. Se non fumi non è un problema: tanti italiani comprano un po’ di hashish per rivenderlo una volta tornati a casa e rientrare delle spese della vacanza”.
Non bisogna aspettare molto perché qualche capetto della malavita locale si avvicini per proporre un affare. “Questi – afferma Jean, un francese che viene in vacanza nel Rif da una ventina d’anni – è uno di quelli che non coltivano. Vendono e basta, come si vede dalle macchine di lusso con cui vanno in giro. Non stanno certamente in campagna a zappare la terra”.
Quelli che stanno nei campi a curare le piante di kif, i coltivatori veri e propri, sono lontani anni luce dai giochi di potere e dalle partnership tra lo stato marocchino e le Nazioni Unite. Lavorano la terra esattamente come se stessero coltivando patate, barbabietole o pomodori, come Youssef, che con il kif mantiene la sua famiglia. Non ha i fuoristrada di lusso dei trafficanti, ma una vecchia auto e, con i guadagni dello scorso raccolto, ha fatto piastrellare la sua veranda e montare i sanitari nel bagno.
Youssef fa questo lavoro da 30 anni; suo padre lo faceva prima di lui e i suoi figli stanno imparando il mestiere. Quando parla di tossicodipendenza si riferisce alla sua ossessione per il caffè, che ha imparato ad apprezzare grazie ad alcuni amici italiani che gli hanno regalato una moka. Non parla né di hashish né di marijuana. Qui fumano tutti nella pipa tradizionale, la sebsa.
Sebbene la hamla non sia arrivata fin qui, le cose stanno cambiando anche per i coltivatori come Youssef. La continua richiesta di droga da parte dei giovani europei ha fatto espandere il mercato e i trafficanti si sono fatti più aggressivi e meglio organizzati. Insomma, sempre più malavitosi con la macchina di lusso che hanno altre priorità e altri metodi rispetto ai contadini.
Non solo. Da un paio di anni a questa parte i trafficanti usano gli stessi canali dell’hashish per distribuire la cocaina: nel porto di Agadir o in Mauritania, infatti, i due prodotti si incontrano e viaggiano insieme attraverso la Galizia per invadere il mercato europeo.
E la polvere bianca ha fatto il suo ingresso anche in Marocco, dove ha cominciato a diffondersi tra i giovani che, stando alle analisi dei sociologi marocchini, sono sempre meno inclini a rispettare il divieto coranico di assumere alcol e droghe.

Alessio Antonini e Chiara Giovetti

Alessio Antonini e Chiara Giovetti